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mercoledì 12 giugno 2013

Processo Pioneer : la 'ndrangheta in Piemonte è anche edilizia e grandi opere

Oltre al processo "Minotauro", così denominato dal nome della imponente operazione portata a termine dalla procura torinese nel giugno 2011, a Torino ieri è stata emessa la sentenza del processo "Pioneer". Ancora una volta , la sentenza mette in evidenza come l'edilizia sia uno dei settori privilegiati dalle mafie per il riciclaggio del "denaro sporco". 
Riportiamo la notizia della sentenza ma soprattutto un articolo de "Il Fatto Quotidiano", pubblicato il 2 marzo 2012, nel quale si spiega chi siano i due imputati, capaci di avere appalti in opere di primaria importanza quali le passate Olimpiadi Invernali 2006 e i lavori legati alla realizzazione della TAV

Fonte : LA Stampa 12 giugno 2013
Processo Pioneer, due condanne . Chiuso il processo sulla presenza dell ’ndrangheta in Piemonte
Due condanne hanno chiuso a Torino il processo «Pioneer» sulla presenza della `ndrangheta in Piemonte. I giudici hanno inflitto a Ilario D’Agostino 8 anni e 6 mesi di reclusione, e 6 anni e 6 mesi a Francesco Cardillo: i due sono stati processati in una causa che riguardava una presunta attività di riciclaggio in attività edilizie ed immobiliari di denaro della cosca calabrese di Antonio Spagnolo di Ciminà. A sostenere l’accusa in aula i pm Roberto Sparagna e Antonio Rinaudo.

Fonte : Il Fatto Quotidiano - 1 marzo 2012

‘Ndrangheta in Piemonte, confische per dieci milioni. “Riciclaggio in Olimpiadi e Tav”

La Dia mette i sigilli a una serie di immobili, anche in Lombardia e in Calabria, per riciclaggio dei profitti del narcotraffico. Il gruppo riconducibile a Ilario D'Agostino e Francesco Cardillo ha ottenuto commesse nelle grandi opere, dall'Alta velocità in Val Susa ai Giochi invernali del 2006, al porto di Imperia


