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martedì 10 marzo 2015

Continua il Processo Minotauro: la 'ndrangheta in Piemonte

Le mafia al Nord esistono perchè , divenute una sorta di società di servizi, in tanti accorrono a chiedere i servizi che quelle offrono. ll processo Minotauro, in corso a Torino, è giunto alla fase  dell'Appello. Il processo Minotauro, lo ricordiamo, è il processo che ha fatto "scoprire" la quantità e la qualità della presenza mafiosa in "pezzi" del tessuto civile, politico e imprenditoriale della regione piemontese.

Pesanti richieste del Pubblico Ministero per gli imputati principali del processo: è stata chiesta la conferma per Nevio Coral, ex sindaco di Leinì condannato a 10 anni in primo grado. Chiesti 15 anni per Rosario Marando, assolto in primo grado e arrestato pochi giorni fa a Roma per sequestro di persona. La procura generale ha chiesto la conferma della pena di 14 anni per Giorgio De Masi, considerato il “padrino di Rivoli”, "l’uomo che parlava con la politica" ( leggi qui). Su questo tema sono stati chiesti sette anni per l’ex segretario comunale di Rivarolo Canavese Antonino Battaglia

Fonte: La Stampa

Inchiesta Minotauro, al processo d’appello chiesti oltre 600 anni di carcere

Gli imputati sono 63: chiesta la conferma della condanna per Nevio Coral, ex sindaco di Leini
Il procuratore generale Antonio Malagnino durante la requisitoria
Torino  09/03/2015
Mano pesante del procuratore generale Antonio Malagnino al processo d’Appello Minotauro che si sta celebrando con rito ordinario. Il pg ha chiesto 609 anni di carcere per 63 imputati. Tra di loro è stata chiesta la conferma per Nevio Coral ex sindaco di Leinì condannato a 10 anni in primo grado. Chiesti 15 anni per Rosario Marando, assolto in primo grado e arrestato pochi giorni fa a Roma per sequestro di persona. Chiesta anche la riforma della condanna per Antonino Occhiuto, condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado. Per lui l’accusa ha chiesto 16 anni. La procura generale ha chiesto la conferma della pena di 14 anni per Giorgio De Masi, considerato il “padrino di Rivoli”, l’uomo che parlava con la politica. Su questo tema sono stati. Chiesti sette anni per l’ex segretario comunale di. Rivarolo Canavese Antonino Battaglia secondo la Procura colpevole di voto di scambio politico mafioso.
In primo grado erano state comminate pene per 266 anni di carcere a carico di 74 imputati. Di questi 36 erano stati condannati e 38 assolti. Altri 50 imputati del prossimo Minotauro sono stati giâ condannati in Cassazione pochi giorni fa. In primo grado erano stati inflitti 266 anni di carcere a Fronte di richieste per poco più di 700 anni.
In primo grado erano state comminate pene per 266 anni di carcere a carico di 74 imputati. Di questi 36 erano stati condannati e 38 assolti. Altri 50 imputati del prossimo Minotauro sono stati già condannati in Cassazione pochi giorni fa (leggi qui). 

mercoledì 2 luglio 2014

Cosa lega TAV, 'ndrangheta, Cetto Laqualunque? Risposta: il Piemonte

Le parole di Giulio Cavalli: "Provate per un secondo a pensare a tutti gli "antimafiosi" che vi vengono in mente che non siano magistrati o appartenenti alle forze dell'ordine: vi accorgerete che tutti, ma proprio tutti, sono stati bollati come visionari, strani, interessati alle donne, con qualche amante, in cerca di gloria, anarchici, complottisti, con molti punti oscuri. Tutti, da Impastato a Beppe Alfano a Rostagno a Pippo Fava e tutti gli altri. Ora pensate chiudendo gli occhi all'isolamento che si è voluto creare intorno a quelli che hanno provato a lanciare l'allarme delle infiltrazioni mafiose e TAV, e leggete queste righe di un qui l'articolo de L'Espresso". 

scavo tunnel esplorativo a Chiomonte

La conclusione dell'articolo: "(...)la filosofia di Toro che in una delle telefonate dice: «Ricordati queste parole... che ce la mangiamo io e te la torta dell'alta velocità».

Delle imprese Toro e Lazzaro però c'era anche traccia nei documenti sequestrati ai militanti No Tav. Bollati come terroristi che accumulavano materiale chissà per quale scopo criminale. Oggi invece la storia sembra un po' diversa: facevano lavoro di controinformazione".




Tutto questo all'indomani della visita a Torino della Commissione Antimafia, all'indomani dell'insediamento del nuovo Consiglio Regionale piemontese, all'indomani dell'ennesima dichiarazione di Sergio Chiamparino (per la verità, è lo stesso Chiamparino  che anni addietro si era detto indignato degli allarmi  "pretestuosi" sulla presenza delle mafie a Torino e in Piemonte..sic!) 
Intanto, Cetto Laqualunque, il personaggio di Antonio Albanese, è divenuto il simbolo di tanta mala-politica locale (e nazionale): personaggi improbabili vengono eletti e subito nominati assessori;...e naturalmente gli "opportunisti" continuano a commettere atti non penalmente rilevanti!
Intanto la società responsabile continua a tacere e a far finta di non vedere "gli opportunisti"
Intanto, "pezzi" della politica continuano a premiare "gli opportunisti"

Fonte : La Stampa

Facciamo eleggere un Cetto Laqualunque...”

