Visualizzazione post con etichetta presidio Libera Rita Atria Pinerolo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta presidio Libera Rita Atria Pinerolo. Mostra tutti i post

lunedì 12 marzo 2018

Giuseppe Costanza autista fidato di Giovanni Falcone: "Non siete venuti per assistere ad uno spettacolo ma per ascoltare una denuncia".


Nella serata del 9 marzo scorso, al Teatro Sociale di Pinerolo, Giuseppe Costanza autista fidato di Giovanni Falcone, ha potuto ricevere l'omaggio di un teatro "al completo", tanti sono stati i pinerolesi accorsi a sentire la sua testimonianza. 


Giuseppe Costanza, ringraziando il pubblico e gli amministratori presenti, ha tuttavia tenuto a sottolinearlo: "Non siete venuti per assistere ad uno spettacolo ma per ascoltare una denuncia". La "denuncia" di Giuseppe Costanza è la stessa richiesta di Verità e Giustizia pronunciata pure da Salvatore Borsellino: "La mafia, i mafiosi, sono solo dei manovali. Ancora non siamo arrivati alle menti raffinatissime ( le parole usate da Giovanni Falcone ad indicare gli ideatori - mai scoperti- del fallito attentato all'Addaura), ai mandanti che hanno organizzato le stragi. Falcone poteva essere ammazzato "facilmente" a Roma, dove si muoveva senza scorta...Invece, l'hanno ammazzato in Sicilia. E allora chi è stato?...facile la risposta: la mafia!". 
Lo sappiamo: non è stata sola la mafia, "cosa nostra", a volere la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Giuseppe Costanza, come tanti altri, chiede Verità e Giustizia per scoprire i "mandanti" di quelle stragi, di tutte le stragi e di tutte le morti oscure (senza Verità e Giustizia) che infangano la storia di questo paese, l'Italia, "bellissimo e disgraziato".
Riportiamo il resoconto dei giovani di "Ok. Parliamone", grazie ai quali è stata possibile avere a Pinerolo la preziosa testimonianza di Giuseppe Costanza. 
"Un bagno di folla venerdì 9 marzo al teatro Sociale: 548 persone hanno deciso che Giuseppe Costanza meritasse di essere ascoltato e si sono presentate ad un appuntamento prima di tutto con essi stessi. 
"Ok, Parliamone" (Rebecca Marsura, Pietro Vello, Asia Morosinotto, Sandro Baridon) ringrazia nuovamente il pubblico, lo staff che ha lavorato in modo eccellente per rendere possibile la realizzazione del nostro piccolo sogno, il Comune di Pinerolo ed ovviamente ringrazia Giuseppe Costanza, con la speranza di avergli regalato, nei tre giorni di permanenza a Pinerolo, delle emozioni che gli ricordino che non è stato abbandonato e dimenticato proprio da tutti. Ci teniamo a precisare che Costanza svolge questa attività senza alcun tornaconto economico, prendendo in considerazione anche tutto il tempo che dedica agli incontri e che inevitabilmente è sottratto alla sua vita privata. Il fatto che un uomo che ha servito lo Stato, mettendo a disposizione la propria vita, continui a dedicare moltissimo tempo ad un'attività che ha l'obiettivo di rendere lo stesso Stato che lo ha abbandonato un posto migliore, dovrebbe farci comprendere che un dovere grava su tutti noi. Essendo una persona eccezionale non poteva che lasciare dentro ognuno di noi un pezzo di lui, che ci porteremo dietro per tutta la vita.
Noi ce l'abbiamo messa tutta e ci siamo ripromessi che quello che per noi inizialmente sarebbe stato un punto d'arrivo, lo avremmo fatto diventare il nostro punto di partenza. 
E' questo il momento di alzare la testa e rendersi conto che l'orizzonte non è poi così lontano e lo si raggiunge solamente camminando e continuando a guardalo".

Alla fine della "testimonianza" di Giuseppe Costanza, in tanti hanno voluto salutarlo e ringraziarlo personalmente.

venerdì 9 gennaio 2015

PRESIDIO CONTRO LE VIOLENZE E I FANATISMI

Ieri abbiamo scritto: " Noi pensiamo che la migliore risposta che le comunità possono dare alla strage avvenuta nella redazione parigina di Charlie Hebdo sia quella di creare ponti di dialogo fra le religioni, azioni comuni,  rapporti incentrati sulla conoscenza e sul reciproco rispetto". Abbiamo ricordato il gesto del Vescovo di Pinerolo (qui l'articolo) e dato notizia del comunicato della Commissione della Diocesi di Pinerolo per il dialogo Islamo-Cristiano che condannava la  strage avvenuta a Parigi (leggi qui).

Oggi riceviamo l'invito di EMERGENCY - gruppo di Pinerolo per un presidio da tenersi domani mattina, ore 10.00 in Piazza Facta. 

