Associazione "Rita Atria" Pinerolo

Il blog dell'Associazione "Rita Atria" Pinerolo

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venerdì 26 giugno 2020

Anche per Bruno Caccia si deve chiedere Verità e Giustizia.

“Vogliamo conoscere la verità”. 

Era quanto chiedevano i figli di Bruno Caccia nel trentennale dell'uccisione del procuratore capo di Torino. Anche per Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 a  Torino, si deve ancora chiedere Verità e Giustizia

Bruno Caccia è l'unico magistrato ucciso dalle mafie al di fuori delle regioni meridionali.  Nella sentenza di condanna di Domenico Belfiore, referente di primo piano per le ‘ndrine calabresi in Piemonte, di Bruno Caccia  i magistrati scriveranno: «Egli [Bruno Caccia, nda], poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati».

Nei mesi scorsi le parole pronunciate nel corso dell'audizione nella Commissione Legalità del Comune di Torino dall'avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del procuratore capo Bruno Caccia ucciso il 26 giugno 1983, suonavano come un atto d'accusa nei confronti di una regione, il Piemonte, che mostra di aver smarrita, dimenticata, persino oltraggiata, l'eredità e la memoria di Bruno Caccia. Così si è espresso Fabio Repici: "Credo che il delitto Caccia vada riqualificato col termine di cospirazione, che qualifica i delitti che vedono contributi plurimi mirati allo stesso fine. Il caso classico è l'omicidio Kennedy e l'omicidio Caccia fu una cospirazione più o meno con analoghe caratteristiche". Il legale è tornato a parlare di "lacune" dell'attività di indagine e giudiziaria che fanno sì che "dopo 37 anni non conosciamo i nomi dei due killer e non conosciamo esattamente le ragioni né l'identità di tutti i mandanti". Repici ha aggiunto che "quello di Caccia è l'omicidio più importante e delicato nella storia torinese, l'unico procuratore distrettuale ucciso fuori dalla Sicilia, e un delitto così delicato avrebbe dovuto implicare l'impegno massimo di tutte le istituzioni che avessero un ruolo per far qualcosa di utile per accertamento della verità. La verità in archivio non può andare", ha concluso Repici definendo "uno sfregio alla memoria di Caccia che queste lacune vengano tuttora mantenute".

Parole che ribadivano quanto già dichiarato in passato dallo stesso Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte e considerato “l'allievo” di Caccia: secondo Francesco Saluzzo l'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia fu la “controffensiva scatenata da un sistema di poteri composto da intoccabili, 'ndranghetisti, criminali e figure ambigue che beneficiavano della complicità o della non opposizione di magistrati opachi per non dire di peggio". 


«I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo». Questo l’appello di Guido, Paola e Cristina Caccia, figli di Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 dalla `ndrangheta, contenuto nella lettera aperta che avevano indirizzata alla Città di Torino nel trentennale della morte del giudice.  La commemorazione dello scorso anno iniziativa, dicevano i figli di Bruno Caccia, «onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere», ma che non può ridursi soltanto a retorica: serve, sostengono, una «analisi storica». 
«Ciò che durante questi trent’anni sta diventando sempre più chiaro, è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato solo un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale, l’unico condannato, e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. (...) Torino è città-laboratorio, sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno anche un laboratorio di verità».  

Bruno Caccia
Bruno Caccia aveva iniziato la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese rimase sino al 1964 ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 Caccia ritornò nelle aule torinesi con l’incarico di sostituto Procuratore della Repubblica. Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, si occupò di indagare sulle violenze ed i pestaggi che all'epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Come ricorda l'allora suo collega Marcello Maddalena: "Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza". Le indagini di Bruno Caccia si indirizzarono quindi sui terroristi delle Brigate Rosse e Prima Linea e fu lui a condurre le indagini sui primi grandi scandali italiani che coinvolgevano"(...) i grandi petrolieri e i generali delle Fiamme Gialle corrotti, i politici torinesi della prima tangentopoli di Adriano Zampini, gli uomini della Fiat e le mafie trapiantate al Nord". Così Nicola Gratteri ricorda la figura di Bruno Caccia nel libro "Fratelli di sangue". 
Indagini che, come accerterà la storia processuale, dovettero rivelarsi così incisive da decretare la condanna a morte di Bruno Caccia. Ad oggi, Bruno caccia rimane l'unico giudice ucciso per mano delle mafie fuori dalle terre di Sicilia e Calabria. 
E' solo mafia? 
"Vogliamo conoscere la verità", proclamavano i figli del giudice assassinato


l'assassinio di Bruno Caccia
Il 26 giugno 1983, Bruno Caccia si era recato con la famiglia fuori città rientrando a Torino soltanto nella serata. Essendo una domenica, aveva deciso di lasciare a riposo la propria scorta. La decisione facilitò il compito ai sicari della 'ndrangheta. Verso le 23,15 mentre Bruno Caccia portava da solo a passeggio il proprio cane, in via Sommacampagna  venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo. Questi, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia.

