Visualizzazione post con etichetta torino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta torino. Mostra tutti i post

martedì 10 dicembre 2019

Ce lo auguriamo di cuore: "Torino si Slega". E a Roma ci sarà anche l'ANPI


Dopo, Bologna, Modena, e Genova stasera è il turno di Torino: l'appuntamento è alla 19.00 in piazza Castello. "Torino si Slega" è lo slogan della manifestazione indetta dalle "sardine". 
LIBERTA' E' PARTECIPAZIONE, insegnava l'eterno Gaber. 
Alle "sardine" va il nostro augurio: che possano davvero costituire l'inizio di un cammino, il levarsi dal torpore e dall'indifferenza che pare aver colpito tante cittadine e tanti cittadini italiani, a volte impegnati sì a coltivare "piccoli orticelli" ma spesso incapaci , non interessati, a levare lo sguardo , alzare la voce, quando questo implica mettere in forse piccole certezze e rassicuranti quotidianità. 
E poi c'è la questione sottolineata in tante dichiarazioni delle sardine: la ribellione necessaria contro il decadimento culturale, morale, indotto da una classe politica becera e meschina, ma bravissima a suscitare odio e paure necessari alla costruzione del nemico, del colpevole, del diverso; una classe politica che -quotidianamente- scopriamo essere a volte composta da meri comitati di affari, ben lontani dall'esprimere cura e attenzione nel servire il Paese e le sue comunità; la necessità di una politica che miri concretamente al "bene lungimirante delle comunità".
Ancora una volta, in italia la Storia pare non averci insegnato nulla 


"Torino si Slega", avrà fra i temi anche quello della violenza fisica e psicologica sulle donne. Per questo, stasera aprendo il flash mob partirà il canto di Bella Ciao, inizialmente con le labbra chiuse, senza aprire bocca, "come tutte quelle vittime di violenza che non ne hanno avuto la possibilità".

Gli organizzatori hanno anche varato un  vademecum per chi parteciperà la dimostrazione:

"Portare un libro (porteremo la cultura lasciando a casa l'insulto), no a piazze piene di immondizia, niente bandiere (vi preghiamo e vi suggeriamo di non portare bandiere e nessun logo di partito), no insulti, no cartelloni offensivi, no violenza.

Saremo tantissimi, senza bandiere o simboli di partito, armati soltanto di sardine di tutti i colori e della nostra voglia di urlare "basta", basta all'odio, alla politica del terrore voluta dalla Lega e dal suo Capitano. Basta con l'uso indiscriminato dei media e dei social per diffondere falsità, per metterci gli uni contro gli altri, cercando di controllarci col terrore. 

Siamo persone libere, siamo persone educate e civili, ripudiamo qualunque tipo di violenza e fascismo e non permetteremo più che il clima voluto dalla destra sovranista inquini la nostra vita. 
Siamo contro il razzismo, la xenofobia, il bullismo, l'omofobia, la transfobia, il sessismo. Siamo contro chi costruisce il consenso sulla divisione, la paura e la manipolazione. 
Siamo per l'ecologia della mente e dell'ambiente, perché vogliamo vivere bene in un posto che sta bene. 
Siamo un mare che non si può più fermare, una forza che costringerà il mondo della politica ad assumersi le proprie responsabilità, a ricominciare a lavorare per il benessere delle persone, soprattutto dei più deboli, nel rispetto dell'individuo e della Costituzione. 
Sardine torinesi, dimostriamo ancora una volta come questa città sia culla di civiltà e libertà, torniamo a impossessarci delle nostre strade, delle nostre piazze, spolveriamo quell'orgoglio che ci ha consentito di essere così centrali nella storia di questo Paese. Amiamo l'Italia e vogliamo con forza dimostrare che possiamo farcela, possiamo battere questo male oscuro che ci hanno imposto e che sta condizionando le nostre vite. 
Siamo giovani, anziani, donne, uomini, italiani, stranieri, siamo Sardine!"

Quale sia la potenziale risorsa espressa dal movimento delle sardine lo conferma anche il comunicato dell'ANPI Nazionale, che ha annunciato la partecipazione alla manifestazione nazionale del "movimento delle sardine" prevista a Roma per sabato 14 dicembre. Di seguito il comunicato: 
"Parteciperemo alla manifestazione nazionale promossa dalle “sardine” sabato 14 dicembre alle 15 a Roma, perché si tratta di un movimento fortemente popolare con una dichiarata passione democratica e costituzionale. Ne condividiamo la natura antiautoritaria, il ripudio dell’odio e di ogni linguaggio offensivo, la spontanea vocazione antifascista che si manifesta nel frequente canto di “Bella ciao”. Soprattutto ne condividiamo l’entusiasmo e il desiderio di riconquista del proprio futuro, ed auspichiamo perciò che duri nel tempo. E’ il contrario dell’antipolitica, perché avanza parole d’ordine di riforma della politica e di fiducia nella buona politica. La fortissima presenza di ragazzi in questo movimento è una interessante novità perché, al pari delle recenti manifestazioni studentesche contro il riscaldamento globale, manifesta una speranza ed una volontà di cambiamento che va incoraggiata e sostenuta. Parteciperemo alla manifestazione di Roma senza bandiere e striscioni d’associazione, come cittadini che rivendicano più democrazia e più giustizia sociale, e che vedono nella Costituzione il punto di riferimento fondamentale per ogni cambiamento"



domenica 1 luglio 2018

"Olimpiadi 2026 SI' o NO? Verità e falsi miti a confronto"


