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lunedì 7 ottobre 2024

COMUNICATO STAMPA DI PINO MASCIARI - 6 OTTOBRE 2024

Dopo le eclatanti,  chiare e inusuali dichiarazioni di eminenti esponenti delle forze dell'ordine e della magistratura piemontesi circa la presenza tossica delle mafie nella nostra regione, in particolare della 'ndrangheta calabrese; dopo aver appreso la situazione di pericolo in cui  continua a trovarsi il testimone di giustizia Pino Masciari e la sua famiglia, (qui la sua storia) l'apparente "cecità" che si continua a palesare ci pare inaccettabile (qui le considerazioni di Pino Masciari.:"Cosa non si fa per il potere")

LE RIVELAZIONI DI UN COLLABORATORE DI GIUSTIZIA CONFERMANO I DISEGNI DI VENDETTA NEI CONFRONTI DELL’IMPRENDITORE E TESTIMONE DI GIUSTIZIA PINO MASCIARI.


"Ho dovuto rendere pubblica l’interezza dei messaggi dei quali sono stato destinatario nello scorso dicembre. Sono stato contattato via “Messenger” da una persona che si è poi rivelata essere Andrea Mantella, il quale mi ha circostanziato precisamente i disegni di vendetta orditi nei miei confronti nel 2004: “(…)le dico che nelle Serre vibonesi nell'anno 2004 soggetti dei così detti viperari avevano intenzioni di vendetta nei suoi riguardi chiedendo ausilio ad una feroce cosca di Sant'Onofrio ai tempi mia alleata.” E poi, ancora adesso (dicembre 2023), ha continuato sottolineando l’attualità del rischio, avendo l’accortezza di raccomandarmi di non abbassare mai la guardia, perchè “la 'ndrangheta non dimentica. La vendetta da costoro è solo una questione di tempo! (…)Il tempo non cancella assolutamente questa loro sete di vendicarsi. Purtroppo testimoni e collaboratori di giustizia non c'è mai un periodo che può stare tranquillo senza rischio. Noi siamo dei predestinati (…) Addirittura dopo tantissimi anni. Ecco, qual è la nostra triste realtà.. il futuro??????? Pieno di punti interrogativi. La tutela, è un bene primario è uno strumento per salvarsi dalla morte. Non andrebbe mai tolta..! Purtroppo non sempre è così..! Anzi si va di male in peggio. Mi perdoni se mi permetto, lei questo lo dovrà sottolineare anche a costo di incatenarsi davanti all'scp Via dell' Arte (…) faccia tesoro dei miei input(…) ”. 

Ho tenuto il riserbo sull’identità dell’interlocutore finché è stato possibile. Mi sono rivolto a tutti, in via formale, in prima persona e attraverso i miei legali. Ho scritto a tutte le Istituzioni competenti per chiedere, visto l’allarme che derivava dal contenuto di quei messaggi, un innalzamento di attenzione nei miei confronti, con un altrettanto adeguato livello di protezione. Ma ho ricevuto solo risposte evasive, nei rari casi in cui ci sono state. 

Non posso stare tranquillo, perchè chi mi ha parlato è una fonte ritenuta attendibilissima dalla Magistratura, ma anche dalla ‘ndrangheta, considerato quanto emerso pure nell’ultima operazione “Factotum”. Se la ‘ndrangheta si è data molto da fare per screditare le rivelazioni di Mantella, al punto da inviare dal Piemonte persone a rendere falsa testimonianza per raggiungere lo scopo, vuol dire che Mantella sa e le sue affermazioni sono difficilmente confutabili.

Il significato chiaro, essenziale, che emerge dal contenuto di quei messaggi è l’attualità del rischio, ancora oggi, oltre che l’impossibilità di prevederne la fine, perchè prima o poi la vendetta arriverà. Chi ne sarà responsabile? Tutti coloro che sapevano, avevano la possibilità di intervenire, avevano ruolo e strumenti per prevenire e agire per evitare il peggio e hanno dolosamente omesso di farlo."

