mercoledì 31 marzo 2021

"SALVAI & GABUSI CONTRO GLI SPOSTAMENTI DEI CITTADINI"


Giacché “Non siamo marionette”, torniamo ad occuparci del tratto ferroviario Pinerolo-Torre Pellice poiché il tema del "trasporto pubblico" si inserisce a pieno titolo nel quadro più vasto e complessivo della "gestione del Territorio". A parere dell'Associazione "Rita Atria"  Pinerolo proprio la gestione del Territorio può rappresentare un indicatore utile ad individuare gli scopi, gli indirizzi, il “progetto generale” che guida e determina non solo il carattere di una amministrazione locale ma anche della sua comunità. 

Ribadiamo pertanto che ci preoccupa quel che sta avvenendo a riguardo del tratto ferroviario Pinerolo-Torre Pellice. E lascia ancora una volta basiti l'ultimo intervento del sindaco di Pinerolo, Luca Salvai, quando sembra appoggiare l'azione dell'assessore regionale ai Trasporti Marco Gabusi che, di fatto, "(...) ha impedito a Trenitalia di rispettare il nuovo contratto regionale che prevedeva la ri-apertura della linea ferroviaria tra Pinerolo e Torre Pellice(...)". Sembra questa l'ennesima "capriola" del sindaco Salvai poiché nel programma elettorale del 2015 invece così si esprimeva:"(...) Il pinerolese nell'ultimo decennio è stato un territorio abbandonato a se stesso. (...)Ad una situazione di crescente disoccupazione, si è associata la perdita del Tribunale, il progressivo depotenziamento dell'Ospedale E. Agnelli", la perdita della Camera di Commercio, la perdita del Nizza Cavalleria, la soppressione della linea ferroviaria Pinerolo-Torre Pellice(...). Qui un altro articolo sul tema!

Viviamo, drammaticamente per molti, il tempo in cui la pandemia in atto sta mostrando e dimostrando gli errori di un "sistema" (ambientale, sociale, economico) che pare giunto ad un punto assai critico.  "Niente dovrà essere come prima!" sentiamo proclamare.  Eppure le politiche che vengono perseguite, pure a livello  locale, mostrano spesso evidenti contraddizioni ed il limite culturale di una classe dirigente che pare incapace di elaborare e fare riferimento ad un "quadro complessivo", virtuoso, solidale e sostenibile, a vantaggio invece di disegni e interessi "parziali e particolari". 

Ancora una volta le Associazioni firmatarie,  con la lettera aperta pubblicata in data odierna dall'Eco del Chisone, invitano gli amministratori (locali e regionali) a perseguire politiche concretamente rivolte alla tutela del "bene comune" e del "bene lungimirante delle comunità". 

SALVAI & GABUSI CONTRO GLI SPOSTAMENTI DEI CITTADINI

Serve un piano di efficientamento di tutto ciò che produce emissioni nocive”: queste le parole del sindaco di Pinerolo a chiosa dell'articolo della scorsa settimana sull’Eco del Chisone, a proposito del caos causato dalla sua ordinanza sulla limitazione del traffico imposta dalla giunta regionaleIn questa giunta troviamo anche l’assessore Gabusi, colui che, in barba a tali efficentamenti, ha impedito a Trenitalia di rispettare il nuovo contratto regionale che prevedeva la ri-apertura della linea ferroviaria tra Pinerolo e Torre Pellice che, con una gestione efficiente e l'integrazione sincronizzata di bus verso zone non servite dal treno come il bargese e l’alta Val Pellice, avrebbe già tolto migliaia di auto dalla strada ed un centinaio di autobus dal centro di Pinerolo. 

Da un sindaco 5S ("cinque stelle"), movimento che nel programma elettorale del 2016 chiedeva “una riduzione dei mezzi inquinanti che transitano o raggiungono il centro città” puntando al rilancio del trasporto su ferrovia con la riapertura della Pinerolo - Torre Pellice, ci si aspetterebbe una precisa presa di posizione per far emergere il comportamento contraddittorio dell’assessore Gabusi che blocca il mezzo di Trasporto Pubblico Locale a minor impatto ambientale in assoluto, il treno, (oltre che più comodo, veloce, sicuro, in linea col processo di decarbonizzazione dei trasporti) anziché incentivarlo. Invece quello stesso sindaco sulla sua pagina Facebook si allinea a Gabusi, scrivendo di disinteresse da parte dei pendolari verso il treno (ovvio, se la linea è mal gestita ad arte per disincentivarne l’uso) e di problemi legati ai passaggi a livello (falsi, in quanto il passaggio di un treno ogni mezz'ora equivale ad una chiusura per meno del 4 % del tempo, a fronte di semafori che chiudono per oltre il 50 % del tempo). 

Sindaco che due settimane prima, in occasione della presentazione del manifesto “Ripartiamo insieme” lanciato dal CPE affermava che “funzionerà se il documento verrà tradotto in linee più precise su temi fondamentali come la ferrovia da Pinerolo a Torre Pellice”.