Le indagini
Dapprima le indagini presero la via delle Brigate Rosse: erano quelli gli "anni di piombo" e diverse indagini di Bruno Caccia avevano riguardato proprio brigatisti. Il giorno seguente, le Brigate Rosse rivendicarono l'omicidio, ma presto si scoprì che la rivendicazione risultava essere falsa. Inoltre nessuno dei brigatisti in carcere rivelò che fosse mai stato pianificato l'omicidio del magistrato cuneese. Le indagini puntarono allora l'attenzione sui neofascisti del NAR, ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata. L'imbeccata giusta arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all'intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze del 'ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi della 'ndrangheta a Torino, anch'egli in galera. Belfiore ammise che era stata la 'ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e il motivo principale fu che "con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare", come disse lo stesso Belfiore. Una frase inquietante al punto che i magistrati nella sentenza di condanna di colui che era diventato un referente di primo piano per le ‘ndrine calabresi in Piemonte, scriveranno «Egli [Bruno Caccia, nda], poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati».

Palazzo di Giustizia "Bruno caccia" - Torino
A Bruno Caccia sono stati intitolati il Palazzo di Giustizia di Torino, il 26 giugno 2001, e il cascinale "Cascina Bruno e Carla Caccia",  a San Sebastiano da Po, sulle colline torinesi, gestito dall'associazione Libera,. Il cascinale fu sequestrato proprio alla famiglia Belfiore, più precisamente a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, grazie alla legge 109/96.

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Etichette: 'ndrangheta, associazione Rita Atria Pinerolo, Bruno Caccia, Fabio Repici, Giustizia, mafie e politica, magistratura, Verità

martedì 19 settembre 2017

In Calabria, "La metamorfosi delle spose mafiose: da sfingi silenti a madri coraggio"

In Calabria sta avvenendo un fenomeno che potrebbe avere esiti importanti nella battaglia culturale contro le mafie: donne-ribelli, citate da Francesco La Licata nell'articolo "La metamorfosi delle spose mafiose", nel tentativo di salvare i figli maschi da un destino che appare quasi sempre "segnato" (carcere o bara!), decidono di scappare dal mondo mafioso. 
Esattamente quanto fece Rita Atria, la ragazzina siciliana testimone di giustizia a cui abbiamo intitolato il nostro presidio: pur essendo nata in una famiglia mafiosa,  Rita Atria scelse di denunciare per tentare di “cambiare”, lei per prima, il mondo nel quale era nata e che la soffocava. 
Dopo la strage di via D’Amelio nella quale, fra gli altri, venne ucciso Paolo Borsellino, divenuto "padre putativo" di Rita, Rita Atria scriverà nel suo diario le parole che costituiscono il suo testamento spirituale: ““(…) Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”
Francesco La Licata lancia così una sorta di appello: "(...) Queste «eroine» oggi non hanno cittadinanza: stanno in un mondo di mezzo, senza poter contare nell’aiuto dello Stato perché non hanno altro da offrire se non la volontà di cambiare. Bisogna aiutarle, bisogna intervenire perché rappresentano una grande opportunità per la società civile(...)"

Una di queste donne-ribelli si racconta nell'articolo di N. Zancan:  L’inferno vuoto delle donne infuga dalla ’ndrangheta : "Vivo nel limbo: niente auto, gite per i figli, viaggi..."


Fonte: La Stampa 

La metamorfosi delle spose mafiose: da sfingi silenti a madri coraggio

 FRANCESCO LA LICATA
La sottocultura mafiosa, in qualunque parte dei territori si sia estrinsecata, ha sempre trovato solido appoggio dentro l’universo femminile. Per anni, per decenni, i riti tribali delle cosche sono stati monopolizzati dalla gretta grossolanità mascolina, ma sono stati «sigillati» e tramandati dalle «custodi» della tradizione: le mamme e le mogli che, con il loro silenzio, o intendevano tutelare e promuovere l’avanzata «sociale» (sempre nel mondo mafioso) di figli e mariti, oppure sceglievano di «salvare il salvabile» cioè i familiari maschi sopravvissuti alle faide e al regolamento di conti. Un ruolo fondamentale per il mantenimento, per la conservazione della famiglia, quella di sangue e quella mafiosa che non raramente coincidevano.  
Nel corso dei decenni abbiamo, spesso, constatato quanto difficile sia stato penetrare dentro i segreti delle «famiglie», grazie anche alla scelta di campo operata da donne che preferivano la legge criminale a quella dello Stato. Poi, come vedremo, col trascorrere del tempo e con lo scorrere del sangue, abbiamo assistito ad una sorta di mutazione che ha portato il mondo delle donne di mafia a dividersi. Da una parte le femmine ostinatamente legate alla «tradizione», dall’altra quelle che aprivano gli occhi e la mente alla possibilità di poter scegliere un altro modo di vivere e di pensare, ma sempre con l’idea di fare la cosa giusta in direzione del salvataggio dei figli maschi, strappandoli al destino già scritto che li collocava o in carcere o dentro una bara.