                                              Aderiamo e Vi invitiamo a partecipare


Il comunicato di EMERCENGY - gruppo di Pinerolo:

La strage di Parigi ci ha lasciati addolorati, sgomenti, arrabbiati. Tutti sentiamo il bisogno di reagire. Ricordiamo quello che il premier norvegese Stoltenberg disse dopo la strage di Utoya del 2011: “Reagiremo con più democrazia, più apertura e più diritti”. 
Non vogliamo cedere alla paura e all’odio. Rifiutiamo la logica di chi divide il mondo in base alla religione, al colore della pelle, alla nazionalità. Rifiutiamo la logica di chi specula sulla morte per i propri interessi, alimentando una spirale di odio e violenza.

È il momento di stare insieme, di far sentire la voce di tutti quelli, e sono tanti, che di fronte alla morte e alla violenza rispondono con il dialogo, la solidarietà e la pratica dei diritti. Tutti quelli che non fanno distinzione tra le vittime di Utoya e Peshawar, di Baqa, di Baghdad, e Parigi, nel Mediterraneo e a New York. Tutti quelli che credono che diritti, democrazia e libertà siano l’unico antidoto alla guerra, alla violenza e al terrore. Dove l’odio divide, i diritti possono unire.


Vi aspettiamo, sabato 10 gennaio, alle 10 in piazza Facta a Pinerolo

EMERGENCY - gruppo di Pinerolo

giovedì 8 gennaio 2015

#CharlieHebdo: "Preghiamo ad una voce sola il Dio Unico"

Noi pensiamo che la migliore risposta che le comunità possono dare alla strage avvenuta nella redazione parigina di Charlie Hebdo sia quella di creare ponti di dialogo fra le religioni, azioni comuni,  rapporti incentrati sulla conoscenza e sul reciproco rispetto . 

Ricordiamo quanto avvenuto a Pinerolo la mattina dello scorso 30 novembre  quando il Vescovo di Pinerolo, mons. Debernardi, aveva inaugurato le aule del Monastero della Visitazione offerte alla "Associazione culturale Moschea Taoub" affinchè le bambine ed i bambini di lingua araba possano apprendere la lingua "dei nonni". qui l'articolo). 

La commissione della Diocesi di Pinerolo per il dialogo Islamo-Cristiano esprime oggi il suo sgomento e la sua condanna per l'a strage avvenuta a Parigi

un momento dell'inaugurazione delle aule concesse dal Vescovo, mons. De Bernardi

Fonte: Vita Diocesana

La commissione per il dialogo della diocesi di Pinerolo: preghiamo ad una voce sola il Dio Unico

08 gennaio 2014
In seguito ai tragici fatti di Parigi, la commissione per il dialogo Islamo-Cristiano della diocesi di Pinerolo, ha rilasciato una nota. Nel testo, a firma di Hamid Tayert e Giorgio D’Aleo, si legge: « Noi, persone del gruppo dell’amicizia islamo-cristiana ci sentiamo profondamente feriti dal terribile attentato di Parigi. In questa azione vediamo l’intervento del demonio che vuole inquinare la Fede e il dialogo esistente, cercando di ostacolare così, il reciproco rispetto che, al contrario, vogliamo consolidare ed accrescere proprio in questa circostanza. Per questo noi, Cristiani e Mussulmani, insieme a tutte le persone di buona volontà, preghiamo ad una voce sola il Dio Unico che ci chiama alla vita, alla reciproca conoscenza e rispetto».
D'Aleo
Da sinistra, il vescovo di Pinerolo, Pier Giorgio Debernardi, con Hamid Tayert e Giorgio D’Aleo del gruppo di amicizia Cristiano-Islamico

mercoledì 7 gennaio 2015

# CharlieHebdo



La SATIRA deve essere libera: "Ridens castigat mores"

Tratto da "Il Nome della Rosa":  dialogo fra Guglielmo da Baskerville e il venerabile Jorge sulle cose che inducono al riso


Guglielmo da Baskerville







venerabile Jorge

JorgeNon pronunciate parole vane che inducano al riso. Spero che le mie parole non vi abbiano offeso, fratello Guglielmo, ma ho udito persone che ridevano di cose risibili (…) Voi francescani, tuttavia, provenite da un Ordine dove la giocondità è vista con indulgenza.
Guglielmo . Oh, sì è vero, il nostro Francesco era disposto al riso.
J.  Il riso è un vento diabolico che deforma il viso degli uomini e li rende simili alle scimmie.
G.  Ma le scimmie non ridono, il riso è proprio dell’uomo.
J.  Come il peccato… Cristo non rideva mai!
G.  Ne siete così sicuro?
J.  Non c’è nulla nelle Scritture che induca a ritenerlo.
G. Ma non c’è nulla che induca a ritenere il contrario. I santi stessi hanno fatto uso delle burle per mettere in ridicolo i nemici della fede. Per esempio, quando i pagani misero S. Mauro nell’acqua bollente, lui si lamentò che l’acqua fosse troppo fredda, il sultano infilò una mano e rimase ustionato.
J. Un santo immerso nell’acqua bollente non si perde in giochi da bambino, reprime le urla e soffre per la verità.
G.  Tuttavia Aristotele dedica il secondo libro della sua “Poetica” alla Commedia come strumento di verità.
J.  Avete letto quell’opera?
G.  No, naturalmente, sono secoli che è andata perduta.    
J.  No, non fu perduta, non fu mai scritta, perché la Provvidenza non vuole che la futilità venga glorificata. 
G.  Ma no, devo contestare…

lunedì 1 dicembre 2014

A Pinerolo noi facciamo così: il Vescovo offre aule del Monastero dellaVisitazione per il corso di lingua araba