Sorveglianza speciale e confisca milionaria per la ‘ndrangheta imprenditrice in Piemonte, Lombardia e Calabria. La Direzione investigativa antimafia di Torino ha posto questa mattina i sigilli su terreni, ville, abitazioni, locali adibiti ad esercizi commerciali, fabbricati in provincia di Torino, Cuneo, Asti, Milano (Legnano) e in Calabria (Caulonia e Riace) e contanti (un tesoretto di 150 mila euro) per un valore superiore ai 10 milioni di euro. I beni confiscati sono riconducibili a Ilario D’Agostino e Francesco Cardillo, secondo gli inquirenti esponenti della ‘ndrangheta incaricati di riciclare negli appalti e nel settore immobiliare i soldi sporchi del narcotrafficante calabrese Antonio Spagnolo, boss di Ciminà. Nell’ottobre 2009, alla data del loro arresto nell’ambito dell’operazione Pioneer, in cui è stata sequestrata la società Ediltava, “cassaforte” del gruppo, il Procuratore della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli ha parlato della “più importante operazione antiriciclaggio mai realizzata in Piemonte”.
Secondo le ricostruzioni della Dia, il gruppo è riuscito a riciclare milioni di euro anche in importanti commesse pubbliche inserite tra le opere realizzate per le Olimpiadi invernali di Torino 2006, la Tav e il porto di Imperia. La “lavatrice” era azionata attraverso il lavoro nero e un sistema di false fatturazioni: gli operai, per la stragrande maggioranza calabresi legati alle famiglie della ‘ndrangheta, venivano prima assunti regolarmente e poi licenziati perché continuassero a lavorare in nero, mentre le fatture “gonfiate” venivano emesse all’interno di un reticolo che metteva in relazione le società paravento del gruppo con altre società satellite. Un modello complesso che richiedeva la consulenza di un colletto bianco, il commercialista Giuseppe Pontoriero, che imputato con Cardillo e D’Agostino nel processo Pioneer, per i fatti relativi alla confisca odierna, ha scelto la via del patteggiamento.
I beni confiscati sono riconducibili alle società “Ediltava srl”, “Italia costruzioni srl” e “Domus Immobiliare srl”, tutte facenti capo a Ilario D’agostino e al nipote, Cardillo, considerato una “consapevole” spalla degli affari imprenditoriali e immobiliari dello zio.
Ma chi è l’imprenditore D’agostino, capace in Piemonte di penetrare gli appalti “blindati” delle Olimpiadi invernali?
Ilario D’agostino, attualmente in carcere con l’accusa di associazione mafiosa in seguito all’Operazione Minotauro, la maxi operazione contro la ‘ndrangheta del giugno scorso, già arrestato (e assolto) nel 1988 in Calabria per sequestro di persona, violenza privata, lesioni personali e detenzione illegale di armi, indagato dalla Procura di Torino per narcotraffico nel 1994 (poi archiviato), ha intrattenuto comprovati rapporti con il boss calabrese Rocco Lopresti, deus ex machina dell’edilizia in Val di Susa e all’origine dello scioglimento del Comune di Bardonecchia nel 1995 per condizionamento mafioso.
Condannato nel 2002 dalla Corte d’Appello di Torino alla pena di tre anni e 4 mesi di reclusione per l’importazione di 250 chilogrammi di hashish dalla Spagna, è stato rinviato a giudizio per riciclaggio, aggravato dal favoreggiamento alla ‘ndrangheta, insieme al nipote Francesco Cardillo e al commercialista Pontoriero.
Secondo gli inquirenti D’Agostino coltiva numerosi legami con esponenti dalla ‘ndrangheta, a partire da Antonio Spagnolo, boss di Ciminà, di cui secondo le ricostruzioni degli inquirenti è incaricato di riciclare il denaro. Ma anche con Bruno Polito, Pietro Guarnieri, Nicola Polito, Pasqualino Marando, Cosimo Salerno, Peppe Aquino e soprattutto Cosimo Barranca, uno dei capi riconosciuti della ‘ndrangheta milanese.
Secondo il pentito Rocco Varacalli «è il contabile di Antonio Spagnolo, è affiliato alla ’ndrangheta di Ciminà ed è un imprenditore edile». Le sue imprese servirebbero «per far girare e riciclare i soldi di Spagnolo e coprirne il lavoro sporco».
“Questa confisca arriva dopo un lungo dibattimento – spiega il procuratore aggiunto Alberto Perduca – dimostrazione che le misure di prevenzione hanno oggi valore ed efficacia come strumento per colpire i patrimoni di origine sospetta, posseduti da persone socialmente pericolose e fortemente sospettate di appartenere a sodalizi criminali. La Procura di Torino si è attrezzata con un pool apposito. Nel 2011″, continua Perduca, “sono state presentate 25 proposte di prevenzione, di cui la metà per misure patrimoniali, con un sostanziale incremento rispetto al passato. Destinato ad aumentare ulteriormente”.


giovedì 14 febbraio 2013

“Una mafia senza politica non esiste”:aggiornamenti dalle aule del processo Minotauro


“Una mafia senza politica non esiste”:

MinotauroNell’aula bunker del Carcere Lorusso e Cotugno di Torino continua il maxi processo scaturito dall’operazione Minotauro, che ha fatto emergere molti gruppi e organizzazioni che confermano la presenza della ‘Ndrangheta calabrese in Piemonte. Libera Piemonte è presente a tutte le sedute, due a settimana, per seguire la vicenda e informare sui fatti e sugli sviluppi. Ne abbiamo parlato con la sua coordinatrice in Piemonte, Maria José Fava.
Ascolta l’intervista
- Quali sono gli sviluppi emersi fin’ora nel processo?
In queste ultime udienze abbiamo potuto ascoltare persone che hanno subìto estorsioni, intimidazioni o altre forme di violenza, dai presunti appartenenti all’Ndrangheta che in questo momento sono a giudizio, alcuni agenti delle forze dell’ordine ci hanno raccontato la situazione della presenza mafiosa nei comuni di Caselette, Cuorgné. Nell’ultima udienza, mercoledì, si è approfondito il rapporto tra ‘Ndrangheta e pezzi della politica, soprattutto per quello che riguarda il comune di Leinì: è stato raccontato dell’incontro, che molti media hanno ripreso, svolto in un hotel di Volpiano, hotel appartenente al figlio dell’ex sindaco di Leinì, Nevio Coral, una cena a cui hanno partecipato 12 persone. Cena che serviva per sostenere la candidatura politica del figlio di Coral. A questa cena hanno partecipato alcuni dei presunti boss che in questo momento sono sotto processo. Dalle intercettazioni è emerso il rapporto che spesso si crea quando si tratta di voto di scambio, tra chi cerca i voti e gli appartenenti alle organizzazioni mafiose  che cercano i favori, traducibili in appalti, lavori e licenze. Un udienza molto interessante. Dalle testimonianze, sicuramente sono emerse alcune modalità che appartengono allo scambio di voti e alle organizzazioni criminali.
- Questo conferma dunque i punti di contatto tra politica e mafia anche in Piemonte
Si, questi punti di contatto diventano reali. Ci tengo a sottolineare che parliamo di pezzi della politica, senza generalizzare. Ci sono pezzi di buona politica nel nostro territorio, così come in altri territori. I fatti dei due comuni sciolti per mafia, Rivarolo e Leinì, la situazione che ha riguardato il comune di Chivasso (con l’operazione Colpo di coda), così come quelli di altre regioni, come la Lombardia, ci portano all’attenzione del fatto che le organizzazioni criminali hanno bisogno della politica, ricercano la politica. Noi diciamo sempre che le mafie hanno oltre 150 anni, ed è dovuto anche al fatto che hanno trovato rapporti fertili con pezzi della politica. Un bravo sindaco con il quale lavoriamo dice sempre: può esistere una politica senza mafia, non può esistere una mafia senza politica.
- Le scorse settimane veniva raccontato del clima di paura  che aleggiava tra i testimoni.
Il clima si sentiva fortemente stando in aula: clima di tensione e paura da parte delle persone che andavano a testimoniare. Il giudice ha chiesto più volte ai testi se avevano paura, se volevao aggiungere qualcosa, in alcune occasioni ha anche dovuto ricordare ai testi di essere sotto giuramento. Alcune situazioni hanno riguardato la falsa testimonianza. Alla fine alcuni testi raccontavano alcune cose che dalle intervettazioni, o dal processo di primo grado, è stato chiaro che la situazione era diversa da quella raccontata. Si percepiva la tensione nelle celle e la paura da parte dei testimoni. È difficile da raccontare, bisogna essere in aula per capirlo. Stando in udienza ci si rende conto che la Ndrangheta è un organizzazione molto violenta, è comprensibile la paura. Noi abbiamo uno sportello a Torino per accompagnare le persone che hanno subito episodi di mafia, informare le persone che ci sono delle reti per accompagnarle, degli strumenti attraverso i quali tutelarsi. Spesso c’è anche ignoranza su questo, ci si senti soli, ma molte associazioni sono lì apposta, nei processi si costituiscono parte civile insieme a loro. Contro la Ndrangheta non bisogna stare da soli.
Fava
La coordinatrice di Libera Piemonte, Maria José Fava
Chiaramente ci sono delle regole e delle strutture per i processi penali, ma secondo lei non potrebbero esserci altre modalità che mettono più a loro agio i testi?
Ciò che intimorisce è che in un processo di questo tipo, tu hai gli imputati dietro le gabbie, avendo le persone lì. Magari persone di un calibro importante. Però i processi sono così, gli imputati hanno diritto di sentire ciò che viene detto. In alcuni casi, alcuni testi non sono in aula: testimoni di giustizia, collaboratori dentro un programma di protezione, con dati anagrafici segreti, località protetta ecc, non vengono in aula, ma sono in video conferenza, non si vede nemmeno il volto. Alcune situazioni sono più tutelate, in effetti.
- Su racket e disinformazione, ricordiamo la cronaca.
 L’usura è un fenomeno molto nascosto, poco denunciato. Senza le denunce non si può attivare tutta quella rete di supporto. In Piemonte e regioni limitrofe, per chi ne abbia bisogno abbiamo uno sportello per sostenere le persone che vivono il dramma personale, famigliare, economico e culturale dell’usura. La formazione dei cittadini è uno degli strumenti per la lotta alla mafia.
- Un dato importante da sapere, anche in vista delle prossime elezioni.
Anche per questo Libera ha lanciato la grande campagna “Riparte il futuro“, che stiamo proponendo a tutti i candidati alle prossime elezioni. Noi chiediamo a quelli che verranno eletti in parlamento, di votare nei primi 100 giorni, una modifica all’articolo 416 del codice penale, che è quell’articolo che riguarda proprio il voto di scambio: in questo momento, nel nostro paese viene punito quando c’è uno scambio di denaro. Libera chiede di aggiungere due parole: altre utilità. In questo modo il voto di scambio potrà essere punito anche quando c’è uno scambio di favori, che sono una delle cose che interessa di più la malavita organizzata: licenz, appalti, autorizzazioni, modifiche ai piani regolatori.  Questa modifica, secondo noi, potrebbe colpire in modo più incisivo proprio quel rapporto tra politica e mafia che si crea soprattutto prima di un elezione.
- Per il progetto riparte il futuro: fate delle proposte concrete ai candidati? 
La stessa proposta +è concreta, sul sito c’è già l’elenco dei candidati che hanno aderito, così come il gran numero di cittadini. Ai candidati, oltre la modifica dell’articolo, chiediamo di mettere quattro iformazioni di trasparenza fondamentali: il loro curriculum, il loro stato patrimoniale, i loro eventuali conflitti di interesse, e le loro situazioni aperte o chiuse negli ultimi 20 anni con la giustizia. Il candidato aderisce, ma per farlo al 100% deve dare queste informazioni di trasparenza. Crediamo così di fare un servizio ai cittadini, potendo dare delle informazioni più concrete anche sui candidati, in particolare sul conflitto di interessi e sulle questioni con la giustizia. Sono 80 mila le firme di cittadini, su questo c’è stata anche una buona risposta mediatica.
- La richiesta di trasparenza che fate ai candidati, unita alle testimonianze che emergono dal processo Minotauro, possono dare un segnale forte ai cittadini, agli elettori, verso le elezioni? Qual’è il grado di consapevolezza su questi temi?
Ho paura di no, ho la sensazione che occasioni di informazione della cittadinanza ce ne siano poche. Anche i giornali più importanti del nostro territorio riportano delle informazioni, ma altre volte no. Noi siamo ad ogtnuna delle due udienze che si tengono ogni settimana(da maggio saranno tre), ci rendiamo conto che molte cose importanti che sarebbe bello raccontare alla cittadinanza, vengono omesse. Io sento un velo di disinformazione, di silenzio, di penombra su tutto quello che sta accadendo. C’è sempre più bisogno di informare su questi fatti, i cittadini devono essere informati e consapevoli.
- Poco tempo fa, la DIA ha fatto un bliz nei cantieri della Tav, in Val Susa, a rischio di infiltrazioni mafiose, in quanto grande infrastruttura. La Direzione Investigativa A ha detto che non ci sono ( infiltrazioni mafiose)
C’è un interesse delle organizzazioni criminali per questi  grandi appalti. Ma seguendo il processo Minotauro, abbiamo capito che la malavita ha interessi anche dove l’appalto è piccolo. Quando c’è un alto quantitativo di denaro, certamente c’è maggiore attenzione da parte delle organizzazioni mafiose. D’altra parte io credo molto nel lavoro della Procura di Torino e nella DIA, che sono quelle che ci hanno portato al processo Minotauro, Alba chiara, Colpo di coda e altre che stanno portando avanti. Sono sicura che queste forze vigileranno e agiranno nell’eventualità che ci saranno degli elementi che riguardano l’alta velocità.
Link utili- La campagna Riparte il futuro
- L’aggiornamento del processo sul sito di Libera Piemonte