Riteniamo quindi necessario che il sindaco di Pinerolo inizi a prendere in seria considerazione i benefici che la riattivazione della ferrovia Pinerolo-Torre Pellice può portare anche alla città di Pinerolo, perché non si tratta di una questione che riguarda solo la Val Pellice.

LEGAMBIENTE Circolo Val Pellice, Circolo Pinerolo, Circolo Barge, Circolo GreenTo, LEGAMBIENTE Piemonte-VdA
COMITATO TRENOVIVO
ASSOCIAZIONE FERROVIE PIEMONTESI
PROGETTO TRATTOXTRATTO
SALVAICICLISTI PINEROLO
ASSOCIAZIONE RITA ATRIA PINEROLO
OSSERVATORIO 0121-SALVIAMO IL PAESAGGIO
ASSOCIAZIONE INVALPELLICE

FRIDAYS FOR FUTURE Val Pellice-Pinerolo

 CoMIS Piemonte (Coordinamento Mobilità Integrata e Sostenibile)




domenica 10 gennaio 2021

Salvatore Borsellino: "Uno sciacallo come lui non può fare altro che sciacallaggio"



"Vedendo quelle immagini mi viene da vomitare, ma uno sciacallo come lui non può fare altro che sciacallaggio". Così Salvatore Borsellino ha commentato delle immagini che ritraggono Matteo Salvini il quale, indossando una mascherina riportante il volto di Paolo Borsellino, si è fatto fotografare in via D'amelio. Il segretario della Lega, arrivato venerdì a Palermo per presenziare all'udienza preliminare per il caso Open Arms e per il quale è accusato di sequestro di persona e rifiuto di atti d'ufficio, si è prodotto in una "passerella" proprio sul luogo della strage. 

Salvatore Borsellino propone ora di istituire una "Scorta della memoria", un presidio simbolico e volontario che possa custodire e difendere simbolicamente  quel luogo: "almeno dal primo primo maggio al 30 di luglio, i mesi delle stragi, quel luogo e quell'albero dalle 8 del mattino alle 8 della sera. Un giorno della nostra vita per chi a sacrificato la sua vita per noi. 

Salvatore Borsellino: "Mia nipote Roberta è andata in Via D'Amelio a chiedere scusa a Paolo. Se Rita fosse stata ancora in vita sarebbe scesa giù per cacciarlo via a calci. Purtroppo io abito lontano. Posso custodire quel posto soltanto il 19 luglio. Il 19 luglio abbiamo impedito agli avvoltoi di venire in Via D'Amelio a roteare sul luogo della strage ma purtroppo ci sono anche gli sciacalli e quelli vengono quando non c'è nessuno a fare da guardia a quell'albero. Sono felice che a nostra madre sia stato risparmiato lo spettacolo a cui ho dovuto assistere io ieri, quella mascherina con l'effige di Paolo ostentata da quel politico come in altri casi ha ostentato, per opportunismo o per raccogliere qualche misero voto, l'effige di Trump o il rosario.Via D'Amelio è sacra: quel luogo, quell'albero non possono restare incustoditi. Ho riflettuto a lungo: queste profanazioni non si possono e non si devono ripetere. Quell'albero, piantato nella buca che era stata scavata dall'esplosione che ha fatto a pezzi Paolo, Agostino, Claudio, Emanuela e Eddie Walter è stato voluto da nostra madre perché potesse accogliere le persone, i giovani soprattutto, che vengono in quella via a trovare Paolo, ad onorare la memoria di suo figlio e dei ragazzi della sua scorta uccisi insieme a lui. Chi si iscriverà per fare il suo turno di scorta, che durerà un giorno, sarà ospitato per la notte presso la Casa, avrà in consegna una pettorina rossa con la scritta Scorta per la memoria e farà per l'intera giornata, dalle 8 del mattino alle 8 di sera, da guardia all'albero avendo come arma una Agenda Rossa che potrà poi tenere come ricordo di quel giorno della sua vita che ha donato per fare da scorta a Paolo. I gruppi del Movimento delle Agende Rosse, sparsi tutta Italia, saranno i primi, spero, a contribuire a questo servizio di scorta, ma chiunque potrà farlo".






domenica 13 dicembre 2020

Verità e Giustizia per Giulio Regeni. La madre: "Su quel viso ho visto tutto il male del mondo"

Giulio Regeni, dottorando dell'Univeristà di Cambridge, viene rapito il 25 gennaio 2016 -giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir- ed il suo corpo, massacrato, viene fatto ritrovare il 3 febbraio La farsa ignobile del governo egiziano comincia immediatamente con le dichiarazioni del generale Khaled Shalabi il quale dichiara che Giulio Regeni era stato vittima di un semplice incidente stradale. A quella dichiarazione “ignobile” altre ne seguiranno, mentre l'uccisione di Giulio Regeni toglie la maschera al governo egiziano dominato da Abdel Fattah al-Sisi, un governo che fa rapire e torturare sino alla morte centinaia di suoi oppositori, gettando un poco di luce sui tanti “Giulio Regeni egiziani” rapiti, torturati, uccisi, nel silenzio ipocrita della comunità internazionale. 