Oggi, infine, sembra insorgere l’ultima generazione di «femmine ribelli» (per usare una definizione di Lirio Abbate) che, pur non avendo notizie, conoscenze, segreti da offrire allo Stato in cambio dell’assistenza necessaria a «passare dall’altra parte», sembra determinata ad abbandonare il mondo della violenza per strappare alle mafie il bacino di manovalanza criminale rappresentato dai figli maschi. Queste «eroine» oggi non hanno cittadinanza: stanno in un mondo di mezzo, senza poter contare nell’aiuto dello Stato perché non hanno altro da offrire se non la volontà di cambiare. Bisogna aiutarle, bisogna intervenire perché rappresentano una grande opportunità per la società civile. La storia ci insegna che le mafie, in quanto società chiuse, possono essere scardinate solo dall’interno. E quale migliore grimaldello, se non la «fuga» verso il meglio di tante madri accompagnate dai loro figli? Diventerebbe superfluo persino l’intervento della magistratura che, nei casi più cruenti, arriva a negare ai genitori responsabilità genitoriale sui figli minori. 
È cambiato l’universo delle mafie. In Sicilia e anche in Calabria dove il legame familiare e familistico si è rivelato sempre l’ostacolo maggiore nella battaglia contro le cosche. È trascorso più di mezzo secolo da quando le madri indossavano il lutto in età giovane e lo tenevano fino alla morte. Agata Barresi era la moglie di un mezzo mafioso, madre di cinque figli maschi. Glieli uccisero uno dopo l’altro e assassinarono, per una overdose di odio, anche il figlio illegittimo che il marito aveva avuto da un’altra relazione. Lei non aprì mai bocca, eppure conosceva perfettamente il nome del mandante della strage. Omertà? Paura? Oppure semplicemente lo sbaglio di ritenere di poter fermare, col silenzio, la mano assassina. Altre donne furono protagoniste in negativo: le donne di Enzo Buffa, in procinto di pentirsi, fecero irruzione nell’aula del maxiprocesso di Palermo per impedire che il proprio congiunto divenisse collaboratore di giustizia. E riuscirono nell’impresa, perché Buffa cambiò idea.  

Serafina Battaglia intervistata da Mauro De Mauro
Certo, c’era qualche eccezione, anche allora. Serafina Battaglia denunciò gli assassini del marito e del figlio, ma perse la sua battaglia. Fu protagonista di una drammatica testimonianza in corte d’Assise ma non bastò, i giudici considerarono «insufficiente» il gesto della donna per arrivare a una condanna. Erano altri tempi e la donna non aveva un grande peso: nè dentro la mafia nè nella società civile. Era il tempo in cui il reato di associazione mafiosa veniva ritenuto inapplicabile per una donna, perché - in quanto donna - non sarebbe stata in grado di essere mafiosa. Tutto questo mentre Antonietta Bagarella, futura moglie di Totò Riina, si presentava spavaldamente in Tribunale per rivendicare la «bontà» del fidanzato, definendolo «il migliore degli uomini». 

Lea Garofalo
La svolta arriverà col pentitismo. La storia di questo fenomeno testimonia quale importanza abbiano avuto le donne nel cambiamento. Basterebbe la tragica storia di Lea Garofalo, vittima del marito ndranghetista ma salvatrice della figlia, per esaltare l’eroismo di tante altre donne. Fu Cristina, terza moglie di Tommaso Buscetta, a dare forza al marito nella scelta di collaborare con lo Stato per strappare i figli più piccoli al fascino di Cosa nostra. E Carmela Iuculano fa la stessa cosa quando ascolta lo sfogo delle sue figliolette, Daniela e Serena, che le chiedono conto e ragione del perché a scuola debbano subire l’ostracismo dei compagni. Carmela abbandona il marito, prende i figli e scompare. Come farà, dopo, anche Giusy Vitale, la prima donna accettata dalla mafia come «sostituta» del fratello capomandamento. Qualcuno, come Rita Atria, la sua scelta di fuggire dalla mafia l’ha pagata con la vita: suicida nel suo nascondiglio romano, per il dolore di aver perso il suo padre putativo Paolo Borsellino. 
Queste storie dicono solo che bisogna prendere come opportunità la spinta che arriva oggi dalla Calabria. 


Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 10:00 Nessun commento:
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Etichette: 'ndrangheta, Calabria, cosa nostra, donne ribelli, Francesco La Licata, Lea Garofalo, Lirio Abate, N. Zancan, presidio LIBERA “Rita Atria”- Pinerolo, rita atria, Serafina Battaglia

venerdì 23 giugno 2017

La Direzione Investigativa Antimafia accusa la politica: una certa classe dirigente è prona e collusa


