Associazione "Rita Atria" Pinerolo

Il blog dell'Associazione "Rita Atria" Pinerolo

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mercoledì 13 giugno 2018

AREA TURK: A CHI GIOVA?

Come "sentinelle del territorio, il presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo torna ad occuparsi di urbanistica. Come abbiamo sempre detto, ci occupiamo di urbanistica, intesa come governo del territorio, poiché a nostro parere: "(...) l'urbanistica può rappresentare un indicatore utile ad individuare gli scopi, gli indirizzi,  il “progetto generale” che guida e determina il carattere di una amministrazione locale". Per questo consideriamo "(...) la tutela del “territorio” come parte di una educazione alla legalità per una comunità che si dota di anticorpi contro l’infiltrazione della criminalità organizzata(...)".
A due anni dal suo insediamento, l’attuale amministrazione pinerolese si accinge a conferire l’incarico per una “Variante Generale” che auspichiamo ponga rimedio all'ancora vigente Piano Regolatore -superato e sovradimensionato- e alla cosiddetta “Variante Ponte” che, approvata dalla precedente amministrazione, aveva introdotto altre discutibili azioni. Osservazioni tecniche alle Linee Guida di indirizzo della Variante sono state già presentate dalle associazioni “ambientaliste”.La nostra riflessione si incentra invece su aspetti di natura più culturale e sociale insieme, prendendo le mosse da un’area di notevole estensione, pure circoscritta ma la cui importanza non è certo “circoscrivibile”: l’area TURK. Ricordiamo che l’attuale piano regolatore consente di edificare in quell'area ben 869 vani residenziali e superfici commerciali e che la “Variante Ponte” prima citata, al fine di agevolare l'edificazione in quella area, aveva reso possibile anche la demolizione dello storico edificio “follone”, “il TURK”. 
Ci siamo chiesti se quanto previsto sull’area TURK dalla normativa urbanistica vigente si inserisca davvero in una visione organica e strategica per la città, rispondendo alle reali esigenze della comunità.
Ringraziamo il direttore del giornale Vita Diocesana, Patrizio Righero, per aver pubblicato integralmente la nostra riflessione.
L'iL'lL'i  
L'importanza dell'area è confermata anche dalle suddette Linee Guida che la individuano come area sicuramente strategica per la città. Poiché la definizione architettonica del progetto riferito all'area TURK è stata affidata alla “regia pubblica”, auspichiamo si concretizzi un progetto nel quale risulti evidente l'aspetto della “pubblica l'utilità”. In attesa di valutare il progetto elaborato, e di cui ancora non si ha notizia, ci siamo chiesti se quanto previsto sull’area TURK dalla normativa urbanistica vigente si inserisca davvero in una visione organica e strategica per la città, rispondendo alle reali esigenze della comunità.
l'area TURK
l'articolo sul quotidiano "Cronaca qui"
Come presidio di LIBERA non possiamo infine esimerci dal ricordare che il settore dell'edilizia, delle costruzioni, rimane uno di quelli più a rischio di infiltrazione da parte della criminalità organizzata, delle mafie, anche nella nostra regione. Un settore da sempre utilizzato per il riciclaggio di denaro sporco e per investimenti “opachi”. “Pecunia non olet” ricordava l’allora procuratore Gian Carlo Caselli nell’ambito del tristemente famoso processo “Minotauro”. Confessiamo quindi una preoccupazione: non vorremmo che una volta approvato il progetto sull'area TURK questa passasse “di mano”, legittimamente e rapidamente, dai noti imprenditori e cittadini pinerolesi che acquistarono l'area direttamente dal fallimento TURK a nuovi e magari “meno noti” imprenditori di un settore delicato, lo ripetiamo, quale quello delle costruzioni. Anche per questo motivo invitiamo l’amministrazione e la comunità a vigilare e ad agire come “buoni padri di famiglia” sul destino urbanistico di Pinerolo; una città che, alla luce di quanto ancora permesso dagli attuali strumenti che governano il suo territorio, potrebbe apparire come una piazza “favorevole” anche per imprenditori e investitori “spregiudicati”. Ringraziamo quindi anche Marco Bertello, redattore del quotidiano "Cronaca qui "per aver voluto evidenziare le problematiche a cui prima si accennava

AREA TURK: “A chi giova una sua edificazione in chiave “residenziale”?
Giova alla città?
Primo atto necessario alla edificazione nell'area pare essere la demolizione, totale o parziale, dell’edificio ex-merlettificio TURK. La città di Pinerolo perderebbe così un altro dei suoi edifici-simbolo, monumenti lasciati diventare ruderi. Pare una triste consuetudine: a cavallo del 1960, gli amministratori dell’epoca decidevano l'abbattimento della fortificazione-caserma che definiva l’attuale Piazza Cavour, opera di Sébastien Le Prestre di Vauban, architetto di Luigi XIV, il “Re Sole”. Con la scusa di “un solaio pericolante” e del “degrado sociale” causato dalle povere genti che vi trovavano dimora, veniva cancellato una delle strutture militari del Vauban e di cui Pinerolo avrebbe potuto invece menar vanto poichè quegli edifici sono oggi considerati addirittura “patrimonio dell’Umanità”, tutelati dall’Unesco. La “storia” si ripeterà col TURK?
Lungi dal pensare che la situazione debba essere lasciata “così com'è”, nell'incontro pubblico svoltosi lo scorso 19 gennaio 2018, “TURK. La grande occasione”, erano stati presentati esempi virtuosi, ristrutturazioni di edifici simili i quali ripensati, vivificati, reintegrati in ambiti urbanistici che privilegiano la qualità architettonica-urbanistica, hanno offerto alle comunità stimoli e occasioni per originali e coerenti visioni di “identità”, di sviluppo etico, equo, sostenibile.