Mentre il dibattito sulla candidatura di Torino pare avere trovato una linea di accordo e compromesso all'interno del Movimento 5 Stelle di Torino (leggi qui le ultime notizie), Il presidio LIBERA "Rita Atria " Pinerolo invita ad una serata di informazione e di confronto tra le ragioni dei promotori della candidatura di Torino come sede delle Olimpiadi Invernali 2026 e le ragioni di coloro che si oppongono a quella proposta. 
All’incontro parteciperanno, fra gli altri, il prof. Valentino Castellani già sindaco di Torino e fra gli artefici di TORINO 2006. 
A presentare le ragioni del SI' Maurizio Beria, presidente dell'Unione Montana Comuni Valli Olimpiche.
A presentare le ragioni del NO il prof. prof Gustavo Rinaldi, docente di macro economia all'Università di Torino, esponente del CO.N.O. ( Comitata No Olimpiadi).
Modera l’incontro Alberto Maranetto vice direttore “Eco Del Chisone”
"Olimpiadi 2026 SI' o NO?" : una occasione di riflessione a beneficio soprattutto di coloro che non hanno ancora sufficienti elementi per considerare con oggettività le eventuali ricadute dell’evento olimpico, le modalità con le quali queste possano essere inserite e giustificate in una visione prospettica di sviluppo e crescita (equa, solidale, sostenibile) del nostro territorio. 

domenica 6 dicembre 2015

Torino 6 dicembre 2007: Strage della ThyssenKrupp

Il Dovere della Memoria. E' la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007.Per Torino è la notte della strage alla ThyssenKrupp.

E' passata da poco l’una di notte quando, sulla sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino della ThyssenKrupp, sette operai vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente nebulizzato che trasforma in "torce umane"  i poveri corpi degli operai. 
I loro nomi: Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino.
Alle ore 1.15 i vigili del fuoco rivcevono la chiamata drammatica riportata nel filmato 

Insieme ai Vigili del Fuoco arrivano le ambulanze del 118, e i feriti vengono trasferiti in ospedale. 
Alle ore 4.00 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone. Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino

lunedì 19 ottobre 2015

Erri De luca, assolto: "Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società".

Erri De Luca è stato oggi assolto per le dichiarazioni No Tav! In Aula aveva ribadito: Sabotare, verbo nobile e democratico pronunciato e praticato da Gandhi e Mandela".
Ma troppe altre cose, oscene e immorali, sussistono in questo paese e che occorrerebbe davvero "sabotare" avendo il coraggio etico dell'eresia, del dire la verità che si conosce! Fra le cose dette da Erri De Luca: "Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società."



 La dichiarazione resa da di Erri De Luca al processo di Torino. 
 
"Sarei pre­sente in quest’aula anche se non fossi io lo scrit­tore incri­mi­nato per istigazione.
Aldilà del mio tra­scu­ra­bile caso per­so­nale, con­si­dero l’imputazione con­te­stata un espe­ri­mento, il ten­ta­tivo di met­tere a tacere le parole con­tra­rie. Per­ciò con­si­dero quest’aula un avam­po­sto affac­ciato sul pre­sente imme­diato del nostro paese.
Svolgo l’attività di scrit­tore e mi ritengo parte lesa di ogni volontà di censura.
Sono incri­mi­nato per un arti­colo del codice penale che risale al 1930 e a quel periodo della sto­ria d’Italia. Con­si­dero quell’articolo supe­rato dalla suc­ces­siva ste­sura della Costi­tu­zione della Repub­blica. Sono in quest’aula per sapere se quel testo è in vigore e pre­va­lente o se il capo di accusa avrà potere di sospen­dere e inva­li­dare l’articolo 21 della Costituzione.
Ho impe­dito ai miei difen­sori di pre­sen­tare istanza di inco­sti­tu­zio­na­lità del capo di accusa. Se accolta, avrebbe fer­mato que­sto pro­cesso, tra­sfe­rito gli atti nelle stanze di una Corte Costi­tu­zio­nale sovrac­ca­rica di lavoro, che si sarebbe pro­nun­ciata nell’arco di anni. Se accolta, l’istanza avrebbe sca­val­cato quest’aula e que­sto tempo pre­zioso. Ciò che è costi­tu­zio­nale credo che si decida e si difenda in posti pub­blici come que­sto, come anche in un com­mis­sa­riato, in un’aula sco­la­stica, in una pri­gione, in un ospe­dale, su un posto di lavoro, alle fron­tiere attra­ver­sate dai richie­denti asilo.

Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società.

Inap­pli­ca­bile al mio caso le atte­nuanti gene­ri­che, se quello che ho detto è reato, l’ho ripe­tuto e con­ti­nuerò a ripeterlo.
Sono incriminato per avere usato il verbo sabotare. Lo considero nobile e democratico.
Nobile per­ché pro­nun­ciato e pra­ti­cato da valo­rose figure come Gan­dhi e Man­dela, con enormi risul­tati politici.
Demo­cra­tico per­ché appar­tiene fin dall’origine al movi­mento ope­raio e alle sue lotte. Per esem­pio uno scio­pero sabota la produzione.
Difendo l’uso legit­timo del verbo sabo­tare nel suo signi­fi­cato più effi­cace e ampio.
Sono dispo­sto a subire con­danna penale per il suo impiego, ma non a farmi cen­su­rare o ridurre la lin­gua ita­liana. ”A que­sto ser­vi­vano le cesoie” : a cosa? A sabo­tare un’opera colos­sale quanto nociva con delle cesoie? Non risul­tano altri insi­diosi arti­coli di fer­ra­menta agli atti della mia con­ver­sa­zione tele­fo­nica. Allora si incri­mina il soste­gno ver­bale a un’azione simbolica?
Non voglio scon­fi­nare nel campo di com­pe­tenza dei miei difensori.