Durissima relazione della DIA contro mafie e "pensiero mafioso". Quanto è stato presentato nella giornata di ieri dal procuratore nazionale F. Roberti e dalla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi è un vero e propio atto di accusa ad "una certa classe dirigente è prona e collusa (alle mafie e al pensiero mafioso, aggiungiamo noi.) Pensiero mafioso che spesso vediamo governare azioni di personagi che non possiamo definire mafiosi.
Un passaggio della relazione richiama alla mente quanto scriveva Enrico Berlinguer nella sua celebre denuncia conto il degrado etico e morale della politica partitica italiana: "(...) I partiti di oggi sono soprattutto macchine
di potere e di clientela; scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss
"
Ieri, 22 giugno 2017, la Direzione Investigativa Antimafia sembra replicare quasi testualmente quei concetti: "Ampie sacche dell'amministrazione hanno abdicato al loro ruolo permettendo la realizzazione di opere pubbliche per interesse personale e non perché utili alla collettività. Una classe dirigente che ha abdicato al proprio ruolo. Non solo non hanno una propria idealità politica, una propria visione della società (che, peraltro, ove sentita in modo coerente, qualunque essa sia, sarebbe già di per sé il migliore antidoto alle collusioni e alle corruzioni) ma non hanno, neppure, una propria idea o strategia sul come investire il denaro pubblico sul territorio al fine di modificare in meglio vita stessa dei cittadini.
Il politico locale, non di rado, è un mero gestore di un potere autoreferenziale. E, conseguentemente, si determina ad investire le risorse pubbliche, non sulla base dell’interesse generale, ma sulla base del suo unico parametro, del suo unico interesse: la valutazione di quanto, quell’opera o servizio consente l’autoconservazione di quel potere...E così l’individuazione esatta dell’opera o del servizio che dovrà essere finanziato e poi messo a gara, avviene sulla base delle circostanze più diverse. Ma non in base al criterio del pubblico interesse(...)
Un'analisi durissima, a cui segue la descrizione di una figura fondamentale alla conservazione del potere mafioso: il facilitatore, colui, cioè, che mette in contatto il mafioso con l'entità politica. Noi aggiungiamo che "facilitatore" è anche colui che mette in contato "il pensiero mafioso" ( pensiero che può appartenere anche a coloro che non possono essere definiti propriamente mafiosi)  con la politica.
Invitiamo quindi a leggere attentamente l'articolo di Giovanni Tizian ( qui il testo) certi che ciascuno di noi vi troverà facilmente esempi e situazioni che dimostrano quanto mafie e "pensiero mafioso" siano mali che riguardano l'intera società italiana, anche le nostre comunità.
Di seguito riportiamo lo specchietto sintetico proposta nell'articolo La Repubblica, Ndrangheta, presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica, e dell'economia, 'Ndrangheta. Articolo nel cui incipit è contenuta 'incipit il quale esordisce con una avvilente constatazione: "Mafie come autorià in grado di indirizzare gli investimenti pubblici"


fonte: La Repubblica
Ndrangheta, presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica, e dell'economia
Nonostante arresti e condanne, le mafie (purtroppo) stanno benissimo. La 'ndrangheta soprattutto. È questo il quadro - amaro - tracciato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) presentata oggi al Senato dal Procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi nella relazione con cui annualmente fa il punto sulle attività svolte dalle diverse Dda durante l'anno. Il 2016 - emerge dal documento - è stato un anno di successi, investigativi e processuali, ma le mafie storiche non sono in crisi. Al massimo, stanno cambiando pelle e strategia per meglio adattarsi ai vuoti provocati da arresti e condanne e alle modificazioni del mercato. Fatta eccezione per Napoli città, dove il periodo di fibrillazione dovuto ad arresti e condanne di capi storici ha dato la stura a un aumento della violenza sanguinaria dei clan, oggi guidati da giovanissimi e incontrollabili leader, le mafie sembrano aver optato per una strategia di controllo del territorio diversa ma altrettanto efficace. 


MAFIE COME AUTORITA' PUBBLICHE

Le mafie stesse rischiano di diventare 'autorità pubblica' in grado di governare processi e sorti dell'economia. "L'uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato", si legge nella relazione.
"Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico - si legge nel testo - che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)".



MAFIE IN GRADO DI INDIRIZZARE INVESTIMENTI PUBBLICI

"Assai spesso, è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua essa stessa il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, conseguenzialmente, indirizza ed impegna la spesa pubblica. Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale". E' questa la novità introdotta dalla criminalità che vuole aggiudicarsi gare e appalti pubblici, utilizzando la corruzione. Non più soltanto tangenti per entrare nella partita, ma intervento diretto nella elaborazione della stessa attività di ideazione, gestione e realizzazione dei bandi di gara.
"Individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all'ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l'opera può essere messa a gara", scrive Roberti, sottolineando come "l'impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo".
"Bandita la gara, si innesta l'attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l'opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela)", conclude la Direzione nazionale antimafia.


NIENTE (O POCO) SANGUE, MEGLIO LA CORRUZIONE
Il metodo "collusivo-corruttivo" ha progressivamente sostituito omicidi, azioni di fuoco e violenza, sempre più relegate al rango di estrema ratio, ma tanto presenti nella memoria collettiva da avere tuttora valenza intimidatoria. Traduzione, ai clan non serve sparare, anzi non lo ritengono conveniente perché attira attenzione e sottrae consenso sociale, dunque corrompono, comprano, coinvolgono professionisti, pubblici ufficiali e politici anche grazie alla forza di intimidazione che deriva dalla memoria del sangue versato. "Le mafie - si legge infatti nella relazione della Dna -  anche senza l'uso di quelle che si riteneva fossero le loro armi principali, continuavano e continuano, non solo, a raggiungere i loro scopi di governo del territorio, di acquisizione di pubblici servizi, appalti, interi comparti economici, ma continuano a farlo avvalendosi dell'assoggettamento del prossimo (sia esso un imprenditore concorrente o un qualsiasi altro cittadino) riuscendo a porre costui, senza fare ricorso all'uso della tipica violenza mafiosa, in uno stato di paralizzata rassegnazione, nella quale, in sostanza, è in balia del volere mafioso". Obiettivo? Quello di sempre, il profitto. Che negli anni della crisi sono soprattutto gli appalti pubblici ad assicurare. E le mafie, la 'ndrangheta in particolare, sono capaci di accaparrarsi su tutto il territorio nazionale, anche grazie al coordinamento della "direzione strategica", individuata quest'anno grazie alle indagini della Dda di Reggio Calabria.

PROPOSTA DI MODIFICA DEL 416 BIS
Ecco perché la Dna torna a sollecitare - per il secondo anno consecutivo - una modifica del 416 bis, l'articolo del codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa, che permetta agli inquirenti di colpire i clan in questa loro nuova veste, aggravando di un terzo la pena "se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo (..) sono acquisite, anche non esclusivamente, con il ricorso alla corruzione o alla collusione con pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio, ovvero ancora, con analoghe condotte tese al condizionamento delle loro nomine". Al netto dei differenti stadi evolutivi che mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra stanno attraversando, emerge infatti un tratto comune che la Dna non esita ad identificare in "un inarrestabile processo di trasformazione delle organizzazioni mafiose, da associazioni eminentemente militari e violente, ad entità affaristiche fondate su di un sostrato miliare". Per questo "gli omicidi ascrivibili alle dinamiche delle organizzazioni mafiose sono complessivamente in calo, mentre il panorama delle indagini mostra un forte dinamismo dei sodalizi in tutti gli ambiti imprenditoriali nei quali viene in rilievo un rapporto con la pubblica amministrazione".
L'ECCEZIONE NAPOLI E LA FEROCIA DEI BABY CAMORRISTI
A Napoli si spara ancora, ma è un'eccezione rispetto al generale trend della camorra e delle mafie storiche tutte. A differenza di tutti gli altri territori, nel capoluogo napoletano si registra un aumento degli omicidi di chiara matrice camorristica, che nel corso del 2016 passano da 45 a 65. A firmarli - spiega la Dna - sono "killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola" ed agiscono in esecuzione delle direttive di "quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea". Arresti e condanne dei capi storici hanno aperto vuoti di potere che "nuove leve criminali che scontano inevitabilmente una non ancora compiuta formazione strategica" pretendono di colmare. Il risultato è "un quadro d'insieme caratterizzato dall'esistenza di molteplici focolai di violenza". E in questo contesto - evidenzia con preoccupazione la Dna-  "i quartieri del centro storico che da sempre hanno suscitato i voraci appetiti della criminalità organizzata, in ragione dell'esistenza di fiorenti mercati della droga, delle estorsioni e della contraffazione, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli".

CAMORRA
Radicalmente diversa e assolutamente in linea con il trend nazionale è invece la situazione nelle aree storicamente controllate dai casalesi e dagli altri clan attivi nel casertano, a nord di Napoli e nel beneventano. In queste zone non si spara più. Ma - si legge nella relazione - "il fatto che in Provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose, sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello ed una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio". Piuttosto, è la manifestazione di una nuova strategia di lungo respiro, basata sull'infiltrazione negli appalti e nei pubblici servizi, "sempre più agevolata da collegamenti stretti con la politica e l'imprenditoria", piuttosto che sul ricorso alla violenza.

I NUOVI CAPI SONO IMPRENDITORI-MAFIOSI
Una trasformazione in linea con il profondo cambiamento della composizione dei vertici delle diverse organizzazioni camorriste, oggi guidate da quegli "imprenditori-camorristi" che in passato erano uomini di fiducia dei capi militari ed oggi si ritrovano al vertice delle varie organizzazioni. Sono uomini d'affari, non generali. Per questo, "pur mantenendo sullo sfondo la possibilità del ricorso alla violenza, che rimane il sostrato su cui si fonda una intimidazione immanente e perdurante", la loro strategia è "la via negoziale (quasi sempre illecita), che, altro non è che estrinsecazione del metodo collusivo-corruttivo ad ogni livello".

COSA NOSTRA SICILIANA
Non sfugge al medesimo trend la mafia siciliana, che al pari se non più della camorra, si è dimostrata in grado non solo di rimanere presente su tutto il territorio regionale, ma è stata soprattutto capace di mettere in atto una "permanente e molto attiva opera di infiltrazione, in ogni settore dell'attività economica e finanziaria, che consenta il fruttuoso reinvestimento dei proventi illeciti, oltre che nei meccanismi di funzionamento della Pubblica Amministrazione, in particolare nell'ambito degli Enti Locali". Insomma, i clan siciliani non sparano ma ci sono e sanno infettare la "Cosa pubblica". Dopo gli anni della strategia di "sommersione" seguita alla cattura di Bernardo Provenzano, Cosa nostra sta attraversando una nuova fase - di transizione - tesa all'individuazione di una nuova leadership, ma questo non ha dato la stura ad un conflitto violento fra famiglie. Il tessuto di regole consolidato nei decenni passati - la cosiddetta "costituzione formale" - ha permesso all'organizzazione di "risollevarsi dalle ceneri". "Cosa Nostra - spiega infatti la Dna - si presenta tuttora come un'organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva".

MODIFICA NORMATIVA PER COLPIRE I RECIDIVI
A guidare i clan - segnala con allarme la Dna - ci sono spesso storici esponenti dell'organizzazione, che finita di scontare la pena tornano alle vecchie attività. Per questo dal gruppo di magistrati che in Dna si occupa di Sicilia arriva un'ulteriore proposta di modifica del 416 bis che preveda "un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione".

RISVEGLIO DELLA SOCIETA' CIVILE
Dalla Sicilia arrivano però anche segnali positivi. Soprattutto a Palermo, sottolineano dalla Dna, l'efficace azione di contrasto, unita "all'obbiettiva minore autorevolezza ed al minore prestigio degli esponenti mafiosi, determina condizioni favorevoli affinché il consenso, l'acquiescenza o quanto meno la sudditanza di cui l'organizzazione ha goduto in passato e che già ha perso in parte degli ambienti sociali, in particolare del capoluogo, vengano definitivamente a mancare". E forse non a caso, a fronte di un numero delle estorsioni sostanzialmente costante, sono aumentate esponenzialmente le denunce.
'NDRANGHETA
Nessun segnale di questo genere si registra invece nelle terre dominate dalla 'ndrangheta, tra le mafie storiche di certo quella più in salute. "Si è di fronte ad un complesso di emergenze significative, ancora di più che in passato, di una ndrangheta presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia, creando - constata la Dna -  in tal modo, le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o, comunque, imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo". E non solo in Calabria.

LA COLONIZZAZIONE DEL NORD
I clan non solo si confermano capillarmente presenti su tutto il territorio calabrese, ma giorno dopo giorno si dimostrano in grado di infettare sempre più territori diversi. Traduzione, il contrasto alla 'ndrangheta non è un problema della Calabria, ma nazionale se non internazionale. Nelle diverse regioni del Nord Italia i clan hanno messo radici solide. Se il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana sono per la Dna territori di reinvestimento grazie a operatori economici compiacenti, Piemonte e Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, sono invece regioni in cui "vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante". Un'infezione che ha contaminato i territori non grazie al sangue versato, ma utilizzando "il "capitale sociale", fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico".

ALLARME GRANDI OPERE
E soprattutto al Nord  c'è un dato che a detta della Dna desta "particolare preoccupazione": l'attivismo dei vari sodalizi di ndrangheta "nel tentativo di inserirsi - attraverso imprese proprie o, comunque, di riferimento - nei procedimenti aventi ad oggetto la realizzazione delle "grandi opere", tra cui, in passato, i lavori legati ad Expo 2015, ed oggi la Tav, nella tratta Torino-Lione, nonché la capacità dagli stessi dimostrata, di fare dei più importanti scali portuali del nord - Genova, Savona, Venezia, Trieste, Livorno - degli stabili punti di sbarco dei grossi quantitativi di sostanza stupefacente importata dal sud-America, in aggiunta a quello di Gioia Tauro". E se un tempo i "camalli" e le loro organizzazioni sindacali erano argine naturale all'infiltrazione della criminalità organizzata, oggi - si legge nella relazione - sono in tanti ad essere al servizio dei clan e questo - constata la Dna - è "espressione e misura del grado di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nei gangli vitali della società".



MINACCIA EVERSIVA

In ragione della sua capacità di contaminazione, la 'ndrangheta - emerge dalla relazione - è dunque una minaccia per la stessa democrazia. Un dato che diventa ancor più preoccupante ed attuale alla luce del nuovo organismo scoperto dai magistrati di Reggio Calabria. Le indagini del 2016 hanno infatti permesso di individuare la direzione strategica della 'ndrangheta e alcuni dei suoi componenti. Non si tratta di capi militari ma di professionisti, pubblici funzionari, deputati e senatori. Per i magistrati di Reggio Calabria nella cabina di comando della 'ndrangheta hanno funzione apicale un ex deputato della Repubblica, Paolo Romeo, massone e vincolato da legami storici e consolidati alla destra eversiva e un avvocato ed ex consigliere comunale, Giorgio De Stefano, legato per sangue e ruolo ad uno dei clan più potenti della 'ndrangheta tutta. Attorno a loro gravitano un importante dirigente della Regione Calabria, Franco Chirico, un ex sottosegretario regionale, Alberto Sarra, e persino un senatore della Repubblica, Antonio Caridi, arrestato quando ancora sedeva in Parlamento.


DEMOCRAZIA SCIPPATA

È questo nucleo ad aver deciso tutte le elezioni che si siano svolte in Calabria dal 2001 a - quanto meno - il 2012. Non si tratta - ed è questo il dato nuovo - dell'ormai canonica raccolta di voti per questo o quel candidato, ma di una pianificazione previa degli uomini e degli schieramenti migliori per garantire all'organizzazione appalti, lavori, commesse, scelte politiche e strategiche. Al momento, secondo quanto emerso dalle indagini, la Santa - questo il nome del nuovo organismo
è in grado di determinare le macropolitiche criminali di tutto il mandamento reggino. Ma più di un elemento, proveniente da vari territori, sembra far emergere una tendenza al coordinamento al vertice di organizzazioni criminali diverse ma unite da un comune obiettivo, il profitto.
Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 10:45 Nessun commento:
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Etichette: 'ndrangheta, camorra, cosa nostra, Gian Carlo Caselli, gli opportunisti, mafie e politicca, pensiero mafioso, presidio LIBERA “Rita Atria”- Pinerolo, processso Minotauro

giovedì 20 aprile 2017

Anche noi invitiamo alla "Cena di Libera Terra"

Anche durante l'anno scolastico in corso, e come avvenuto dalla sua formazione (2011), il presidio LIBERA "Rita Atria" ha svolto numerosi incontri nelle scuole pinerolesi. Fra questi anche presso l'Istituto Superiore "A. Prever", il cui consiglio d’Istituto vuole ora sottolineare il rapporto culturale instaurato col presidio "Rita Atria" organizzando la "Cena di Libera Terra".
La Cena  a cui siamo stati invitati -e alla quale invitiamo- si svolgerà il prossimo 28 aprile 2017 e sarà l'occasione per riflettere ancora una volta sul significato della Memoria: ricordare le vittime innocenti delle mafie e in particolare la figura di Rita Atria, la vittima inocente, testimone di giustizia, a cui è dedicato il presidio pinerolese. Anche Rita Atria era studentessa di un istituto alberghiero.
La cena ha pure una finalità educativa, volendo ribadire l'importanza anche etica di un uso consapevole dei prodotti alimentari e del cibo di cui ci nutriamo: per questo motivo la cena sarà preparata utilizzando alcuni prodotti di LIBERA TERRA (vedi qui), frutto del lavoro che le cooperative svolgono sulle terre confiscate ai mafiosi.
Il tema prescelto per la cena, il riferimento a piatti della tradizione alimentare calabrese/mediterranea, è un altro omaggio alla Giornata della Memoria e dell'Impegno nel Ricordo delle Vittime Innocenti delle mafie che LIBERA celebra il 21 marzo, e ogni anno in una località differente. La località scelta per lo svolgimento della manifestazione nazionale di quest'anno è stata proprio Locri, in Calabria. (Vedi qui). 
Le prenotazioni per la cena si ricevono allo 0121-72402

Anche noi invitiamo alla "Cena di Libera Terra" 





Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 22:36 Nessun commento:
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Etichette: 'ndrangheta, Cena di Libera Terra, GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL'IMPEGNO, Istituto di Istruzione Superiore "A. Prever", Locri, presidio LIBERA “Rita Atria”- Pinerolo, rita atria

venerdì 23 dicembre 2016

Processo San Michele: ennesimo capitolo della 'ndrangheta in Piemonte

Per ritrovare la notizia della sentenza relativa al processo San Michele, ennesima prova conclamata della presenza della 'ndrangheta in Piemonte, occorre visitare le pagine de "La Repubblica", sezione Torino. Sul quotidiano piemontese la Stampa, almeno nella versione "on-line" e per quanto la si sia ricercata, la notizia non viene riportata. Eppure il processo tratta di crimini, rilevanti comessi in Piemonte dalla più potente organizzazione mafiosa , la 'ndrangheta. Così come lascia basiti la mancata richiesta di costituzione a "parte civile" da parte della Regione Piemonte. Perchè?
Acquista pertanto rilievo particolare, nell'articolo pubblicato da "La Repubblica", la riflessione di un esponente politico piemontese il quale dichiara: "(...)le condanne inflitte al processo San Michele dimostrano la rilevanza dei fatti contestati durante tutto il procedimento. E' emerso chiaramente il radicamento della malavita organizzata in Piemonte, i suoi appetiti per le grandi opere, Tav in primis, ed i rapporti con la cosiddetta zona grigia della politica, anche piemontese - sostiene -. Anche oggi abbiamo toccato con mano l'indifferenza della politica rispetto ad un tema che riguarda l'intero territorio (...)".
Parole che sembrano riprendere testualmente le dichiarazioni dell'allora procuratore Gian Carlo Caselli e la sua durissima requisitoria al "processo Minotauro", il processo (lo ricordiamo ancora una volta) che ha fatto emergere chiaramente i legami, "le relazioni" , degli 'ndranghetisti, con "pezzi" del mondo politico e imprenditoriale piemontese. Nella requisitoria del procuratore Caselli, ad essere messa sotto accusa non è sola la criminalità mafiosa ma anche il mondo politico piemontese, colpevole di aver lasciato da sola la magistratura a fronteggiare un cancro, le mafie, la 'ndrangheta; un mondo politico colpevole, riportiamo le testuali parole di Caselli, di “scarsissima sensibilità verso un’emergenza che ha talmente attecchito da non poter neppure essere considerata un’emergenza”. Amara la considerazione del procuratore Caselli: "(...) La mafia c’è perché c’è mercato per i suoi servizi. Ci sono tante persone che traggono vantaggio dall’esistenza della mafia, persone che non hanno nessun interesse a denunciarla. Persone, politici e amministratori, che la legge penale non può punire perché la loro colpa è l’opportunismo”. (leggi qui l'articolo integrale sulle dichiarazioni di G.C. Caselli). 
Ecco perchè la lotta culturale contro le mafie riguarda tutti, ci riguarda in prima persona e investe i nostri personali comportamenti nella comunità, ciacuno per il ruolo e il compito che nella comunità riveste e assolve. 
Sempre più vere risuonano le parole di Rita Atria: " (...) la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci". 














Fonte: La Repubblica



Torino, 'ndrangheta negli appalti pubblici: sei condanne. La più alta, per associazione mafiosa,nel processo San Michele,  è di 9 anni e 6 mesi. 

Assolto l'imprenditore Lazzaro che aveva svolto lavori per la Tav. Sei condanne, alcune delle quali per associazione mafiosa, hanno chiuso oggi a Torino il processo San Michele relativo alla presenza della 'ndrangheta nel Nord Ovest. 

La pena più alta è di 9 anni e 6 mesi per Vincenzo Donato. Ci sono state anche tre assoluzioni. Il processo si riferiva alle infiltrazioni delle 'ndrine crotonesi negli appalti pubblici.  Le altre condanne sono: Luigino Greco a 9 anni e 4 mesi di reclusione, Pasquale Greco a 3 anni di reclusione e 10mila euro di multa, Ion Marian Lubine a 5 anni e 5.500 euro di multa, Nicola Mirante a 9 anni di reclusione, Giovanni Toro a 7 anni.  Nicola Mirante, Vincenzo Donato, Luigino Greco e Giovanni Toro sono stati riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa o, a seconda delle posizioni, di concorso esterno.  Gianluca Donato, Francesco Gatto e Ferdinando Lazzaro sono stati assolti. 

Lazzaro è un imprenditore della Valle di Susa che in passato aveva svolto lavori per la Tav. In questo processo rispondeva solo di reati ambientali relativi alla gestione di una cava in bassa Valle. All'imprenditore Mauro Esposito, che aveva denunciato di avere subito pressioni dalla 'ndrangheta, è stata riconosciuta una provvisionale  di 100mila euro. "Sono contento della sentenza, confido sul prosieguo per i prossimi gradi di giudizio. Il giudice ha riconosciuto l'associazione per delinquere di stampo mafioso e l'estorsione a mio danno perpetrata da una serie di soggetti tra cui Nicola Mirante. Mi sono stati riconosciuti i danni che dovranno essere quantificati in sede civile e una provvisionale di 100 mila euro". Così l'imprenditore piemontese Mauro Esposito, testimone chiave nel processo San Michele, commenta le condanne che hanno chiuso a Torino il processo relativo alla presenza della 'ndrangheta nel Nord Ovest. Spero che adesso tutte le istituzioni che mi hanno creato dei problemi, innanzitutto Inarcassa, mi vengano incontro alla luce della sentenza: le mie denunce erano fondate. Ringrazio tutti i parlamentari che mi sono stati vicino, in particolare il senatore Stefano Esposito e il deputato Davide Mattiello, entrambi della Commissione parlamentare Antimafia", conclude Esposito.

"Siamo soddisfatti. L'impianto accusatorio ha retto". Così il procuratore Roberto Sparagna al termine del processo San Michele questa mattina in Tribunale a Torino."Con San Michele si è ampliato il quadro relativo alla presenza della 'ndrangheta nel Nord Ovest. Per questo bisogna tenere presente le differenze con il processo Minotauro (che ha permesso di scoprire la presenza di una decina di 'localì legate tra loro e dipendenti dalla 'casa madre' del Reggino, ndr). Qui - continua Sparagna - non si parla di 'locali' ma di "ndrine", così come non si parla dell' 'ndrangheta di Reggio Calabria ma di quella di Crotone". 

In una nota il capogruppo regionale  di M5s, Giorgio Bertola afferma che "le condanne inflitte al processo San Michele dimostrano la rilevanza dei fatti contestati durante tutto il procedimento. E' emerso chiaramente il radicamento della malavita organizzata in Piemonte, i suoi appetiti per le grandi opere, Tav in primis, ed i rapporti con la cosiddetta zona grigia della politica, anche piemontese - sostiene -. Anche oggi abbiamo toccato con mano l'indifferenza della politica rispetto ad un tema che riguarda l'intero territorio - aggiunge l'esponente pentastellato -. Un'indifferenza già messa in evidenza dalla mancata costituzione di parte civile al processo da parte della Regione Piemonte. Una macchia indelebile che sarà colmata, almeno in parte, dalla legge regionale 2/2016 promossa dal Movimento 5 Stelle che obbliga l'ente a costituirsi parte civile nei processi per mafia avvenuti sul nostro territorio".  


Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 10:52 Nessun commento:
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