Giova ai pinerolesi?
Per rispondere a questa domanda, invitiamo a riflettere su alcuni punti:
a) la costruzione di centinaia di nuovi alloggi nell’area “Turk”, svaluterà inevitabilmente il valore degli edifici esistenti, spesso frutto dei risparmi di una intera vita lavorativa, e disincentiverà anche la ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente che, di conseguenza, perderà ulteriormente di valore.
b) aggiungere numerosi nuovi alloggi in una zona priva di una strada alternativa che adegui la viabilità della zona ai numerosi nuovi residenti (nelle linee guida si pensa sia sufficiente prolungare Corso Piave) creerà forti problemi in Corso Piave: dapprima il via-vai dei camion necessari per le demolizioni necessarie e per edificare i nuovi condomini; dopodiché, il traffico dei nuovi residenti. Problemi di viabilità che saranno certo acuiti dal decongestionamento di Corso Torino, previsto nelle stesse linee guida.
c) a farci dubitare della necessità di nuova edilizia residenziale, ricordiamo che a Pinerolo vi sono già 2000 unità abitative sfitte / inutilizzate e che da decenni gli abitanti oscillano intorno alle 36.000 unità.
d) già ora nella città vi sono problemi causati dalle cosiddette “polveri sottili”; problemi forse sottovalutati e non adeguatamente posti alla conoscenza della comunità ma che incidono concretamente sulla salute dei cittadini. L'aumento di traffico causato dalle nuove residenze non farà che aggravare la situazione. Chi se ne farà carico? Eppure, lo ricordiamo, l'amministrazione delle città ha fra i primi compiti proprio la tutela della salute della comunità.

E' coerente con il programma presentato dall'amministrazione e votato da tanti pinerolesi?
Nel programma del Movimento 5 Stelle pinerolese, fra altre cose, così si leggeva: “A Pinerolo non servono più nuovi condomini nei suoi campi(...) occorre invertire la tendenza urbanistica alla dismissione di aree industriali per trasformarle in residenziale o commerciale e agevolarne piuttosto la riqualificazione polifunzionale, incentivando l’insediarsi anche di nuove attività manifatturiere e artigianali compatibili con la residenza (...)individuazione di aree agricole pubbliche e private da assegnare a gruppi di sviluppo territoriale seguiti dal comune, creati per giovani e disoccupati, per la produzione di prodotti agricoli autoctoni.”. Da questo altre domande:
a) come si conciliano quei principi condivisibili con quanto si sta decidendo sull'area del TURK nella quale, lo ricordiamo, è presente anche un prato di 10.000 mq di superficie? Cosa diventerà quel prato?
b) poiché a Pinerolo c'è carenza di lavoro, non certo di alloggi, perché non cercare di rendere nuovamente produttivi gli edifici esistenti, fra questi proprio il TURK, mettendo in atto politiche e agevolazioni che favoriscano nuovi insediamenti? Ad esempio, riconoscendo sgravi fiscali azzerando per alcuni anni IMU, TARI, TASI per locatore e locatari; riconfermando e incentivando le convenzioni con ACEA , già disponibile a fornire energia a prezzo di costo alle aziende che si insediassero nel nostro territorio.
c) più volte lo stesso sindaco Salvai ha menzionato le segnalazioni dell'ASL riferite alle problematiche derivanti da coloro che trovano alloggio e riparo nell’area del Turk. Premesso che le “problematiche igienico-sociali” ritornano spesso nelle vicende urbanistiche a giustificare sventramenti, demolizioni, speculazioni edilizie, il problema non lo si risolverà di certo allontanando “il problema” stesso, i “senza-tetto”, dall'area TURK. Molto più “strategico” e utile alla città sarebbe a nostro parere mettere in atto politiche che, incentivando l'utilizzo del patrimonio edilizio esistente di più basso valore commerciale, reperiscano alloggi da destinare proprio alle fasce sociali più in difficoltà.

Giova ai proprietari dell'area TURK?
a) poiché a Pinerolo ci sono circa 2000 unità abitative sfitte /inutilizzate, è conveniente esercitare proprio adesso il diritto edificatorio consentito sull'area TURK, necessitando investimenti davvero cospicui?
b) gli attuali imprenditori-cittadini pinerolesi proprietari dell'area sono davvero consci di rischiare ingenti somme di denaro, stante il perdurare di una crisi strutturale che ha mutato sostanzialmente le caratteristiche del mercato immobiliare e dell'investimento “nel mattone”?

Presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo

Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 14:07 Nessun commento:
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Etichette: amministrazione di Pinerolo, la grande occasione, mafie al Nord, presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo, processo Minotauro, speculazione edilizia, Turk, urbanistica

martedì 17 aprile 2018

Le mafie: dietro l'angolo di casa nostra

Anche il presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo invita a partecipare all'incontro, organizzato dall'assessorato alla Cultura e Pari Opportunità del comune di Cumiana, che si terrà il giorno 20 aprile alle ore 21, presso la sala Carena: MAFIE: DIETRO L'ANGOLO DI CASA NOSTRA". 
L'incontro vedrà la partecipazione di Arturo Francesco Incurato, referente del presidio Libera "Rita Atria" Pinerolo, e dell'associazione "Ok Parliamone" di Pinerolo.
Secondo le intenzioni dell'amministrazione cumianese, questo primo incontro vuole essere l'inizio di un percorso di riflessione e sensibilizzazione condotta insieme con i cittadini . Così si legge nel comunicato diramato dall'amministrazione : "Riteniamo che sia sempre più fondamentale parlarne, condividere conoscenze ed esperienze, per far comprendere quanto mafie e "pensiero mafioso" siano intorno a noi...o dentro di noi attraverso comportamenti scorretti".

La frase di Gian Carlo Caselli riportata nel sottotitolo costituisce "la denuncia inquietante "contenuta nella requisitoria che l'allora  Procuratore capo di Torino pronuncia la mattina del 27 giugno 2013 ( leggi qui uno degli articoli) nell'ambito del cosiddetto "Processo Minotauro", il processo che disvela quello che, con qualche ipocrisia, si faceva finta di non vedere:  le mafie in Piemonte, la 'ndrangheta in Piemonte!
Significativamente, Gian Carlo Caselli si riserva proprio l'esposizione delle "relazioni esterne" della 'ndrangheta calabrese in Piemonte: imprenditori, uomini politici, amministratori, “pezzi” della società civile che per mera convenienza, per "opportunismo", diventano strumenti, se non addirittura complici, delle organizzazioni mafiose. Organizzazioni le quali, occorre ricordarlo, fondano da sempre la loro forza e il loro potere proprio sulle “relazioni sociali” che sono capaci di intessere in una comunità, in uno scambio di “reciproche convenienze”.
Anche di questo parleremo, ringraziando anticipatamente l'amministrazione di Cumiana per aver voluto proporre una serata di riflessione su di un tema "scomodo" e inquietante.

Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 14:25 Nessun commento:
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venerdì 13 gennaio 2017

Dov'è (la mafia)? Dove si è nascosta (la mafia)?