Con­cludo con­fer­mando la mia con­vin­zione che la linea di sedi­cente alta velo­cità in Val di Susa va osta­co­lata, impe­dita, intral­ciata, dun­que sabo­tata per la legit­tima difesa della salute, del suolo, dell’aria, dell’acqua di una comu­nità minacciata.
La mia parola con­tra­ria sus­si­ste e aspetto di sapere se costi­tui­sce reato".

lunedì 22 giugno 2015

Papa Francesco a Torino: una denuncia, un appello, quattro "NO", una richiesta di perdono

Questi sono i giorni di Papa Francesco. Fra i cosiddetti "potenti della Terra" è l'unico capace di portare emozione e speranza concreta nelle donne e negli uomini che vivono l'Umanità dolente dei nostri giorni.
A partire dall'enciclica promulgata pochi giorni orsono, " Laudato sì" ( qui il testo integrale ), le sue parole suonano forti e chiare: sono le parole della sentinella del racconto bibblico, la sentinella che vede l'ingiuszia e la denuncia!  Tanto che non si è mai udito nella  Chiesa che conosciamo la chiamata a salvare la Terra dall'azione dell''Uomo! 
Il coraggio di una tale denuncia  ci fa tornare alla mente il coraggio di altri sacerdoti della chieda cattolica: Don Pino Puglisi, don Beppe Diana, l'arcivescono Romero. Martiri in nome e a  difesa della Giustizia. Nelle  parole di Papa Franesco ritorviamo l'eco di coloro che chiedono l'affermazione della Giustizia già in questo mondo, un mondo dominato e soggiogato invece da un Potere spietato.
Questi sono i giorni di Papa Francesco a Torino, ieri la città dei "santi laici", oggi la città nella quale un decimo della sua gente vive in condizioni di povertà assoluta!
Queste sono le parole di Papa Francesco pronunciate a Torino: l'appello per il lavoro che significa Dignità ( e Libertà); i quattro "No" pronunciati: contro il sistema economico che riduce i migranti, a merce ed i poveri a individui "usa e getta"; il "No" contro l'idolatria del denaro; Il "No" alla corruzione, che deve significare "no" alla mafie, alle truffe, alle tangenti, ai privilegi; Il No all'iniquità che genere che genera violenza.
E infine, la richiesta di perdono ai valdesi per le crudeltà "inumane" da loro subite a causa delle persecuzioni  perpetrate dai cattolici.
 