E la comunità internazionale sarebbe chiamata a combattere pure per la scarcerazione di Patrick Zaki. lo studente egiziano dell'Università di Bologna arrestato nel febbraio di quest'anno, con l'accusa di propaganda sovversiva, e la cui "custodia cautelare" è stata rinnovata di altri 45 giorni pochi giorni orsono.

Paola Regeni: "Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui."

Il 29 marzo 2016 Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, indicono una conferenza stampa che si svolge nella sala del Senato dedicata alle vittime dell'attentato di Nassiriya. Paola Regeni, madre di Giulio: "L'ultima foto che abbiamo di Giulio è del 15 gennaio, il giorno del suo compleanno, quella in cui lui ha il maglione verde e la camicia rossa. Non si vede, ma davanti a lui c'è un piatto di pesce e intorno gli amici, perché Giulio amava divertirsi. Il suo era un viso sorridente, con uno sguardo aperto. E' un'immagine felice". Poi ce un'altra immagine. Quella che con dolore io e Claudio cerchiamo di sovrapporre a quella in cui era felice, quella all'obitorio. L'Egitto ci ha restituito un volto completamente diverso. Al posto di quel viso solare e aperto c'è un viso piccolo piccolo piccolo, non vi dico cosa gli hanno fatto. Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui. All'obitorio, l'unica cosa che ho ritrovato di quel suo viso felice è il naso. Lo ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso". Qui le parole di Paola Regeni. 

Il 10 dicembre scorso nell'atto di chiusura delle indagini, i pm di Roma ed il procuratore capo Michele Prestipino ricostruiscono gli ultimi giorni di Giulio Regeni, catturato e torturato a morte dalla National Security egiziana dal 25 gennaio al 3 febbraio 2016. Torture e sevizie con oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni che gli causarono “acute sofferenze fisiche” portandolo lentamente alla morte. Michele Prestipino: “Abbiamo acquisito elementi di prova univoci e significativi (su quattro agenti egiziani, ndr). Questo è un risultato estremamente importante e non scontato. Abbiamo fatto di tutto per accertare ogni responsabilità, lo dovevamo a Giulio e all’essere magistrati di questa Repubblica. Ringrazio la famiglia di Giulio per la tenacia con la quale ha saputo perseguire le proprie ragioni”.

Nelle carte della Procura emerge anche il nome di colui che, secondo l'accusa, è stato il carceriere, l'aguzzino e il boia del giovane ricercatore: si tratta del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.


Corrado Augias: "In memoria di Giulio Regeni restituisco la legion d'Onore alla Francia"

E' di questi giorni l'ennesima prova dell'ipocrisia di cui scrivevamo prima: nell'ambito di un incontro durante il quale si doveva affrontare anche il tema del rispetto dei diritti umani in Egitto, Emmanuel Macron ha consegnato al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi la Grande Croce della Legion d’Onore della Repubblica francese, la più alta onorificenza del Paese.

Corrado Augias, giornalista e scrittore, cittadino italiano insignito a suo tempo della stessa onorificenza ora concessa al presidente egiziano oggi comunica la sua decisione di restituire quella onorificenza poiché, citando il poeta Orazio, “Sunt certi denique fines, quo ultra citraque nequit consistere rectum” (Vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”).

Auspichiamo che le azioni del governo italiano siano ora all'altezza della richiesta di Giustizia e Verità impugnata dai genitori di Giulio Regeni e tanti cittadine e cittadini italiani.


Lettera di Corrado Augias al direttore di La Repubblica :

"Caro direttore, domani lunedì 14 dicembre, andrò all'Ambasciata di Francia per restituire le insegne della Legion d'onore a suo tempo conferitemi. Un gesto nello stesso grave e puramente simbolico, potrei dire sentimentale. Sento di doverlo fare per il profondo legame culturale e affettivo che mi lega alla Francia, terra d'origine della mia famiglia.

La mia opinione è che il presidente Macron non avrebbe dovuto concedere la Legion d'onore ad un capo di Stato che si è reso oggettivamente complice di efferati criminali. Lo dico per la memoria dello sventurato Giulio Regeni, ma anche per la Francia, per l'importanza che quel riconoscimento ancora rappresenta dopo più di due secoli dalla sua istituzione. Quando il primo console Napoleone Bonaparte la istituì, non voleva ridare vita ad un ordine cavalleresco ma certificare il riconoscimento di un merito, militare o sociale. Questa distinzione è importante in relazione al caso di cui si discute. Dove e quali sono i meriti del presidente Al-Sisi?

I riconoscimenti e le onorificenze degli Stati sono soggetti al mutevole andamento della storia, può accadere che un'insegna elargita in un dato momento si trasformi in un gesto imbarazzante per il comportamento successivo della persona insignita. In questo caso però le cose sono già chiare oggi. Il comportamento delle autorità egiziane, a partire dal suo presidente Abdel Fattah al-Sisi, è stato delittuoso, ha violato i canoni della giustizia, prima ancora quelli dell'umanità.