venerdì 23 novembre 2012

Processo "Minotauro": a Torino è il giorno del pentito Rocco Varalli


 Varacalli ha spiegato che la struttura dell’organizzazione criminale «a Torino è la stessa cosa che in Calabria, non cambia nulla. 

La `ndrangheta è fatta come un polipo, con la testa e i tentacoli».


Fonte: La Stampa

Si è guadagnato più durante le Olimpiadi del 2006 che in una strada di Calabria”

MASSIMILIANO PEGGIO
TORINO


Rocco Varacalli in una immagine di repertorio 
In aula il pentito Varacalli, teste chiave per Minotauro, racconta gli anni dell’adolescenza: «Cosa serve lavorare tutto il giorno? Con la droga puoi fare tanti soldi»

Rocco Varacalli uno dei principali collaboratori di giustizia, noto anche per la sua recente fuga dal programma di protezione, ha fatto il suo ingresso nell’aula bunker delle Vallette, poco prima delle 10, per raccontare i rapporti delle famiglie affiliate alla ’ndrangheta. Rapporti che si intrecciano tra la Calabria e il Piemonte. Il suo racconto è iniziato dal periodo in cui era adolescente, a 17 anni, quando per la prima volta ha avuto coscienza della criminalità, a Torino, giovane immigrato dal sud. 