Discorso di Papa Francesco  pronunciato nella piazzetta Reale a Torino

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Saluto tutti voi, lavoratori, imprenditori, Autorità, giovani e famiglie presenti a questo incontro, e vi ringrazio per i vostri interventi, da cui emerge il senso di responsabilità di fronte ai problemi causati dalla crisi economica, e per aver testimoniato che la fede nel Signore e l’unità della famiglia vi sono di grande aiuto e sostegno.
La mia visita a Torino inizia con voi. E anzitutto esprimo la mia vicinanza ai giovani disoccupati, alle persone in cassa-integrazione o precarie; ma anche agli imprenditori, agli artigiani e a tutti i lavoratori dei vari settori, soprattutto a quelli che fanno più fatica ad andare avanti.
Il lavoro non è necessario solo per l’economia, ma per la persona umana, per la sua dignità, per la sua cittadinanza e anche per l’inclusione sociale. Torino è storicamente un polo di attrazione lavorativa, ma oggi risente fortemente della crisi: il lavoro manca, sono aumentate le disuguaglianze economiche e sociali, tante persone si sono impoverite e hanno problemi con la casa, la salute, l’istruzione e altri beni primari. L’immigrazione aumenta la competizione, ma i migranti non vanno colpevolizzati, perché essi sono vittime dell’iniquità, di questa economia che scarta e delle guerre. Fa piangere vedere lo spettacolo di questi giorni, in cui esseri umani vengono trattati come merce!
In questa situazione siamo chiamati a ribadire il “no” a un’economia dello scarto, che chiede di rassegnarsi all’esclusione di coloro che vivono in povertà assoluta – a Torino circa un decimo della popolazione. Si escludono i bambini (natalità zero!), si escludono gli anziani, e adesso si escludono i giovani (più del 40% di giovani disoccupati)! Quello che non produce si esclude a modo di “usa e getta”.
Siamo chiamati a ribadire il “no” all’idolatria del denaro, che spinge ad entrare a tutti i costi nel numero dei pochi che, malgrado la crisi, si arricchiscono, senza curarsi dei tanti che si impoveriscono, a volte fino alla fame.
Siamo chiamati a dire “no” alla corruzione, tanto diffusa che sembra essere un atteggiamento, un comportamento normale. Ma non a parole, con i fatti. “No” alle collusioni mafiose, alle truffe, alle tangenti, e cose del genere.
E solo così, unendo le forze, possiamo dire “no” all’iniquità che genera violenza. Don Bosco ci insegna che il metodo migliore è quello preventivo: anche il conflitto sociale va prevenuto, e questo si fa con la giustizia.
In questa situazione, che non è solo torinese, italiana, è globale e complessa, non si può solo aspettare la “ripresa” – “aspettiamo la ripresa…” -. Il lavoro è fondamentale – lo dichiara fin dall’inizio la Costituzione Italiana – ed è necessario che l’intera società, in tutte le sue componenti, collabori perché esso ci sia per tutti e sia un lavoro degno dell’uomo e della donna. Questo richiede un modello economico che non sia organizzato in funzione del capitale e della produzione ma piuttosto in funzione del bene comune. E, a proposito delle donne - ne ha parlato lei [la lavoratrice che è intervenuta] -, i loro diritti vanno tutelati con forza, perché le donne, che pure portano il maggior peso nella cura della casa, dei figli e degli anziani, sono ancora discriminate, anche nel lavoro.
E’ una sfida molto impegnativa, da affrontare con solidarietà e sguardo ampio; e Torino è chiamata ad essere ancora una volta protagonista di una nuova stagione di sviluppo economico e sociale, con la sua tradizione manifatturiera e artigianale - pensiamo, nel racconto biblico, che Dio ha fatto proprio l’artigiano… Voi siete chiamati a questo: manifatturiera ed artigianale - e nello stesso tempo con la ricerca e l’innovazione.
Per questo bisogna investire con coraggio nella formazione, cercando di invertire la tendenza che ha visto calare negli ultimi tempi il livello medio di istruzione, e molti ragazzi abbandonare la scuola. Lei [sempre la lavoratrice] andava la sera a scuola, per poter andare avanti…
Oggi vorrei unire la mia voce a quella di tanti lavoratori e imprenditori nel chiedere che possa attuarsi anche un “patto sociale e generazionale, come ha indicato l’esperienza dell’“Agorà”, che state portando avanti nel territorio della diocesi. Mettere a disposizione dati e risorse, nella prospettiva del “fare insieme”, è condizione preliminare per superare l’attuale difficile situazione e per costruire un’identità nuova e adeguata ai tempi e alle esigenze del territorio. È giunto il tempo di riattivare una solidarietà tra le generazioni, di recuperare la fiducia tra giovani e adulti. Questo implica anche aprire concrete possibilità di credito per nuove iniziative, attivare un costante orientamento e accompagnamento al lavoro, sostenere l’apprendistato e il raccordo tra le imprese, la scuola professionale e l’Università.
Mi è piaciuto tanto che voi tre abbiate parlato della famiglia, dei figli e dei nonni. Non dimenticare questa ricchezza! I figli sono la promessa da portare avanti: questo lavoro che voi avete segnalato, che avete ricevuto dai vostri antenati. E gli anziani sono la ricchezza della memoria. Una crisi non può essere superata, noi non possiamo uscire dalla crisi senza i giovani, i ragazzi, i figli e i nonni. Forza per il futuro, e memoria del passato che ci indica dove si deve andare. Non trascurare questo, per favore. I figli e i nonni sono la ricchezza e la promessa di un popolo.
A Torino e nel suo territorio esistono ancora notevoli potenzialità da investire per la creazione di lavoro: l’assistenza è necessaria, ma non basta: ci vuole promozione, che rigeneri fiducia nel futuro.
Ecco alcune cose principali che volevo dirvi. Aggiungo una parola che non vorrei che fosse retorica, per favore: coraggio!. Non significa: pazienza, rassegnatevi. No, no, non significa questo. Ma al contrario, significa: osate, siate coraggiosi, andate avanti, siate creativi, siate “artigiani” tutti i giorni, artigiani del futuro! Con la forza di quella speranza che ci dà il Signore e non delude mai. Ma che ha anche bisogno del nostro lavoro. Per questo prego e vi accompagno con tutto il cuore. Il Signore vi benedica tutti e la Madonna vi protegga. E, per favore, vi chiedo di pregate per me! Grazie!


giovedì 26 settembre 2013

Oggi Torino si sveglia con un Ponte dedicato a Mauro Rostagno.ORE 11, PONTE DI VIA LIVORNO,

25 anni fa la mafia decise di zittire un giornalista di raro coraggio, una voce scomoda, un uomo capace di dare fastidio ai padroni e ai padrini. 
Mauro Rostagno é nato a Torino. Chiediamo che a Torino uno spazio pubblico degno renda omaggio al suo sacrificio.

Era il 26 settembre del 1988, quando a Valderice, in provincia di Trapani, Cosa nostra freddò in un agguato Mauro Rostagno. Abbiamo deciso di "intitolare" un Ponte a Mauro, perché da 5 anni 1000 cittadini aspettano risposta. OGGI ORE 11, PONTE DI VIA LIVORNO, TORINO.



"Agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie... quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l’indispensabile.
Oppure te ne fotti. Cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi. Sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione. La mafia ti umilia: "calati junco che passa la piena", dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione d’una parola un po’ borghese: la dignità dell’uomo."
Mauro Rostagno