Ora l'Italia si trova di fronte un'autentica alternativa del diavolo. Rischia di sbagliare qualunque decisione prenda. Se manterrà normali relazioni diplomatiche con l'Egitto sembrerà tradire la memoria di un bravo ricercatore universitario torturato e ucciso per il lavoro accademico che stava svolgendo. Se li interromperà sarà sostituita, tempo pochi giorni, da altri Paesi in molti fruttuosi rapporti commerciali e industriali. In un caso e nell'altro una perdita secca, anche se di diversa natura.I rapporti tra Stati (come ogni rapporto politico) sono regolati dal calcolo, certo non dalla generosità né dall'amicizia, nemmeno dai legami secolari che pure esistono tra Italia e Francia. Però c'è un limite che non dovrebbe essere superato, ci sono occasioni in cui anche i capi di Stato dovrebbero attenersi a quella che gli americani chiamano “the right thing”, la cosa giusta. Credo che il presidente Emmanuel Macron in questo caso abbia fatto una cosa ingiusta".

Ecco il testo della lettera consegnata all'ambasciatore:"Gentile ambasciatore, le rimetto qui accluse le insegne della Legion d'onore. Quando mi venne concessa, il gesto mi commosse profondamente. Dava una specie di consacrazione al mio amore per la Francia, per la sua cultura. Ho sempre considerato il suo paese una sorella maggiore dell'Italia e una mia seconda patria, vi ho risieduto a lungo, conto di continuare a farlo. Nel giugno 1940, mio padre soffrì fino alle lacrime per l'aggressione dell'Italia fascista ad una Francia già quasi vinta.

Le rimetto le insegne con dolore, ero orgoglioso di mostrare il nastrino rosso all'occhiello della giacca. Però non mi sento di condividere questo onore con un capo di Stato che si è fatto oggettivamente complice di criminali. L'assassinio di Giulio Regeni rappresenta per noi italiani una sanguinosa ferita e un insulto, mi sarei aspettato dal presidente Macron un gesto di comprensione se non di fratellanza, anche in nome di quell'Europa che - insieme - stiamo così faticosamente cercando di costruire. Non voglio sembrare più ingenuo di quanto non sia. Conosco abbastanza i meccanismi degli affari e della diplomazia - però so anche che esiste una misura, me la faccia ripetere con le parole del poeta latino Orazio: “Sunt certi denique fines, quo ultra citraque nequit consistere rectum” (Vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto) .

Credo che in questo caso la misura del giusto sia stata superata, anzi oltraggiata.
Con profondo rincrescimento
".

 

lunedì 7 dicembre 2020

Lidia Menapace "Bruna", partigiana (per) sempre!

Lidia Menapace, la "compagna Bruna" è deceduta questa notte all'ospedale 'San Maurizio' di Bolzano dov'era ricoverata da alcuni giorni. Partigiana, donna, femminista ha saputo offrire un contributo prezioso al patrimonio culturale dell'Italia nata dalla vittoria sul nazifascismo: dal suo impegno come staffetta partigiana, all'esperienza come donna-parlamentare e femminista.
Cosa rimane oggi della Resistenza? - diceva nell’aprile 2009 - È rimasto un gran buco da colmare. Siamo davanti a un fenomeno che ho iniziato a chiamare di 'alzheimer organizzato' (…) Tutti noi temiamo l’alzheimer, perché è la perdita della memoria di te stesso (…) ma un intero popolo che viene indotto all’alzheimer è un popolo che tu puoi portare dove vuoi. Senza un passato con cui confrontarsi non ha un futuro".
Anche nelle vesti di parlamentare, il suo pensiero era anzitutto rivolto alla difesa del bene comune agognato dalla vittoria della Resistenza e da realizzarsi attraverso una azione politica onesta: "(...)Noi che eravamo i più giovani e che non mettevamo nell’azione se non una rivolta morale invincibile, su cui fondava il gesto o il fatto politico. Per questo finiamo sempre per trovarci male nell’attività politica fine a se stessa, fatta solo di abilità, di furberia, di puro gusto del potere, ma senza tensione morale, senza un’idea di miglioramento civile, di testimonianza intelligente di rigore».
Anche nei giorni della pandemia, Lidia Menapace sognava di poter uscire per cambiare il mondo“Non vedo l’ora di uscire e andare nel piccolo giardino sotto casa Ma non vorrei che la liberazione dopo il virus, si riducesse solo a uscire di casa. (…) Immagino gruppi di persone che pensino a cambiare le cose dentro un grande movimento di cambiamento. Una vita politica in cui ciascuno vede cose che non funzionano e si impegni per trasformarle, in cui le cose sbagliate siano raddrizzate”.
Lidia Menapace "Bruna": partigiana sempre!