Pino Masciari 



                     Siamo chiamati a non essere "complici", codardi, cretini"

Come gruppo "Associazione Rita Atria Pinerolo"chiediamo ancora una volta  una presa di posizione anche da parte dell'amministrazione pinerolese a sostegno della vita di un nostro concittadino e della sua famiglia; nostro concittadino che, fra i pochi in Italia, ha denunciato la ‘ndrangheta e le sue collusioni sinanco col mondo delle istituzioni e della politica. 

Come gruppo "Associazione Rita Atria Pinerolo" abbiamo sempre pensato che il conferimento della cittadinanza onoraria ad un testimone di Giustizia quale Pino Masciari costituisse anzitutto un impegno assunto da parte delle stesse comunità: rendere riconoscibili, e riconosciuti dalle comunità, i principi incarnati dalla storia di Pino Masciari.
Alle amministrazioni si chiede di mettere in atto  pratiche e politiche concrete volte a impedire  le condizioni che favoriscono l'infiltrazione e la presenza delle organizzazioni mafiose nel tessuto sociale, economico e produttivo, di una comunità. 
Ricordiamo che il primo baluardo contro le mafie è considerato la nostra stessa Carta Costituzionale perchè proprio nei suoi Principi Fondamentali si ritrovano gli stimoli e le indicazioni a cui debbono fare riferimento comunità e amministrazioni che vogliano impegnarsi responsabilmente contro le mafie ( e contro il "pensiero mafioso"): la difesa della dignità dell’uomo, il diritto al lavoro, allo studio, alla salute; la difesa del territorio-paesaggio, della sua memoria e della sua cultura; la trasparenza amministrativa e la partecipazione della comunità all'elaborazione di politiche  lungimiranti, eque e sostenibili.

Quanto sia lungo il cammino ancora da compiere per costruire “anticorpi” efficaci che pongano le comunità al riparo dalle lusinghe devastanti delle mafie lo dimostra la storia di Pino Masciari e della sua famiglia. 
A questo ci richiama la storia di Pino Masciari, imprenditore calabrese, testimone di Giustizia, anche cittadino di Pinerolo.

domenica 2 febbraio 2020

“In Piemonte la mafia è liquida e nessuna città ne è immune”

Dedichiamo la riflessione del procuratore generale Francesco Saluzzo agli amministratori locali, a quelli coraggiosi e a quelli "somarelli"; alle "maschere dell'antimafia da palcoscenico"; ai cittadine e cittadini responsabili e alle associazioni che si impegnao ad essere "sentinelle del territorio".

Dedichiamo al riflessione ai primi, agli amministratori locali coraggiosi, (sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti, ecc....) come ad esempio Matilde Casa che hanno il coraggio di compiere politiche e azioni coraggiose a favore del bene lungimirante delle loro comunità (leggi qui ).
Ma la dedichiamo anche, soprattutto, agli amministratori "somarelli e asinelli" (sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti, ecc....) chè ignorano -o fanno finta di ignorare- la realtà che li circonda. A volte, spesso, sono proprio loro, gli amministratori locali ("asinelli e somarelli") che favoriscono l'infiltrazione e la silenziosa presenza di mafie e "pensiero mafiaoso " nell'ambito delle nostre comunità, appoggiando caparbiamente (!) azioni che sono palesemente lontane dal perseguire il bene lungimirante delle comunità (ma che mirano ad agevolare meri interessi speculativi). Una presenza silenziosa, quella delle mafie e del "pensiero mafioso", addirittura "invisibile", opportunistica, perchè votata a conseguire "vantaggi e "affari" i quali "vanno in porto" ancor meglio quando la situazione è (sembra!) calma, tranquilla.
Eppure lo sappiamo bene e ce lo ricordava Giancarlo Caselli nella sua requisitoria al processo Minotauto: "Pecunia non olet ( i soldi non hanno odore) (...)La mafia c’è perché c’è mercato per i suoi servizi”, ha spiegato, “ci sono tante persone che traggono vantaggio dall’esistenza della mafia, persone che non hanno nessun interesse a denunciarla. Persone, politici e amministratori, che la legge penale non può punire perché la loro colpa è l’opportunismo” (leggi qui).

Dedichiamo la riflessione del procuratore Saluzzo, e la memoria della requisitoria  di Giancarlo Caselli nell'ambito del "processo Minotauro", anche alle "maschere dell'antimafia da palcoscenico" per le quali "tacere e sopire" pare essere stato l'ordine sottaciuto a cui obbedire, utile forse per ottenere poi immeritati vantaggi.

Infine, dedichiamo la riflessione del procuratore Saluzzo alle cittadine e i cittadini responsabili e alle associazioni che ancora si impegnano a provare ad essere "sentinelle del territorio", senza altro fine che l'impegno disinteressato a favore delle comunità: la riflessione del procuratore Francesco Saluzzo non può che costituire un significativo sprone a non demordere , a "non arrendersi mai", come ci insegna Rita Atria.




Fonte. "La Stampa"

02.02.2020

Saluzzo: “In Piemonte la mafia è liquida e nessuna città ne è immune” . Giuseppe Legato

Inaugurazione Anno Giudiziario, il discorso del procuratore generale  ripercorre gli ultimi allarmi-criminalità. Deplorazione per le vicissitudini del Csm e una frecciata per le polemiche dell’avvocatura

TORINO. «Di fronte alle consorterie mafiose si registra in molti casi una certa neutralità del territorio e delle sue componenti sociali che hanno nei confronti di questi personaggi un atteggiamento spesso ambiguo, altre volte di soggezione altre ancora purtroppo, come le indagini hanno dimostrato, un’accettazione e una condivisione di fini e strumenti criminali». Per aprire l’anno giudiziario 2020 il procuratore generale Francesco Saluzzo ha rimesso al centro del villaggio la cosa che, prima di diventare un «direttivo» degli uffici giudiziari molto ascoltato anche a livello nazionale, ha fatto per tutta la vita e senza sconti: la lotta alla mafia.
Mafia liquida Che nasce da un dato di fatto ormai inoppugnabile. E cioè: «Non vi è porzione del nostro territorio che sia rimasta immune dalla penetrazione mafiosa». Torino (e cintura) fu la prima con Minotauro, poi il basso Piemonte (Alessandria), Vercelli, Asti, Santhia. L’operazione Carminius ha colpito infine l’asse Moncalieri-Carmagnola fino al Cuneese.
È una mafia moderna. Saluzzo la definisce «trasparente, liquida che più raramente uccide, ma che ha volto il proprio orizzonte operativo agli affari, agli investimenti, al condizionamento dei rappresentanti del potere politico che però, spesso, da condizionati diventano coassociati». 
Ma è anche una mafia «che più della politica, dello Stato, delle imprese ha realizzato una sorta di unità d’Italia – ha detto il pg citando un giornalista – saldando il Nord e il Sud più di quanto non abbiano fatto altri». I numerosi arresti degli scorsi anni non bastano. Da qui l’appello alla magistratura e alle forze di polizia «affinché tengano alto il livello investigativo poiché è noto che le nuove generazioni siano pronte per prendere il posto di quelli che vengono neutralizzati».
L’affondo sulle correnti
Al netto del forte richiamo a un nuovo senso di responsabilità sulle mafie da parte degli attori sociali, è stato il tema del Csm – con la sua tribolata estate – ad arricchire l’intervento di Saluzzo. Che – com’è suo costume – non le ha mandate a dire. Spiegando che «per vero, si è disvelato quel che tutti sapevano frutto del peso e dell’influenza degli apparati e delle correnti che hanno fortemente condizionato molte scelte del Csm». La vicenda legata allo scandalo Palamara «ha creato sconcerto e sfiducia nell’opinione pubblica, ma ancora di più in noi magistrati». Cosa siano diventati quei gruppi «nati per una spontanea aggregazione di magistrati attorno a un’idea» è presto detto: «Si sono trasformati in un meccanismo di potere e di influenza ingaggiando una gara per ottenere la maggiore rappresentatività possibile ed esercitare il proporzionale potere di pressione a tutti i livelli».
La difesa di Davigo
Nei giorni scorsi si sono registrate varie iniziative critiche dell’avvocatura torinese milanese, nei confronti di una serie di dichiarazioni a mezzo stampa del consigliere del Csm Piercamillo Davigo. «Ho trovato molto grave quel tentativo di intimidire Davigo (e non perché io condivida tutto quel che dice) esponendolo ad una sorta di damnatio affinchè venisse allontanato da Milano», sottolinea Saluzzo.
E aggiunge: «Ho letto vari comunicati delle camere penali e mi è venuto in mente che il tono non era dissimile da quello che abbiamo visto – deprecabile e inaccettabile – negli ultimi giorni. Voleva essere una citofonata?». Da qui l’invito all’avvocatura «con la quale condividiamo tanti valori e tante esigenze comuni». Ovvero: «trovare un terreno comune di incontro: il dibattito è fisiologico, le barricate no. E come dice un vecchio proverbio indiano, se ci si vuole stringere la mano non si possono offrire i pugni». Saluzzo ha, poi, ringraziato «la stampa che ci segue e ci sprona nel nostro lavoro anche con critiche che accettiamo e ne facciamo uso, anche per verificare se siano fondate». —