Ieri mattina il Vescovo di Pinerolo, mons. Debernardi, ha inaugurato le aule del Monastero della Visitazione offerte alla "Associazione culturale Moschea Taoub" affinchè le bambine ed i bambini di lingua araba possano apprendere la lingua "dei nonni". 
Il gesto del Vescovo di Pinerolo ci pare essere risposta e adesione concreta al segnale espresso da Papa Francesco con la sua visita in Tuchia: a Istambul, Papa Francesco ha visitato la cosiddetta "Mosche Blu"e là si è raccolto in preghiera insieme all'iman.

i rappresentanti della Associazione Moschea Taoub ringraziano mons. Debernardi

The alla menta e dolci tipici della cultura araba offerti ai partecipanti all'inaugurazione




giovedì 27 novembre 2014

Il Coraggio:Piera Aiello e Rita Atria insieme a Paolo Borsellino

PIERA AIELLO, testimone di giustizia; SALVATORE BORSELLINO,fratello del magistrato ucciso nella strage di via D'Amelio, questa sera a Grugliasco : "Alza gli occhi al cielo"
Piera Aiello: "La vita di Rita Atria e la mia sono una storia unica: Rita non sarebbe diventata testimone di giustizia se non avesse seguito- di sua spontanea volontà- il mio esempio; io non sarei stata presa in considerazione fino in fondo se lei non avesse fatto il gesto estremo di togliersi la vita." Le loro vite si incrociano con quella di un altro uomo “che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio. Eravamo – spiega – in una caserma dei carabinieri. Mi ha fatto una domanda semplice e terribile insieme, mentre la mia immagine si rifletteva accanto alla sua”. Quell’uomo era Paolo Borsellino. “Da allora, da quando lo ‘zio Paolo’ mi ha accompagnata davanti a quello specchio e mi ha ricordato chi ero, da dove venivo e dove sarei dovuta andare, sono diventata una testimone di giustizia". 
Interverranno: COMPAGNIA VIARTISTI; MOVIMENTO AGENDE ROSSE TORINO gruppo "Paolo Borsellino"
Introduzione e conclusioni di FLORINDA MAISTO, Presidente del Consiglio Comunale e referente per le Pari Opportunità
Porteranno il proprio saluto il Sindaco di Grugliasco ROBERTO MONTÀ e l'Assessore Regionale alle PariOpportunità MONICA CERUTTI




lunedì 3 novembre 2014

AL FIANCO DELLA FAMIGLIA DI STEFANO CUCCHI

AL FIANCO DELLA FAMIGLIA DI STEFANO CUCCHI

Dopo la sentenza di assoluzione in appello di tutti gli imputati del processo per la morte di Stefano Cucchi non possiamo che esprimere profondo sconcerto e amarezza. Libera è al fianco dei familiari di Stefano impegnati in questa lunga e difficile ricerca della verità.

Come ha sottolineato il Procura di Roma, Giuseppe Pignatone "non è accettabile dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato" e benché "tutte le sentenze meritano assoluto rispetto anche quando, come nel caso di specie, tra loro contrastanti e, a parere dell'ufficio di procura, in tutto o in parte non condivisibili" ci sono delle gravi responsabilità che devono essere verificate e attribuite e che non possono in nessun modo essere accantonate.

Libera anche in questo caso ribadisce inoltre che la morte di Stefano ha alle spalle il meccanismo di una legge che considera sul piano penale un problema come quello della droga, che è innanzitutto sociale e umano.

lunedì 27 ottobre 2014

Contromafie: è giunto il momento di dire basta.


Sono giunti alla conclusione i lavori di Contromafie, gli Stati generali dell'Antimafia tenuti a Roma a partire da giovedì scorso.  La denuncia di don Ciotti e dell'associazione Libera è chiara: " Mafie e corruzione stanno saccheggiando la nostra società grazie a una vera e propria globalizzazione dell’illecito, che ha prodotto i suoi effetti disastrosi per la capacità dei criminali e dei loro complici di inquinare il tessuto sociale, economico e politico di Stati e comunità." 
Nel documento prodotto alla nascita del presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo ( qui il testo integrale) scrivevamo di voler diventare ed essere “sentinelle del territorio”, agire "(...) affinchè dichiarazioni di principio e proclamazioni di intenti sul tema della Legalità (...) non siano mere intenzioni verbali e principi enunciativi ma assumano concretezza e attuazione reale". Ci concediamo quindi una piccola soddisfazione: le riflessioni che il presidio LIBERA "Rita Atria" ha condotto in questi mesi sulla distinzione fra legalità e Giustizia non erano infondate, dal momento che proprio quella distinzione è al primo punto del decalogo,!
Nel manifesto presentato a conclusione dei lavori, il decalogo,  Libera propone dieci impegni per liberare l'Italia dalle mafie e dalla corruzione, con l'obiettivo di tre riforme  prioritarie e necessarie al Paese: riformare la legalità, la solidarietà e l'etica. 

 Dieci proposte. (il decalogo è questo!)



1. Riformare la legalità, perché non sia più una bandiera dietro cui si nasconde chi la viola ogni giorno.


2. Valorizzare il riutilizzo dei beni confiscati alle mafie e alla corruzione come strumenti per la creazione di un nuovo welfare.

3. Garantire la formazione continua del cittadino, per renderlo parte attiva della battaglia contro il crimine.

4. Difendere il ruolo dell’informazione.

5. Rompere i legami tra mafia e politica, assicurando trasparenza ai procedimenti pubblici, con una legge anticorruzione che recepisca le direttive europee.

6. Aggiornare gli strumenti di contrasto alle mafie, estendendo i mezzi d’indagine già sperimentati ai reati di corruzione e alla più grave criminalità d’impresa.

7. Istituire il 21 marzo come Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

8. Restituire alla collettività tutti i beni confiscati ai mafiosi ma anche ai corrotti con una reale capacità d’azione dell’agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati.


9. Contrastare l’economia illegale che condiziona lo sviluppo di interi territori e comunità svelando il ruolo delle lobbies e delle pratiche illecite che condizionano la leale concorrenza, colpendo in profondità su scala nazionale, europea e globale il fenomeno del riciclaggio, irrobustendo le reti territoriali e le associazioni che si oppongono a racket ed usura, contrastando la diffusione del gioco d’azzardo.


10. Introdurre i reati contro l’ambiente nel codice penale.







mercoledì 8 ottobre 2014

Quanto vale la Legalità?

LA LEGALITA' LIBERA TUTTI
Ce lo siamo dimenticati. Ce lo hanno fatto dimenticare le cosche, le cricche, le caste: LA LEGALITA' LIBERA TUTTI.
Anche questa, Legalità, è una di quelle parole speso abusate e -paraddossalmente- sempre presente proprio nei discorsi di coloro che poi si scordano poi di farla seguire da atti di Giustizia vera.
"Quanto vale la Legalità" se lo chiede anche Leonardo La Rocca, esponente di LIBERA Milano, impegnato sul tema dei  "beni confiscati". Riportiamo una sua riflessione, nella quale egli cerca si dare  peso e forma alla parola Legalità

Leonardo La Rocca
Tutte le volte che mi viene chiesto di parlare di legalità, ho una difficoltà enorme a trovare il modo. Mi sembra sempre che tutte le parole non riescano a spiegare il significato profondo e le sfumature meravigliose di questo termine. In effetti credo che il problema stia nel fatto che spesso si ha difficoltà a dare un connotato alla legalità: in un mondo così legato all’immagine, all’immediatezza del concreto, se non vedi è tanto difficile misurare. Ecco perché questa volta ho deciso di approcciare in un modo diverso: vedere quanto misura la legalità.
Ecco la prima misura: con 120 miliardi di Euro, considerando che una moneta da un euro è circa 2 cm di diametro, potremmo coprire la circonferenza terrestre con monete da un euro per ben 40 volte. Con 120 miliardi potremmo creare tre torri di monetine da un euro che vanno dalla Terra alla Luna. Potemmo addirittura coprire di monete da un euro, come fece Pollicino, la strada che parte da Peschiera Borromeo, porta a Lisbona, torna a Barcellona, va a Parigi e poi Amburgo, Mosca, Bucarest, Atene, Roma e torna a Peschiera per ben 200 volte.
Ma perché ho scelto 120 MILIARDI di euro? Semplice, perché si stima che il peso della corruzione, del sommerso, del lavoro nero, dell’economia in nero, in Italia (soltanto in Italia), valga circa 120 miliardi l’anno. Ecco, adesso comincio a misurarla questa legalità. Ma non sono ancora sazio, perché non mi serve a nulla coprire l’equatore con monete da un euro, non percepisco ancora il valore ma solo la grandezza.
E allora faccio una seconda misura: considerato che la mia bimba il prossimo anno inizierà le scuole medie, mi sono informato sul costo dei libri. 300 euro. Con 120 miliardi ci compro i libri per 400 milioni di bambini. Secondo quello spione di google, pare che ci riuscirei a pagare i libri per la metà dei bambini di età scolare (6/14 anni) del mondo.
Ma non mi basta mandare a scuola tutti i bambini, al momento ho speso solo i soldi di un anno di illegalità: voglio immaginarmi almeno tre anni di legalità totale!
E allora penso che ho dovuto cambiare gli ammortizzatori della macchina perché ho le strade piene di buche. Ed ecco che scopro che con 120 miliardi potrei asfaltare 800.000 km di strade. Caspità! più economico del gioco di pollicino. E siamo a due anni. 
Ed al terzo anno? Al terzo anno mi occupo di wellfare! Ecco che mi rispondono quegli spioni di google tramite Unicredit. Pare che il valore economico del Wellfare italiano nel 2013 (e se lo dice una banca direi che ci possiamo credere) si aggiri intorno ai 400 milioni di euro annui. Quindi con la mia brava calcolatrice faccio due conti e scopro che, se da domani smettessero tutti di comportarsi illegalmente, io potrei avere un wellfare del terzo settore pagato per 300 anni. E che me ne faccio? Non so potrei per esempio aumentare di 10 volte il peso del terzo settore e portarlo a 4 miliardi di euro l’anno per 30 anni. Wow! Così anche lo vedo finchè son vivo!
Ma adesso che ho trovato un senso al valore economico della legalità non sono ancora soddisfatto. Non lo sono perché non ho dato un valore etico alla legalità, non sono riuscito a dare una misura a quanto bella sia la legalità così com’è raccontata dalla mia Costituzione (si, mi piace pensare che chi l’ha scritta me ne abbia regalato un pezzo da proteggere e coccolare!). 
E allora faccio un’ultima misura. La faccio pensando al 22 marzo 2014, a Latina, alla manifestazione per la giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera. La giornata in cui si rinnova l’impegno di ciascuno di noi come garanti della legalità, l’impegno alla partecipazione attiva per la legalità e contro le mafie, la corruzione, il lavoro nero, il gioco d’azzardo, il voto di scambio, il malaffare, lo sfruttamento dei minori, lo sfruttamento dei deboli e l’indebolimento della democrazia. La stessa giornata in cui si ricordano (la memoria…) le vittime delle mafie e se ne leggono i nomi, uno per uno, sul palco. Ed in cui si versa una lacrima, ed un brivido ti brucia lungo la schiena a sentirli quei nomi, uno per uno. I nomi di chi ha dato la vita per la legalità. I nomi "famosi" che fanno breccia nel cuore, come quelli di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre e quelli come Hyso Telaray, un bracciante albanese che in pochi ricordano: ammazzato a 22 anni perché si era ribellato allo sfruttamento "negriero" nei campi della Puglia (ma non nel 1800, solo quindici anni fa!).
Caspita! Ora la misura è colma! Ora è chiaro cosa significa legalità e cosa non lo è. Ora anche a me è più chiaro perché non esiste la mezza legalità, quell’alibi di molti per il quale “ma è solo uno scontrino…; ma è solo una fattura, però se mi fa lo sconto…; ma è solo una piccola mazzetta, però l’appalto lo fa bene…;” lo si può sempre dire.
Ora è chiaro. Perché ho capito che ogni volta che rinuncio a quel pezzo di legalità devo immaginare che quel pezzo è un grammo dei 400 chili di tritolo che massacrarono Giovanni. Sì, Giovanni lo chiamiamo in casa, perché per noi è uno di famiglia: lui come la legalità.


Leonardo La Rocca,  presidio Libera Milano


giovedì 25 settembre 2014

Fenomenologia di una calabrizzazione: “La ‘ndrangheta di casa nostra"

Numerose, oramai quotidiane, sono le inchieste giudiziarie e giornalistiche che fanno emergere e mostrano quanto sia diffuso -anche nel Nord Italia- il processo di "calabrizzazione" a cui fa riferimento l'articolo che proponiamo di seguito: Di poche ore fa l'ultima operazione nei confronti della 'ndrangheta in Toscana ed Emilia Romagna
In Piemonte, addirittura viviamo ancora le vicende del Processo Minotauro dal quale sono usciti i nomi e le vicende di insospettabili, di "opportunisti", così li defini Gian Carlo Caselli nella sua requisitoria, che non hanno alcun interesse a denunciare mafie e mafiosi. Questi, intrattenendo rapporti non "penalmente perseguibili", hanno trovato modo e tempo per tornare presto alla ribalta grazie ai partiti di appartenenza e alla  sostanziale ignavia della cosiddetta "società civile", che mai come in questo caso si è dimostrata "poco responsabile"
Facile profezia si era dimostrata quella di affermare i che i mali della Calabria,  così come quelli della Sicilia e della Campania, per citare le terre storicamente pervase dal sistema mafioso, potevano rappresentare "un rischio" per l'Italia intera se non fossero cambiati sostanzialmente i valori culturali di riferimento della nostra società
Sembrava evidenza  storica affermare che lo stato  di decadimento economico in cui versano parti importanti delle terre prima menzionate ha causa certa e provata nella criminalità che, in connubio con la mala-politica,  governa e domina su quei territori. Proprio il mantenimento di uno "stato di bisogno" è la fonte primaria del potere di stampo mafioso! Oggi lo spiegano, vanamente, anche insigni economisti: un sistema corrotto allontana e preclude "sviluppo e futuro" vero, reale e sostenibile.
Le mafie , lo ricordiamo sempre , sono il mezzo più sicuro ed efficace per ottenere ciò che non ci si merita: un sistema fondato anzitutto sull'ingiustizia! Quel che è peggio, come affermò Antonio Ingroia,  è che quei metodi si sono diffusi e vengono utilizzati anche da chi non si può considerare mafioso in senso stretto. 
Cosicchè quelli che venivano considerati "veniali" atti di malcostume,  si sono rivelati essere il primo atto di complicità e accondiscendenza ad un sistema clientelare e di tipo mafioso: il "favore" richiesto  o ottenuto dal potente di turno, anzicchè la rivendicazione di un Diritto da conquistare dopo che si è adempiuto ad un Dovere; la “raccomandazione” che ci permette di occupare un ruolo senza esserne all'altezza e a danno di altri che -per capacità e preparazione- avrebbero meritato più di noi quella posizione; il  "voto" l'arma politica di noi cittadini  ridotta "a merce" quando il voto, anzichè essere libera espressione delle convinzioni politiche di ciascuno,  viene comprato, venduto, barattato,  con la promessa ( l'illusione?) di un posto di lavoro o per la conquista dei tanti privilegi di cui gode la classe politica dirigente di questo paese; l'esistenza  stessa di quei "privilegi" che dovrebbero costituire scandalo -di per sè - in uno stato che si dica civile e democratico!
Comportamenti di "tipo mafioso", mero esercizio di  "potere", hanno provocato la degenerazione e il decadimento di una intera comunità-nazione. Così trova una possibile spiegazione la palese mediocrità di una parte della “classe dirigente” del paese: una spirale perversa che porta all'elezione di personaggi  il cui scopo è ben lontano dal voler amministrare il "bene pubblico" a favore della collettività. 
Alla luce di certi fatti e di certe cronache se una  "unificazione" dell'Italia è avvenuta, questa è avvenuta purtroppo nel radicamento delle dinamiche e dei modi indotti dalle organizzazioni criminali colluse con la mala-politica 
L'articolo che proponiamo dal Blog di Guido Cavalli è quindi l'ennesima dimostrazione di come 'ndrangheta e cosa nostra ( la mafia siciliana) siano oramai a "casa nostra"! 
Emilia Romagna compresa!... E proprio nel paese che fu teatro della famosa saga fra Don Camillo e Beppone, i due personaggi inventati da Guareschi nel secondo dopoguerra e che incarnarono quel confronto-scontro fra "destra e sinistra" fondato -almeno sullo schermo- sui valori dell'onestà e del buona fede! A vedere la situazione di oggi, viene da dire: "Altri tempi!,signora Maria!"...Altro secolo! Altri uomini! 
Come dice Leporello nel Don Giovanni di Mozart "(...) il catalogo è questo!"
Del resto, lo ricordiamo sempre , le mafie "votano! e , soprattutto, "fanno votare"! pertanto, l'appartenenza del politico mostrato nel filmato è davvero poco rilevante giacchè fatti e cronache hanno dimostrato che le mafie non fanno distinzioni partitiche e non hanno "preferenze" politiche. Le mafie sono, da tempo, una sorta di società di servizi e stringono alleanze e rapporti con coloro che vogliono avvalersi " di quei servizi"!

Fonte: Blog di Giulio Cavalli

Fenomenologia di una calabrizzazione

Prendetevi qualche minuto per guardare la prima parte di questo documentario dalla webtv Cortocircuito, parte del loro ultimo documentario “La ‘ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana“. I ragazzi intervistano il sindaco di Brescello Marcello Coffrini (PD);Il primo cittadino parla della realtà locale negando che ci siano “mai state denunce per estorsione o ricettazione”. E poi descrive come “una persona educata e composta” Francesco Grande Aracri, boss condannato in via definitiva per mafia nel 2008, soggetto a regime di sorveglianza speciale e considerato il punto di riferimento dell’ndrangheta in Emilia. 
La troupe di giovani studenti e giornalisti si fa accompagnare da Coffrini sui terreni sequestrati alla famiglia (beni per 3 milioni di euro). Subito vengono raggiunti da un furgoncino che chiede spiegazioni e poi dallo stesso Aracri. Il sindaco si apparta con il boss per spiegare la situazione e tornato in macchina spiega: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.

lunedì 22 settembre 2014

Memoria e responsabilità: il sacrificio di Rosario Livatino, "il giudice ragazzino"; il coraggio civile di Pietro Ivano Nava, testimone oculare dell'omicidio

 ROSARIO LIVATINO:)"ALLA FINE DELLA VITA , QUANDO MORIREMO, NESSUNO CI  VERRA' A CHIEDERE SE SIAMO STATI CREDENTI, MA CREDIBILI "
Rosario Livatino, "Il giudice ragazzino" secondo una definizione coniata da Francesco Cossiga,  fu ucciso, in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre '90 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre - senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto - si recava in Tribunale.
Come Sostituto Procuratore della Repubblica al Tribunale di Agrigento, Rosario Livatino si occupò di delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche, nel 1985, di quella che poi negli anni '90 sarebbe scoppiata come la "Tangentopoli siciliana". Fu proprio Rosario Livatino, assieme ad altri colleghi, ad interrogare per primo un ministro dello Stato, Calogero Mannino accusato di legami con vari boss e di aver stipulato un accordo elettorale con un esponente agrigentino di Cosa nostra, Antonio Vella, nel biennio 1980-1981. Calogero Mannino verrà poi arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa ma assolto in appello nel 2008, per mancanza di prove.
 Dal 21 agosto '89 al 21 settembre '90 Rosario Livatino prestò servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione. 