Fonte: Collettiva

Ci ha lasciati la "compagna Bruna". Aveva 96 anni, è deceduta questa notte all'ospedale 'San Maurizio' di Bolzano dov'era ricoverata da alcuni giorni, a seguito del Covid-19, Da vera insegnante ci ha educato con l'esempio della sua vita alla Resistenza, alla voglia di ricostruire dopo le macerie, all'impegno culturale e sociale. Sottolineato da un'interpretazione al femminile della vita e della militanza

Giovanissima, Lidia Menapace, "Bruna", prende parte alla Resistenza e nel 1964 è la prima donna eletta nel Consiglio provinciale di Bolzano. All’inizio degli anni Sessanta inizia a insegnare all’Università cattolica del Sacro Cuore con l’incarico di lettrice di lingua italiana e metodologia degli studi letterari, incarico che durante il Sessantotto non le viene rinnovato a seguito della pubblicazione di un documento intitolato “Per una scelta marxista”. Dopo essere uscita dalla Democrazia cristiana, simpatizza per il Partito comunista e nel 1969 viene chiamata dai fondatori nel primo nucleo de Il Manifesto cui offre per anni il suo fondamentale contributo. Membro di Rifondazione comunista fin dalla fondazione, nelle elezioni politiche del 2006 viene eletta al Senato. 

Da vera insegnante, Lidia Menapace ci ha educato con l’esempio della sua vita: la Resistenza partigiana, la voglia di ricostruire dopo le macerie civili e umane della guerra, l’impegno culturale e sociale. Le sue parole sagge, ironiche, leggere ma pesanti allo stesso tempo, la sua stessa fisicità, il suo profilo inconfondibile ci hanno fatto negli anni innamorare di lei. 

Buonasera a tutte e a tutti - diceva nel marzo del 2017 a Milano - sempre tutte e tutti, cioè sempre il linguaggio inclusivo. E sempre prima tutte e poi tutti, non solo per cortesia che quando c’è si ringrazia e quando non c’è non si può protestare, ma per diritto, perciò si può protestare: perché noi donne siamo di più. Quindi: contano i numeri, contano i voti. Non so se sapete di quanto siamo di più. All’ultimo censimento, quello del 2011, le donne risultarono essere due milioni e trecentomila circa più degli uomini. Quando lo dico, c’è sempre qualche patriarca gentile che mi dice: adesso vedrai che ci mettiamo subito in riga. Guardate che ci fu un milione di voti di donne più che di uomini al referendum 'monarchia-repubblica'; quindi non metteteci sempre così tanto tempo insomma… cercate di sveltirvi un po’… perché altrimenti nel 3003 siamo ancora qui che contiamo quanti dovremmo essere”. C’è in queste parole tutta Lidia, con la sua ironia, la sua schiettezza, il suo femminismo. Una anticipatrice: questa forse è stata la caratteristica più nitida ed esclusiva del suo lavoro.

Scriveva già nel 1993 nella prefazione al volume “Parole per giovani donne”: “Poiché ho ribattuto che possiamo cominciare a sessuare il linguaggio nei miliardi di volte in cui si può fare senza nemmeno modificare la lingua, e poi ci occuperemo dei casi difficili, ecco subito di nuovo a chiedermi perché mai mi sarei accontentata di così poco. Se è tanto poco, dicevo, perché non si fa? Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere”.

Ci ha regalato la definizione più suggestiva del movimento delle donne definendolo ‘carsico’, come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza. Suo è lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”, sua la proposta di una Convenzione permanente di donne contro tutte le guerre. 

Cosa rimane oggi della Resistenza? - diceva nell’aprile 2009 - È rimasto un gran buco da colmare. Siamo davanti a un fenomeno che ho iniziato a chiamare di 'alzheimer organizzato' (…) Tutti noi temiamo l’alzheimer, perché è la perdita della memoria di te stesso (…) ma un intero popolo che viene indotto all’alzheimer è un popolo che tu puoi portare dove vuoi. Senza un passato con cui confrontarsi non ha un futuro. Cosa ho imparato dalla Resistenza? A convivere con la paura e a superarla”.

Oggi siamo noi ad avere paura, Lidia. Senza di te ci sentiamo tutte e tutti (sempre prima tutte e poi tutti, ce lo hai insegnato tu!) un po’ più tristi, un po’ più soli. Qualche mese fa , così diceva Lidia Menapace: “Non vedo l’ora di uscire e andare nel piccolo giardino sotto casa Ma non vorrei che la liberazione dopo il virus, si riducesse solo a uscire di casa. (…) Immagino gruppi di persone che pensino a cambiare le cose dentro un grande movimento di cambiamento. Una vita politica in cui ciascuno vede cose che non funzionano e si impegni per trasformarle, in cui le cose sbagliate siano raddrizzate”. 

Ci proveremo a raddrizzarle queste cose, Lidia, ma senza di te sarà più difficile. Già ci manchi. Ciao, Lidia, ciao Bruna.


lunedì 30 novembre 2020

Giacché “non siamo marionette”, chiediamo chiarimenti sul futuro della ferroviaria Pinerolo-Torre Pellice

Giacché “non siamo marionette”, torniamo ad occuparci di gestione del territorio poiché, a nostro parere, questo può rappresentare un indicatore utile ad individuare gli scopi, gli indirizzi, il “progetto generale” che guida e determina non solo il carattere di una amministrazione locale ma anche della sua comunità. 

Ci preoccupa pertanto quel che sta avvenendo in Val Pellice dove la querelle" sul tratto ferroviario Pinerolo-Torre Pellice pare contraddica “le buone pratiche” che mai come oggi sarebbero necessarie e che tante volte sentiamo sbandierare da più parti ("sbandierare" è ben differente che "attuare") soprattutto in merito alla tutela dell'Ambiente. "Niente dovrà essere come prima" sentiamo spesso proclamare. Eppure l'evidenza dei fatti mostra altrettanto evidenti contraddizioni: nelle nostre valli, amministratori e altri soggetti si ostinano nella contrapposizione fra linea ferroviaria e pista ciclabile, come se le due cose fossero paragonabili e confrontabili visto il servizio che una linea ferroviaria (ed una pista ciclabile) è chiamata a svolgere. Non solo: "il treno" è il mezzo di trasporto universalmente riconosciuto come il più ecologico, sicuro e sostenibile, ancor più se inserito in un sistema sinergico (con il trasporto su ruote e la bicicletta) e all'interno di un sistema strutturato ed efficiente. A queste valutazioni oggi, nel tempo della pandemia,si aggiunge pure il tema della maggior "sicurezza da contagio" negli spostamenti,  visto che il treno consente il necessario “distanziamento” pur con la conseguente riduzione dei posti a sedere dei vettori.

Sul tema della linea ferroviaria Pinerolo-Torre Pellice avevamo già scritto  a seguito di un incontro avvenuto con gli amministratori locali i quali, paradossalmente, in quella occasione "(...) erano però all’oscuro di quanto previsto dagli atti della gara d’appalto vinta da Trenitalia che prevedono la riattivazione della tratta ferroviaria, e del fatto che la Regione ha già impegnato le somme necessarie a tale scopo.(...)" (puoi leggere qui)

una fermata dei bus a Pinerolo

Legambiente Val Pellice, che insieme ad altre associazioni sta conducendo la battaglia per il ripristino della ferrovia Pinerolo-Torre Pellice (ripristino addirittura previsto da un contratto di servizio in essere, come già  scritto, a completamento di una più estesa tratta), scrive ora una lettera inviata al Presidente dell’Unione Montana del Pinerolese e ai Sindaci dei Comuni della Val Pellice e di Pinerolo nella quale si sollecitano chiarimenti in merito al futuro della tratta ferroviaria Pinerolo-Torre Pellice, ancora in bilico tra il ripristino delle linea ferroviaria e la realizzazione di una “ciclovia”.

Lettera inviata al Presidente dell’Unione Montana del Pinerolese 

ai Sindaci dei Comuni della Val Pellice e di Pinerolo 

Con la presente siamo a chiedervi chiarimenti su di un aspetto relativo al ripristino della tratta ferroviaria Pinerolo-Torre Pellice.

In particolare, sia nell’incontro avuto con voi il 10 giugno 2020, ma anche prima e dopo, agli organi d’informazione avete sempre ribadito l’intenzione di dotarvi di uno studio comparativo tra la ferrovia ed altre soluzioni. Quale esempio citiamo l’ultima dichiarazione del Sindaco di Luserna San Giovanni, nonché Presidente dell’Unione Montana, fatta a Piazza Pinerolese il 17 ottobre 2020 “La Regione ci ha chiesto di portare una proposta e noi abbiamo incaricato il Politecnico di fare uno studio. Se ci dirà che il treno è la soluzione migliore, chiederemo quello, altrimenti faremo una proposta alternativa”.

Siamo però venuti a conoscenza che il 9 ottobre il Politecnico di Torino ha pubblicato un bando per una borsa di studio per un’attività di ricerca dal titolo “Studio di fattibilità tecnica ed economica per una ciclovia e di una sede per bus elettrico lungo il sedime della linea ferroviaria Pinerolo – Torre Pellice nel quadro delle reti di mobilità ciclo-pedonale di livello regionale”, a cui è seguito, il 27 ottobre, l’incarico per la realizzazione di tale studio a un neolaureato, per un periodo di 3 mesi prorogabili. Notiamo con preoccupazione che le vostre dichiarazioni non corrispondono a quanto previsto dalla borsa di studio del Politecnico di Torino.

Vi chiediamo inoltre se negli scorsi mesi il Politecnico e/o il CPE hanno già avviato gli studi per cui la Regione, l’Unione montana e il Comune di Pinerolo hanno stanziato 15.000 euro, o se, come temiamo, nulla è accaduto fino all’affidamento di tale borsa di studio.

Ci chiediamo quale possa essere il vantaggio di continuare a rinviare il ripristino della linea ferroviaria nell’attesa di uno studio di fattibilità che, ad oggi, non ha ancora portato alcun risultato. Non sarebbe stato più utile richiedere intanto il ripristino del treno, già previsto, e che garantisce anche maggior distanziamento rispetto ai bus? Ci sembra che sia stato perso tempo prezioso per via di una mancata presa di posizione forte e chiara delle amministrazioni locali verso la Regione Piemonte.