Un amico di famiglia lo ha introdotto nel mercato della droga: «Cosa serve lavorare tutto il giorno, sporcarsi di calce ? Con la droga puoi fare tanti soldi». Da questo punto è la sua testimonianza, che si protrarrà per gran parte della giornata. A condurre l’interrogatorio sono i pm Roberto Sparagna e Monica Abbatecola, di fronte al collegio presieduto da Paola Trovati. 
«Per aprire un locale di `ndrangheta a Torino bisogna avere minimo 49 uomini, o di più e non di meno, e serve il «crimine» con tutte le cariche. Se no non si può».  
Varacalli ha spiegato che la struttura dell’organizzazione criminale «a Torino è la stessa cosa che in Calabria, non cambia nulla. La `ndrangheta è fatta come un polipo, con la testa e i tentacoli». Poi, per spiegare che a seconda della situazione e del momento storico la `ndrangheta guarda più al nord o al sud per i suoi affari: «si è guadagnato più a Torino durante le Olimpiadi 2006 che in una strada di Calabria».  


Varacalli ha anche fatto riferimento alla Massoneria, «quella vera e propria». Mentre spiegava i vari gradi e i ruoli a cui il membro della ’ndrangheta può aspirare, Varacalli ha raccontato: «Attaccare i ferri significa essere completo nella Società minore ed essere pronto ad arrivare alla Santa, al Vangelo, ai gradi della Società maggiore. La massoneria ha voluto la Santa. Avere la Santa può avere a che fare con la Massoneria, quella vera e propria, che è come la ’ndrangheta, dove ci sono geometri, avvocati, preti. Chi arriva alla Santa è perchè è già capace di uccidere. Dopo la Santa ti riconosce la mafia, la massoneria e tutta la provincia».  

Varacalli, che nel 2004 era diventato camorrista finalizzato all’interno del locale di Natile di Careri di Torino, al cui vertice negli anni si sono avvicendati Paolo Cufari, Saverio Napoli, Enzo Argiro’ ha spiegato la storia recente della ’ndrangheta in Piemonte e la sua strategia gerarchica. “Quando io sono stato attivato da Torino, nel 1994, gli ’ndranghetisti erano tutti uniti e c’era un locale solo, al cui vertice c’era Rocco Spera, un uomo anziano e zoppo” ha spiegato. Poi negli anni si sono sviluppati diversi locali, riconosciuti da San Luca. “I locali non riconosciuti si chiamano Bastarda e questi fanno gli stessi traffici della ’ndrangheta, ma da soli senza fare capo a San Luca” ha spiegato tra le altre cose Varacalli.  




lunedì 5 novembre 2012

Scene dal processo "Minotauro": la ’ndrangheta in Piemonte


Si celebra il processo alla 'ndrangheta calabrese in Piemonte, mentre imputati e parenti si comportano come fossero sulla spiaggia  di Pizzo o a fare il pic-nic nei boschi delle Serre calabresi.

Fonte: La Stampa

La ’ndrangheta a processo

Applausi, panini e baci



Oltre i vetri blindati Un’immagine della maxiaula all’interno del carcere delle Vallette dove è in corso il processo per gli arrestati nell’Operazione Minotauro: sui due lati gli spazi riservati agli imputati e un muro di vetri blindati divide anche il pubblico e i parenti