mercoledì 26 giugno 2013

Processo Minotauro: la 'ndrangheta in Piemonte

IERI È INIZIATA LA REQUISITORIA DEL  PUBBLICO MINISTERO ROBERTO SPARAGNA AL "PROCESSO MINOTAURO".
NON È FORSE UN CASO CHE OGGI, ANNIVERSARIO DELL'UCCISIONE DI BRUNO CACCIA, SIA IN ATTO PROPRIO IN QUESTI MOMENTI LA REQUISITORIA DI GIANCARLO CASELLI, INCENTRATA SUI LEGAMI FRA ‘NDRANGHETA  E POLITICA.
Giancarlo caselli. foto di Simone Bauducco - ACMOS - Libera
NEL SUO INTERVENTO DI IERI, IL PUBBLICO MINISTERO ROBERTO SPARAGNA HA INIZIATO FACENDO RIFERIMENTO AD UNA INTERCETTAZIONE AMBIENTALE IN CARCERE NELLA QUALE È PROTAGONISTA GIUSEPPE CATALANO, PROPRIETARIO DEL FAMOSO "BAR ITALIA" A TRINO E MORTO SUICIDA LO SCORSO ANNO: "MI SPIACE PERCHÉ HANNO SCOPERTO QUELLO CHE ERO, QUELLA CHE ERA, QUELLA CHE È"
ROBERTO SPARAGNA HA PARLATO PER 7 ORE.
IL PUBBLICO MISISTERO SPARAGNA HA RICOSTRUITO IL CONTESTO GENERALE, L'ATTENDIBILITÀ DEI TESTIMONI E DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA. HA RIBADITO IL SIGNIFICATO DEL 416 BIS RICORDANDO LE SENTENZE DELLA CASSAZIONE CHE NE CERTIFICANO IL VALORE
HA RICOSTRUITO L'ORGANIZZAZIONE E I RAPPORTI CON LA "MADRE" IN CALABRIA.
NELLA VOLONTÀ DI FUGARE OGNI DUBBIO POSSIBILE DELLA CORTE, HA ESPLICITATO RILEVANZE, PROVE, FATTI.


Fonte: La Stampa
26/06/2013 - PROCESSO MINOTAURO

“’Ndrangheta, qui ci sono
più affiliati di quanti
sono finiti alla sbarra”

Lo dice in un’intercettazione il boss Giuseppe Catalano,
poi suicidatosi nel 2012 dopo aver lasciato una lettera

Sono iniziate nell’aula bunker delle Vallette, le requisitorie del pubblici ministeri che in 8 mesi si sono succeduti a sostenere le accuse contro settanta imputati
MASSIMILIANO PEGGIO
«Minotauro ci ha permesso di scoprire l’esistenza di 9 locali di ’ndrangheta in provincia di Torino. Se ogni locale ha almeno 40 “cristiani”, come vengono definiti in un’intercettazione gli affiliati alla struttura di Rivoli rimasta senza guida, stiamo parlando di almeno 360 persone per difetto. Molte di più di quelle finite nell’inchiesta. A Nichelino, ad esempio, sappiamo dell’esistenza di un locale, ma non siamo riusciti a identificare gli affiliati».  

Sono iniziate ieri, nell’aula bunker delle Vallette, le requisitorie del pubblici ministeri che in 8 mesi di udienze si sono succeduti a sostenere le accuse contro i 70 imputati del processo Minotauro, la più importante inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese in Torino e provincia. 
Il fuoco di fila è stato aperto dal pm Roberto Sparagna, citando un’intercettazione ambientale fatta nel carcere delle Vallette nel 2010: riguarda due indagati eccellenti, arrestati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Reggio Calabria che ha preceduto di un anno l’operazione Minotauro eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Torino nell’estate del 2011. Da una parte Giuseppe Catalano, considerato il capo locale di Siderno a Torino, morto suicida nel 2012 dopo aver lasciato una lettera in cui scriveva di prendere le distanze dalla ’ndrangheta, dall’altra Francesco Tamburi, indicato come capo società di Siderno a Torino. «Catalano - dice il pm Sparagna - rivolgendosi a Tamburi afferma “mi dispiace, perché si è scoperto quello che ero, quello che era e quello che è”. Tamburi gli risponde di stare in silenzio. Ecco, in questa frase tra due personaggi non imputati in Minotauro ma molto vicini agli altri, c’è la sintesi di questo processo.  Cioè l’esistenza della ’ndrangheta a Torino». 

Poi rivolgendosi al collegio, presieduto dal giudice Paola Trovati, che alla fine del processo dovrà pronunciarsi sull’esistenza o meno di una struttura complessa di «soci criminali» e operativa sul territorio, pm ha detto: «Non avendo altre sentenze passate in giudicato da utilizzare come piedistallo, voi giudici siete chiamati a porre una pietra miliare nell’esperienza giudiziaria piemontese. Il processo farà storia, e sarà di insegnamento a tutti gli operatori del diritto».  

Fondamentali, nel processo, i collaboratori di giustizia, come Rocco Varacalli, forse il più famoso dei pentiti di ’ndrangheta, e Rocco Marando, membro di una famiglia di spicco della malavita calabrese, in parte sterminata da faide per il dominio del mercato della droga. «I pentiti sono stati genuini, sinceri, spontanei. Marando, è stato così attendibile da accusarsi persino di vari reati». Il pm ha ricordato anche intercettazioni, accertamenti patrimoniali, indagini tradizionali. «Così abbiamo scoperto quattro generazioni di affiliati che hanno agito nel territorio torinese fin dagli anni Settanta». 
Oggi è atteso il procuratore capo Gian carlo Caselli, sull’intreccio criminalità e politica.  

mercoledì 12 giugno 2013

Processo Pioneer : la 'ndrangheta in Piemonte è anche edilizia e grandi opere

Oltre al processo "Minotauro", così denominato dal nome della imponente operazione portata a termine dalla procura torinese nel giugno 2011, a Torino ieri è stata emessa la sentenza del processo "Pioneer". Ancora una volta , la sentenza mette in evidenza come l'edilizia sia uno dei settori privilegiati dalle mafie per il riciclaggio del "denaro sporco". 
Riportiamo la notizia della sentenza ma soprattutto un articolo de "Il Fatto Quotidiano", pubblicato il 2 marzo 2012, nel quale si spiega chi siano i due imputati, capaci di avere appalti in opere di primaria importanza quali le passate Olimpiadi Invernali 2006 e i lavori legati alla realizzazione della TAV

Fonte : LA Stampa 12 giugno 2013
Processo Pioneer, due condanne . Chiuso il processo sulla presenza dell ’ndrangheta in Piemonte
Due condanne hanno chiuso a Torino il processo «Pioneer» sulla presenza della `ndrangheta in Piemonte. I giudici hanno inflitto a Ilario D’Agostino 8 anni e 6 mesi di reclusione, e 6 anni e 6 mesi a Francesco Cardillo: i due sono stati processati in una causa che riguardava una presunta attività di riciclaggio in attività edilizie ed immobiliari di denaro della cosca calabrese di Antonio Spagnolo di Ciminà. A sostenere l’accusa in aula i pm Roberto Sparagna e Antonio Rinaudo.

Fonte : Il Fatto Quotidiano - 1 marzo 2012

‘Ndrangheta in Piemonte, confische per dieci milioni. “Riciclaggio in Olimpiadi e Tav”

La Dia mette i sigilli a una serie di immobili, anche in Lombardia e in Calabria, per riciclaggio dei profitti del narcotraffico. Il gruppo riconducibile a Ilario D'Agostino e Francesco Cardillo ha ottenuto commesse nelle grandi opere, dall'Alta velocità in Val Susa ai Giochi invernali del 2006, al porto di Imperia


Sorveglianza speciale e confisca milionaria per la ‘ndrangheta imprenditrice in Piemonte, Lombardia e Calabria. La Direzione investigativa antimafia di Torino ha posto questa mattina i sigilli su terreni, ville, abitazioni, locali adibiti ad esercizi commerciali, fabbricati in provincia di Torino, Cuneo, Asti, Milano (Legnano) e in Calabria (Caulonia e Riace) e contanti (un tesoretto di 150 mila euro) per un valore superiore ai 10 milioni di euro. I beni confiscati sono riconducibili a Ilario D’Agostino e Francesco Cardillo, secondo gli inquirenti esponenti della ‘ndrangheta incaricati di riciclare negli appalti e nel settore immobiliare i soldi sporchi del narcotrafficante calabrese Antonio Spagnolo, boss di Ciminà. Nell’ottobre 2009, alla data del loro arresto nell’ambito dell’operazione Pioneer, in cui è stata sequestrata la società Ediltava, “cassaforte” del gruppo, il Procuratore della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli ha parlato della “più importante operazione antiriciclaggio mai realizzata in Piemonte”.
Secondo le ricostruzioni della Dia, il gruppo è riuscito a riciclare milioni di euro anche in importanti commesse pubbliche inserite tra le opere realizzate per le Olimpiadi invernali di Torino 2006, la Tav e il porto di Imperia. La “lavatrice” era azionata attraverso il lavoro nero e un sistema di false fatturazioni: gli operai, per la stragrande maggioranza calabresi legati alle famiglie della ‘ndrangheta, venivano prima assunti regolarmente e poi licenziati perché continuassero a lavorare in nero, mentre le fatture “gonfiate” venivano emesse all’interno di un reticolo che metteva in relazione le società paravento del gruppo con altre società satellite. Un modello complesso che richiedeva la consulenza di un colletto bianco, il commercialista Giuseppe Pontoriero, che imputato con Cardillo e D’Agostino nel processo Pioneer, per i fatti relativi alla confisca odierna, ha scelto la via del patteggiamento.
I beni confiscati sono riconducibili alle società “Ediltava srl”, “Italia costruzioni srl” e “Domus Immobiliare srl”, tutte facenti capo a Ilario D’agostino e al nipote, Cardillo, considerato una “consapevole” spalla degli affari imprenditoriali e immobiliari dello zio.
Ma chi è l’imprenditore D’agostino, capace in Piemonte di penetrare gli appalti “blindati” delle Olimpiadi invernali?
Ilario D’agostino, attualmente in carcere con l’accusa di associazione mafiosa in seguito all’Operazione Minotauro, la maxi operazione contro la ‘ndrangheta del giugno scorso, già arrestato (e assolto) nel 1988 in Calabria per sequestro di persona, violenza privata, lesioni personali e detenzione illegale di armi, indagato dalla Procura di Torino per narcotraffico nel 1994 (poi archiviato), ha intrattenuto comprovati rapporti con il boss calabrese Rocco Lopresti, deus ex machina dell’edilizia in Val di Susa e all’origine dello scioglimento del Comune di Bardonecchia nel 1995 per condizionamento mafioso.
Condannato nel 2002 dalla Corte d’Appello di Torino alla pena di tre anni e 4 mesi di reclusione per l’importazione di 250 chilogrammi di hashish dalla Spagna, è stato rinviato a giudizio per riciclaggio, aggravato dal favoreggiamento alla ‘ndrangheta, insieme al nipote Francesco Cardillo e al commercialista Pontoriero.
Secondo gli inquirenti D’Agostino coltiva numerosi legami con esponenti dalla ‘ndrangheta, a partire da Antonio Spagnolo, boss di Ciminà, di cui secondo le ricostruzioni degli inquirenti è incaricato di riciclare il denaro. Ma anche con Bruno Polito, Pietro Guarnieri, Nicola Polito, Pasqualino Marando, Cosimo Salerno, Peppe Aquino e soprattutto Cosimo Barranca, uno dei capi riconosciuti della ‘ndrangheta milanese.
Secondo il pentito Rocco Varacalli «è il contabile di Antonio Spagnolo, è affiliato alla ’ndrangheta di Ciminà ed è un imprenditore edile». Le sue imprese servirebbero «per far girare e riciclare i soldi di Spagnolo e coprirne il lavoro sporco».
“Questa confisca arriva dopo un lungo dibattimento – spiega il procuratore aggiunto Alberto Perduca – dimostrazione che le misure di prevenzione hanno oggi valore ed efficacia come strumento per colpire i patrimoni di origine sospetta, posseduti da persone socialmente pericolose e fortemente sospettate di appartenere a sodalizi criminali. La Procura di Torino si è attrezzata con un pool apposito. Nel 2011″, continua Perduca, “sono state presentate 25 proposte di prevenzione, di cui la metà per misure patrimoniali, con un sostanziale incremento rispetto al passato. Destinato ad aumentare ulteriormente”.