mercoledì 29 gennaio 2020

Le Mafie in Piemonte. Vogliamo parlarne?

Paradossalmente si potrebbe dire che la cronaca delle mafie, anche in Piemonte, è una storia di "straordinario successo".
Non esiste gruppo criminale al mondo che possa vantare una storia lunga come le mafie italiane: segno che il fenomeno non tratta solo di reati penali ma anche di cultura distorta delle comunità.  
Perché, anche in Piemonte, la magistratura è stata lasciata sola a contrastare il fenomeno delle mafie?
Perché "Troncare, sopire...Sopire, troncare", pare essere a volte il sottaciuto ordine nonostante in molti si sappia "tutto" ( o quasi) da anni?
Perché la cosiddetta "società civile" non è capace di produrre anticorpi efficaci contro il fenomeno mafioso?
Perché il "pensiero mafioso" è così diffuso anche fra coloro che non possono essere certo definiti propriamente mafiosi?
Vogliamo parlarne?
A queste e ad altre domande abbiamo il dovere di dare risposta

martedì 24 novembre 2015

Lombardo: ''Mafie componenti indispensabili del sistema economico mondiale''

Quando si discute sul ruolo dell'economia delle comunità, anche nei territori piemontesi, il ruolo delle mafie ( e del "pensiero mafioso") non è affatto secondario. Occorrerebbe sempre considerare che esistono oramai differenti tipi di economie, e differenti "attori" interpreti dei "principi" che sottendono a quelle economie. Occorre avere coscienza e conoscenza che vi sono economie ( pure non propriamente mafiose ma permeabili al "pensiero mafioso") che sono  ben lontane dal perseguire il "bene lungimirante della comunità": questo è il discrimine che troppe volte vediamo accantonato allo scopo di far prevalere interessi particolari, pure ammantanti dall'etichetta di "legalità" che -capita spesso- è ben lontana dal significare Giustizia: "Pecunia non olet". Anche questo emerge dal contributo del sostituto procuratore Giusepe Lombardo intervenuto alla conferenza "15 anni di 'Ndrangheta in Piemonte e non solo..." svoltasi a Torino lo scorso 21 novembre 2015

Fonte Antimafiaduemila

Lombardo: ''Mafie componenti indispensabili del sistema economico mondiale''

lombardo giuseppe torinoIl Sostituto Procuratore di Reggio Calabria G. Lombardo: "Priorità dello Stato non è la lotta alla mafia"
di Francesca Mondin
"Le grandi mafie oggi si muovono tutte in modo coordinato fra di loro e sono componenti indispensabili del sistema economico mondiale". A dirlo è Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore di Reggio Calabria, alla conferenza "15 anni di 'Ndrangheta in Piemonte e non solo…" che si è svolta a Torino il 21 novembre 2015. Un incontro organizzato dall'Associazione Culturale Falcone e Borsellino con la collaborazione del Movimento Agende Rosse gruppo "Paolo Borsellino" di Torino e di Libera presidio "Libero Grassi" ed il Patrocinio del Comune di Santena, a cui hanno partecipato anche Roberto Sparagna, Sostituto Procuratore di Torino e Giorgio Bongiovanni, direttore di ANIMAFIADuemila.
"Chi critica le indagini che riguardano il narcotraffico internazionale, di cui la 'Ndrangheta diventa sostanzialmente il soggetto unico a cavallo delle stragi '92 '93 - ha spiegato Lombardo - non si rende conto che le enormi liquidità che ne derivano sono in grado di provocare una quantità tale di risorse finanziarie liquide da condizionare il sistema finanziario mondiale, e le banche senza liquidità non hanno niente da dare, questo è il problema".
Tanto più se "il sistema vive momenti di crisi finanziarie - cioè - che dipendono dalla liquidità". 
Nel riassumere il concetto il Sostituto Procuratore ha evidenziato che "Se siamo consapevoli di questo, siamo anche consapevoli che contrastare economicamente le mafie significa impedire - in un certo senso - che l'economia riparta". Data la complessità della situazione il magistrato ha richiamato lo Stato ad avere "il coraggio di riconoscere questo" e di leggere le sentenze per capire veramente il fenomeno. Il rischio altrimenti, ha continuato Lombardo, è quello di alimentare un "sistema di comunicazione che serve a sviare la conoscenza su questi fenomeni".
Riguardo l'importanza dell'informazione il sostituto procuratore ha denunciato quanto poco spazio è stato dato ad esempio alla seconda guerra di mafia a Reggio Calabria: "Mille morti ammazzati non sono stati ritenuti degni di notizia a livello nazionale e questo è molto grave.. è stato il più cruento scontro armato che è avvenuto senza essere tuttavia classificato come guerra, è un paese civile quello dove si registrano questi fenomeni?". Per questo Lombardo ha sottolineato l'importanza di avere uno Stato "dinamico, autorevole, che si arrabbia e non uno Stato del participio passato di stare, perchè il sangue delle nostre vittime ha lo stesso valore di tutte le altre vittime del mondo".
                                                                    Una mafia invisibile
Ripercorrendo per alcuni nodi fondamentali l'evoluzione della 'Ndrangheta, Lombardo ha spiegato come ad un certo punto la magistratura interrogandosi sulla reale forma della 'Ndrangheta si è trovata dinnanzi ad un "errore di fondo enorme, condizionato dal fatto che mentre a Cosa nostra era stata ricostruita l'organizzazione verticistica sulla base di collaboratori di giustizia di grande rilievo, questo non era stato fatto per la 'Ndrangheta". Fino a pochi anni fa infatti la struttura della mafia calabrese era spiegata orizzontalmente, senza grandi gerarchie e negando la presenza di collaboratori di giustizia di grosso calibro. Invece già negli "anni '90 a Reggio Calabria collaboravano con giustizia soggetti di livello criminale straordinario - ha spiegato il pm di Reggio Calabria - con il limite che questi soggetti avevano inserito, accanto a quello già in parte dimostrato dai processi, dei temi ulteriori, imprevisti".
Soltanto "le attività d'indagine del 2005-2006 vanno a valorizzare quei passaggi che dimostravano che c'erano tendenzialmente delle strutture verticistiche".
Addirittura Lombardo ha raccontato di un dialogo registrato durante le indagini sulla superstrada statale 106 ionica tra due coniugi in cui il marito, "che era apparentemente sindacalista che faceva da raccordo tra le varie famiglie mafiose e la società italiana per le condotte d'acqua … dice  'quello che vedi non è la 'Ndrangheta come te l'hanno raccontata, quella che conta davvero è la cosiddetta 'Ndrangheta invisibile che è molto più legata ad ambiti massonici e complessi e che comanda perchè accanto a chi comanda e decide c'è chi esegue'". La mafia presentata dal magistrato di Reggio Calabria è quindi una mafia "invisibile" ancora più difficile da scovare e condannare, ecco perchè "E' necessario per i magistrati avere la forza e la possibilità di fare indagini complete, solo la completezza dell'investigazione ci può far capire se quei soggetti fanno parte della struttura criminale e si nascondono… o se invece stanno all'esterno e quindi dall'esterno la favoriscono - ha spiegato il sostituto procuratore di Reggio - questo dipende da una serie di fattori, il fattore principale che io ritengo condizioni fino in fondo il nostro lavoro è uno solo: il contrasto alle mafie non è una priorità dello Stato italiano".
Un aiuto che le Istituzioni potrebbero dare nella lotta alla mafia secondo Lombardo, sarebbe ad esempio una norma chiara sul concorso esterno di associazione mafiosa, un "problema che esiste da 140 anni". Fin dall'epoca di Falcone e Borsellino "c'era la consapevolezza che era difficile dimostrare queste condotte perchè è un istituto sostanzialmente di creazione giurisprudenziale che la nostra classe politica cerca di indebolire sempre di più perchè capisce perfettamente che il problema è lì".
"Quando siamo andati a cercare conferme sul fatto che ci potessero essere componenti riservati delle mafie che in qualche modo noi avevamo tentato di ricondurre ad una fattispecie criminosa ed avevamo utilizzato il concorso esterno, ci siamo resi conto anche del motivo per il quale quelle contestazioni quasi regolarmente andavano incontro a sentenze di assoluzione - ha sottolineato Lombardo - perchè stavamo contestando a determinati soggetti che facevano parte della struttura criminale in una componente invisibile un reato che era sbagliato perchè li collocavamo all'esterno di quella struttura criminale."

giovedì 26 giugno 2014

La Commissione Parlamentare Antimafia oggi è in Piemonte. E non a caso!

Le mafie al Nord. Nando dalla Chiesa: "Di fronte a questo fenomeno, molti continuano a vivere nel paese delle nuvole. Devono capirlo tutti, compresi i politici e alcuni magistrati».
La Commissione Parlamentare Antimafia oggi è in Piemonte, a Torino. Ci auguriamo che le parole di Nando Dalla Chiesa e questa visita servano a dare coraggio e stimolo a quella società responsabile, sempre  invocata da don Luigi Ciotti, che tante volte si rivela timida e paurosa,  incapace di agire come "sentinella".  
E' una nostra colpa, una nostra responsabilità.
Torino. Piazza Castello e la sede della Prefettura
Del resto, è servito a poco anche l'appello lanciato dallo stesso Gian Carlo Caselli, allora Procuratore capo di Torino, nella conferenza stampa che seguì l'operazione "Minotauro" del giugno 2011. In quella occasione, Caselli auspicava che proprio la società civile e la politica piemontese fossero capaci di agire - prevenire e isolare- prima ancora dell'intervento della Magistratura. Così si esprimeva poi Gian Carlo Caselli a riguardo delle relazioni esterne ( anche non penalmente rilevanti) tra esponenti della ’ndrangheta e alcuni politici piemontesi , relazioni emerse dalle indagini e dal processo che ne è seguito: "(...) E quando qualcuno, in assoluta buona fede, pretende che quando queste vengono fuori e non sono penalmente rilevanti, siano necessari gli omissis, siamo di fronte a una fatto controproducente. Le relazioni esterne sono la spina dorsale della ’ndrangheta. Senza di esse sarebbe gangsterismo e da tempo sarebbe stato sconfitto». 

Accadrà ancora quanto avvenuto nelle ultime tornate elettorali nelle quali "carrieristi" (anche della cosiddetta "antimafia")  e "opportunisti" sono stati ancora proposti e ri-proposti, eletti e ri-eletti?
L'incontro di oggi servirà anche a dare rilievo a quanto emerge da uno studio condotto dallo staff di Nando Dalla Chiesa sulle mafie al Nord. 
Nando Dalla Chiesa
La Lombardia è la pecora nera: «Le ultime indagini giudiziarie hanno mostrato un sistema politico e istituzionale sempre più permeabile alle infiltrazioni delle organizzazioni mafiose e un’imprenditoria spesso omertosa, talvolta collusa». 
Il Piemonte «è una tra le regioni del Nord più penetrate, benché in forme e a livelli assai diseguali, dal fenomeno mafioso».  
Occorreva forse ricordare l'insegnamento di Paolo Borsellino, parole spesso dimenticate, accantonate, come quelle di Carlo Alberto Della Chiesa quando "svelava" che la mafia andava cercata e combattuta "fuori dal pascolo palermitano". 

 Fonte: La Stampa
La rete della ’ndrangheta

Da Locri e Platì verso Torino

Il report 2014 per la Commissione antimafia, da oggi in città

ANSA
Il piazzale davanti alla Prefettura, dove arriveranno oggi i componenti della Commissione parlamentare antimafia

La scelta di Torino come sede-vetrina parla da sola. Il primo dei quattro report 2014 sull’infiltrazione della criminalità organizzata nelle «sette regioni sorelle» del Nord sarà presentato proprio qui, oggi (e domani), con la Commissione parlamentare antimafia al gran completo. L’ha curata e redatta un pool di studiosi dell’università di Milano guidato dal professor Nando Dalla Chiesa che, appunto, mette subito le cose in chiaro. ’Ndrangheta? Cosa nostra? Camorra?: «La vera partita si gioca al Nord dove non c’è solo un’appendice, ma il cuore dello scontro, i soldi, e invece le si percepisce ancora come folklore».  

La mafia in Piemonte  
Quaranta facciate di questo lungo lavoro che per la prima volta nella sua storia non è semestrale, ma trimestrale, sono dedicate al Piemonte. «Si assiste a una netta prevalenza della ’ndrangheta rispetto ad altre forme di criminalità organizzata, evidenziata dalle recenti operazioni Minotauro e Alba Chiara. Grazie ad esse - si legge nel testo - è stato disvelato un radicamento molto forte soprattutto nella città di Torino e nella sua provincia ma anche nel basso Piemonte». Quindici le «locali» (strutture di base della malavita calabrese) menzionate nel rapporto agli atti del Parlamento. Attualmente sono 135 i beni confiscati in provincia di Torino, 51 nel resto della regione. «Il Piemonte, per numero di beni, è secondo solo alla Lombardia».  
Il team di Dalla Chiesa mette poi nero su bianco quello che tutti sanno ma che pochi dicono e cioè che «molti fattori portano a ritenere che la presenza della ’ndrangheta si registri comunque al di fuori dei teatri delle operazioni indicate». Traduzione: il fenomeno è men che mai sconfitto.  

Le «famiglie»  
«La trama dei nuovi poteri si sviluppa intorno alla forte presenza delle famiglie Pesce-Bellocco (Rosarno), Mazzaferro, Morabito, Bruzzaniti, Palamara (Africo), Barbaro di Platì, solo in parte evidenziati a seguito di Minotauro».La maggioranza degli arrestati proviene da Locri e Platì. Quale sia il poi il senso di questo studio, lo spiega il senatore Stefano Esposito, membro piemontese della commissione antimafia insieme al collega Davide Mattiello: «Questo documento servirà soprattutto a sindaci, assessori, consiglieri per conoscere nomi e cognomi Da oggi in poi non ci saranno più alibi per nessuno». Dalla Chiesa chiude: «Al Nord, i mafiosi se sono sconfitti arretrano e invece - spiega - vengono ancora percepiti come folklore, sottovalutati. Di fronte a questo fenomeno, molti continuano a vivere nel paese delle nuvole. Devono capirlo tutti compresi i politici e alcuni magistrati». 









mercoledì 30 aprile 2014

LIBERA PIEMONTE: L7 una Piattaforma Per Il Contrasto Delle Mafie In Piemonte

L7, Una Piattaforma Per Il Contrasto Delle Mafie In Piemonte

La ‘ndrangheta in Piemonte è forte e radicata. Lo è perché per molto tempo si è cercato di scacciare lo spettro che il crimine organizzato facesse affari nella nostra regione. Lo è anche perché i clan trapiantati in Piemonte hanno trovato sponda e legami con settori insospettabili della nostra società. Lo raccontano le diverse operazioni della magistratura concluse in questi anni, da "Minotauto" in poi, che hanno evidenziato collusioni, sottovalutazioni e superficialità di pezzi della politica. 


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Per questo siamo convinti della centralità del voto regionale per contrastare l’espansione mafiosa nel nostro territorio. Per ottenere questo risultato proponiamo ai rappresentanti che si candidato a governare la Regione L 7 Piemonte, una piattaforma programmatica che Libera propone alla politica, come fece 4 anni fa con L10.
Sette punti programmatici che vanno dalla cultura della legalità alle candidature, dalla lotta alla corruzione al gioco d’azzardo, dall’usura alle normativa sulle cave per arrivare agli strumenti per contrastare la povertà.
Sette punti che sono stati presentati ieri, martedì 29 aprile, alle 11.30 presso il Bar Italia Libera, in via Veglia 59/a, Torino.in una conferenza stampa, aperta al pubblico. 

I punti programmatici di Libera Piemonte verranno sottoposti ai candidati presidente e consiglieri e tutte le risposte pervenute verranno pubblicate sul sito www.l7.liberapiemonte.it