A partire dallo scorso lunedì 9 gennaio 2017, sul quotidiano La Repubblica ha preso avvio il blog “MAFIE”, da una idea di Attilio Bolzoni. Il primo articolo pubblicato ha un titolo significativo: “Dov'è? Dove si è nascosta?” (qui la pagina del blog "MAFIE"). E Attilio Bolzoni chiede infine, provocatoriamente: “Si è tramutata (la mafia) in un'élite che punta ad accorciare sempre di più le distanze fra mondo illegale e legale?(...) fra qualche anno ( le mafie) non le troveremo più. Non sapremo più riconoscerle“. Le domande contenute del titolo, muovono anche da un breve scritto di Letizia Battaglia. A venticinque anni dall'estate del '92, Letizia Battaglia non sa più dove andare a fotografare i mafiosi” perchè “(...)I mafiosi (e gli amici dei mafiosi) non sembrano più mafiosi. Rassomigliano fisicamente troppo alle persone perbene (….). 

Letizia Battaglia, lo ricordiamo, è la fotografa che testimoniò col sul lavoro gli anni di sangue che cosa nostra sparse nella Sicilia sconquassata dalla "seconda guerra di mafia" che avrebbe portato alle stragi dell'estate del 1992. Fra le tante fotografie, fu proprio Letizia Battaglia a scattare quella che ritrae l'attuale presidente della Repubblica mentre soccorre il fratello morente, Pier Santi Mattarella, pochi minuti dopo essere stato colpito dai killer di cosa nostra, la mattina del 6 gennaio 1980. 

Le lezioni "sulla mafia" che tanti  fingono di  non ricordare."Dov'è (la mafia)? Dove si è nascosta (la mafia)?" Cominciamo dal Piemonte, ad esempio...

Proprio noi che viviamo in Piemonte qualche suggerimento su dove andare a cercare le mafie di oggi ci permettiamo però di darlo. Per (re)imparare a (ri)conoscere quello che sono diventate le mafie, per comprendere come agiscono oggi, basterebbe rileggere -studiandola magari a fondo- la requisitoria che Gian Carlo Caselli pronuncia al processo Minotauro  la mattina del 27 giugno 2013( leggi qui uno degli articoli dell'epoca). 
L'allora procuratore capo di Torino riserva a sé proprio l'esposizione dei fatti rilevati nei confronti della cosiddetta “zona griga” piemontese: imprenditori, uomini politici , amministratori, “pezzi” della società civile che per mera convenienza, per opportunismo(!), diventano complici o strumenti delle organizzazioni mafiose; le quali organizzazioni -occorre ricordarlo- fondano da sempre la loro forza e il loro potere proprio sulle “relazioni sociali” che sono capaci di intessere in una comunità, in uno scambio di “reciproche convenienze”.
Giancarlo Caselli: “(...) La mafia, soprattutto nella sua espansione fuori dalle aree tradizionali, non rinunzia certo alla violenza, ma la usa come ultima risorsa, (…) alle spalle abbiamo oltre trent’anni di mimetizzazione delle mafie al Nord. Questa mimetizzazione rappresenta un elemento di prova decisivo quanto alla pericolosità dell’associazione. Perché presuppone il filtro di una ZONA GRIGIA che costituisce un punto di forza dell’organizzazione (…) Per realizzare i loro affari i mafiosi hanno sempre più bisogno di “esperti”: ragionieri, commercialisti, immobiliaristi, operatori finanziari e bancari, notai, avvocati, politici, amministratori, uomini delle istituzioni [purtroppo, magistrati compresi]: la cosiddetta borghesia mafiosa. (…) Ecco perché non è accettabile la richiesta che spesso viene rivolta ai magistrati di indicare soltanto con molti omissis la rete di relazioni intrecciate dalla criminalità nel tessuto politico e sociale della comunità. Sarebbe un grande errore, il silenzio si trasformerebbe in omertà diffusa e non contribuirebbe sicuramente a bonificare il tessuto sociale. (…) Per fare questo non bastano i magistrati che perseguono i delitti, non bastano gli investigatori: c’è bisogno che tutti [anche, se non soprattutto, la politica e l’intera classe dirigente del Paese] si schierino e operino nella stessa direzione, per togliere spazi alla criminalità.
(...) Vedremo che ci sono tante persone che traggono vantaggi dall'esistenza della mafia. Persone che non hanno interesse a denunziare nulla. Persone (politici, amministratori) che la legge penale non può punire perchè la loro colpa è l'OPPORTUNISMO. Una colpa grave sul piano politico/morale ma non penalmente sanzionata. Una colpa che espone alla ricattabilità.(...)”

Che le mafie, non siano “coppola e lupara” ma "ingiustizia e corruzione, gestione distorta della cosa pubblica, lo sappiamo da decenni, da secoli!
Per fotografare la mafia "di oggi" bisognerebbe semplicemente “fare memoria”! Ad esempio, partire dall'intuizione del “prefetto di ferro” Cesare Mori il quale, spedito in Sicilia da Mussolini nel 1924, ma poi richiamato a Roma ( da chi?...domanda retorica) proprio per fermare l'offensiva militare messa da lui in atto contro brigantaggio e “cosa nostra” nella Sicilia dei primi anni del '900, così ebbe a dichiarare: “Quando i giornali parlano di colpo mortale alla mafia, non hanno capito che brigantaggio e mafia sono due cose diverse. Il colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non solo tra i fichi d'india ama nelle prefettture, nelle questure, nei gradni palazzi padronali e, perchè no, in qualche ministero”.

Facciamo memoria allora e traiamone comportamenti e analisi conseguenti! Uno dei passaggi più significati dell'intervista che Carlo Alberto Dalla Chiesa rilasciò a Giogio Bocca il 10 agosto 1982, pochi giorni prima di essere ucciso: “La mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. A me interessa conoscere questa ‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi o ristoranti à la page . Ma ancor più mi interessa la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, imprese e commerci magari passati a mani insospettabili e corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.

E allora per fotografare la mafia di oggi, ma soprattutto per impedire che mafie e “zona grigia” continuino a dominare questo paese, è necessario davvero “fare memoria” e mettere in pratica "la lezione" sulla mafia tenuta dal giudice Paolo Borsellino il 26 gennaio 1989 all' Istituto Tecnico Professionale di Bassano Del Grappa:
“(...) L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice 'quel politico era vicino ad un mafioso', 'quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto'. E no! questo ragionamento non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale , può dire: 'beh... Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest'uomo è mafioso'. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. (...)”.
Ancora Paolo Borsellino: "Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono daccordo".

La lezione che fingiamo di dimenticare
A Letizia Battaglia, verrebbe allora certo impedito di entrare nei luoghi “deputati” a ritrovare-fotografare mafie, mafiosi e “zona grigia” dei nostri giorni, perchè quei luoghi non sono ovviamente le strade dove scorreva il sangue delle guerre di mafie dello scorso secolo. E anche quella, in realtà, era solo la carneficina dei “pesci piccoli”, dei “picciotti-carne-da-macello”, mentre i “pezzi da novanta”, subito rimpiazzati i capi del “maxi-processo”, avrebbero continuato a manovrare vite e strategie nei luoghi del “potere oscuro”: i luoghi delle relazioni imprescrutabili, degli affari “indicibili”, degli “insospettabili", della "zona grigia"; di quel "mondo di mezzo" così cristallinamente illustrato da Massimo Carminti, uno dei maggiori imputati di "Mafia Capitale" (vedi qui). 
Nei luoghi ove agiscono oggi mafie e pensiero mafioso, ha ragione Letizia Battaglia, “(...) anche i mafiosi non sembrano più mafiosi e rassomigliano fisicamente troppo alle persone perbene.”
A 25 anni dalle stragi siciliane del 1992 tocca alle donne e agli uomini che continuano a credere nella Speranza incarnata da uomini che hanno sacrificato la loro vita per sconfiggere “mafie e pensiero mafioso” nel nostro Paese far sì che “le lezioni” impartite da quegli uomini non siano dimenticate o scansate: per tutti ricordiamo Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Giovanni, Falcone, Paolo Borsellino.



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Etichette: Carlo Albero Dalla Chiesa, Cesare Mori, Gian Carlo Caselli, giovanni Falcone, gli opportunisti, Letizia Battaglia, Paolo Borsellino, presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo, processo Minotauro, Rocco Chinnici

venerdì 23 dicembre 2016

Processo San Michele: ennesimo capitolo della 'ndrangheta in Piemonte

Per ritrovare la notizia della sentenza relativa al processo San Michele, ennesima prova conclamata della presenza della 'ndrangheta in Piemonte, occorre visitare le pagine de "La Repubblica", sezione Torino. Sul quotidiano piemontese la Stampa, almeno nella versione "on-line" e per quanto la si sia ricercata, la notizia non viene riportata. Eppure il processo tratta di crimini, rilevanti comessi in Piemonte dalla più potente organizzazione mafiosa , la 'ndrangheta. Così come lascia basiti la mancata richiesta di costituzione a "parte civile" da parte della Regione Piemonte. Perchè?
Acquista pertanto rilievo particolare, nell'articolo pubblicato da "La Repubblica", la riflessione di un esponente politico piemontese il quale dichiara: "(...)le condanne inflitte al processo San Michele dimostrano la rilevanza dei fatti contestati durante tutto il procedimento. E' emerso chiaramente il radicamento della malavita organizzata in Piemonte, i suoi appetiti per le grandi opere, Tav in primis, ed i rapporti con la cosiddetta zona grigia della politica, anche piemontese - sostiene -. Anche oggi abbiamo toccato con mano l'indifferenza della politica rispetto ad un tema che riguarda l'intero territorio (...)".
Parole che sembrano riprendere testualmente le dichiarazioni dell'allora procuratore Gian Carlo Caselli e la sua durissima requisitoria al "processo Minotauro", il processo (lo ricordiamo ancora una volta) che ha fatto emergere chiaramente i legami, "le relazioni" , degli 'ndranghetisti, con "pezzi" del mondo politico e imprenditoriale piemontese. Nella requisitoria del procuratore Caselli, ad essere messa sotto accusa non è sola la criminalità mafiosa ma anche il mondo politico piemontese, colpevole di aver lasciato da sola la magistratura a fronteggiare un cancro, le mafie, la 'ndrangheta; un mondo politico colpevole, riportiamo le testuali parole di Caselli, di “scarsissima sensibilità verso un’emergenza che ha talmente attecchito da non poter neppure essere considerata un’emergenza”. Amara la considerazione del procuratore Caselli: "(...) La mafia c’è perché c’è mercato per i suoi servizi. Ci sono tante persone che traggono vantaggio dall’esistenza della mafia, persone che non hanno nessun interesse a denunciarla. Persone, politici e amministratori, che la legge penale non può punire perché la loro colpa è l’opportunismo”. (leggi qui l'articolo integrale sulle dichiarazioni di G.C. Caselli). 
Ecco perchè la lotta culturale contro le mafie riguarda tutti, ci riguarda in prima persona e investe i nostri personali comportamenti nella comunità, ciacuno per il ruolo e il compito che nella comunità riveste e assolve. 
Sempre più vere risuonano le parole di Rita Atria: " (...) la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci". 














Fonte: La Repubblica



Torino, 'ndrangheta negli appalti pubblici: sei condanne. La più alta, per associazione mafiosa,nel processo San Michele,  è di 9 anni e 6 mesi. 

Assolto l'imprenditore Lazzaro che aveva svolto lavori per la Tav. Sei condanne, alcune delle quali per associazione mafiosa, hanno chiuso oggi a Torino il processo San Michele relativo alla presenza della 'ndrangheta nel Nord Ovest. 

La pena più alta è di 9 anni e 6 mesi per Vincenzo Donato. Ci sono state anche tre assoluzioni. Il processo si riferiva alle infiltrazioni delle 'ndrine crotonesi negli appalti pubblici.  Le altre condanne sono: Luigino Greco a 9 anni e 4 mesi di reclusione, Pasquale Greco a 3 anni di reclusione e 10mila euro di multa, Ion Marian Lubine a 5 anni e 5.500 euro di multa, Nicola Mirante a 9 anni di reclusione, Giovanni Toro a 7 anni.  Nicola Mirante, Vincenzo Donato, Luigino Greco e Giovanni Toro sono stati riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa o, a seconda delle posizioni, di concorso esterno.  Gianluca Donato, Francesco Gatto e Ferdinando Lazzaro sono stati assolti. 

Lazzaro è un imprenditore della Valle di Susa che in passato aveva svolto lavori per la Tav. In questo processo rispondeva solo di reati ambientali relativi alla gestione di una cava in bassa Valle. All'imprenditore Mauro Esposito, che aveva denunciato di avere subito pressioni dalla 'ndrangheta, è stata riconosciuta una provvisionale  di 100mila euro. "Sono contento della sentenza, confido sul prosieguo per i prossimi gradi di giudizio. Il giudice ha riconosciuto l'associazione per delinquere di stampo mafioso e l'estorsione a mio danno perpetrata da una serie di soggetti tra cui Nicola Mirante. Mi sono stati riconosciuti i danni che dovranno essere quantificati in sede civile e una provvisionale di 100 mila euro". Così l'imprenditore piemontese Mauro Esposito, testimone chiave nel processo San Michele, commenta le condanne che hanno chiuso a Torino il processo relativo alla presenza della 'ndrangheta nel Nord Ovest. Spero che adesso tutte le istituzioni che mi hanno creato dei problemi, innanzitutto Inarcassa, mi vengano incontro alla luce della sentenza: le mie denunce erano fondate. Ringrazio tutti i parlamentari che mi sono stati vicino, in particolare il senatore Stefano Esposito e il deputato Davide Mattiello, entrambi della Commissione parlamentare Antimafia", conclude Esposito.

"Siamo soddisfatti. L'impianto accusatorio ha retto". Così il procuratore Roberto Sparagna al termine del processo San Michele questa mattina in Tribunale a Torino."Con San Michele si è ampliato il quadro relativo alla presenza della 'ndrangheta nel Nord Ovest. Per questo bisogna tenere presente le differenze con il processo Minotauro (che ha permesso di scoprire la presenza di una decina di 'localì legate tra loro e dipendenti dalla 'casa madre' del Reggino, ndr). Qui - continua Sparagna - non si parla di 'locali' ma di "ndrine", così come non si parla dell' 'ndrangheta di Reggio Calabria ma di quella di Crotone". 

In una nota il capogruppo regionale  di M5s, Giorgio Bertola afferma che "le condanne inflitte al processo San Michele dimostrano la rilevanza dei fatti contestati durante tutto il procedimento. E' emerso chiaramente il radicamento della malavita organizzata in Piemonte, i suoi appetiti per le grandi opere, Tav in primis, ed i rapporti con la cosiddetta zona grigia della politica, anche piemontese - sostiene -. Anche oggi abbiamo toccato con mano l'indifferenza della politica rispetto ad un tema che riguarda l'intero territorio - aggiunge l'esponente pentastellato -. Un'indifferenza già messa in evidenza dalla mancata costituzione di parte civile al processo da parte della Regione Piemonte. Una macchia indelebile che sarà colmata, almeno in parte, dalla legge regionale 2/2016 promossa dal Movimento 5 Stelle che obbliga l'ente a costituirsi parte civile nei processi per mafia avvenuti sul nostro territorio".  


Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 10:52 Nessun commento:
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Etichette: 'ndrangheta, 'ndrangheta in Piemonte, presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo, processo Minotauro, processo San Michele, Regione Piemonte

martedì 10 marzo 2015

Continua il Processo Minotauro: la 'ndrangheta in Piemonte

Le mafia al Nord esistono perchè , divenute una sorta di società di servizi, in tanti accorrono a chiedere i servizi che quelle offrono. ll processo Minotauro, in corso a Torino, è giunto alla fase  dell'Appello. Il processo Minotauro, lo ricordiamo, è il processo che ha fatto "scoprire" la quantità e la qualità della presenza mafiosa in "pezzi" del tessuto civile, politico e imprenditoriale della regione piemontese.

Pesanti richieste del Pubblico Ministero per gli imputati principali del processo: è stata chiesta la conferma per Nevio Coral, ex sindaco di Leinì condannato a 10 anni in primo grado. Chiesti 15 anni per Rosario Marando, assolto in primo grado e arrestato pochi giorni fa a Roma per sequestro di persona. La procura generale ha chiesto la conferma della pena di 14 anni per Giorgio De Masi, considerato il “padrino di Rivoli”, "l’uomo che parlava con la politica" ( leggi qui). Su questo tema sono stati chiesti sette anni per l’ex segretario comunale di Rivarolo Canavese Antonino Battaglia

Fonte: La Stampa

Inchiesta Minotauro, al processo d’appello chiesti oltre 600 anni di carcere

Gli imputati sono 63: chiesta la conferma della condanna per Nevio Coral, ex sindaco di Leini
Il procuratore generale Antonio Malagnino durante la requisitoria
Torino  09/03/2015
 Giuseppe Legato
Mano pesante del procuratore generale Antonio Malagnino al processo d’Appello Minotauro che si sta celebrando con rito ordinario. Il pg ha chiesto 609 anni di carcere per 63 imputati. Tra di loro è stata chiesta la conferma per Nevio Coral ex sindaco di Leinì condannato a 10 anni in primo grado. Chiesti 15 anni per Rosario Marando, assolto in primo grado e arrestato pochi giorni fa a Roma per sequestro di persona. Chiesta anche la riforma della condanna per Antonino Occhiuto, condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado. Per lui l’accusa ha chiesto 16 anni. La procura generale ha chiesto la conferma della pena di 14 anni per Giorgio De Masi, considerato il “padrino di Rivoli”, l’uomo che parlava con la politica. Su questo tema sono stati. Chiesti sette anni per l’ex segretario comunale di. Rivarolo Canavese Antonino Battaglia secondo la Procura colpevole di voto di scambio politico mafioso.
In primo grado erano state comminate pene per 266 anni di carcere a carico di 74 imputati. Di questi 36 erano stati condannati e 38 assolti. Altri 50 imputati del prossimo Minotauro sono stati giâ condannati in Cassazione pochi giorni fa. In primo grado erano stati inflitti 266 anni di carcere a Fronte di richieste per poco più di 700 anni.
In primo grado erano state comminate pene per 266 anni di carcere a carico di 74 imputati. Di questi 36 erano stati condannati e 38 assolti. Altri 50 imputati del prossimo Minotauro sono stati già condannati in Cassazione pochi giorni fa (leggi qui). 
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giovedì 25 settembre 2014

Fenomenologia di una calabrizzazione: “La ‘ndrangheta di casa nostra"

Numerose, oramai quotidiane, sono le inchieste giudiziarie e giornalistiche che fanno emergere e mostrano quanto sia diffuso -anche nel Nord Italia- il processo di "calabrizzazione" a cui fa riferimento l'articolo che proponiamo di seguito: Di poche ore fa l'ultima operazione nei confronti della 'ndrangheta in Toscana ed Emilia Romagna. 
In Piemonte, addirittura viviamo ancora le vicende del Processo Minotauro dal quale sono usciti i nomi e le vicende di insospettabili, di "opportunisti", così li defini Gian Carlo Caselli nella sua requisitoria, che non hanno alcun interesse a denunciare mafie e mafiosi. Questi, intrattenendo rapporti non "penalmente perseguibili", hanno trovato modo e tempo per tornare presto alla ribalta grazie ai partiti di appartenenza e alla  sostanziale ignavia della cosiddetta "società civile", che mai come in questo caso si è dimostrata "poco responsabile"
Facile profezia si era dimostrata quella di affermare i che i mali della Calabria,  così come quelli della Sicilia e della Campania, per citare le terre storicamente pervase dal sistema mafioso, potevano rappresentare "un rischio" per l'Italia intera se non fossero cambiati sostanzialmente i valori culturali di riferimento della nostra società! 
Sembrava evidenza  storica affermare che lo stato  di decadimento economico in cui versano parti importanti delle terre prima menzionate ha causa certa e provata nella criminalità che, in connubio con la mala-politica,  governa e domina su quei territori. Proprio il mantenimento di uno "stato di bisogno" è la fonte primaria del potere di stampo mafioso! Oggi lo spiegano, vanamente, anche insigni economisti: un sistema corrotto allontana e preclude "sviluppo e futuro" vero, reale e sostenibile.
Le mafie , lo ricordiamo sempre , sono il mezzo più sicuro ed efficace per ottenere ciò che non ci si merita: un sistema fondato anzitutto sull'ingiustizia! Quel che è peggio, come affermò Antonio Ingroia,  è che quei metodi si sono diffusi e vengono utilizzati anche da chi non si può considerare mafioso in senso stretto. 
Cosicchè quelli che venivano considerati "veniali" atti di malcostume,  si sono rivelati essere il primo atto di complicità e accondiscendenza ad un sistema clientelare e di tipo mafioso: il "favore" richiesto  o ottenuto dal potente di turno, anzicchè la rivendicazione di un Diritto da conquistare dopo che si è adempiuto ad un Dovere; la “raccomandazione” che ci permette di occupare un ruolo senza esserne all'altezza e a danno di altri che -per capacità e preparazione- avrebbero meritato più di noi quella posizione; il  "voto" l'arma politica di noi cittadini  ridotta "a merce" quando il voto, anzichè essere libera espressione delle convinzioni politiche di ciascuno,  viene comprato, venduto, barattato,  con la promessa ( l'illusione?) di un posto di lavoro o per la conquista dei tanti privilegi di cui gode la classe politica dirigente di questo paese; l'esistenza  stessa di quei "privilegi" che dovrebbero costituire scandalo -di per sè - in uno stato che si dica civile e democratico!
Comportamenti di "tipo mafioso", mero esercizio di  "potere", hanno provocato la degenerazione e il decadimento di una intera comunità-nazione. Così trova una possibile spiegazione la palese mediocrità di una parte della “classe dirigente” del paese: una spirale perversa che porta all'elezione di personaggi  il cui scopo è ben lontano dal voler amministrare il "bene pubblico" a favore della collettività. 
Alla luce di certi fatti e di certe cronache se una  "unificazione" dell'Italia è avvenuta, questa è avvenuta purtroppo nel radicamento delle dinamiche e dei modi indotti dalle organizzazioni criminali colluse con la mala-politica 
L'articolo che proponiamo dal Blog di Guido Cavalli è quindi l'ennesima dimostrazione di come 'ndrangheta e cosa nostra ( la mafia siciliana) siano oramai a "casa nostra"! 
Emilia Romagna compresa!... E proprio nel paese che fu teatro della famosa saga fra Don Camillo e Beppone, i due personaggi inventati da Guareschi nel secondo dopoguerra e che incarnarono quel confronto-scontro fra "destra e sinistra" fondato -almeno sullo schermo- sui valori dell'onestà e del buona fede! A vedere la situazione di oggi, viene da dire: "Altri tempi!,signora Maria!"...Altro secolo! Altri uomini! 
Come dice Leporello nel Don Giovanni di Mozart "(...) il catalogo è questo!"
Del resto, lo ricordiamo sempre , le mafie "votano! e , soprattutto, "fanno votare"! pertanto, l'appartenenza del politico mostrato nel filmato è davvero poco rilevante giacchè fatti e cronache hanno dimostrato che le mafie non fanno distinzioni partitiche e non hanno "preferenze" politiche. Le mafie sono, da tempo, una sorta di società di servizi e stringono alleanze e rapporti con coloro che vogliono avvalersi " di quei servizi"!

Fonte: Blog di Giulio Cavalli

Fenomenologia di una calabrizzazione

Prendetevi qualche minuto per guardare la prima parte di questo documentario dalla webtv Cortocircuito, parte del loro ultimo documentario “La ‘ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana“. I ragazzi intervistano il sindaco di Brescello Marcello Coffrini (PD);Il primo cittadino parla della realtà locale negando che ci siano “mai state denunce per estorsione o ricettazione”. E poi descrive come “una persona educata e composta” Francesco Grande Aracri, boss condannato in via definitiva per mafia nel 2008, soggetto a regime di sorveglianza speciale e considerato il punto di riferimento dell’ndrangheta in Emilia. 
La troupe di giovani studenti e giornalisti si fa accompagnare da Coffrini sui terreni sequestrati alla famiglia (beni per 3 milioni di euro). Subito vengono raggiunti da un furgoncino che chiede spiegazioni e poi dallo stesso Aracri. Il sindaco si apparta con il boss per spiegare la situazione e tornato in macchina spiega: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.
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sabato 31 maggio 2014

Don Luigi Ciotti: "Antimafia? Una parola che va eliminata"

Don Luigi Ciotti. “Antimafia. Una volta era una parola nobile, ora snaturata da un uso superficiale: è diventata un'etichetta. Se la eliminassimo, sbugiarderemmo quelli che ci hanno costruito sopra una falsa reputazione. L'ho scritto anche a papa Francesco”
Proponga allora una parola nuova! 
«Responsabilità. Sembra semplice, ma è la più impegnativa e basterebbe da sola a cambiare le cose»

L'antimafia. Lo abbiamo capito da tempo: per certi personaggi, per certi ambienti, "l'antimafia" è un affare favoloso. Carriere, denaro ( da gestire o da drenare), lustrini e ribalte. Da qui le divisioni, i personalismi. le "splendide carriere" dietro a cui si nasconde "il nulla", se non il vacuo riferimento a storie e nomi speculati per raggiungere e conquistare i lustrini,  le ribalte, i privilegi.
La mia personale opinione è che "fare memoria" non serve a molto se non capiamo che occorre guardarsi intorno -ovunque- per impedire che si generino situazioni e comportamenti mutuati dalla matrice mafiosa. Lo ripetiamo sempre: i meccanismi ( mafiosi) sono talmente semplici ed efficaci da essere "normalmente" praticati anche da chi "mafioso" non è dal punto di vista penale-giudiziario. Quanto poi è accaduto in queste elezioni, e proprio in Piemonte, ribadisce -a mio parere - la denuncia dell'oramai ex procuratore Caselli, denuncia pronunciata nella requisitoria al processo Minotauro: non bastano i giudici , non bastano i processi se la società civile (meglio sarebbe parlare di società "responsabile") non rivendica il limite dell'osceno, del "non accettabile".E allora accade che anche la lezione a Bassano del Grappa di Paolo Borsellino la si  metta da parte (anche quella?), accantonata perchè non faccia troppo male, perchè non dia troppo fastidio:


E allora, anche se si tratta di rapporti non penalmente rilevanti, è giusto, "è bello", che la politica abbia "scelto" i suoi uomini senza provare la vergogna di candidare certi personaggi nella regione che ha visto assassinare Bruno Caccia?
Occorre riflettere! Tutti!...noi per primi! Questa è la mia opinione
Arturo Francesco Incurato
referente presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo


Fonte : L'ESPRESSO

In un'intervista a “l'Espresso” nel numero in edicola venerdì 30 maggio, Don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e promotore di Libera, prete da sempre in prima linea contro l'illegalità, prende le distanze dalla retorica dell'antimafia.
Don Luigi Ciotti. “Antimafia. Una volta era una parola nobile, ora snaturata da un uso superficiale: è diventata un'etichetta. Se la eliminassimo, sbugiarderemmo quelli che ci hanno costruito sopra una falsa reputazione. L'ho scritto anche a papa Francesco”

- Il termine “antimafia”? 
"Una di quelle parole «una volta nobili e ora snaturate da un uso superficiale che le ha rese inservibili».
A 50 anni dai voti sacerdotali, ricostruisce la sua vita di prete di periferia e parla del nuovo papa. «Ora l'aria è cambiata. Pensi che Francesco ha avuto persino l'umiltà di dirmi: “Mi mandi qualche appunto sulle mafie”»

- Che cosa gli ha scritto? 
«Quello che so e quello che va cambiato. A cominciare da parole una volta nobili e ora snaturate da un uso superficiale che le ha rese inservibili. Oggi tutti parlano di pace, di diritti, di giustizia e soprattutto di legalità, che è diventata fluida, malleabile, piegata ai bisogni di chi la pronuncia. L'uguaglianza di fronte alla legge ha bisogno di uguaglianza sociale, altrimenti la legalità diventa una discriminazione tra chi sta bene e chi tira la cinghia. Per non parlare dell'antimafia. E' ormai una carta d'identità, non un fatto di coscienza. Se la eliminassimo, forse sbugiarderemmo quelli che ci hanno costruito sopra una falsa reputazione. Per fortuna anche qualche politico lo ha capito. Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia, all'inizio criticata perché ritenuta incompetente, è stata qui ore e ore ad ascoltare con umiltà la nostra esperienza, ha approfondito e oggi si muove molto bene in un territorio scivoloso e difficile, a cui l'etichetta di antimafia non aggiunge niente. Anzi»

Proponga allora una parola nuova! 
«Responsabilità. Sembra semplice, ma è la più impegnativa e basterebbe da sola a cambiare le cose»


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mercoledì 30 aprile 2014

LIBERA PIEMONTE: L7 una Piattaforma Per Il Contrasto Delle Mafie In Piemonte

L7, Una Piattaforma Per Il Contrasto Delle Mafie In Piemonte

La ‘ndrangheta in Piemonte è forte e radicata. Lo è perché per molto tempo si è cercato di scacciare lo spettro che il crimine organizzato facesse affari nella nostra regione. Lo è anche perché i clan trapiantati in Piemonte hanno trovato sponda e legami con settori insospettabili della nostra società. Lo raccontano le diverse operazioni della magistratura concluse in questi anni, da "Minotauto" in poi, che hanno evidenziato collusioni, sottovalutazioni e superficialità di pezzi della politica. 


.
Per questo siamo convinti della centralità del voto regionale per contrastare l’espansione mafiosa nel nostro territorio. Per ottenere questo risultato proponiamo ai rappresentanti che si candidato a governare la Regione L 7 Piemonte, una piattaforma programmatica che Libera propone alla politica, come fece 4 anni fa con L10.
Sette punti programmatici che vanno dalla cultura della legalità alle candidature, dalla lotta alla corruzione al gioco d’azzardo, dall’usura alle normativa sulle cave per arrivare agli strumenti per contrastare la povertà.
Sette punti che sono stati presentati ieri, martedì 29 aprile, alle 11.30 presso il Bar Italia Libera, in via Veglia 59/a, Torino.in una conferenza stampa, aperta al pubblico. 

I punti programmatici di Libera Piemonte verranno sottoposti ai candidati presidente e consiglieri e tutte le risposte pervenute verranno pubblicate sul sito www.l7.liberapiemonte.it



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martedì 4 marzo 2014

A Milano, scoperta la "banca della 'ndrangheta". La mafia c'è perché c’è mercato per i suoi servizi.

"La mafia c'è perché c'è mercato per i suoi servizi". Lo aveva sottolineato Gian Carlo Caselli nella sua requisitoria da Procuratore capo di Torino al processo Minotauro, L'inchiesta, che ha visto coinvolti diversi amministratori locali,  si è trasformata in un duro atto d’accusa alla politica piemontese;  a quella politica che per anni ha negato l’esistenza della mafia al nord. Nella sua requisitoria,  Il procuratore si era concentrato proprio sulle “relazioni esterne” della mafia. “La mafia c’è perché c’è mercato per i suoi servizi. Ci sono tante persone che traggono vantaggio dall’esistenza della mafia, persone che non hanno nessun interesse a denunciarla. Persone, politici e amministratori, che la legge penale non può punire perché la loro colpa è l’opportunismo”.

Ilda Boccassini
Riportiamo allora la notizia che pare l'esatta conferma di quanto aveva affermato Caselli: la "banca della 'ndrangheta" scoperta a Milano dall'indagine condotta dai giudici Ilda Boccassini e Giuseppe Pensabene. Anche in questo caso, la mafia c'è perché c'è mercato per i suoi servizi"



Fonte: La Repubblica

Milano, scoperta la banca della 'Ndrangheta: riciclava il denaro degli imprenditori, 33 arresti


Con l'accusa di riciclaggio e concorso in associazione mafiosa una decina di imprenditori sono stati arrestati. Il perno dell'indagine coordinata dall'aggiunto Ilda Boccassini è Giuseppe Pensabene, ex soldato della famiglia Imerti nella guerra mafiosa
Si sta concludendo in queste ore una retata anti-ndrangheta che sembra avere aspetti incredibili. La squadra Mobile di Milano ha chiuso  -  queste le prime indiscrezioni - una specie di 'banca autonoma' della 'ndrangheta, gestita da un'organizzazione capace sia di riciclare con facilità il denaro di imprenditori che volevano evadere il fisco, sia di prestare soldi e di reinvestire in aziende sane. Gli ordini di cattura riguardano oltre tranta persone. Il perno sul quale ruota l'indagine è Giuseppe Pensabene, ex soldato della famiglia Imerti nella guerra di 'ndrangheta, diventato però al Nord un usuraio-ragioniere, capace di tenere a freno le armi e usare la testa. In un'intercettazione viene definito "come la banca d'Italia" ed era anche il reggente della Locale di Desio, il clan in larga parte sgominato dall'inchiesta Infinito.
Una decina sarebbero gli imprenditori che in queste ore stanno perdendo la libertà, proprio con l'accusa di riciclaggio o di concorso in associazione mafiosa, gli arrestati sono in tutto 33. Come sinora non hanno parlato loro, così nessuna denuncia è stata presentata da altri imprenditori o commercianti vittime di usura: alcuni si erano messi al servizio del clan. Pochi i dettagli che trapelano dal blitz, ma sembra anche che, per la prima volta in maniera così vasta, ci siano sequestri preventivi di beni mobili e immobili ai danni delle persone finite nell'inchiesta firmata dai magistrati D'Amico e Boccassini.
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venerdì 21 febbraio 2014

Processo "MINOTAURO". Stralcio dalle motivazioni della sentenza.

Lo ripetiamo anche questa volta.  Con “sabaudo orgoglio” avevamo dimenticato che, proprio lo scorso anno, la 'ndrangheta in Piemonte compiva cinquanta anni.
Nel lontano 1963,  un giovane muratore originario di Marina di Gioiosa Ionica, Rocco Lo Presti, veniva mandato al confino in Val Susa. Nel giro di pochi anni, quel giovane muratore diviene un protagonista del boom edilizio locale: procurando manodopera a basso prezzo per i cantieri, facendo venire da Marina di Gioiosa Ionica, in Calabria, il cugino Francesco Mazzaferro, divenendo titolare di un’impresa di movimento terra che ben presto ottiene il monopolio del settore in un’area della alta Val Susa. Infine,  stringendo rapporti con esponenti della politica locale. Il copione che si ripete sempre: le mafie votano e, soprattutto, fanno votare.
Avevamo dimenticato che, proprio a Torino, nel 1983  viene ucciso il giudice Bruno Caccia, procuratore capo di Torino, uunico  omicidio "eccellente" compiuto dalle mafie al Nord. Questa tragica vicenda presenta ancora punti oscuri, per i quali la famiglia del giudice chiede ora la riapertura del processo.
Avevamo dimenticato che nel 1997 Comune di Bardonecchia, il regno di Rocco Lo Presti,  viene “sciolto” per infiltrazioni mafiose; unico comune sciolto per mafia al Nord sino al 2013, quando analogo provvedimento colpisce in Piemonte i comuni di Leinì e Rivarolo Canavese.
Questo è avvenuto in Piemonte nel passato. Il presente ce lo racconta, almeno in parte , quanto emerso dal processo "Minotauro".

Fonte : La Stampa


Sui voti all’ex assessore Ferrero pesava l’ombra delle cosche

Depositate le motivazioni della sentenza Minotauro:
tra i politici appoggiati dalla ’ndrangheta figurava anche la prima responsabile della Sanità nella giunta regionale di Cota.

Caterina Ferrero e Fabrizio Bertot

GIUSEPPE LEGATO
TORINO
«Se non fosse stato per noi, non avrebbe preso un voto a Volpiano». Antonio Agresta, boss della ’ndrangheta condannato a 10 anni in Appello per associazione a delinquere di stampo mafioso, ininterrottamente detenuto dal 1992 al 2009 spiega così al suo interlocutore l’appoggio che la ’ndrangheta avrebbe dato a Caterina Ferrero, candidata, vincente, alle elezioni regionali del 2010 con 8417 preferenze poi diventata assessore della giunta Cota.  Eccolo il quadro emerso delle motivazioni della sentenza Minotauro.  

Il tramite per far confluire le preferenze delle famiglie, sarebbe stato - ancora una volta - Nevio Coral, suocero di Caterina Ferrero, ex sindaco di Leini, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un politico che «ha agito in dispregio delle regole di correttezza ed onestà che dovrebbero sovraintendere la vita pubblica». I giudici scrivono: «Si desume chiaramente come in quella competizione Coral avesse, ancora (!) una volta, chiesto ed ottenuto l’appoggio elettorale di personaggi appartenenti a famiglie notoriamente mafiose, promettendo qualcosa in cambio».  
L’ aveva già fatto per il figlio Ivano e poi per se stesso allorquando si candidò alla carica di sindaco a Volpiano nel 2011. 

Un altro ex sindaco, finora mai indagato nel procedimento Minotauro, rischia di finire nel mirino della giustizia. La Corte ha infatti ritenuto «doverosa la trasmissione degli atti in procura in relazione a Fabrizio Bertot», ex primo cittadino del secondo Comune sciolto per mafia (Rivarolo) da maggio europarlamentare Secondo la Corte «ha reso dichiarazioni non veritiere» sull’accordo stipulato dal segretario comunale Antonino Battaglia, l’imprenditore Giovanni Macrì e i principali esponenti della ‘ndrangheta torinese, compreso il capo Giuseppe Catalano.  

Le motivazioni hanno confermato quanto già emerso in dibattimento. La ’ndrangheta esiste, è unitaria e si ramifica in articolazioni. 
Pubblicato da Associazione "Rita Atria" Pinerolo alle 17:39 Nessun commento:
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