La vita e il lavoro di Rosario Livatino
Livatino era nato a Canicattì il 3 ottobre 1952 da padre avvocato e madre casalinga. Dopo il liceo classico si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo. A 22 anni era arrivata la laurea cum laude, poi il servizio come vicedirettore in prova all’Ufficio del Registro di Agrigento, per due anni tra il ‘77 e il ‘78. Infine l’ingresso in magistratura nel tribunale di Caltanissetta. Ad Agrigento era approdato nel ‘79, prima come sostituto procuratore e poi, dieci anni dopo, come giudice a latere o sostituto procuratore della Repubblica.
Nella sua carriera si è occupato di criminalità e ha indagato la presenza delle mafie e della corruzione nell’Agrigentino. È famoso il suo interrogatorio all’allora ministro Calogero Mannino, accusato di legami con vari boss e di aver stipulato un accordo elettorale con un esponente agrigentino di Cosa nostra, Antonio Vella, nel biennio 1980-1981. Per la cronaca, Mannino verrà poi arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa ma assolto in appello nel 2008, per mancanza di prove.
Il “giudice ragazzino”, appellativo con cui Livatino è spesso ricordato, si deve al sociologo Nando dalla Chiesa che gli ha dedicato un libro. «A 28 anni, molto giovane, Livatino si era occupato Inchiesta sui Cavalieri del Lavoro di Catania – spiega l’autore –, un gruppo di quattro imprenditori potentissimi nell’edilizia e non solo, che allora sembravano costituire il potere economico più forte nel Sud. Quando ho sentito quello che Cossiga aveva detto di quei giovani giudici siciliani, cioè che "non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre un’indagine complessa", e ho ripensato a quello che Livatino aveva avuto il coraggio di fare, ho deciso di titolare così il libro. Ho pensato che giovani così sono necessari alla magistratura, e che il capo del Csm avrebbe dovuto difenderli anziché attaccarli».
La morte del “giudice ragazzino” fu attribuita a un conflitto di mafia: la Stidda l’avrebbe ucciso per punire un magistrato severo e «per lanciare un segnale di potenza militare verso Cosa nostra». Nel 2001 una sentenza della Cassazione condanna all’ergastolo i quattro sicari –  Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro –, incastrati dalla testimonianza di un uomo che passava sulla strada il giorno dell’esecuzione, Pietro Nava.
Le vere cause della sua morte, per altri, sono invece da attribuirsi alle sue indagini sui legami tra mafia e politica. Di certo la politica non l’ha aiutato: «Non ci sono stati quegli interventi che mettono la giustizia in condizioni di lavorare», dirà Borsellino a proposito della sua morte.


Uno dei primi ad accorrere sulla scena del delitto fu Paolo Borsellino, che rimase molto colpito dall'uccisione del "giudice ragazzino". Così ricorderà quella uccisione: «Lo hanno braccato come un coniglio, povero Rosario, (...)».




Paolo Borsellino ricorderà in una cerimonia pubblica Rosario Livatino, il "Giudice Ragazzino" assassinato dalla mafia a soli 38 anni, il 21 settembre 1990 lungo la strada statale Caltanissetta - Agrigento. Un'occasione per muovere , in una rara intervista televisiva e per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica , un durissimo attacco ai politici che avevano preso di mira i pm anti-mafia senza curarsi di risolvere i problemi ordinari e strutturali della giustizia in Sicilia."I giudici continueranno a lavorare e a sovraesporsi ed in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino, come tanti altri. I politici appariranno ai funerali proclamando unità d'intenti per risolvere questo problema e dopo pochi mesi saremo sempre punto e a capo": aveva dichiarato Paolo Borsellino.
La vita, la morte e la memoria di Rosario Livatino sono l'occasione per sottolineare la responsabilità civile a cui noi cittadini siamo chiamati: solo grazie alla testimonianza Pietro Ivano Nava, il tranquillo rappresentante di commercio che assistette casualmente all'omicidio, è stato possibile rendere giustizia a Rosario Livatino, individuando l'esecutore e i mandanti dell'assassinio del "giudice ragazzino".  Tutti condannati all'ergastolo, in tre diversi processi e nei vari gradi di giudizio,  con pene ridotte per i "collaboranti".

La storia di Pietro Ivano Nava, il testimone dell'omicidio di Rosario Livatino.  