Il presidente della corte: ”Ci vuole rispetto, non siamo a teatro”
NICCOLÒ ZANCAN
TORINO
A un certo punto parte un applauso. Sono i parenti, giù al fondo dell’aula bunker, fra pacchetti di patatine finiti e bicchierini di plastica, oltre a una barriera di vetro antiproiettile. Ogni tanto mandano saluti agli imputati nelle gabbie, sorrisi e baci. Ma adesso no, all’improvviso applaudono l’avvocato Carlo Maria Romeo, mentre incalza il tenente colonnello dei carabinieri Nicola Fozzi. 
È lui il primo teste del processo Minotauro. Lui che, in qualità di comandante del reparto operativo, ha firmato un’informativa di 5570 pagine. Un documento sconfinato e cruciale, dove sono spiegate tutte le ramificazioni torinesi della ’ndrangheta. Ma è ovvio che non possa sapere tutto lui, il colonnello Fozzi. Stiamo parlando di tre anni di indagini, 4500 intercettazioni agli atti, 9 gruppi criminali sotto osservazione, intrecci fra Piemonte e Calabria, 150 arrestati. Gli avvocati gli fanno domande del tipo: «Quanti sono i Nicodemo attenzionati?». «Quante persone soprannominate Nico?». «Qual è il sovrapprezzo sulle arance vendute agli affiliati per fare cassa?». Gli chiedono se può spiegare la differenza fra locali e locali distaccati della ’ndrangheta. Fino a quando l’avvocato Romeo, dice al microfono: «Perché a noi non risponde?».  

È in quel momento che i parenti applaudono, come se avessero segnato un gol o qualcosa del genere. Allora il presidente della Corte, il giudice Paola Trovati, interviene con decisione: «Ci vuole rispetto. Qui non siamo a teatro. Ci sono delle persone detenute, non c’è proprio niente da applaudire».  

Qui siamo dentro al più grande processo torinese degli ultimi anni per criminalità organizzata di stampo mafioso, nel luogo sacro dove tutti trovano voce. Dove ogni prova verrà vagliata, ogni eccezione considerata. E dove per la prima volta è presente in aula anche il sindaco di Leinì, Nevio Coral. Il suo Comune è stato sciolto per mafia e commissariato, lui è tutt’ora agli arresti domiciliari, ma non ci sta: «Di fronte a un’ingiustizia così grande non c’è molto da dire - si sfoga - sono venuto in aula apposta per potermi difendere, questo è il luogo».  

Il gelo sale dai pavimenti del casermone, dietro al carcere Lorusso e Cutugno. Nelle gabbie, a piccoli gruppi, stanno divisi uomini, anziani e ragazzi. Settantacinque imputati. Ridono fra loro quando non sono d’accordo. Braccia conserte. Reclamano più volume dall’impianto che diffonde le voci al microfono. Indossano tute, scarpe da ginnastica color oro, giubbotti scuri. Qualcuno mangia un panino. Mentre il colonnello Fozzi - primo di 1500 testimoni citati - ha il compito di inquadrare il lavoro investigativo. Insomma, deve spiegare all’aula come siamo arrivati qui.  

«Tutto è iniziato dall’omicidio dell’incensurato Giuseppe Donà, nella cui abitazione abbiamo sequestrato un chilo e mezzo di stupefacenti». Da un omicidio per droga e soldi. Alla scelta di collaborare di uno dei principali indagati. 
È il 2005. Rocco Varacalli da Natile di Careri sta per diventare il primo pentito di ’ndrangheta. 
E mentre mette a verbale pagine e pagine di geografia criminale, svela faide, omicidi, intrecci con la politica e interessi sugli appalti in provincia di Torino, accadono altri due fatti apparentemente marginali. Un imprenditore di Caselle e un carrozziere di Ivrea denunciano un tentativo di estorsione. Le indagini successive finiranno per incrociare molti degli stessi nomi fatti da Varacalli. Ed è così che i carabinieri si ritrovano per tre anni ad ascoltare le voci delle famiglie Iaria, Agresta, Gioffrè e Catalano, per scoprire il mondo che si agita intorno: picciotti, sgarristi, padrini, contabili, ’ndrine e bastarde.  

Il pm Antonio Sparagna chiede a Fozzi di spiegare quando hanno avuto la prova dell’appartenenza di Varacalli alla ’ndrangheta. «Nella conversazione 5610 del 25 giugno - risponde Fozzi - Gioffrè si rammarica di aver raccontato a Varacalli dettagli di una faida calabrese». Varacalli è credibile, per gli investigatori. Ci sono già 58 condanne con rito abbreviato. Ma adesso si ricomincia da capo. «Varacalli è un millantatore, un bugiardo», ci dice un ragazzo affacciandosi dalla gabbie. «Come potete credere a uno così?». Proprio questo cercherà di chiarire il processo. Dall’inizio. Caso per caso. Prova per prova. Come deve essere.