Le “storie criminali” raccolte nell’ordinanza del gip e le investigazioni segrete condotte dai malavitosi
A
TORINO
Non solo Tav. Ecco alcune delle altre «storie criminali» raccolte nelle 996 pagine dell'ordinanza del gip Elisabetta Chinaglia. 
Lo «007» della ’ndrangheta è un investigatore privato, Giovanni Ardis. Per i boss «acquisisce - secondo il gip - informazioni riservate circa eventuali investigazioni nei loro confronti, vanta aderenze nell’ambito delle forze di polizia e polizia locale». È in buoni rapporti con un maresciallo dei carabinieri della caserma di Beinasco. Non solo, cerca le microspie piazzate dagli investigatori. «Ai primi di marzo 2011 - annotano i carabinieri del Ros - si assisteva all’inizio dei rapporti tra Nicola Mirante (uno dei sodali in carcere per associazione mafiosa) e Ardis, investigatore abusivo, finalizzati alla bonifica da apparati di intercettazioni nelle autovetture e uffici del Mirante». In questo capitolo di gole profonde, c’è anche un ispettore della polizia municipale, in servizio presso l’ufficio Gip del tribunale di Torino. «Violando i doveri inerenti alla sua funzione e comunque abusando della sia qualità, rivelava a Domenico Greco (in cella anche lui per far parte del gruppo criminale) notizie di ufficio». Informazioni su denunce, fascicoli aperti dalla procura. Violando la sua funzione, si introduceva abusivamente «all’interno del sistema informatico “Re.Ge.”, e raccoglieva dati protetti». 

La riunione 
Il 19 aprile 2012, c’è una riunione al ristorante «Non solo vino» di Almese. Partecipano Gregorio Sisca, amico di Giovanni Toro, l’imprenditore che sogna di mettere le mani sul Tav, Raffaele Bressi, Giuseppe Gisabella e il candidato dei Moderati in corsa al Comune di Grugliasco, Domenico Verduci. «Gli scopi della riunione - osservano gli uomini del Ros - erano ancora una volta rivelati da Toro, che all’uscita del ristorante diceva “anche qua ci vuole un Cetto Laqualunque... anche noi dobbiamo avere un Cetto Laqualunque”. Il pensiero del Toro veniva ribadito nel corso di un dialogo registrato tra un imprenditore e una donna, dove il primo si diceva certo dell’efficacia dell’intervento effettuato dalla compagine criminale a favore del candidato “guarda che diventa assessore questo... eh! grazie a noi!». 

Il candidato  
Il 27 aprile Toro e Bressi partecipano ad un incontro elettorale organizzato da Verduci. Sisca non c’è. Così Toro lo chiama per raccontargli la serata e si rammarica per la sua assenza: «Guarda che ho conosciuto più gente questa sera che in tutta la mia vita... lì, Rivoli, bordelli cose. Perché non sei venuto? Ho stretto la mano a un po’ di persone che valgono qualcosa voglio dire...». E nella telefonata, annotano i carabinieri «prosegue che all’incontro c’erano Antonino Triolo, - candidato al consiglio comunale di Bruzolo - e un assessore di Rivoli e che già il giorno seguente avrebbero potuto raccogliere i frutti del rapporto intrapreso».
Alle elezioni del 6 del 7 maggio, Verducci veniva eletto con 121 preferenze e veniva nominato vice presidente della seconda commissione «Ambiente, pianificazione, territoriale». Quando ha bisogno di un nominativo per un problema a Bussoleno per un appalto, Verduci gli fa il nome di Antonino Triolo, eletto anche lui, ma alla carica di assessore con delega allo Sport, smaltimento rifiuti, arredo urbano a Bruzolo.  

La gara  
Il 13 settembre 2012, Toro lo chiama e lo esorta ad «intercedere presso le sue conoscenze in quel Comune (Bussoleno, ndr) poiché la sua società, la Toro srl, nonostante avesse espresso una percentuale di ribasso che avrebbe permesso l’aggiudicazione di una gara d’appalto, era stata esclusa per errori formali nella documentazione prodotta». «Ascolta - dice Toro al telefono - è tutto a posto. Adesso, però, mi è arrivata una notizia, hanno aperto Bussoleno ma sa che ero pure destinato a vincere ’sta gara perché è andata sul 24 e qualcosa. E io ci sono, ma mi hanno escluso per una dichiarazione sbagliata». Così, spiegano i carabinieri nell’annotazione, più tardi Triolo informava Toro di essersi interessato al problema. Il suo interlocutore lo aveva informato che non c’era la possibilità di una riammissione ufficiosa. Dice Triolo: «Senti lì niente, devi fare per forza ricorso». A volte gli «amici» deludono, infatti Toro, insiste: «Sì sì però abbiamo ragione noi, alla fine, abbiamo parlato con l’avvocato sono tutti gli altri da escludere.. hanno inciuccato tutto». Triolo e Verduci sono solo citati nell’ordinanza, non sono indagati.  

I biglietti 
Non solo l’edilizia, nelle mire delle cosche. Adolfo Crea e Giacomo Lo Surdo avvicinano Lorenzo La Rosa, socio di minoranza di Set Up, società specializzata nell’organizzazione di eventi. Pretendono biglietti per i «compari». In passato, Lo Surdo c’era andato un po’ pesante. Quando La Rosa si era mostrato indeciso di fronte alle pressioni, aveva minacciato senza mezzi termini di buttargli giù la porta. «Queste parole qua non si dicono agli amici», aveva cercato di difendersi La Rosa. Poi, per placare gli animi, ricordava a chi lo stava minacciando che i biglietti erano stati «sempre dati».  
Più tardi, La Rosa parlerà con il socio di maggioranza, Giulio Muttoni, che valuta l’ipotesi di chiedere l’intervento di Luigino Greco, uno degli arrestati di ieri, se le pressioni per avere biglietti avessero superato un certo limite. «Ci ho già parlato io», risponderà La Rosa. Pressioni e minacce, evidentemente, non erano un’iniziativa personale di Lo Surdo.  

La protezione  
La gente si rivolgeva a Luigino Greco per chiedere protezione. Come fossimo in Calabria. Lui era sotto intercettazione, telefonica e ambientale. Così, i carabinieri del Ros hanno scoperto la richiesta d’aiuto di Giorgio Toma, titolare del ristorante-pub «Befed», nel centro commerciale 45° Parallelo a Moncalieri. Qualche giorno prima, aveva avuto un diverbio con alcuni nomadi sinti, che pretendevano di fargli lasciare aperto il locale oltre l’orario. Lui si era ribellato e temeva ritorsioni. Tanto più che quei personaggi si erano soffermati a guardare la sua auto. Così, Luigino Greco si era rivolto a Gregorio Sisca e a Domenico Greco: «Conosciamo qualche sinto dalle parti di Moncalieri? C’è un amico mio che ha quel ristorante grosso…». Un giro di telefonate, poi la chiamata per rassicurare Toma: «Ascolta, guarda che molto probabilmente la prossima settimana, magari un pomeriggio ti liberi un’ora che andiamo fino da quegli amici, stamattina ho parlato con un mio amico che li conosce bene, sia quelli di Moncalieri che quelli di Nichelino. Ci facciamo un giretto, così ci presentiamo. Avevo detto che mi interessavo e mi sono interessato...». A questo punto, è Toma a temere che la faccenda prenda una brutta piega. «Ma con tutta tranquillità, ci si presenta, gli dici “guarda che siamo amici”», raccomanda. Ma per Greco, la questione è un’altra. E’ un punto d’onore, è in gioco il rispetto: «Ci sono io lì, punto e basta. Non mi vedete mai, però sono io». 

lunedì 10 giugno 2013

Processo Minotauro. Dopo il suicidio boss della 'ndrangheta Giuseppe Catalano, ai domiciliari dopo essersi dissociato, il suicidio del figlio Cosimo

Fonte : La Repubblica

'Ndrangheta, giù dal cavalcavia

un altro imputato del processo Minotauro

Cosimo Catalano, 40 anni, era imputato in quanto esponente della criminalità calabrese a Torino. Il corpo rinvenuto sotto un viadotto che sovrasta la Torino-Pinerolo. Anche il padre si era suicidato




Un altro morto, probabilmente un suicidio, nella vicenda Minotauro. Dopo che l'anno scorso si era già ucciso il boss della 'ndrangheta Giuseppe Catalano, ai domiciliari dopo essersi dissociato, questa mattina, poco prima delle sette, si è tolto la vita anche il figlio Cosimo di 40 anni. L'uomo si è gettato dal ponte del cavalcavia che sovrasta la Torino-Pinerolo. Cosimo Catalano era imputato nel processo Minotauro in quanto esponente della criminalità di Siderno a Torino. Il corpo ormai privo di vita è stato rinvenuto poco dopo dalla polizia stradale. 
Circa un anno fa, suo padre, Giuseppe Catalano, che allora aveva 70 anni, si era suicidato anche lui, a Volvera, gettandosi dal balcone della casa, dove si trovava agli arresti domiciliari. Ritenuto uno dei boss della 'ndrangheta in Piemonte, capo del "crimine" a Torino, aveva da poco ottenuto una misura di custodia cautelare più leggera dopo un anno e dieci mesi trascorsi nel carcere di Monza. Queste le parole che aveva scritto in una lunga lettera al presidente della Quinta Sezione penale del tribunale di Torino. "Sono vecchio, stanco e malato. Non posso negare le accuse che mi sono rivolte. Appartengo da anni all'organizzazione criminale che voi chiamate 'ndrangheta. Non rinnego il mio passato ma ora sono stanco e credo non mi resti più molto da vivere. Quel poco che mi resta voglio viverlo in pace. Mi dissocio da quello che ho fatto in questi anni. Non dirò nulla contro gli altri che sono imputati con me in questo processo, Non sono un infame. Ma sono troppo stanco per continuare a vivere in questo modo...".
"Quello di Cosimo Catalano è un suicidio connesso all'aggressione al patrimonio di famiglia". E' il parere di Carlo Romeo, il legale che difendeva nel processo Minotauro l'imputato. "Per ora - precisa il legale - non posso aggiungere altro perchè si tratta di una questione molto delicata". La famiglia Catalano era stata colpita lo scorso anno - dopo il suicidio del padre di Cosimo, Giuseppe, ritenuto il boss della locale di Siderno in Piemonte - dal sequestro anticipato dei beni finalizzato alla confisca. La misura di prevenzione era stata disposta dal tribunale su richiesta della procura.


Riportiamo una intervista a Giancarlo Caselli pubblicata  il 22 aprile scorso

Molti boss della 'ndrangheta trovano rifugio in

Piemonte: significa che hanno appoggi"

Il procuratore Giancarlo Caselli mette in guardia dopo l’arresto a Castelnuovo di Strangio, uomo di spicco dei clan calabresi

di SARAH MARTINENGHI
 
Dall'Aspromonte alla Pianura Padana, da San Luca a Castelnuovo Scrivia. Non è un caso se l'hanno preso qui in Piemonte. E non è una coincidenza che Sebastiano Strangio il boss della 'ndrangheta considerato uno dei mandanti della strage di Duisburg, abbia trovato rifugio proprio nell'Alessandrino. "Perché in Piemonte, come in Calabria  -  lo dice il procuratore capo Giancarlo Caselli  -  c'è una rete di protezione che li fa sentire al sicuro". E l'arresto di Strangio non è il primo caso.


Procuratore Caselli perché il boss Strangio ha scelto il Piemonte per la sua latitanza?
"Non è un buon segno. E Strangio non è certo il primo: l'11 marzo scorso Vincenzo Femia è stato arrestato in Val di Susa, nell'aprile 2011 è stato preso Giorgio Demasi, detto 'U' Mungianisi", capo della locale di Gioiosa Ionica: era gestito qui in Piemonte da Rocco Schirripa. Nell'aprile 2009 fu arrestato nel nostro territorio Francesco Coluccio, che è stato scarcerato alcuni mesi fa, ucciso e trovato carbonizzato: anche lui era gestito da alcuni imputati del processo "Minotauro". Lo stesso Varacalli durante un recente e poi rientrato periodo di latitanza aveva scelto la protezione di alcuni parenti a Volpiano.Perché il Piemonte? Perché evidentemente anche da noi esiste una rete di protezione".

E' meglio per un boss nascondersi al Nord che in Calabria, dunque?
"Forse hanno la convinzione o la percezione che anche qui possono stare tranquilli. Sanno di poter contare sulla protezione di personaggi fidati essendo della loro stessa organizzazione. La latitanza generalmente è sempre stata vissuta in Calabria perché per loro lì c'è una situazione di relativa sicurezza. Però sempre più frequentemente quando poi vengono catturati si scopre che si nascondevano anche da noi. Tutto questo vorrà dire qualcosa.."

Che cosa, ad esempio?
"Rocco Marando, con le sue rivelazioni ha permesso di individuare 7 bunker in Calabria: 7 in un colpo solo significa che forse giù non si sentono più così sicuri. Allora cercano altre zone in cui nascondersi
che abbiano requisiti di sicurezza non inferiori, cioè che assicurino una rete di gestione che dia loro tutto l'appoggio di cui hanno bisogno".

Nell'Alessandrino, avevate sferrato un duro colpo alla 'ndrangheta con l'operazione Albachiara. In primo grado un giudice ha ritenuto di prosciogliere gli imputati. Questo arresto proprio in quella zona è un ulteriore segnale che avevate ragione?
"Questa sentenza l'abbiamo appellata e aspettiamo l'esito. Registriamo però che la corte d'Appello in un ricorso contro alcuni sequestri di beni di imputati in Albachiara, ha ritenuto che fossero validi e ci fossero tutti gli estremi dell'associazione mafiosa. A proposito dell'arresto di Strangio, io mi limito a osservare: se un personaggio di questo spessore sceglie quel posto significa che lì qualcosa che gli dà fiducia c'è. Non serve alla mafia ammazzare tutti i giorni, per dimostrare di esistere".

Come si caratterizza la 'ndrangheta al Nord?
"La pericolosità non va misurata sul rumore, sul clamore mediatico e imprese eclatanti, esibite con protervia. La mafia silente è persino più pericolosa perché è quella che meglio intreccia rapporti, crea una piattaforma di legami per crescere sempre di più".

Minotauro sta infatti svelando un fitto intreccio anche con la politica...
"Senza fare riferimento a casi specifici: è nel dna della mafia, della 'ndrangheta in particolare, non commettere solo omicidi, estorsioni, e traffico di droga, ma avere anche relazioni con "pezzi" del mondo degli affari, della politica e dell'amministrazione: è una rete di potere quella che creano, non esibita più di tanto. Ma dovrebbe essere avvertita, conosciuta ed evitata dai pezzi di mondo legale agganciati: certe cose non si possono non sapere, eppure c'è chi continua a negare nel modo più ostinato".
(

giovedì 14 febbraio 2013

“Una mafia senza politica non esiste”:aggiornamenti dalle aule del processo Minotauro


“Una mafia senza politica non esiste”:

MinotauroNell’aula bunker del Carcere Lorusso e Cotugno di Torino continua il maxi processo scaturito dall’operazione Minotauro, che ha fatto emergere molti gruppi e organizzazioni che confermano la presenza della ‘Ndrangheta calabrese in Piemonte. Libera Piemonte è presente a tutte le sedute, due a settimana, per seguire la vicenda e informare sui fatti e sugli sviluppi. Ne abbiamo parlato con la sua coordinatrice in Piemonte, Maria José Fava.
Ascolta l’intervista
- Quali sono gli sviluppi emersi fin’ora nel processo?
In queste ultime udienze abbiamo potuto ascoltare persone che hanno subìto estorsioni, intimidazioni o altre forme di violenza, dai presunti appartenenti all’Ndrangheta che in questo momento sono a giudizio, alcuni agenti delle forze dell’ordine ci hanno raccontato la situazione della presenza mafiosa nei comuni di Caselette, Cuorgné. Nell’ultima udienza, mercoledì, si è approfondito il rapporto tra ‘Ndrangheta e pezzi della politica, soprattutto per quello che riguarda il comune di Leinì: è stato raccontato dell’incontro, che molti media hanno ripreso, svolto in un hotel di Volpiano, hotel appartenente al figlio dell’ex sindaco di Leinì, Nevio Coral, una cena a cui hanno partecipato 12 persone. Cena che serviva per sostenere la candidatura politica del figlio di Coral. A questa cena hanno partecipato alcuni dei presunti boss che in questo momento sono sotto processo. Dalle intercettazioni è emerso il rapporto che spesso si crea quando si tratta di voto di scambio, tra chi cerca i voti e gli appartenenti alle organizzazioni mafiose  che cercano i favori, traducibili in appalti, lavori e licenze. Un udienza molto interessante. Dalle testimonianze, sicuramente sono emerse alcune modalità che appartengono allo scambio di voti e alle organizzazioni criminali.
- Questo conferma dunque i punti di contatto tra politica e mafia anche in Piemonte
Si, questi punti di contatto diventano reali. Ci tengo a sottolineare che parliamo di pezzi della politica, senza generalizzare. Ci sono pezzi di buona politica nel nostro territorio, così come in altri territori. I fatti dei due comuni sciolti per mafia, Rivarolo e Leinì, la situazione che ha riguardato il comune di Chivasso (con l’operazione Colpo di coda), così come quelli di altre regioni, come la Lombardia, ci portano all’attenzione del fatto che le organizzazioni criminali hanno bisogno della politica, ricercano la politica. Noi diciamo sempre che le mafie hanno oltre 150 anni, ed è dovuto anche al fatto che hanno trovato rapporti fertili con pezzi della politica. Un bravo sindaco con il quale lavoriamo dice sempre: può esistere una politica senza mafia, non può esistere una mafia senza politica.
- Le scorse settimane veniva raccontato del clima di paura  che aleggiava tra i testimoni.
Il clima si sentiva fortemente stando in aula: clima di tensione e paura da parte delle persone che andavano a testimoniare. Il giudice ha chiesto più volte ai testi se avevano paura, se volevao aggiungere qualcosa, in alcune occasioni ha anche dovuto ricordare ai testi di essere sotto giuramento. Alcune situazioni hanno riguardato la falsa testimonianza. Alla fine alcuni testi raccontavano alcune cose che dalle intervettazioni, o dal processo di primo grado, è stato chiaro che la situazione era diversa da quella raccontata. Si percepiva la tensione nelle celle e la paura da parte dei testimoni. È difficile da raccontare, bisogna essere in aula per capirlo. Stando in udienza ci si rende conto che la Ndrangheta è un organizzazione molto violenta, è comprensibile la paura. Noi abbiamo uno sportello a Torino per accompagnare le persone che hanno subito episodi di mafia, informare le persone che ci sono delle reti per accompagnarle, degli strumenti attraverso i quali tutelarsi. Spesso c’è anche ignoranza su questo, ci si senti soli, ma molte associazioni sono lì apposta, nei processi si costituiscono parte civile insieme a loro. Contro la Ndrangheta non bisogna stare da soli.
Fava
La coordinatrice di Libera Piemonte, Maria José Fava
Chiaramente ci sono delle regole e delle strutture per i processi penali, ma secondo lei non potrebbero esserci altre modalità che mettono più a loro agio i testi?
Ciò che intimorisce è che in un processo di questo tipo, tu hai gli imputati dietro le gabbie, avendo le persone lì. Magari persone di un calibro importante. Però i processi sono così, gli imputati hanno diritto di sentire ciò che viene detto. In alcuni casi, alcuni testi non sono in aula: testimoni di giustizia, collaboratori dentro un programma di protezione, con dati anagrafici segreti, località protetta ecc, non vengono in aula, ma sono in video conferenza, non si vede nemmeno il volto. Alcune situazioni sono più tutelate, in effetti.
- Su racket e disinformazione, ricordiamo la cronaca.
 L’usura è un fenomeno molto nascosto, poco denunciato. Senza le denunce non si può attivare tutta quella rete di supporto. In Piemonte e regioni limitrofe, per chi ne abbia bisogno abbiamo uno sportello per sostenere le persone che vivono il dramma personale, famigliare, economico e culturale dell’usura. La formazione dei cittadini è uno degli strumenti per la lotta alla mafia.
- Un dato importante da sapere, anche in vista delle prossime elezioni.
Anche per questo Libera ha lanciato la grande campagna “Riparte il futuro“, che stiamo proponendo a tutti i candidati alle prossime elezioni. Noi chiediamo a quelli che verranno eletti in parlamento, di votare nei primi 100 giorni, una modifica all’articolo 416 del codice penale, che è quell’articolo che riguarda proprio il voto di scambio: in questo momento, nel nostro paese viene punito quando c’è uno scambio di denaro. Libera chiede di aggiungere due parole: altre utilità. In questo modo il voto di scambio potrà essere punito anche quando c’è uno scambio di favori, che sono una delle cose che interessa di più la malavita organizzata: licenz, appalti, autorizzazioni, modifiche ai piani regolatori.  Questa modifica, secondo noi, potrebbe colpire in modo più incisivo proprio quel rapporto tra politica e mafia che si crea soprattutto prima di un elezione.
- Per il progetto riparte il futuro: fate delle proposte concrete ai candidati? 
La stessa proposta +è concreta, sul sito c’è già l’elenco dei candidati che hanno aderito, così come il gran numero di cittadini. Ai candidati, oltre la modifica dell’articolo, chiediamo di mettere quattro iformazioni di trasparenza fondamentali: il loro curriculum, il loro stato patrimoniale, i loro eventuali conflitti di interesse, e le loro situazioni aperte o chiuse negli ultimi 20 anni con la giustizia. Il candidato aderisce, ma per farlo al 100% deve dare queste informazioni di trasparenza. Crediamo così di fare un servizio ai cittadini, potendo dare delle informazioni più concrete anche sui candidati, in particolare sul conflitto di interessi e sulle questioni con la giustizia. Sono 80 mila le firme di cittadini, su questo c’è stata anche una buona risposta mediatica.
- La richiesta di trasparenza che fate ai candidati, unita alle testimonianze che emergono dal processo Minotauro, possono dare un segnale forte ai cittadini, agli elettori, verso le elezioni? Qual’è il grado di consapevolezza su questi temi?
Ho paura di no, ho la sensazione che occasioni di informazione della cittadinanza ce ne siano poche. Anche i giornali più importanti del nostro territorio riportano delle informazioni, ma altre volte no. Noi siamo ad ogtnuna delle due udienze che si tengono ogni settimana(da maggio saranno tre), ci rendiamo conto che molte cose importanti che sarebbe bello raccontare alla cittadinanza, vengono omesse. Io sento un velo di disinformazione, di silenzio, di penombra su tutto quello che sta accadendo. C’è sempre più bisogno di informare su questi fatti, i cittadini devono essere informati e consapevoli.
- Poco tempo fa, la DIA ha fatto un bliz nei cantieri della Tav, in Val Susa, a rischio di infiltrazioni mafiose, in quanto grande infrastruttura. La Direzione Investigativa A ha detto che non ci sono ( infiltrazioni mafiose)
C’è un interesse delle organizzazioni criminali per questi  grandi appalti. Ma seguendo il processo Minotauro, abbiamo capito che la malavita ha interessi anche dove l’appalto è piccolo. Quando c’è un alto quantitativo di denaro, certamente c’è maggiore attenzione da parte delle organizzazioni mafiose. D’altra parte io credo molto nel lavoro della Procura di Torino e nella DIA, che sono quelle che ci hanno portato al processo Minotauro, Alba chiara, Colpo di coda e altre che stanno portando avanti. Sono sicura che queste forze vigileranno e agiranno nell’eventualità che ci saranno degli elementi che riguardano l’alta velocità.
Link utili- La campagna Riparte il futuro
- L’aggiornamento del processo sul sito di Libera Piemonte

lunedì 5 novembre 2012

Scene dal processo "Minotauro": la ’ndrangheta in Piemonte


Si celebra il processo alla 'ndrangheta calabrese in Piemonte, mentre imputati e parenti si comportano come fossero sulla spiaggia  di Pizzo o a fare il pic-nic nei boschi delle Serre calabresi.

Fonte: La Stampa

La ’ndrangheta a processo

Applausi, panini e baci



Oltre i vetri blindati Un’immagine della maxiaula all’interno del carcere delle Vallette dove è in corso il processo per gli arrestati nell’Operazione Minotauro: sui due lati gli spazi riservati agli imputati e un muro di vetri blindati divide anche il pubblico e i parenti

Il presidente della corte: ”Ci vuole rispetto, non siamo a teatro”
NICCOLÒ ZANCAN
TORINO
A un certo punto parte un applauso. Sono i parenti, giù al fondo dell’aula bunker, fra pacchetti di patatine finiti e bicchierini di plastica, oltre a una barriera di vetro antiproiettile. Ogni tanto mandano saluti agli imputati nelle gabbie, sorrisi e baci. Ma adesso no, all’improvviso applaudono l’avvocato Carlo Maria Romeo, mentre incalza il tenente colonnello dei carabinieri Nicola Fozzi. 
È lui il primo teste del processo Minotauro. Lui che, in qualità di comandante del reparto operativo, ha firmato un’informativa di 5570 pagine. Un documento sconfinato e cruciale, dove sono spiegate tutte le ramificazioni torinesi della ’ndrangheta. Ma è ovvio che non possa sapere tutto lui, il colonnello Fozzi. Stiamo parlando di tre anni di indagini, 4500 intercettazioni agli atti, 9 gruppi criminali sotto osservazione, intrecci fra Piemonte e Calabria, 150 arrestati. Gli avvocati gli fanno domande del tipo: «Quanti sono i Nicodemo attenzionati?». «Quante persone soprannominate Nico?». «Qual è il sovrapprezzo sulle arance vendute agli affiliati per fare cassa?». Gli chiedono se può spiegare la differenza fra locali e locali distaccati della ’ndrangheta. Fino a quando l’avvocato Romeo, dice al microfono: «Perché a noi non risponde?».  

È in quel momento che i parenti applaudono, come se avessero segnato un gol o qualcosa del genere. Allora il presidente della Corte, il giudice Paola Trovati, interviene con decisione: «Ci vuole rispetto. Qui non siamo a teatro. Ci sono delle persone detenute, non c’è proprio niente da applaudire».  

Qui siamo dentro al più grande processo torinese degli ultimi anni per criminalità organizzata di stampo mafioso, nel luogo sacro dove tutti trovano voce. Dove ogni prova verrà vagliata, ogni eccezione considerata. E dove per la prima volta è presente in aula anche il sindaco di Leinì, Nevio Coral. Il suo Comune è stato sciolto per mafia e commissariato, lui è tutt’ora agli arresti domiciliari, ma non ci sta: «Di fronte a un’ingiustizia così grande non c’è molto da dire - si sfoga - sono venuto in aula apposta per potermi difendere, questo è il luogo».  

Il gelo sale dai pavimenti del casermone, dietro al carcere Lorusso e Cutugno. Nelle gabbie, a piccoli gruppi, stanno divisi uomini, anziani e ragazzi. Settantacinque imputati. Ridono fra loro quando non sono d’accordo. Braccia conserte. Reclamano più volume dall’impianto che diffonde le voci al microfono. Indossano tute, scarpe da ginnastica color oro, giubbotti scuri. Qualcuno mangia un panino. Mentre il colonnello Fozzi - primo di 1500 testimoni citati - ha il compito di inquadrare il lavoro investigativo. Insomma, deve spiegare all’aula come siamo arrivati qui.  

«Tutto è iniziato dall’omicidio dell’incensurato Giuseppe Donà, nella cui abitazione abbiamo sequestrato un chilo e mezzo di stupefacenti». Da un omicidio per droga e soldi. Alla scelta di collaborare di uno dei principali indagati. 
È il 2005. Rocco Varacalli da Natile di Careri sta per diventare il primo pentito di ’ndrangheta. 
E mentre mette a verbale pagine e pagine di geografia criminale, svela faide, omicidi, intrecci con la politica e interessi sugli appalti in provincia di Torino, accadono altri due fatti apparentemente marginali. Un imprenditore di Caselle e un carrozziere di Ivrea denunciano un tentativo di estorsione. Le indagini successive finiranno per incrociare molti degli stessi nomi fatti da Varacalli. Ed è così che i carabinieri si ritrovano per tre anni ad ascoltare le voci delle famiglie Iaria, Agresta, Gioffrè e Catalano, per scoprire il mondo che si agita intorno: picciotti, sgarristi, padrini, contabili, ’ndrine e bastarde.  

Il pm Antonio Sparagna chiede a Fozzi di spiegare quando hanno avuto la prova dell’appartenenza di Varacalli alla ’ndrangheta. «Nella conversazione 5610 del 25 giugno - risponde Fozzi - Gioffrè si rammarica di aver raccontato a Varacalli dettagli di una faida calabrese». Varacalli è credibile, per gli investigatori. Ci sono già 58 condanne con rito abbreviato. Ma adesso si ricomincia da capo. «Varacalli è un millantatore, un bugiardo», ci dice un ragazzo affacciandosi dalla gabbie. «Come potete credere a uno così?». Proprio questo cercherà di chiarire il processo. Dall’inizio. Caso per caso. Prova per prova. Come deve essere.  

giovedì 14 giugno 2012

La 'ndrangheta in Piemonte. Operazione "Minotauro": pugno di ferro per i primi 73 imputati



Dopo il blitz di un anno fa, il processo contro la criminalità organizzata calabrese - al suo primo atto - si svolge nell'aula bunker del carcere Lorusso-Cutugno (nella foto)

Quasi 500 anni le pene chieste dai pm per chi ha scelto l'abbreviato

Fonte : La Stampa
MASSIMILIANO PEGGIO
TORINO
Quasi 500 anni di reclusione per gli affiliati alla ‘ndrangheta. È la somma delle pene richieste ieri dalla procura torinese per i 73 imputati dell’operazione Minotauro, inchiesta monumentale contro la criminalità organizzata calabrese, che hanno scelto il giudizio abbreviato. Pugno duro dei magistrati nei confronti dei «capi locale» e dei «padrini», cioè per quei soggetti che secondo il codice penale, articolo 416 bis, nell’ambito dell’organizzazione mafiosa «promuovono, dirigono o organizzano l'associazione».
Proposte di condanna che sanno di alchimie giuridiche: un labirinto di commi, aggravanti, recidive. Nel complesso calcolo delle richieste di pena, è stata comunque riconosciuta in generale l’equivalenza tra le attenuanti generiche e la circostanza aggravante dell’associazione armata. Scelta che in procura viene definita «equilibrata», per suggellare il primo atto processuale della più importante inchiesta contro la criminalità calabrese attiva in Torino e provincia, portata a termine dai carabinieri del Comando Provinciale. Ma gli imputati non finiscono qui. Al di là di quelli che hanno scelto il patteggiamento, tutti gli altri, oltre settanta, andranno a dibattimento. Tra questi Nevio Coral, ex sindaco di Leini e imprenditore, coinvolto nella vicenda con l’accusa di aver «fatto affari con le «famiglie» dell’associazione, anche per scopi politici.
Quindici anni di reclusione è la pena più severa richiesta al tribunale dal procuratore aggiunto Sandro Ausiello coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia,  per Aldo Cosimo Crea, alias «Cosimino», 38 anni. Stando agli atti dell’inchiesta avrebbe ricoperto la dote di «padrino» con un ruolo attivo nel «crimine di Torino», cioè «la struttura associativa operativa, preposta allo svolgimento di azioni violente». Quattordici anni e 4 mesi per il fratello Adolfo, 41 anni, originario di Locri, anche lui affiliato con dote di «padrino». Per entrambi hanno pesato le condanne ricevuto in precedenti sentenze.
A ruota segue la richiesta per Bruno Iaria, considerato capo locale di Cuorgnè: 14 anni, più 45 mila euro di multa dovuti ad altri reati oltre a quello associativo. Per suo zio, Giovanni Iaria, ex assessore comunale di Courgné ed ex attivista socialista, la procura ha chiesto 7 anni e 8 mesi di reclusione. Rilevanti anche le pene richieste per Giuseppe Barbaro e Pasquale Barbaro, rispettivamente 6 anni e 8 mesi, e 10 anni. Quest’ultimo, detto «U Nigru», è considerato un anello di congiunzione tra Nord e Sud, tra due «unità criminali», come «referente del Locale di Platì col Locale di Volpiano». La pena più mite riguarda Leonardo Bernardo, 8 mesi, per l’accusa di aver partecipato al furto di un’auto. Per uno solo dei 73 imputati, Ergas Brollo, di Rivoli, finito nel calderone delle annotazioni d’indagine per le sue frequentazioni «pericolose», la procura ha chiesto l’assoluzione.
A margine è stata chiesta anche la confisca di beni per un valore superiore a 4 milioni di euro. Il provvedimento riguarda 25 imputati. Tra i beni da confiscare, 32 immobili, appartamenti, box, terreni, nove automobili, 650 mila euro in contanti e quote societarie di una decina di aziende. Nelle prossime udienze parleranno i difensori. Dopo l’estate si pronuncerà il tribunale.

sabato 28 aprile 2012

Processo 'ndrangheta, 172 chiedono di spostare il processo in Calabria

Processo 'ndrangheta, 172 chiedono di spostare il processo in Calabria
fonte: LA Stampa. 
Hanno chiesto di essere giudicati a Reggio Calabria i 172 accusati di concorso in associazione mafiosa a Torino. Di loro 117 sono detenuti dal giugno 2010 quando vennero arrestati nel corso della maxi-operazione Minotauro contro le infiltrazioni dell’ ’ndrangheta in Torino e provincia.
In udienza preliminare (che apertasi ieri proseguirà fino al 25 maggio) tutti gli accusati hanno presentato eccezione di competenza territoriale.». Il gup Francesca Christillin ha annunciato che si pronuncerà sulla questione il prossimo mercoledì. I cinque pubblici ministeri hanno replicato che  «ormai la ’ndrangheta è un fenomeno da anni impiantato nel Torinese, dove sono le "locali" e dove avvengono le attività di stampo mafioso.
Intanto è scaduto oggi il termine per costituirsi parte civile in questa fase del procedimento penale. Al momento soltanto un imprenditore di Cuorgnè, che fu vittima di estorsione, ha deciso di farsi avanti, ma altri enti pubblici o associazioni possono costituirsi parte civile in apertura di fase dibattimentale.

mercoledì 4 aprile 2012

Il Sistema Coral. Questa sera in onda su Rainews 24

Questa sera alle 20.38 su Rainews24, nella pagina di approfondimento del Punto condotto da Corradino Mineo, andrà in onda l'inchiesta "Il sistema coral, politica e 'ndrangheta in Piemonte" prodotta dalla Cooperativa WeLaika e realizzata da Elena Ciccarello, Davide Pecorelli, Greta Bocca, Christian Nasi.

Minotauro è il nome dell'inchiesta giudiziaria che ha fatto crollare ai politici piemontesi l'illusione che la mafia nelle loro zone non esistesse. Non solo è presente, ma ha in mano interi comuni dell'interland piemontese.

Dieci giorni fa il paese in provincia di Torino, è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. È il secondo caso nella regione, dopo il commissariamento di Bardonecchia del 1995. L’inchiesta Minotauro, che ha portato a 182 rinvii a giudizio, ha rivelato inquietanti rapporti tra politica e cosche all’ombra della Mole. Tra gli indagati il “re di Leinì”, Nevio Coral, noto imprenditore e politico di lungo corso (è stato sindaco del paese per 11 anni, passando nel 2005 la staffetta al figlio Ivano), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per la procura di Torino è “il biglietto da visita della ‘ndrangheta”, il perno di uno spregiudicato sistema di potere esercitato in alleanza con i clan calabresi. Un sistema di favori reciproci: appalti in cambio di voti. L’inchiesta completa di Elena Ciccarello verrà trasmessa su Rainews24 questa sera alle 20.38.


fonte: ilfattoquotidiano.it