venerdì 3 maggio 2013

Libera riapre il bar della ’ndrangheta a Torino. Festa con don Ciotti e Caselli


Il bar Italia di via Veglia 59, l’ex santuario della ’ndrangheta di Torino, è pronto al battesimo di una vita: quella della legalità.  
L’ultimo scontrino è stato battuto il 7 giugno 2011, alle 20.35. Poche ore dopo, Giuseppe Catalano, marito della titolare del bar Albina Stalteri, è finito in manette, insieme ad altri 153 presunti ’ndranghetisti, nella lunga notte dell’operazione "Minotauro"

Fonte : la Stampa

Libera riapre il bar della ’ndrangheta
Festa con don Ciotti e Caselli

GIUSEPPE LEGATO

Non ci sono più picciotti d’onore, padrini, sgarristi e vangelisti. Al loro posto, da oggi, troverete Adriana Nobile, 56 anni, impiegata in mobilità della Ages di Santena. E’ lei che armeggia al bancone, fa la spola tra la cucina e i frigo e chiede ai clienti cosa desiderano. Caffè corretto antimafia.  
Il bar Italia di via Veglia 59, l’ex santuario della ’ndrangheta di Torino, è pronto al battesimo di una vita: quella della legalità.  

L’ultimo scontrino è stato battuto il 7 giugno 2011, alle 20.35. Importo: 2 euro. Poche ore dopo, Giuseppe Catalano, marito della titolare del bar Albina Stalteri, è finito in manette, insieme ad altri 153 presunti ’ndranghetisti, nella lunga notte dell’operazione Minotauro, grattacielo di accuse contro le ’ndrine di Torino e provincia il cui processo si sta celebrando nell’aula bunker delle Vallette. 
Il bar, citato 373 volte nell’ordinanza di arresto dei boss, da oggi si chiama «Italia Libera». Addio ’ndrangheta, si volta pagina.  

Il bar della mala  
Peppe Catalano era il capo dei capi.. Pochi giorni prima di morire aveva firmato in carcere la dissociazione dall’organizzazione. Un’ammissione implicita: ne ha fatto parte. Poi, esattamente un anno fa, si è suicidato nella villetta di Volvera lanciandosi dal balcone. Ufficialmente perché in preda alla depressione, ma nessun atto nel faldone aperto in procura, parlerebbe di patologie psichiche. Un decesso su cui ci sono ancora molte domande. Di certo c’è che, da morto, non potrà vedere la nuova vita del bar dal quale, per vent’anni, ha dettato la linea dell’onorata società sotto la Mole.  

Giuramenti, appalti e riti  
Qui si sono decise le strategie criminali più importanti, qui autentici pezzi da novanta della ’ndrangheta calabrese come Giuseppe Commisso «U mastru», uno dei tre più potenti boss in circolazione in Italia, venivano a dirimere controversie, celebrare riti, spartire appalti, distribuire doti e promozioni Qui si effettuava la«colletta» per le famiglie dei carcerati. In questo bar - secondo l’accusa - è diventato «padrino» Bruno Iaria, mentre Arcangelo Gioffrè appena diciottenne è stato battezzato nella famiglia criminale come «giovane d’onore» salvo poi, pochi mesi dopo (28 dicembre 2008), essere quasi ucciso in un agguato a Bovalino in cui morì suo padre Giuseppe «Peppe» Gioffrè, capo del locale di Settimo. Adesso ci sono Adriana e altre due giovani ragazze della cooperativa Nanà che gravita nell’orbita di Libera, associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti. Da mesi, insieme a Maria Jose Fava, referente regionale dell’associazione, hanno iniziato a lavorare per rimettere a posto i locali: «E’ saltato fuori di tutto, anche un santino elettorale del 2009 di Fabrizio Bertot (mai indagato ndr) candidato alle elezioni europee che venne qui a fare un pranzo con il gotha della ’ndrangheta (in aula ha negato di sapere che fossero criminali ndr)». Non solo: «In un cassetto c’era perfino il certificato antimafia con tanto di timbri» racconta Fava.  

La nuova vita  
Oggi pomeriggio alle 17 ci sarà l’inaugurazione. Vi parteciperanno il procuratore Giancarlo Caselli, don Luigi Ciotti e molti ufficiali dei carabinieri e delle forze armate che hanno contribuito all’indagine dalla quale è scaturito il sequestro del bar. Adriana è già al bancone e non ha paura di niente: «Siamo qui per metterci in gioco, per mandare alla città un segnale positivo. L’antimafia . dice - non è solo quella delle manette»

giovedì 24 gennaio 2013

Prosegue a Torino il Processo Minotauro: a cena con la 'ndrangheta


Quelle cene elettorali con la ’ndrangheta. La collaboratrice di giustizia Rosetta Todaro  ripercorre i rapporti tra il clan Iaria e alcuni politici piemontesi

Torino. l'aula bunker al Lorusso-Cotugno
Fonte: LA STAMPA
MASSIMILIANO PEGGIO
Caterina Ferrero
Fabrizio Bertot
«Giovanni e Bruno parlavano spesso di politica e votazioni. Portavano i santini agli amici e dicevano chi votare. Mi ricordo i santini di Fabrizio Bertot. In occasione di una campagna elettorale siamo andati al ristorante Mandracchio di Rivarossa, dove c’era Caterina Ferrero. C’erano 150 persone, tanti calabresi. Dopo la presentazione della Ferrero ci siamo messi a mangiare, gli uomini da una parte, le donne d’altra».  

Giovanni e Bruno fanno Iaria di cognome. Sono zio e nipote, condannati lo scorso ottobre a 7 e 13 anni di carcere con rito abbreviato nel primo atto di Minotauro. A raccontare i retroscena della famiglia Iaria è Rosetta Todaro, compagna di Bruno fino all’estate 2011 quando, per amore della loro figlia Giulia, ha deciso di diventare collaboratrice di giustizia, mentre lui era in carcere. È stata lei ieri la protagonista del processo Minotauro: per quasi 8 ore ha risposto da un luogo protetto alle domande del pm Dionigi Tibone, in videoconferenza. A fine udienza è stata messa «ko» dal controesame dei difensori degli imputati. Si è sentita male quando l’avvocato Carlo Romeo, ultimo a prendere la parola, l’ha incalzata ripercorrendo i suoi ricordi. «Signora, lei ha detto di essere andata in carcere da Bruno per...». La frase del legale è arrivata diretta al di là del microfono: Rosetta, 52 anni, tre infarti alle spalle, s’è accasciata. È stata soccorsa dagli uomini di scorta, poi il collegamento si è interrotto costringendo il presidente del collegio, il giudice Paola Trovati, a sospendere l’esame.  

Nevio Coral
 Si è chiusa così, con un colpo di scena, la giornata processuale del maxiprocesso alla ’ndrangheta, dopo ore di racconti criminali, cocaina a fiumi, pistole nascoste tra la biancheria della piccola Giulia e in cucina, soldi. Ma anche rivelazioni su sostegni elettorali. «Bruno diceva di comandare lui a Cuorgnè» dice Rosetta. In aula, ad ascoltarla, c’era anche Nevio Coral, ex sindaco di Leini, accusato di aver intrecciato rapporti con la criminalità organizzata, suocero di Caterina Ferrero. Ma mentre la nuora e l’ex sindaco di Rivarolo, Bertot, non sono finiti tra gli indagati, lui si è ritrovato tra le decine di imputati. 

Secondo Rosetta, Bruno e suo zio Giovanni (in passato esponente del Psi) si occupavano di politica per «ottenere favori». Per i santini Bruno riceveva buoni «benzina». Un giorno ha sentito i due parlare di certi «lavori» con Coral. Nella casa di Bruno si tenevano incontri e cene con presunti affiliati. Nella loro tavernetta si sarebbe celebrato un «battesimo», investitura di ’ndrangheta. Bruno era «capo locale» a Cuorgnè. L’uomo che, parlando in libertà nella sua Golf farcita di cimici, ha svelato ai carabinieri i segreti della criminalità organizzata. E che gestiva un night, «tirava» di cocaina, beveva come una spugna. E poi guardava il telefilm su Totò Riina, «Il capo dei capi» e dal divano pronunciava di getto la formula di affiliazione alla mafia, benché «’ndranghetista».  



sabato 28 aprile 2012

Processo 'ndrangheta, 172 chiedono di spostare il processo in Calabria

Processo 'ndrangheta, 172 chiedono di spostare il processo in Calabria
fonte: LA Stampa. 
Hanno chiesto di essere giudicati a Reggio Calabria i 172 accusati di concorso in associazione mafiosa a Torino. Di loro 117 sono detenuti dal giugno 2010 quando vennero arrestati nel corso della maxi-operazione Minotauro contro le infiltrazioni dell’ ’ndrangheta in Torino e provincia.
In udienza preliminare (che apertasi ieri proseguirà fino al 25 maggio) tutti gli accusati hanno presentato eccezione di competenza territoriale.». Il gup Francesca Christillin ha annunciato che si pronuncerà sulla questione il prossimo mercoledì. I cinque pubblici ministeri hanno replicato che  «ormai la ’ndrangheta è un fenomeno da anni impiantato nel Torinese, dove sono le "locali" e dove avvengono le attività di stampo mafioso.
Intanto è scaduto oggi il termine per costituirsi parte civile in questa fase del procedimento penale. Al momento soltanto un imprenditore di Cuorgnè, che fu vittima di estorsione, ha deciso di farsi avanti, ma altri enti pubblici o associazioni possono costituirsi parte civile in apertura di fase dibattimentale.