"COSI' PAGA CHI AIUTA LO STATO".


fonte La Repubblica 08 aprile 1992 

Di Giuseppe D’Avanzo
(…) Era un venerdì caldo e senza afa. Erano le nove del mattino. Pietro Ivano Nava, agente di commercio, era a bordo della sua Lancia Thema a quattro chilometri da Agrigento.
Vide sul lato della strada una Ford Fiesta rosso-amaranto con la portiera aperta sul lato destro. Accanto un ragazzotto con il volto coperto dal casco. Più in là, un altro uomo. Sta scavalcando il guard-rail. Ha il volto scoperto, stringe nella destra una pistola. Insegue Rosario Livatino. Il "giudice ragazzino" di Agrigento è stato già colpito ad una spalla. Sta tentando la fuga in un vallone di erba bruciata e sterpi. Il killer della mafia lo braccherà come una bestia. Lo colpirà da lontano e, una volta abbattuto, sparerà ancora - quattro volte - per finirlo. Pietro Ivano Nava dalla sua Lancia Thema fa in tempo a vedere bene l' assassino in faccia. Raggiunge Agrigento. Chiama la polizia. Dice: "Ho visto l' assassino. Se lo trovate, saprei riconoscerlo". E lo ha riconosciuto davvero Domenico Pace, l' assassino.
"Non mi sento un eroe, non mi sento una mosca bianca. Non sono né l' uno né l' altro. Sono un cittadino che crede nello Stato né più né meno come ci credeva Rosario Livatino. E lo Stato non è un' entità astratta. Lo Stato siamo noi. Siamo noi che facciamo lo Stato. Giorno per giorno. Con i nostri comportamenti, la nostra responsabilità, le nostre scelte. Con la nostra dignità. Che avrei dovuto fare? Chiudere gli occhi? Tirare innanzi per la mia strada? No, non sono stato educato a questo modo. Mi sono comportato come mi hanno educato. E non rinnego nulla. Se potessi tornare indietro, lo rifarei. Alzerei ancora quel telefono...". Pietro Ivano Nava è oggi un fantasmaHa lasciato la casa di Monte Marenzo, un paesino della Bergamasca dove ha vissuto per dieci anni. E' stato cancellato dai registri dell' anagrafe, dall' elenco telefonico, dal ricordo dei suoi familiari. Ha vissuto in un anonimo condominio della periferia romana, si è rifugiato su un' isola del golfo di Napoli e ancora in un paesino dell' Irpinia. E' emigrato in Olanda. 
Per sfuggire alla vendetta della mafia, vive ora in un' altro Paese europeo
Dice: "La mia vita è stata stravolta, sì. Ho 42 anni. Avevo degli amici che mi erano cari come fratelli. Non li vedo più, non ci si telefona nemmeno. Ho una famiglia. Posso vederla soltanto di tanto in tanto. Sempre all' improvviso, sempre in fretta. Ho una compagna e due bambini di nove e quattro anni. Trascorriamo del tempo insieme. Quando è possibile, se le condizioni di sicurezza lo permettono. 
Avevo un lavoro. Ero il rappresentante esclusivo per il Mezzogiorno delle porte blindate della ' Dierre' di Villanova d' Asti. Mi hanno licenziato che non era passato neanche un mese dal quel 21 settembre ancora prima di sapere che inferno sarebbe diventata la mia vita. Semplicemnte non volevano guai". La lentezza dello Stato "Avevo una società in nome collettivo in Campania, la ' Delli Cicchi-Nava' . E' stata sciolta due mesi dopo. Ero socio di un' altra società. Anche questa finita. Guadagnavo molto bene. Avevo davanti un futuro senza nubi. Ora vivo di quel che mi passa lo Stato. Non può essere questo il mio futuro. Allo Stato non chiedo nulla, chiedo che non abbandoni la mia famiglia. La mia famiglia, in questa storia, non deve entrarci. Non deve correre nessun pericolo. Mai. Né oggi né domani. Finora non ho nulla da recriminare. Chi mi sta accanto ha fatto il suo dovere. A volte con efficienza, a volte con un' esasperante lentezza burocratica. Io non sono un ' pentito' della mafia o della camorra. A volte ho la sensazione che, per la macchina dello Stato, non ci sia poi tanta differenza tra un ' pentito' e un testimone con un' immacolata fedina penale". ( N.d.r.: all'epoca dell'articolo era ancora da venire la Legge 41/2001 che introduce  la figura del "testimone di giustizia" nella giurisdizione italiana)
E il futuro? Pietro Ivano Nava tace per un un attimo. Poi, dice: "Io ho perso le piccole cose, gli affetti, le consuetudini, i luoghi cari che fanno, di un uomo, un uomo. Ora voglio essere soltanto dimenticato. Chiedo di poter ricostruire la mia normalità, la mia anonima vita normale lontano da scorte e bunker. E non voglio passare da un tribunale ad un altro per ripetere la stessa dichiarazione già letta, sottoscritta, registrata, filmata. Un cruccio? Sì, non potrò più tornare in Sicilia. Mi piacevano i siciliani. Gente geniale, operosa, allegra, viva. Vivono in un contesto terribile. Hanno solo bisogno di un po' di fiducia...".