Siamo quindi a chiedervi un incontro urgente, ovviamente in videoconferenza, per confrontarci, a quasi sei mesi dal precedente incontro, su come intendete procedere relativamente al contratto di affidamento del TPL a Trenitalia.

Con l’occasione e per vostra informazione, vi trasmettiamo in allegato l’ordine del giorno, approvato all’unanimità dal Consiglio Comunale di Alba, avente come oggetto: ”Impegno per la riattivazione della linea ferroviaria Alba-Asti, per la difesa delle linee ferroviarie e il trasporto pubblico”.
Ci permettiamo di evidenziarvi il quarto punto delle premesse dove si dice “(Per) I costi della riattivazione … nessun onere sarebbe a carico dei Comuni, al contrario di quel che sarebbe in caso di trasformazione in pista ciclabile, in quanto le opere di ammodernamento e ripristino sono di competenza di Rete ferroviaria italiana”, stessa condizione valida per tutte le tratte ferroviarie, compresa la Pinerolo-Torre Pellice.

Vi alleghiamo anche la richiesta presentata ieri dalla Provincia di Vercelli alla Regione per chiedere il ripristino del servizio ferroviario sulla tratta Novara-Varallo, attualmente sospesa come la Pinerolo-Torre Pellice.

LEGAMBIENTE Circolo Val Pellice, Circolo Pinerolo, Circolo Barge, Circolo GreenTo, Legambiente Piemonte-VdA
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mercoledì 11 novembre 2020

"L'Economia del Bene Comune"

L'associazione Direfarecosolidale, in collaborazione con la fondazione Nuto Revelli e con il patrocinio ed il contributo del Comune di Pinerolo,propone un incontro su piattaforma on line sul tema "L'Economia del Bene Comune". L'incontro è previsto per mercoledì 18 novembre alle ore 21 e vedrà la partecipazione di Lidia Di Vece presidente della Federazione del Bene Comune in Italia, un movimento internazionale che propone un modello socio-economico etico, in cui l'economia mette al centro il benessere delle persone e del pianeta ed è basato su cinque valori: Dignità umana, Solidarietà-giustizia sociale, Eco-sostenibilità, Trasparenza, Condivisione democratica.

L’incontro si svolgerà nella “Resi-stanza” della Fondazione Nuto Revelli su Google Meet, luogo “virtuale” ma non neutro dal punto di vista dei valori. Link per la partecipazione:  https://meet.google.com/phs-xdpf-gjb

Lidia Di Vece, presidente della Federazione italiana: ”Il movimento internazionale per l’Economia del Bene Comune, prende le mosse da alcune imprese pioniere in Austria che, grazie alla visione di Christian Felber, intrapresero il processo complesso dell’economia del bene Comune fin dal 2008, dando poi origine ad una contaminazione che dall’Austria si estese alla Germania al Nord Italia e alla Svizzera. L’Italia già in quegli anni, con alcune imprese del Sud Tirolo, aderì al movimento, ma è nel 2014 che si costituisce formalmente la Federazione Italiana. Al momento attuale l’adesione alla Federazione tra soci persone fisiche e aziende è di 80 unità, mentre sono circa una cinquantina le realtà imprenditoriali e organizzazioni che hanno redatto il loro Bilancio del Bene Comune”.


Riportiamo il testo dell'articolo pubblicato da Vita Diocesana, autori Lucy e Francesco Pagani del Centro Missionario Dicesano:

Luigino Bruni, economista e direttore scientifico del progetto Economy of Francesco promosso da Papa Francesco (progetto che si chiuderà con un convegno ad Assisi dal 19 al 21 novembre 2020) descrive con parole molto interessanti il bene comune, cuore della dottrina sociale della Chiesa: la dimensione più importante della nostra felicità è un qualcosa di pubblico, di condiviso, da cui dipendono anche i suoi aspetti individuali. (...) Se ciascuno degli utilizzatori di un bene comune (un pascolo in montagna, un parco, l'ozono nell'atmosfera, un'impresa...) è animato soltanto dalla ricerca del proprio interesse privato, il bene comune viene distrutto, sebbene nessuno dei soggetti lo voglia. Per conservare e custodire un bene comune, invece, tra le persone deve scattare una logica diversa, che qualcuno chiama "logica del noi", e così far diventare quel "bene di nessuno" un bene di tutti.”                                                                                                                                       

A Pinerolo l'Associazione Direfarecosolidale, da diversi anni, pone all'attenzione della cittadinanza la necessità di cambiare passo per conservare e difendere l'ambiente, evitare sprechi, limitare l'inquinamento del pianeta e promuovere il queste finalità è bene comune. Con queste finalità è stato progettato un programma che prevede la proiezione sull'ambiente (rimandati alla prossima primavera per le restrizioni dovute Covid-19) e incontri on-line sul tema "Diverse Economie”. Si inizia mercoledi 18 novembre alle ore 21 con il seminario "L'economia del bene comune" di Lidia Di Vece, Presidente della il Bene Italiana per il Federazione Comune. L'Economia del bene comune (EBC) è un movimento internazionale che propone un modello socio-economico etico, in cui l'economia mette al centro il benessere delle persone e del pianeta ed è basato su cinque valori: Dignità umana, Solidarietà-giustizia sociale, Eco-sostenibilità, Trasparenza, Condivisione democratica.



mercoledì 4 novembre 2020

Pier Paolo Pasolini: "Perché siamo tutti in pericolo"

"Perché siamo tutti in pericolo. (...) Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. (...)"

Il dovere della Memoria. Pier Paolo Pasolini, ucciso la notte del 2 novembre 1975 sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia. "Una storia sbagliata", come canterà Fabrizio De André nella canzone a Lui dedicata: l'ennesimo delitto italiano di cui ,ancora oggi,  è negata-nascosta la Verità. 
Pier Paolo Pasolini è "intellettuale scomodo", "Io so ma non ho le prove" uomo dalle mille contraddizioni, ma pure colui che in maniera "eretica" analizza e predice la condizione di degrado -civile e morale- a cui la società italiana si andava incamminando. Ancora oggi  appaiono drammaticamente profetiche le sue analisi sui falsi miti della modernità; sul nascente fenomeno del "consumismo"; sul decadimento dei valori e dei legami affettivi e culturali delle comunità; sulla "trasformazione antropologica” che gli italiani parevano subire, aderendo a modelli di cui oggi avvertiamo -con colpevole ritardo- la vacuità e la insostenibilità; sulla "speculazione edilizia" che avrebbe deturpato per sempre luoghi e paesaggi italiani.  
Riproponiamo il ricordo per immagini che Nanni Moretti dedicò a Pier Paolo Pasolini, la riflessione di pasolini su "La forma della città",l'ultima intervista rilasciata a Furio Colombo. 
Fra le tante cose su cui Pasolini riflette in quella intervista colpisce un passaggio: "(...) Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. (...)". Ancora una volta, per l'ultima volta,  Pasolini appare "profetico" quando vediamo coloro che hanno costruito, e continuano a costruire, carriere e privilegi personali (o di casta) fingendosi difensori dei deboli, paladini di legalità o di buona politica. 
Ancora una volta, per l'ultima volta,  Pasolini appare "profetico" anche con se stesso: "(...) Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo".
il ricordo di Nanni Moretti


"La forma della città"

La riflessione di Pasolini sul Fascismo e sul paesaggio contenuta nel documentario "La forma della città".  Riflettendo sulla forma della città di Orte, Pasolini offre una analisi impietosa e profonda del nascente fenomeno della "speculazione edilizia" alimentata dal "boom economico che l'Italia conobbe negli anni del secondo dopoguerra. Secondo Pasolini, mentre il fascismo non era riuscito a modificare la realtà e la cultura dell’Italia se non per alcuni caratteri esteriori, più pericoloso per il patrimonio culturale italiano appare il processo di omologazione condotto dalla cosiddetta "civiltà dei consumi" (di cui strumento principe è "la televisione" (!) con la sua pervasività e capacità di  suggestione e indottrinamento), capace di distruggere e disgregare le realtà locali, il "genius loci", le peculiarità dei territori italiani, appiattendoli e snaturandoli per mezzo di una infinita lottizzazione speculativa. Pasolini si erge così a primo difensore di  quello che lui chiama "il passato senza nome", ovvero la forma della città, il paesaggio italiano, ponendo  l'attenzione sulla necessità di avere cura del territorio e rispetto verso quel patrimonio "anonimo" frutto della storia di una comunità, fondamento di uno sviluppo meditato e sostenibile



Furio Colombo: "Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre (1975), fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo». 

 "Perché siamo tutti in pericolo"
- Furio Colombo: "Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…"
- Pier Paolo Pasolini: "Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

- Furio ColomboEcco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.
- Pier Paolo Pasolini: Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). 
Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora»(mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?

- Furio Colombo: Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?
- Pier Paolo Pasolini: Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri.Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

- Furio Colombo: Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.
- Pier Paolo Pasolini: Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

- Furio Colombo: E qual è la verità?
- Pier Paolo PasoliniMi dispiace avere usato questa parolaVolevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere.L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

- Furio ColomboAllora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
- Pier Paolo PasoliniA me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

- Furio ColomboCome dire che hai nostalgia di quel mondo.
- Pier Paolo PasoliniNo! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega? Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

- Furio ColomboE tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.
- Pier Paolo PasoliniDetta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

- Furio ColomboMa abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…
- Pier Paolo PasoliniChe mi fa rabbrividire.

- Furio ColomboSe non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?
- Pier Paolo PasoliniCredo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

- Furio ColomboPerché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
- Pier Paolo PasoliniNon vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

- Furio ColomboPasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?
- Pier Paolo PasoliniÈ diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. «Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Il giorno dopo, domenica 2 novembre 1975, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia.