Paolo
Borsellino (giudice): “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul
controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono
d’accordo”.(P.Borsellino)
Carlo Alberto
Dalla Chiesa (carabiniere): "(...)Ho capito una cosa, molto semplice ma forse
decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi
certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari
diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia,
facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati(...)"
Cittadino Anonimo: "Le
mafie ve le ricordate solo quando provano a infiltrarsi nelle
proteste. Non quando sfruttano la gente che vi fa comprare le arance
a pochi euro! Non quando pilotano gli appalti nelle vostre città e
si spartiscono assessorati e poltrone. Non quando rubano il presente
e il futuro a gente costretta ad attraversare le frontiere
clandestinamente. Non quando i professionisti delle vostre città le
assistono, le curano, le difendono ingrassando l'economia malata che
le nutre. Non quando taglieggiano, violentano, sfruttano i territori.
Delle mafie vi ricordate solo quando secondo voi pilotano quelle
piazze dove non scendete più da decenni!"
Alessia Candido (giornalista, calabrese): La semplificazione di situazioni complesse è peccato
mortale, in epoche complesse irredimibile. Partiamo da un presupposto
a scanso di equivoci: la pandemia c'è, morde, la curva dei contagi è
grave e seria e non si sta parlando di influenza, né sono
accettabili le politiche socio-sanitarie ispirate a Mengele o alla
rupe Tarpea secondo cui "tanto muoiono vecchi e malati"(e
neanche è vero). Però la rabbia sociale c'è e ricondurla a giro
solo alla camorra, ai fascisti, agli ultras è pericoloso perché
queste varie sfumature di fogna interlocutori di un disagio vero. E
non è neanche un conflitto generazionale "nipoti contro nonni".
Il problema non
è "si chiude o no", il problema è "chi paga il conto
di una stagione in cui non si è fatto abbastanza perchè c'erano
interessi di pochi da tutelare a discapito del benessere di molti".
Un amico ieri diceva "stanno trasformando l'Italia in una grande
Ilva". Per molti aspetti, appare un paragone calzante.
E allora magari
è ora che a pagare il costo sociale della pandemia non siano sempre
i soliti stronzi, ultimo anello della catena, gli invisibili, i
precari, quelli che vanno avanti a contrattini di un mese, dove c'è
scritto part-time ma significa full time, dove 18 ore diventano 40, a
cui basta non rinnovare il contratto per metterli di fronte a un
gigantesco "e mo?", quelli affittati dalle grandi agenzie
interinali, quelli invisibili, quelli che aspettano stipendi
arretrati con il padroncino di turno che è passato dal macchinone
uno al macchinone due che ti dice "è un momento difficile,
dobbiamo fare sacrifici e ne usciremo insieme". E
inevitabilmente ti chiedi se sul piatto della bilancia pesino uguale
lui che rinuncia alla settimana bianca e tu che conti gli spicci al
supermercato. Non spuntano dal nulla come funghi, ma sono il
risultato di decenni di controriforme del lavoro, di miopia
istituzionale, di inerzia nel combattere il lavoro nero, di buffonate
su quanto è bella la flessibilità.
Questi sono gli ingredienti
della rabbia sociale, sono queste le categorie invisibili che non
devono sparire dai sussidi. Si faccia una patrimoniale, si approfitti
della crisi per dare diritti e non toglierne ancora, si faccia
emergere la grande sacca di lavoro nero e informale che c'è ed è
terreno fertile per fasci, mafie e dementi in grado di dare risposte
sbagliate a un disagio vero. E si smetta di semplificare tutto in un
derby demenziale che è solo un utile alibi per continuare a
nascondere la testa sotto la sabbia. I cocci ci sono e prima o poi
tocca raccoglierli lo stesso."
A partire dallo scorso lunedì 9 gennaio 2017, sul
quotidiano La Repubblica ha preso avvio il blog “MAFIE”, da una
idea di Attilio Bolzoni. Il primo articolo pubblicato ha un titolo
significativo: “Dov'è? Dove si è nascosta?”(qui la pagina del blog "MAFIE"). E Attilio Bolzoni chiede infine, provocatoriamente: “Si è tramutata (la mafia) in un'élite che punta ad accorciare sempre di più le distanze fra mondo illegale e legale?(...)fra qualche anno ( le mafie) non le troveremo più. Non sapremo più riconoscerle“. Le domande contenute del titolo, muovono anche da un breve scritto di Letizia Battaglia. Aventicinque anni dall'estate del '92,Letizia Battaglia non sa più dove andare a fotografare i mafiosi” perchè “(...)I mafiosi (e gli amici dei mafiosi) non sembrano più mafiosi. Rassomigliano fisicamente troppo alle persone perbene (….).
Letizia Battaglia, lo ricordiamo, è la fotografa che testimoniò col sul lavoro gli anni di sangue che cosa nostra sparse nella Sicilia sconquassata dalla "seconda guerra di mafia" che avrebbe portato alle stragi dell'estate del 1992. Fra le tante fotografie, fu proprio Letizia Battaglia a scattare quella che ritrae l'attuale presidente della Repubblica mentre soccorre il fratello morente,Pier Santi Mattarella, pochi minuti dopo essere stato colpito dai killer di cosa nostra, la mattina del 6 gennaio 1980.
Le lezioni "sulla mafia" che tanti fingono di non ricordare."Dov'è (la mafia)? Dove si è nascosta (la mafia)?" Cominciamo dal Piemonte, ad esempio...
Proprio noi che viviamo in Piemonte qualche
suggerimento su dove andare a cercare le mafie di oggi ci permettiamo
però di darlo.Per (re)imparare a (ri)conoscere quello che sono
diventate le mafie, per comprendere come agiscono oggi, basterebbe
rileggere -studiandola magari a fondo- la requisitoria che Gian Carlo
Caselli pronuncia al processo Minotauro la mattina del 27 giugno
2013( leggi qui uno degli articoli dell'epoca).
L'allora procuratore capo di Torino riserva a sé proprio
l'esposizione dei fatti rilevati nei confronti della cosiddetta “zona
griga” piemontese: imprenditori, uomini politici , amministratori,
“pezzi” della società civile che per mera convenienza, per
opportunismo(!), diventano complici o strumenti delle organizzazioni
mafiose; le quali organizzazioni -occorre ricordarlo- fondano da
sempre la loro forza e il loro potere proprio sulle “relazioni
sociali” che sono capaci di intessere in una comunità, in uno
scambio di “reciproche convenienze”.
Giancarlo Caselli: “(...) La
mafia, soprattutto nella sua espansione fuori dalle aree
tradizionali, non rinunzia certo alla violenza, ma la usa come
ultima risorsa, (…) alle spalle abbiamo oltre trent’anni di
mimetizzazione delle mafie al Nord. Questa mimetizzazione rappresenta
un elemento di prova decisivo quanto alla pericolosità
dell’associazione. Perché presupponeil filtro di una ZONA GRIGIA che costituisce un
punto di forza dell’organizzazione (…) Per realizzare i loro
affari i mafiosi hanno sempre più bisogno di “esperti”:
ragionieri, commercialisti, immobiliaristi, operatori finanziari e
bancari, notai, avvocati, politici, amministratori, uomini delle
istituzioni [purtroppo, magistrati compresi]: la cosiddetta borghesia
mafiosa. (…) Ecco perché non è accettabile la richiesta che
spesso viene rivolta ai magistrati di indicare soltanto con molti
omissis la rete di relazioni intrecciate dalla criminalità nel
tessuto politico e sociale della comunità. Sarebbe un grande errore,
il silenzio si trasformerebbe in omertà diffusa e non contribuirebbe
sicuramente a bonificare il tessuto sociale. (…) Per fare questo
non bastano i magistrati che perseguono i delitti, non bastano gli
investigatori: c’è bisogno che tutti [anche, se non soprattutto,
la politica e l’intera classe dirigente del Paese] si schierino e
operino nella stessa direzione, per togliere spazi alla criminalità.
(...) Vedremo che ci sono tante persone che
traggono vantaggi dall'esistenza della mafia. Persone che non hanno
interesse a denunziare nulla. Persone (politici, amministratori) che
la legge penale non può punire perchè la loro colpa è
l'OPPORTUNISMO. Una colpa grave sul piano politico/morale ma non
penalmente sanzionata. Una colpa che espone alla ricattabilità.(...)”
Che le mafie, non siano “coppola e lupara” ma "ingiustizia e corruzione, gestione distorta della cosa pubblica, lo sappiamo da decenni, da secoli!
Per fotografare la mafia "di oggi" bisognerebbe semplicemente “fare memoria”! Ad esempio, partire dall'intuizione del “prefetto
di ferro” Cesare Mori il quale, spedito in Sicilia da Mussolini nel 1924, ma poi richiamato a Roma ( da
chi?...domanda retorica) proprio per fermare l'offensiva militare
messa da lui in atto contro brigantaggio e “cosa nostra” nella Sicilia dei primi anni del '900, così ebbe a dichiarare: “Quando i
giornali parlano di colpo mortale alla mafia, non hanno capito che
brigantaggio e mafia sono due cose diverse. Il colpo mortale alla
mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non solo
tra i fichi d'india ama nelle prefettture, nelle questure, nei gradni
palazzi padronali e, perchè no, in qualche ministero”.
Facciamo
memoria allora e traiamone comportamenti e analisi conseguenti! Uno dei passaggi più significati dell'intervista
che Carlo
Alberto Dalla Chiesa rilasciò
a Giogio Bocca il 10 agosto 1982, pochi giorni prima di essere
ucciso: “La mafia ormai sta nelle maggiori
città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o
commerciali e magari industriali. A me interessa conoscere questa
‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questa fase di
riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che
architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne
o alberghi o ristoranti à la page . Ma ancor più mi interessa la
rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, imprese e
commerci magari passati a mani insospettabili e corrette, sta nei
punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio,
controlla il potere”.
E allora per fotografare la mafia di oggi, ma
soprattutto per impedire che mafie e “zona grigia” continuino a
dominare questo paese, è necessario davvero “fare memoria”
e mettere in pratica "la lezione" sulla mafia tenuta dal giudice Paolo Borsellino il 26 gennaio 1989 all' Istituto Tecnico Professionale di Bassano Del Grappa:
“(...)L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice 'quel
politico era vicino ad un mafioso', 'quel politico è stato accusato
di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però
la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo
onesto'. E no! questo ragionamento non va, perché la magistratura
può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale , può
dire: 'beh... Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io
non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire
quest'uomo è mafioso'. Però, siccome dalle indagini sono emersi
tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici,
le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i
consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute
conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non
costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile
nella gestione della cosa pubblica.Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. (...)”. Ancora Paolo Borsellino: "Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono daccordo".
La lezione che fingiamo di dimenticare
A
Letizia Battaglia, verrebbe allora certo impedito di entrare nei luoghi
“deputati” a ritrovare-fotografare mafie, mafiosi e “zona
grigia” dei nostri giorni, perchè quei luoghi non sono ovviamente
le strade dove scorreva il sangue delle guerre di mafie dello scorso
secolo. E anche quella, in realtà, era solo la carneficina dei
“pesci piccoli”, dei “picciotti-carne-da-macello”, mentre i
“pezzi da novanta”, subito rimpiazzati i capi del
“maxi-processo”, avrebbero continuato a manovrare vite e
strategie nei luoghi del “potere oscuro”: i luoghi delle
relazioni imprescrutabili, degli affari “indicibili”, degli
“insospettabili", della "zona grigia"; di quel "mondo di mezzo" così cristallinamente illustrato da Massimo Carminti, uno dei maggiori imputati di "Mafia Capitale" (vedi qui). Nei luoghi ove agiscono oggi mafie e pensiero mafioso, ha ragione
Letizia Battaglia, “(...) anche i mafiosi non
sembrano più mafiosi e rassomigliano fisicamente troppo alle persone
perbene.”
A 25 anni dalle stragi
siciliane del 1992 tocca alle donne e agli uomini che continuano a
credere nella Speranza incarnata da uomini che hanno sacrificato la
loro vita per sconfiggere “mafie e pensiero mafioso” nel nostro
Paese far sì che “le lezioni” impartite da quegli uomini non
siano dimenticate o scansate: per tutti ricordiamo Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Giovanni,
Falcone, Paolo Borsellino.
Dalle sconfitte di questi giorni comprendiamo come sia necessario difendere e sostenere "la scomoda e pericolosa categoria degli onesti" La sconfitta. Domenica scorsa abbiamo assistito allo svolgimento delreferendum "sulle trivelle", conclusosi amaramente per noi associazioni e per i milioni di cittadini che lo hanno appassionatamente appoggiato mettendo in pratica il diritto-dovere del voto, diritto conquistato e sancito dalla nostra Carta Costituzionale. La sconfitta. Di ieri la notizia che il Comune di Brescello, nella ricca e "rossa"(?) Emilia Romagna, è stato sciolto per infiltrazione mafiosa (leggi qui): una mafia che in pochi hanno denunciato mentre in molti -"la politica" e gran parte della cosiddetta "società civile" e imprenditoriale di quella terra , l'Emilia- hanno fatto finta di non vedere e di non riconoscere. Entrambe le situazioni mostrano ancora una volta, a nostro parere, come il modo più subdolo per minare le fondamenta della Democrazia sia non tanto quello di impedire o negare al popolo lo svolgimento di momenti fondamentale del sistema democratico -il voto, la partecipazione alla "cosa publica"- quanto quello di instillare il pensiero che quelle cose -votare, partecipare- non servano sostanzialmente a nulla. Salvo poi lamentarsi e tacciare di qualunquismo la disaffezione crescente a quei momenti, la vulgata del "tanto son tutti uguali...tanto non cambia mai niente...pecunia non olet" e "gli affari" prima di tutto...". La mancata partecipazione al referendum sull'ambiente, le tante inchieste che quotidianamente svelano nel nostro Paese la presenza di mafie e "pensiero mafioso" ( l'intreccio perverso di "mala-politica" e mafie" , corruzione, conflitto di interessi,)in molti ci si attenderebbe una reazione concreta della cosiddetta "società civile" a quei fatti; una reazionecapace di suscitare indignazione e impegno tali da costruire una nuova "resistenza",una maggiore partecipazione popolare alla difesa del "bene comune". Anche perchèa godere della disaffezione e del declino della "partecipazione" ( "causa ed effetto" degli episodi sopra citati) sembrano essere proprio coloro che dall'esercizio della "politica del potere" (ben differente dalle "politica del servizio") traggono vantaggi per sè e per i gruppi a cui fanno riferimento: quelle che oggi indichiamo caste-cricche-cosche e che le inchieste giudiziarie ( solo quelle ahinoi!) portano alla luce quotidianamente in Italia.
La denuncia e la resistenza
Il disinteresse verso la cosa pubblica, l'avversione alla partecipazione concreta e attiva della vita delle comunità, non pare tuttavia essere solo un atteggiamento di mero qualunquismo. Sembra piuttosto anche il frutto di vicende storiche ci hanno mostrano una tale involuzione morale della politica partitica da far dire amaramente alsen. Elvio Fassone, nostro concittadino: “(…) La classe politica non è mai all’altezza. Purtroppo la politica non riesce ad attrarre chi dovrebbe". (leggi qui il nostro articolo)”.
Sembra di essere giunti all'ultimo episodio di una trama nefasta che ha origini lontane e che sentinelle inascoltate avevano denunciato già decenni orsono, a cavallo fra gli anni '70 e 80 dello scorso secolo. Fra quelle sentinelle potremmo citare Peppino Impastato e i siciliani onesti quando rivelano "gli affari (il)leciti" della mafia imprenditoriale; il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale nell'ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca ( 10 agosto 1982), "rivela" tutto quello che c'era e c'è da capire delle mafie del loro rapporto col potere politico ed economico. Per il tema che trattiamo ora, sentinella inascoltata fu Enrico Berlinguer, col suo vano tentativo di porre "la questione morale" nell'ambito della politica partitica italiana denunciando, ancora una volta con una intervista rilasciata a Eugenio Scalfari il 27 luglio 1981, cosa erano diventati i partiti e la società italiana: soggetti "poco civili" che si scambiano "favori" deprecabili: "(...) I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di
clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune (...)molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più.(...)". (leggi qui l'intervita di E. Berlinguer).
La pericolosa categoria degli onesti
Oggi, fra le altre, vogliamo ricordare un'altra "sentinella inascoltata: Italo Calvino. Pochi giorni orsono,nel suo articolo "La democrazia senza morale"( leggi qui) , Stefano Rodotàcita uno scritto di Italo Calvino pubblicato da La repubblica il 15 marzo 1980. In quello scritto Calvino svela quello che già era evidente ad occhi attenti e onesti. Gli scandali conclamati della prima e della seconda repubblica erano di là da venire, la presenza soffocante delle mafie era realtà taciuta, ma ad occhi attenti e onesti tutto era già chiaro. Edè chiaro, secondo Calvino, perchè "la scomoda e pericolosa categoria degli onesti" deve trovare quotidianamente ragione e forza di esistere: perchè in un paese di corrotti, la resistenza degli onesti "(...) avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è."
Italo
Calvino
“ Apologo
sull’onestà nel paese dei corrotti
“ (La Repubblica, 15 marzo 1980)
Italo Calvino
"C’era
un paese che si reggeva sull’illecito.
Non
che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato
su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo
sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva
bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne
aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi
non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e
questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a
chi li aveva, in cambio di favori illeciti.
Ossia, chi poteva dar
soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi
mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un
sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua
armonia.
Nel
finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato
da alcun senso di colpa,perché per la propria
morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era
lecito; anzi,
benemerito: in quanto
ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune;
l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità
sostanziale. Vero è che in
ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza
che una quota parte resti in mano di singoli individui,
come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di
procacciamento e mediazione: quindi l’illecito, che per la morale
interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito
anche per quella morale. Ma a guardar bene il
privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla
tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio
tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo,
cioè poteva senza
ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma
benemerita.
Il
paese aveva nello
stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle
imposte su ogni attività lecita, e finanziava
-lecitamente- tutti coloro che, lecitamente o illecitamente,
riuscivano a farsi finanziare. Perché
in quel paese dove nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta
ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si
sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la
finanza pubblica serviva a integrare lecitamente, in nome del bene
comune, i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene
comune s’erano distinte per via illecita.
La
riscossione delle tasse,
che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere
civico, qui ritornava
alla sua schietta sostanza d’atto di forza (
così come in certe
località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella
d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose,
atto di forza cui il
contribuente sottostava per
evitare guai maggiori pur
provando, anziché il
sollievo della coscienza a posto, la
sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva
amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle
attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di
tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva
d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche
centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a
allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.
In quei casi il
sentimento dominante,
anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era
il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un
centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai
soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine
tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro
compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro
erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli
altri.
Naturalmente
una tale situazione era propizia anche per le associazioni a
delinquere di tipo tradizionale
che coi
sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre
attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano
come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi,
facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei,da cui prima o poi
certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o
illecita.
In
opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del
terrore che, usando
quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e
con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte
le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come
l’unica alternativa globale al sistema. Ma
il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a
diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione
d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in
nulla. Così tutte le
forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si
saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e
coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro
vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con
la coscienza a posto.
Gli onesti Avrebbero
potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese,
non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini
cui non si sapeva quale ruolo attribuire:
gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano
richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né
religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine
mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non
potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a
cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se
la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che
collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la
soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In
quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto
loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni
momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano
che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono
cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in
buona o in malafede.
Il
potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé
(almeno quel potere
che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri
paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più
nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che
il peggio è sempre più probabile.
Dovevano
rassegnarsi all’estinzione? No,la loro consolazione
era pensare checosì
come in margine a tutte le società durante millenni s’era
perpetuata una controsocietà di malandrini,
di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che
non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma
solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e
affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi
consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non
troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così
la contro-società degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere
ancora per secoli, in margine al costume corrente,
senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi
dissimile da tutto il resto, e
a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa
d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le
parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto
e ancora non sappiamo cos’è. "
Il dovere di fare memoria:
Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emmanuela Setti Carraro, Domenico Russo . 3 settembre 1982. Cento giorni di solitudine.
Cento giorni di solitudine bastarono ai
poteri mafiosi ( e non solo mafiosi) per spegnere "la speranza" dei
palermitani e degli italiani onesti. Cosi' venne ucciso il generale
Dalla Chiesa, nominato prefetto di Palermo per sconfiggere la mafia.
Carlo Alberto Dalla Chiesa fu in realtà la "vittima sacrificale": lasciato solo "...a Palermo, con i poteri del prefetto di Forlì". Così ebbe a dire lui stesso, con triste ironia, nella ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982 e che riportiamo qui .
Riproponiamo anche l'articolo scritto nel
settembre 2012 da Francesco Licata per commemorare il trentennale della
strage nella quale furono uccisi Carlo Alberto dalla Chiesa, Emmanuela
Setti Carraro, e l’agente Domenico Russo. Sottolineiamo la conclusione
dell'articolo:"(...) Fu solo mafia?(...) una
coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le
indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da
una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo. La mafia siciliana
ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è
stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e
ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri."
fonte: La Stampa
Carlo Alberto Dalla Chiesa,
quei cento giorni di solitudine
Il 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini a Palermo vengono uccisi il
generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emmanuela Setti Carraro.
La loro A112 bianca venne crivellata di colpi di kalashnikov Ak-47
Trent’anni fa lo Stato lo lasciò solo, la mafia uccise lui e la moglie e l'agente di scorta
FRANCESCO LA LICATA
PALERMO
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato in una calda serata sciroccosa. Erano passate da poco le 21 del 3 settembre 1982 e la A112 color crema, guidata dalla giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro,
imboccava la via Isidoro Carini, lasciandosi alle spalle Villa Whitaker
- sede della Prefettura - diretta verso il refrigerio di un ristorante
all’aperto del golfo di Mondello. Seguiva l’utilitaria l’agente Domenico Russo,
alla guida dell’Alfa blu che il generale-prefetto non utilizzava,
convinto che l’anonimato di una «normale macchinetta» offrisse maggiori
garanzie di sicurezza dell’auto blu, immediatamente identificabile.
Precauzione
inutile, perché la task-force messa in campo da Cosa nostra monitorava
da diverse ore i movimenti del bersaglio e forse aveva potuto disporre
anche della soffiata partita da Villa Whitaker, da qualcuno che
controllava strettamente il generale.
Due
macchine e due moto rasero al suolo la A112, senza risparmio di
violenza e a nulla valse la protezione offerta ad Emmanuela
dall’abbraccio coraggioso del marito. L’agente Russo fu finito dal
killer più sanguinario di quel momento: Giuseppe Pino Greco, detto
«Scarpuzzedda».
il cartello che qualcuno scrisse sul luogo della strage
I
palermitani stavano a cena, davanti ai televisori. La notizia,
tuttavia, non l’ebbero dai telegiornali perché arrivò prima il
passaparola. Esplose così rapida da richiamare in pochi minuti una folla
di gente in piedi, impietrita in un silenzio irreale, con gli occhi
rossi di rabbia. Quando, ormai a notte fatta, fu smontata la scena e i
fari, i lampeggiatori delle volanti, si spensero, rimase solo la fragile disperazione di una città, sintetizzata in un cartello che sentenziava: «Qui muore la speranza dei palermitani onesti».
Così
fu spenta una luce che si era accesa appena cento giorni prima,
sull’onda dell’ennesimo eccidio mafioso che aveva colpito il segretario
regionale del Pci, Pio La Torre, abbattuto dalla mafia insieme con
l’amico, compagno e scorta volontaria, il militante Rosario Di Salvo.
La speranza, per la verità, non era nata sotto i migliori auspici. Il
generale era stato inviato a Palermo come un’arma spuntata: Roma non
aveva voluto dargli gli stessi poteri che gli erano stati dati nella
lotta al terrorismo. Prefetto senza poteri speciali: un messaggio rassicurante per la palude palermitana, preoccupata
per la presenza di un uomo deciso, carabiniere nel Dna, poco incline
alle pantomime sicule dell’indignazione senza conseguenze.
E infatti la città gli dimostrò immediatamente tutta la propria avversione. La città del potere, ovviamente. Perché i cittadini, invece, riponevano molte aspettative sulle capacità del prefetto.
Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo in incognito. Ignorò l’auto
che l’aspettava in aeroporto, montò su un taxi ed arrivò in Prefettura
«pieno» delle notizie e degli umori strappati al tassista loquace. Non
si fidava, il generale, e con quella «presentazione» intendeva mettere
subito le cose in chiaro.
Fu criticato, ovviamente, per quella scelta. Non gli furono risparmiate ironie e commenti, pesanti allusioni sulla differenza di età con la giovane seconda moglie:
insomma tutto il repertorio della maldicenza e della mafiosità locale.
Persino il sindaco, l’avvocato Nello Martellucci, uomo del gruppo di
potere dominante (Lima, Ciancimino, Gioia), si rifiutò di portargli il
saluto con la pretestuosa motivazione che doveva essere il generale a
«presentarsi» al padrone di casa. E come lo sbeffeggiavano quando
andava nelle scuole a parlare di legalità coi ragazzi o quando faceva
sequestrare agli angoli delle strade il pane prodotto e venduto
abusivamente. Solo
Leonardo Sciascia capì il valore di quel gesto e spiegò che non si
poteva battere la mafia fino a quando i mercati di Palermo sarebbero
rimasti repubbliche indipendenti. Come a dire c’è Cosa nostra ma anche qualcosa di più subdolo, per esempio la mafiosità.
La
solitudine del generale, in quei cento giorni palermitani, è stata
ricordata più volte dal figlio, Nando, che non ha mai modificato il suo
giudizio duro sulla politica che isolò il padre (giudizio riproposto
oggi a Luciano Mirone, autore di «A Palermo per morire»). E quando si
parla dell’isolamento di Dalla Chiesa il discorso non può non cadere
sul rapporto con Giulio Andreotti, a cui il generale, in partenza -
«disarmato» per Palermo - anticipa che non avrà «nessun riguardo per la
corrente Dc più inquinata» (quella di Salvo Lima, di Gioia, di
Ciancimino e dei cugini Ignazio e Nino Salvo). Li conosceva bene, il
prefetto, quei personaggi. Aveva redatto un rapporto destinato alla
Commissione antimafia, quando era comandante della Legione a Palermo. Ma
quell’analisi - ricorda il figlio Nando - era arrivata in Parlamento
molto manipolata, addirittura coi nomi «sbianchettati».
Qual era lo stato d’animo del generale e della giovane moglie, pochi giorni prima dell’eccidio? Bastano le
parole dette al telefono alla madre da Emmanuela: «Non posso venire a
Milano, non voglio lasciare Carlo nemmeno per un momento, chi lo
salverebbe? Siamo dimenticati, mamma, da chi ci dovrebbe tutelare».
l'immagine dell'auto e dei corpi del prefetto e di sua moglie
Gli
assassini del generale, della moglie e dell’agente sono stati
condannati. Ma si tratta dei macellai. Mancano le menti raffinatissime,
per dirla con le parole di Giovanni Falcone.
Chi ha tradito Dalla Chiesa? Quale conto hanno fatto pagare al generale sabaudo mandato nella terra degli infedeli? Persino la Chiesa siciliana, solitamente cauta, nel giorno dei funerali usò parole di fuoco e puntò il dito sul potere ignavo: «Mentre
a Roma si discute sul da farsi, Sagunto viene espugnata», gridò il
cardinal Pappalardo dal sagrato della basilica di San Domenico.
Fu solo mafia? Oppure
il «conto» inglobava anche i segreti del sequestro Moro e di quel grumo
conseguente, conosciuto alle cronache come l’affaire del giornalista
Mino Pecorelli? Certo, dopo trent’anni è difficile andare a rovistare
nei pozzi neri, forse andava fatto subito. Ma una coincidenza va
sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro,
Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non
frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo.La mafia siciliana
ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è
stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e
ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri.
Cento giorni di solitudine bastarono ai poteri mafiosi ( e non solo mafiosi) per spegnere "la speranza" dei palermitani e degli italiani onesti. Cosi' venne ucciso il generale Dalla Chiesa, nominato prefetto di Palermo per sconfiggere la mafia. Carlo Alberto Dalla Chiesa fu la "vittima sacrificale": lasciato solo dallo Stato "...a Palermo, con i poteri del prefetto di Forlì". Così ebbe a dire lui stesso, con triste ironia, nella ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982 e che riportiamo qui
Riproponiamo l'articolo scritto nel settembre 2012 da Francesco Licata per commemorare il trentennale della strage nella quale furono uccisi Carlo Alberto dalla Chiesa, Emmanuela Setti Carraro, e l’agente Domenico Russo. Sottolineiamo la conclusione dell'articolo:"(...) Fu solo mafia?(...) una coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo. La mafia siciliana ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri."
fonte: La Stampa
Carlo Alberto Dalla Chiesa,
quei cento giorni di solitudine
Il 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini a Palermo vengono uccisi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emmanuela Setti Carraro. La loro A112 bianca venne crivellata di colpi di kalashnikov Ak-47
Trent’anni fa lo Stato lo lasciò solo, la mafia uccise lui e la moglie e l'agente di scorta
FRANCESCO LA LICATA
PALERMO
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato in una calda serata sciroccosa. Erano passate da poco le 21 del 3 settembre 1982 e la A112 color crema, guidata dalla giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro, imboccava la via Isidoro Carini, lasciandosi alle spalle Villa Whitaker - sede della Prefettura - diretta verso il refrigerio di un ristorante all’aperto del golfo di Mondello. Seguiva l’utilitaria l’agente Domenico Russo, alla guida dell’Alfa blu che il generale-prefetto non utilizzava, convinto che l’anonimato di una «normale macchinetta» offrisse maggiori garanzie di sicurezza dell’auto blu, immediatamente identificabile.
Precauzione inutile, perché la task-force messa in campo da Cosa nostra monitorava da diverse ore i movimenti del bersaglio e forse aveva potuto disporre anche della soffiata partita da Villa Whitaker, da qualcuno che controllava strettamente il generale.
Due macchine e due moto rasero al suolo la A112, senza risparmio di violenza e a nulla valse la protezione offerta ad Emmanuela dall’abbraccio coraggioso del marito. L’agente Russo fu finito dal killer più sanguinario di quel momento: Giuseppe Pino Greco, detto «Scarpuzzedda».
il cartello che qualcuno scrisse sul luogo della strage
I palermitani stavano a cena, davanti ai televisori. La notizia, tuttavia, non l’ebbero dai telegiornali perché arrivò prima il passaparola. Esplose così rapida da richiamare in pochi minuti una folla di gente in piedi, impietrita in un silenzio irreale, con gli occhi rossi di rabbia. Quando, ormai a notte fatta, fu smontata la scena e i fari, i lampeggiatori delle volanti, si spensero, rimase solo la fragile disperazione di una città, sintetizzata in un cartello che sentenziava: «Qui muore la speranza dei palermitani onesti».
Così fu spenta una luce che si era accesa appena cento giorni prima, sull’onda dell’ennesimo eccidio mafioso che aveva colpito il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, abbattuto dalla mafia insieme con l’amico, compagno e scorta volontaria, il militante Rosario Di Salvo.
La speranza, per la verità, non era nata sotto i migliori auspici. Il generale era stato inviato a Palermo come un’arma spuntata: Roma non aveva voluto dargli gli stessi poteri che gli erano stati dati nella lotta al terrorismo. Prefetto senza poteri speciali: un messaggio rassicurante per la palude palermitana, preoccupata per la presenza di un uomo deciso, carabiniere nel Dna, poco incline alle pantomime sicule dell’indignazione senza conseguenze.
E infatti la città gli dimostrò immediatamente tutta la propria avversione. La città del potere, ovviamente. Perché i cittadini, invece, riponevano molte aspettative sulle capacità del prefetto. Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo in incognito. Ignorò l’auto che l’aspettava in aeroporto, montò su un taxi ed arrivò in Prefettura «pieno» delle notizie e degli umori strappati al tassista loquace. Non si fidava, il generale, e con quella «presentazione» intendeva mettere subito le cose in chiaro.
Fu criticato, ovviamente, per quella scelta. Non gli furono risparmiate ironie e commenti, pesanti allusioni sulla differenza di età con la giovane seconda moglie: insomma tutto il repertorio della maldicenza e della mafiosità locale. Persino il sindaco, l’avvocato Nello Martellucci, uomo del gruppo di potere dominante (Lima, Ciancimino, Gioia), si rifiutò di portargli il saluto con la pretestuosa motivazione che doveva essere il generale a «presentarsi» al padrone di casa. E come lo sbeffeggiavano quando andava nelle scuole a parlare di legalità coi ragazzi o quando faceva sequestrare agli angoli delle strade il pane prodotto e venduto abusivamente. Solo Leonardo Sciascia capì il valore di quel gesto e spiegò che non si poteva battere la mafia fino a quando i mercati di Palermo sarebbero rimasti repubbliche indipendenti. Come a dire c’è Cosa nostra ma anche qualcosa di più subdolo, per esempio la mafiosità.
La solitudine del generale, in quei cento giorni palermitani, è stata ricordata più volte dal figlio, Nando, che non ha mai modificato il suo giudizio duro sulla politica che isolò il padre (giudizio riproposto oggi a Luciano Mirone, autore di «A Palermo per morire»). E quando si parla dell’isolamento di Dalla Chiesa il discorso non può non cadere sul rapporto con Giulio Andreotti, a cui il generale, in partenza - «disarmato» per Palermo - anticipa che non avrà «nessun riguardo per la corrente Dc più inquinata» (quella di Salvo Lima, di Gioia, di Ciancimino e dei cugini Ignazio e Nino Salvo). Li conosceva bene, il prefetto, quei personaggi. Aveva redatto un rapporto destinato alla Commissione antimafia, quando era comandante della Legione a Palermo. Ma quell’analisi - ricorda il figlio Nando - era arrivata in Parlamento molto manipolata, addirittura coi nomi «sbianchettati».
Qual era lo stato d’animo del generale e della giovane moglie, pochi giorni prima dell’eccidio? Bastano le parole dette al telefono alla madre da Emmanuela: «Non posso venire a Milano, non voglio lasciare Carlo nemmeno per un momento, chi lo salverebbe? Siamo dimenticati, mamma, da chi ci dovrebbe tutelare».
l'immagine dell'auto e dei corpi del prefetto e di sua moglie
Gli assassini del generale, della moglie e dell’agente sono stati condannati. Ma si tratta dei macellai. Mancano le menti raffinatissime, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.
Chi ha tradito Dalla Chiesa? Quale conto hanno fatto pagare al generale sabaudo mandato nella terra degli infedeli? Persino la Chiesa siciliana, solitamente cauta, nel giorno dei funerali usò parole di fuoco e puntò il dito sul potere ignavo: «Mentre a Roma si discute sul da farsi, Sagunto viene espugnata», gridò il cardinal Pappalardo dal sagrato della basilica di San Domenico.
Fu solo mafia? Oppure il «conto» inglobava anche i segreti del sequestro Moro e di quel grumo conseguente, conosciuto alle cronache come l’affaire del giornalista Mino Pecorelli? Certo, dopo trent’anni è difficile andare a rovistare nei pozzi neri, forse andava fatto subito. Ma una coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo.La mafia siciliana ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri.
Cento giorni di solitudine
bastarono ai poteri mafiosi ( e non solo mafiosi) per spegnere "la
speranza" dei palermitani e degli italiani onesti. Cosi' venne ucciso
il generale nominato prefetto di Palermo per sconfiggere la mafia. Carlo
Alberto Dalla Chiesa era vittima sacrificale, lasciato solo dallo Stato "...a Palermo, con i poteri del prefetto di Forlì" , così ebbe a dire lui
stesso nella sua ultima
intervista rilasciata a Giorgio Bocca
Riproponiamo l'articolo scritto
lo scorso settembre 2012 da Francesco Licata per commemorare la memoria
di Carlo Alberto dalla Chiesa, Emmanuela Setti Carraro, e l’agente
Domenico Russo. Sottolineiamo la conclusione dell'articolo:
"(...) Fu solo mafia?(...) una
coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini:
Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente
«sinergia» tra mafia e terrorismo. La mafia siciliana ha ucciso (chissà
perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel
tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed
eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine
al servizio di altri."
fonte: La Stampa
Carlo Alberto Dalla Chiesa,
quei cento giorni di solitudine
Il 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini a Palermo vengono uccisi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emmanuela Setti Carraro. La loro A112 bianca venne crivellata di colpi di kalashnikov Ak-47
Trent’anni fa lo Stato lo lasciò solo, la mafia uccise lui e la moglie e l'agente di scorta
FRANCESCO LA LICATA
PALERMO
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato in una calda serata sciroccosa. Erano passate da poco le 21 del 3 settembre 1982 e la A112 color crema, guidata dalla giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro, imboccava la via Isidoro Carini, lasciandosi alle spalle Villa Whitaker - sede della Prefettura - diretta verso il refrigerio di un ristorante all’aperto del golfo di Mondello. Seguiva l’utilitaria l’agente Domenico Russo, alla guida dell’Alfa blu che il generale-prefetto non utilizzava, convinto che l’anonimato di una «normale macchinetta» offrisse maggiori garanzie di sicurezza dell’auto blu, immediatamente identificabile.
Precauzione inutile, perché la task-force messa in campo da Cosa nostra monitorava da diverse ore i movimenti del bersaglio e forse aveva potuto disporre anche della soffiata partita da Villa Whitaker, da qualcuno che controllava strettamente il generale.
Due macchine e due moto rasero al suolo la A112, senza risparmio di violenza e a nulla valse la protezione offerta ad Emmanuela dall’abbraccio coraggioso del marito. L’agente Russo fu finito dal killer più sanguinario di quel momento: Giuseppe Pino Greco, detto «Scarpuzzedda».
I palermitani stavano a cena, davanti ai televisori. La notizia, tuttavia, non l’ebbero dai telegiornali perché arrivò prima il passaparola. Esplose così rapida da richiamare in pochi minuti una folla di gente in piedi, impietrita in un silenzio irreale, con gli occhi rossi di rabbia. Quando, ormai a notte fatta, fu smontata la scena e i fari, i lampeggiatori delle volanti, si spensero, rimase solo la fragile disperazione di una città, sintetizzata in un cartello che sentenziava: «Qui muore la speranza dei palermitani onesti».
Così fu spenta una luce che si era accesa appena cento giorni prima, sull’onda dell’ennesimo eccidio mafioso che aveva colpito il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, abbattuto dalla mafia insieme con l’amico, compagno e scorta volontaria, il militante Rosario Di Salvo.
La speranza, per la verità, non era nata sotto i migliori auspici. Il generale era stato inviato a Palermo come un’arma spuntata: Roma non aveva voluto dargli gli stessi poteri che gli erano stati dati nella lotta al terrorismo. Prefetto senza poteri speciali: un messaggio rassicurante per la palude palermitana, preoccupata per la presenza di un uomo deciso, carabiniere nel Dna, poco incline alle pantomime sicule dell’indignazione senza conseguenze.
E infatti la città gli dimostrò immediatamente tutta la propria avversione. La città del potere, ovviamente. Perché i cittadini, invece, riponevano molte aspettative sulle capacità del prefetto. Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo in incognito. Ignorò l’auto che l’aspettava in aeroporto, montò su un taxi ed arrivò in Prefettura «pieno» delle notizie e degli umori strappati al tassista loquace. Non si fidava, il generale, e con quella «presentazione» intendeva mettere subito le cose in chiaro.
Fu criticato, ovviamente, per quella scelta. Non gli furono risparmiate ironie e commenti, pesanti allusioni sulla differenza di età con la giovane seconda moglie: insomma tutto il repertorio della maldicenza e della mafiosità locale. Persino il sindaco, l’avvocato Nello Martellucci, uomo del gruppo di potere dominante (Lima, Ciancimino, Gioia), si rifiutò di portargli il saluto con la pretestuosa motivazione che doveva essere il generale a «presentarsi» al padrone di casa. E come lo sbeffeggiavano quando andava nelle scuole a parlare di legalità coi ragazzi o quando faceva sequestrare agli angoli delle strade il pane prodotto e venduto abusivamente. Solo Leonardo Sciascia capì il valore di quel gesto e spiegò che non si poteva battere la mafia fino a quando i mercati di Palermo sarebbero rimasti repubbliche indipendenti. Come a dire c’è Cosa nostra ma anche qualcosa di più subdolo, per esempio la mafiosità.
La solitudine del generale, in quei cento giorni palermitani, è stata ricordata più volte dal figlio, Nando, che non ha mai modificato il suo giudizio duro sulla politica che isolò il padre (giudizio riproposto oggi a Luciano Mirone, autore di «A Palermo per morire»). E quando si parla dell’isolamento di Dalla Chiesa il discorso non può non cadere sul rapporto con Giulio Andreotti, a cui il generale, in partenza - «disarmato» per Palermo - anticipa che non avrà «nessun riguardo per la corrente Dc più inquinata» (quella di Salvo Lima, di Gioia, di Ciancimino e dei cugini Ignazio e Nino Salvo). Li conosceva bene, il prefetto, quei personaggi. Aveva redatto un rapporto destinato alla Commissione antimafia, quando era comandante della Legione a Palermo. Ma quell’analisi - ricorda il figlio Nando - era arrivata in Parlamento molto manipolata, addirittura coi nomi «sbianchettati».
Qual era lo stato d’animo del generale e della giovane moglie, pochi giorni prima dell’eccidio? Bastano le parole dette al telefono alla madre da Emmanuela: «Non posso venire a Milano, non voglio lasciare Carlo nemmeno per un momento, chi lo salverebbe? Siamo dimenticati, mamma, da chi ci dovrebbe tutelare».
Gli assassini del generale, della moglie e dell’agente sono stati condannati. Ma si tratta dei macellai. Mancano le menti raffinatissime, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.
Chi ha tradito Dalla Chiesa? Quale conto hanno fatto pagare al generale sabaudo mandato nella terra degli infedeli? Persino la Chiesa siciliana, solitamente cauta, nel giorno dei funerali usò parole di fuoco e puntò il dito sul potere ignavo: «Mentre a Roma si discute sul da farsi, Sagunto viene espugnata», gridò il cardinal Pappalardo dal sagrato della basilica di San Domenico.
Fu solo mafia? Oppure il «conto» inglobava anche i segreti del sequestro Moro e di quel grumo conseguente, conosciuto alle cronache come l’affaire del giornalista Mino Pecorelli? Certo, dopo trent’anni è difficile andare a rovistare nei pozzi neri, forse andava fatto subito. Ma una coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo.La mafia siciliana ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri.