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venerdì 26 giugno 2020

Anche per Bruno Caccia si deve chiedere Verità e Giustizia.

“Vogliamo conoscere la verità”. 

Era quanto chiedevano i figli di Bruno Caccia nel trentennale dell'uccisione del procuratore capo di Torino. Anche per Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 a  Torino, si deve ancora chiedere Verità e Giustizia

Bruno Caccia è l'unico magistrato ucciso dalle mafie al di fuori delle regioni meridionali.  Nella sentenza di condanna di Domenico Belfiore, referente di primo piano per le ‘ndrine calabresi in Piemonte, di Bruno Caccia  i magistrati scriveranno: «Egli [Bruno Caccia, nda], poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati».

Nei mesi scorsi le parole pronunciate nel corso dell'audizione nella Commissione Legalità del Comune di Torino dall'avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del procuratore capo Bruno Caccia ucciso il 26 giugno 1983, suonavano come un atto d'accusa nei confronti di una regione, il Piemonte, che mostra di aver smarrita, dimenticata, persino oltraggiata, l'eredità e la memoria di Bruno Caccia. Così si è espresso Fabio Repici: "Credo che il delitto Caccia vada riqualificato col termine di cospirazione, che qualifica i delitti che vedono contributi plurimi mirati allo stesso fine. Il caso classico è l'omicidio Kennedy e l'omicidio Caccia fu una cospirazione più o meno con analoghe caratteristiche". Il legale è tornato a parlare di "lacune" dell'attività di indagine e giudiziaria che fanno sì che "dopo 37 anni non conosciamo i nomi dei due killer e non conosciamo esattamente le ragioni né l'identità di tutti i mandanti". Repici ha aggiunto che "quello di Caccia è l'omicidio più importante e delicato nella storia torinese, l'unico procuratore distrettuale ucciso fuori dalla Sicilia, e un delitto così delicato avrebbe dovuto implicare l'impegno massimo di tutte le istituzioni che avessero un ruolo per far qualcosa di utile per accertamento della verità. La verità in archivio non può andare", ha concluso Repici definendo "uno sfregio alla memoria di Caccia che queste lacune vengano tuttora mantenute".

Parole che ribadivano quanto già dichiarato in passato dallo stesso Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte e considerato “l'allievo” di Caccia: secondo Francesco Saluzzo l'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia fu la “controffensiva scatenata da un sistema di poteri composto da intoccabili, 'ndranghetisti, criminali e figure ambigue che beneficiavano della complicità o della non opposizione di magistrati opachi per non dire di peggio". 


«I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo». Questo l’appello di Guido, Paola e Cristina Caccia, figli di Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 dalla `ndrangheta, contenuto nella lettera aperta che avevano indirizzata alla Città di Torino nel trentennale della morte del giudice.  La commemorazione dello scorso anno iniziativa, dicevano i figli di Bruno Caccia, «onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere», ma che non può ridursi soltanto a retorica: serve, sostengono, una «analisi storica». 
«Ciò che durante questi trent’anni sta diventando sempre più chiaro, è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato solo un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale, l’unico condannato, e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. (...) Torino è città-laboratorio, sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno anche un laboratorio di verità».  

Bruno Caccia
Bruno Caccia aveva iniziato la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese rimase sino al 1964 ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 Caccia ritornò nelle aule torinesi con l’incarico di sostituto Procuratore della Repubblica. Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, si occupò di indagare sulle violenze ed i pestaggi che all'epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Come ricorda l'allora suo collega Marcello Maddalena: "Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza". Le indagini di Bruno Caccia si indirizzarono quindi sui terroristi delle Brigate Rosse e Prima Linea e fu lui a condurre le indagini sui primi grandi scandali italiani che coinvolgevano"(...) i grandi petrolieri e i generali delle Fiamme Gialle corrotti, i politici torinesi della prima tangentopoli di Adriano Zampini, gli uomini della Fiat e le mafie trapiantate al Nord". Così Nicola Gratteri ricorda la figura di Bruno Caccia nel libro "Fratelli di sangue". 
Indagini che, come accerterà la storia processuale, dovettero rivelarsi così incisive da decretare la condanna a morte di Bruno Caccia. Ad oggi, Bruno caccia rimane l'unico giudice ucciso per mano delle mafie fuori dalle terre di Sicilia e Calabria. 
E' solo mafia? 
"Vogliamo conoscere la verità", proclamavano i figli del giudice assassinato


l'assassinio di Bruno Caccia
Il 26 giugno 1983, Bruno Caccia si era recato con la famiglia fuori città rientrando a Torino soltanto nella serata. Essendo una domenica, aveva deciso di lasciare a riposo la propria scorta. La decisione facilitò il compito ai sicari della 'ndrangheta. Verso le 23,15 mentre Bruno Caccia portava da solo a passeggio il proprio cane, in via Sommacampagna  venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo. Questi, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia.

Le indagini
Dapprima le indagini presero la via delle Brigate Rosse: erano quelli gli "anni di piombo" e diverse indagini di Bruno Caccia avevano riguardato proprio brigatisti. Il giorno seguente, le Brigate Rosse rivendicarono l'omicidio, ma presto si scoprì che la rivendicazione risultava essere falsa. Inoltre nessuno dei brigatisti in carcere rivelò che fosse mai stato pianificato l'omicidio del magistrato cuneese. Le indagini puntarono allora l'attenzione sui neofascisti del NAR, ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata. L'imbeccata giusta arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all'intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze del 'ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi della 'ndrangheta a Torino, anch'egli in galera. Belfiore ammise che era stata la 'ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e il motivo principale fu che "con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare", come disse lo stesso Belfiore. Una frase inquietante al punto che i magistrati nella sentenza di condanna di colui che era diventato un referente di primo piano per le ‘ndrine calabresi in Piemonte, scriveranno «Egli [Bruno Caccia, nda], poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati».

Palazzo di Giustizia "Bruno caccia" - Torino
A Bruno Caccia sono stati intitolati il Palazzo di Giustizia di Torino, il 26 giugno 2001, e il cascinale "Cascina Bruno e Carla Caccia",  a San Sebastiano da Po, sulle colline torinesi, gestito dall'associazione Libera,. Il cascinale fu sequestrato proprio alla famiglia Belfiore, più precisamente a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, grazie alla legge 109/96.

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sabato 11 aprile 2020

Il nostro augurio per la Pasqua: "la transizione dall'io al noi" ci avvicini ad un mondo di Pace e di Giustizia

La parola ebraica "pesach", da cui deriva Pasqua, significa "passare oltre", "tralasciare". Nel racconto biblico l'azione di "passare oltre" fa riferimento alla "decima piaga", nella quale si narra che il Signore, vedendo il sangue dell'agnello sulle porte delle case di Israele, "passò oltre" colpendo solo i primogeniti maschi degli egiziani, compreso il figlio del faraone (Esodo, 12,21-34). La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli egiziani e l'inizio di una nuova libertà con Dio verso la terra promessa. Pasqua è la resurrezione del Cristo che sconfigge la morte e  "passa oltre".

Pablo Picasso disegnò una "Colomba del Futuro", immagine di un "futuro possibile", in cui il simbolo della Pace -la Colomba- si posa su strumenti di guerra di morte distrutti, sconfitti da una Umanità che "passa oltre". Ma questi sono giorni di una guerra differente, l'attacco del virus CORONAVID 19, una ”tempesta” che, colpendo l’Umanità intera, ha colpito anche noi italiani, gli occidentali, la parte fortunata del mondo fino a ieri in "immeritata vacanza" dalla Storia, dalla miseria, dalle guerre, dalla desolazione  e dalla disperazione quotidiana che si svolge a poche ore di volo dalle nostre case.

Le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso 27 marzo 2020 in occasione della momento di preghiera per la pandemia del coronavirus, in una piazza San Pietro deserta, saranno uno dei momenti che passerà alla storia: “(…) Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.(…)”

Passerà nella "storia" di tante esistenze la sofferenza patita in questi giorni per la malattia, il dolore per la perdita di genitori, parenti, amici, conoscenti. Una sofferenza resa ancora più amara, crudele, dalla mancanza dei propri cari proprio mentre il "cammino" si faceva più impervio o mentre addirittura si avvicinava la fine del "cammino". Una sofferenza spesso mitigata dalla vicinanza di medici e infermieri che hanno preso a cura, con pietà e amore, coloro che erano stati colpiti dal virus


Siamo sferzati dalla stessa tempesta ma, a differenza degli apostoli, non siamo sulla stessa “barca”. Si abbia l’onestà di confessarlo: tante sono le differenze, i muri, anche nelle nostre comunità. E tante voci si sono levate in questi giorni ad ammonire che, passata “la tempesta”, nulla dovrà essere come prima, facendo riferimento agli errori di una “umanità moderna” che sembra correre verso il baratro, accecata, nonostante i segnali che ammoniscono sulla insostenibilità di tante sue azioni: lo scandalo della povertà e delle diseguaglianze che annichiliscono la dignità di tante persone, i privilegi dei moderni “faraoni” arroccati in metaforiche fortezze, le offese arrecate all’Ambiente, alla Madre Natura. Ripetiamo allora oggi quanto abbiamo scritto nei giorni passati: se oggi  riuscissimo a comprendere l'imprescindibile necessità  della "transizione dall'io al noi", l'aver sconfitto questo nemico invisibile (il virus, "il parassita") non sarebbe stato poca cosa! Siamo sferzati dalla stessa tempesta ma, a differenza degli apostoli, non siamo sulla stessa “barca”. Si abbia l’onestà di confessarlo: tante sono le differenze, i muri, anche nelle nostre comunità. E tante voci si sono levate in questi giorni ad ammonire che, passata “la tempesta”, nulla dovrà essere come prima, facendo riferimento agli errori di una “umanità moderna” che sembra correre verso il baratro, accecata, nonostante i segnali che ammoniscono sulla insostenibilità di tante sue azioni: lo scandalo della povertà e delle diseguaglianze che annichiliscono la dignità di tante persone, i privilegi dei moderni “faraoni” arroccati in metaforiche fortezze, le offese arrecate all’Ambiente, alla Madre Natura. Ripetiamo allora oggi quanto abbiamo scritto nei giorni passati: se oggi  riuscissimo a comprendere l'imprescindibile necessità  della "transizione dall'io al noi", l'aver sconfitto questo nemico invisibile (il virus, "il parassita") non sarebbe stato poca cosa! Sarebbe “un miracolo” la transizione "dall’io al noi",(puoi leggere qui),  avrebbe davvero il significato di una Umanità che “passa oltre” per incamminarsi verso una vita diversa, migliore, per tutti a partire da coloro che sono i più deboli: Pace e Giustizia per l'Umanità

La parola ebraica "pesach", da cui deriva Pasqua, significa "passare oltre", "tralasciare".P

Pablo Picasso disegnò una "Colomba del Futuro", immagine di un "futuro possibile" in cui il simbolo della Pace -la Colomba- si posa su strumenti di guerra di morte distrutti, sconfitti, da una Umanità che "passa oltre". Ma questi sono giorni di una guerra differente, l'attacco del virus CORONAVID 19, una ”tempesta” che, colpendo l’Umanità intera, ha colpito anche noi




domenica 1 aprile 2018

L'augurio di Pasqua ha bisogno di Pace e Giustizia per l'intera Umanità

La parola ebraica pesach, da cui deriva Pasqua, significa "passare oltre", "tralasciare". L'azione di "passare oltre" fa riferimento al racconto della "decima piaga", nella quale il Signore vide il sangue dell'agnello sulle porte delle case di Israele e "passò oltre", colpendo solo i primogeniti maschi degli egiziani, compreso il figlio del faraone (Esodo, 12,21-34). La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli egiziani e l'inizio di una nuova libertà con Dio verso la terra promessa. 
Pasqua è la resurrezione del Cristo che sconfigge la morte: "passa oltre".
Ai nostri giorni, Pablo Picasso disegna una "Colomba del Futuro", immagine di un "futuro possibile", in cui il simbolo della Pace -la Colomba- si posa su strumenti di guerra di morte distrutti, sconfitti da una Umanità che "passa oltre". Un futuro possibile ma non ancora concretizzato.





"La vergogna di aver perso la vergogna".
Ancora una volta le parole di papa Francesco si offrono ad una riflessione profonda.
Nella solenne celebrazione della Via Crucis, la Croce è  passata di mano in mano: mani di giovani, come quelle degli autori delle riflessioni che accompagnano; mani che hanno sofferto la guerra, come quelle di una famiglia siriana e di tre religiosi iracheni; mani di una bambina disabile che abbraccia la sua croce ogni giorno. 
Papa Francesco lo ha  affermato con chiarezza:E' necessario dare nuova forza e impegno per riaccendere la speranza ma è anche necessario riconquistare il sentimento della "vergogna". La vergogna come sentimento necessario a farci comprendere i mali del mondo che gli adulti stanno consegnando ai giovani :«un mondo fratturato dalle divisione dalle guerre; divorato dall’egoismo ove i giovani, i piccoli, i malati, gli anziani sono emarginati». La vergogna di aver perso la vergogna.
Ai nostri giorni, nel mondo che abbiamo costruito, nuovi "faraoni" erigono mura, regole-leggi, per impedire all'umanità dolente di "passare oltre" le piaghe causate da decenni,secoli di politiche errate: guerre, miseria, ingiustizie. E nuove mura e nuove regole-leggi sono costruite a difesa dei privilegi dei "faraoni" e delle loro "caste di potere" a perpetuare la secolare e oscena divisione fra padroni e sudditi, a spegnere la speranza del cambiamento, del "passare oltre".
Non vi è Speranza di Pace senza Giustizia; invece, quando si costruisce la Giustizia c'è salvezza per chiunque si adoperi e si offra a quel disegno, cristiani e non cristiani. 
Non c'è altra Pasqua se non quella che costruisce Pace e Giustizia per l'intera Umanità.

domenica 31 dicembre 2017

L'AUGURIO del presidio LIBERA "Rita Atria" per il Nuovo Anno 2018 è ancora lo stesso: più GIUSTIZIA, più DIGNITA', più LIBERTA'

 L'AUGURIO del presidio LIBERA "Rita Atria" per il NUOVO ANNO 2018 
è lo stesso dello scorso anno:
avere il Coraggio di provare a costruire il Cambiamento possibile 
e non più rinviabile:
 più GIUSTIZIA, più DIGNITA', più LIBERTA'



Dal momento che l'anno 2017 è passato senza che le condizioni sociali, economiche, etiche e culturali del nostro Paese siano sostanzialmente mutate, mentre nel resto del Mondo i drammi causate da povertà, guerre e diseguaglianze, paiono addirittura acuirsi, ripetiamo quanto avevamo detto lo scorso anno:
"A coloro che sentono la “responsabilità etica” di vivere nella comunità l'invito e l'auspicio per l'Anno 2018 che ci apprestiamo a vivere: l'invito ad incontrarsi per dare vita ad un “cammino” (fatto di conoscenza, analisi, riflessioni) necessario ad elaborare azioni e misure concrete e encessarie a migliorare anzitutto le condizioni di vita di coloro che sono più in difficoltà. 
Per il nostro Paese permane l'obbligo etico e morale di attuare un contrasto reale ed efficace al dramma delle povertà e delle diseguaglianze, l'eliminazione dei privilegi delle classi dominanti, la lotta alla corruzione e alle mafie, la messa in atto di politiche tese a creare opportunità di lavoro onesto.
Per quanto ci riguarda, crediamo che sia ancora e sempre necessario "essere voce e dare voce a coloro che voce non hanno" per affermare la necessità di un cambiamento, possibile e non più rinviabile.
Un cambiamente "non nasce se non è sognato", "un sogno sognato" anche da una ragazzina siciliana che si chiama RITA ATRIA."

"(...) Forse un mondo onesto non esisterà mai... 
ma chi ci impedisce di sognare...
forse se ognuno di noi proverà a cambiare...
forse ce la faremo".

domenica 16 aprile 2017

L'augurio di Pasqua ha bisogno di Pace e Giustizia per l'intera Umanità

La parola ebraica pesach, da cui deriva Pasqua, significa "passare oltre", "tralasciare". L'azione di "passare oltre" fa riferimento al racconto della "decima piaga", nella quale il Signore vide il sangue dell'agnello sulle porte delle case di Israele e "passò oltre", colpendo solo i primogeniti maschi degli egiziani, compreso il figlio del faraone (Esodo, 12,21-34). La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli egiziani e l'inizio di una nuova libertà con Dio verso la terra promessa. 
Pasqua è la resurrezione del Cristo che sconfigge la morte: "passa oltre".
Ai nostri giorni, Pablo Picasso disegna una "Colomba del Futuro", immagine di un "futuro possibile", in cui il simbolo della Pace -la Colomba- si posa su strumenti di guerra di morte distrutti, sconfitti da una Umanità che "passa oltre". Un futuro possibile ma non ancora concretizzato.

Ai nostri giorni, nuovi "faraoni" erigono mura, regole-leggi, per impedire all'umanità dolente di "passare oltre" le piaghe causate da decenni (secoli) di politiche errate: guerre, miseria, ingiustizie. E mura e regole-leggi sono costruite a difesa dei privilegi dei "faraoni" e delle loro "caste di potere"; caste che sembrano retaggio medioevale eppure mai come oggi appaiono così salde, potenti e ben visibili, a perpetuare la secolare e oscena divisione fra padroni e sudditi.
Papa Francesco lo ha  affermato ieri sera, nella solenne Veglia della Notte Santa di questa Pasqua: "Maria di Magdala e l’altra Maria riflettono il volto di donne, di madri che piangono vedendo che la vita dei loro figli resta sepolta sotto il peso della corruzione che sottrae diritti e infrange tante aspirazioni, sotto l’egoismo quotidiano che crocifigge e seppellisce la speranza di molti, sotto la burocrazia paralizzante e sterile che non permette che le cose cambino".
Non vi è Speranza di Pace senza Giustizia; invece, quando si costruisce la Giustizia c'è salvezza per chiunque si adoperi e si offra a quel disegno, cristiani e non cristiani. 
Non c'è altra Pasqua se non quella che costruisce Pace e Giustizia per l'intera Umanità.

A coloro che sono in condizioni di difficoltà, a coloro che sono capaci di lottare per la Pace e la Giustizia, l'augurio di una Pasqua di Speranza, una Speranza che deve essere quella descritta da don Tonino Bello

Cosa è la speranza?
È difficile parlare di speranza. 
Bisogna far capire invece che la speranza è parente stretta del realismo, 
la tensione di chi, incamminandosi su una strada, 
ne ha già percorso un tratto e orienta i suoi passi, 
con amore e trepidazione, 
verso il traguardo non ancora raggiunto. 
È impegno robusto che non ha da spartire nulla con la fuga. 
Perché chi spera non fugge. Si incarna nella storia, non si aliena. 
Costruisce il futuro, non lo attende soltanto. 
Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma. 
Ha la passione del veggente, non l’aria avvilita di chi si lascia andare. 
Cambia la storia, non la subisce. 
Ricerca la solidarietà con gli altri viandanti, non la gloria del navigatore solitario. 
don Tonino Bello


martedì 10 maggio 2016

La storia della mamma Felicia Impastato questa sera su RaiUno: “Quella donna ha saputo distinguere la giustizia dalla vendetta”

Giovanni , il fratello di Peppino Impastato aveva scritto una dura lettera ad Antonio Campo Dall’Orto, direttore della Rai, in merito all’intervista a Riina junior, tanto da essere sul punto di negare l'autorizzazione alla messa in onda del film sulla madre Felicia. Successivamente, la la scelta di acconsentire: “La storia di mia madre non era conosciuta nei particolari. Questo film lancia un messaggio forte a quei ragazzi e a quelle persone che ancora non conoscevano Peppino Impastato. In questo momento così difficile per il nostro Paese ne avevamo proprio bisogno”.

Fonte: il Fatto Quotidiano


Peppino Impastato, la storia della mamma Felicia su RaiUno: “Quella donna ha saputo distinguere la giustizia dalla vendetta”

Si fa presto a dire “lotta alla mafia” ma quando nasci a Cinisi negli anni Settanta, sposi un mafioso e chi abita a cento passi da casa tua ti uccide un figlio, hai solo due strade: la ritorsione o la giustizia. La mamma di Peppino Impastato ( leggi qui quanto abbiamo scritto ieri) ha scelto la seconda.  A 38 anni da quel suo “io vendette non ne voglio”,Matteo Levi con la coproduzione di “Rai Fiction” ha scelto di far conoscere al grande pubblico quella donna fiera e coraggiosa, con il film “Felicia Impastato” in onda martedì 10 in prima visione su Rai Uno.
La fiction, diretta dal regista Francesco Albano, presentata in anteprima alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi, ha il pregio di lanciare un messaggio attuale: contro gli uomini della mafia a vincere è una donna che di fronte alle ante chiuse dei cittadini conniventi al potere mafioso spalanca la porta della sua casa, decide di non fermarsi davanti allo straziante dolore del luttoma sceglie la strada della legalità.
La figura di Felicia, ben interpretata da Lunetta Savino, da premiare in primis per il tentativo di mantenere lo stretto slang siciliano della mamma di Impastato, emerge nella maniera più fedele possibile, frutto di un lungo lavoro – come ha spiegato il regista – di incontri con i parenti, gli amici, i nipoti. Il film è una storia in cui ritrovarsi: chi, siciliano e non, ha conosciuto di persona mamma Felicia, riconoscerà le sue parole, quel suo “Io zitta non ci sto per questo devo andare fino in fondo” bisbigliato tante volte ai giovani che l’hanno incontrata prima di quell’11 aprile 2002 quando Gaetano Badalamenti è stato condannato.
Peppino Impastato
Per nulla scontata anche la scelta di registrare le scene a Palermo e a Cinisi (ottima la fotografia di Andrea Locatelli), dove la storia quei cento passi, ancora oggi, non sono stati compiuti da tutti. Il film  “Felicia Impastato” di Albano con la sceneggiatura diretta da Monica Zapelli e Diego De Silva, restituisce agli italiani un pezzo di storia che ha come protagonisti uomini e donne cui gli italiani devono molto: i magistrati Costa, Chinnici, uccisi dalla mafia come il giornalista Mario Francese; Antonino Caponnetto che ebbe l’intelligenza di “archiviare” il caso per permetterne poi la riapertura nel momento giusto e Franca Imbergamo (interpretata con molta delicatezza da Barbara Tabita), che, come nella realtà, incontra Chinnici da giovane studentessa per poi trovarsi anni dopo sulla scrivania il caso “Impastato”.
A lei che oggi lavora alla procura nazionale antimafia si deve la condanna di Badalamenti: “Il messaggio di Felicia è bellissimo: quella donna – spiega Franca Imbergamo - ha sempre cercato giustizia e ha saputo distinguerla dalla vendetta. L’unico ricordo vero di quella storia per me resta il suo ringraziamento, quando abbiamo concluso il processo a Badalamenti, perché non era rivolto a me ma alle istituzioni sane che le avevano restituito fiducia in questo Stato. Non intendo partecipare al coro scandalizzato di chi oggi scopre che anche nel mondo dell’antimafia c’erano comportamenti discutibili.L’antimafia è un universo complesso, eviterei ogni generalizzazione e ogni bagno di retorica. Le persone perbene si possono riconoscere da quello che fanno e i cialtroni da quello che dicono. La storia di Peppino è un ottima cartina di tornasole per comprendere cosa dev’essere l’impegno antimafia, quanti rischi di strumentalizzazione possa correre e quanto possa essere in alcuni momenti difficile portare fino in fondo la ricerca della verità e della giustizia”.
mamma Felicia e Giovanni Impastato
Matteo Levi, che per Rai Fiction aveva già prodotto il film su Ambrosoli, è riuscito a centrare l’obiettivo: “La vita di quella donna è di grande modernità e contemporaneità. Ci sono personaggi in Italia che non sono ricordati ma che bisogna assolutamente raccontare e far conoscere ad un pubblico più ampio. Capisco le iniziali perplessità di Giovanni di mettere in onda il film sulla stessa rete che ha trasmesso quell’intervista di Vespa ma allo stesso tempo lo stesso fratello ha compreso che questa era una storia che andava raccontata per mostrare chi sono le vittime della mafia, i testimoni veri”. 
Un entusiasmo davvero condiviso da Impastato che, in merito all’intervista a Riina junior aveva scritto una dura lettera ad Antonio Campo Dall’Orto, direttore della Rai: “La storia di mia madre non era conosciuta nei particolari. Questo film lancia un messaggio forte a quei ragazzi e a quelle persone che ancora non conoscevano Peppino Impastato. In questo momento così difficile per il nostro Paese ne avevamo proprio bisogno”.

domenica 27 marzo 2016

L'augurio di Pasqua ha bisogno di Pace e Giustizia per l'intera 'Umanità.




La parola ebraica pesach - da cui deriva Pasqua- significa "passare oltre", "tralasciare". L'azione di "passare oltre" fa riferimento al racconto della "decima piaga", nella quale il Signore vide il sangue dell'agnello sulle porte delle case di Israele e "passò oltre", colpendo solo i primogeniti maschi degli egiziani, compreso il figlio del faraone (Esodo, 12,21-34). La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli egiziani e l'inizio di una nuova libertà con Dio verso la terra promessa.  Pasqua è la resurrezione del Cristo che sconfigge la morte: "passa oltre".
Ai nostri giorni, Pablo Picasso disegna una "Colomba del Futuro", immagine di un futuro possibile, in cui il simbolo della Pace, la Colomba, si posa su strumenti di guerra di morte distrutti, sconfitti; strumenti di morte distrutti, sconfitti, da una Umanità che "passa oltre". Ma non vi è Speranza di Pace senza Giustizia; e quando vi è Giustizia, c'è salvezza per chiunque si adoperi e si offra a quel disegno, cristiani e non cristiani. 
Questo il tema della riflessione di Vito Mancuso che riportiamo di seguito.

"Colomba del Futuro" di Pablo Picasso

Fonte : La Repubblica 

Cristiani o no siate giusti e sarete salvi. Il senso vero della Pasqua è che la redenzione riguarda tutti gli esseri umani ed è legata al bene e all’amore


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«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni», dichiarò il cardinal Martini nell’ultima intervista, ma io penso che tale ritardo ecclesiastico sia l’espressione di un più preoccupante ritardo del cristianesimo in quanto tale, sempre più incapace di sostenere il suo annuncio fondamentale. Fa problema il centro stesso della fede cristiana, cioè la salvezza. Come pensarla? Qual è la sua specificità? Roger Haight, gesuita americano, descrive così la situazione: «Il significato della salvezza rimane elusivo; ogni cristiano impegnato sa che cos’è la salvezza finché non gli si chiede di spiegarla». Non c’è religione senza salvezza, ci sono religioni senza Dio, nessuna senza salvezza. Per il cristianesimo la salvezza scaturisce dalla Pasqua di Cristo, al cui riguardo si legge nel Catechismo cattolico: «Vi è un duplice aspetto nel Mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua Risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita» (art. 654). Questo è il centro del messaggio: la salvezza come redenzione operata da Cristo. Il concetto di redenzione è sconosciuto alle altre religioni: Mosè, Buddha, Confucio, Maometto sono legislatori, maestri, profeti, saggi, non redentori, non sono cioè essi a dare la salvezza, che è invece ottenuta dai fedeli seguendo i loro insegnamenti. Il cristianesimo si distingue perché ritiene l’umanità corrotta dal peccato originale e incapace di meriti spirituali, e quindi annuncia la salvezza come operata gratuitamente da Dio mediante la redenzione ottenuta da Cristo …

Ogni anno la Pasqua è la solenne celebrazione di questo evento. Esaminando la storia di tale dottrina si vede che il primo a formularla fu San Paolo. Egli scrive: «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue» (Romani 3, 23-25). Paolo afferma che la morte di Cristo è stata voluta direttamente da Dio e altrove aggiunge: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore» (2 Corinzi 5,21). Leggendo i suoi scritti in ordine cronologico si scopre però che non sempre San Paolo la pensava così. Nella sua lettera più antica infatti egli non parla della morte-risurrezione di Cristo come di un atto redentivo, né dell’evento salvifico come già avvenuto. Al contrario per lui la salvezza deve ancora attuarsi. Ecco come: «Il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi per andare incontro al Signore» (1Tessalonicesi 4,16-17).
Paolo scrive che Cristo è morto «per noi», ma non fa dipendere la salvezza da quella morte, prova ne sia che non ritiene quest’ultima voluta da Dio (come invece sosterrà in seguito) ma dagli ebrei, come appare da queste parole destinate nei secoli ad alimentare l’antisemitismo: «I giudei hanno persino messo a morte il Signore Gesù e i profeti, e hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini» (2,15-16). Qui non c’è un piano di Dio che manda il Figlio a morire, c’è piuttosto l’inimicizia degli ebrei che hanno ucciso Gesù, il quale però è stato risuscitato da Dio a chiara dimostrazione della mutazione della storia che si realizzerà con il suo imminente ritorno. La stessa impostazione si ritrova in 1Corinzi.
San Paolo cambia presto prospettiva ed è facile capire il perché: la mancata venuta di Cristo lo induce a porre il centro focale non più nel futuro ma nel passato, Cristo è il salvatore non perché tornerà vittorioso ma perché è morto offrendosi al Padre e riconciliandoci a lui con il suo sangue. Cristo diviene così il redentore crocifisso. È in questa luce che vent’anni dopo vengono composti i Vangeli. Essi però, riportando anche il pensiero di Gesù, permettono di sollevare la questione decisiva: Gesù pensava la salvezza come redenzione oppure, da ebreo osservante, la legava al responsabile esercizio della libertà?
Vi sono testi evangelici in linea con la teologia della redenzione, per esempio quando Gesù dice di essere venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti» (Marco 10,45) o quando nell’ultima cena pronuncia le note parole: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Matteo 26,28). Nei Vangeli però vi sono molti altri testi che presentano la salvezza legata non a un evento esterno ma alle azioni liberamente poste, secondo la tradizionale concezione ebraica della salvezza come esito della fedeltà all’alleanza, cioè come giustizia. Io penso anzi che a Gesù la dottrina della redenzione non sarebbe piaciuta per nulla, c’è tutto il discorso della montagna a dimostrarlo, a partire dalle parole del Padre Nostro sul ruolo attivo della libertà: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Gesù prosegue: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Matteo 6,12-15). La mossa decisiva spetta alla libertà umana, la quale per Gesù è in grado di operare anche il bene perché non è irrimediabilmente corrotta, come invece dirà San Paolo e più radicalmente Sant’Agostino.
L’idea di una libertà efficace in ordine alla salvezza si ritrova in molti altri passi evangelici tra cui: «Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Matteo 7,2). Il principio salvifico è quindi legato alla prassi responsabile: «Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7,21). Il Discorso della montagna, cuore del messaggio di Gesù, è un appello alla libertà quale via efficace per il conseguimento della salvezza.
A questo punto appare evidente la problematicità della successiva costruzione teologica cristiana basata sulla redenzione, da cui la difficoltà nel rispondere alle seguenti questioni: 1) In cosa consiste propriamente la redenzione operata da Cristo? 2) L’atto redentivo vero e proprio è la morte di croce o è la risurrezione? 3) Qual è la sorte di chi non vi partecipa? 4) Da cosa si viene redenti: dalla morte, dal Diavolo, dall’egoismo, dal mondo, dal castigo di Dio, dalla Legge, dal peccato, o da tutto questo messo insieme? La radice dell’aporia risiede a mio avviso nell’idea di una specificità cristiana della salvezza in quanto legata a un determinato evento storico, cioè nell’impostazione data al cristianesimo da san Paolo ed estranea a Gesù. In realtà occorre pensare che la salvezza è sempre stata disponibile agli esseri umani, a qualunque religione o non-religione appartengano, perché è legata al bene e alla giustizia. È il Vangelo ad affermarlo: «Venite, benedetti dal Padre mio, riceverete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito» (Matteo 25,34-36). Nel Libro dei Morti dell’antico Egitto vi sono parole analoghe: «Ho soddisfatto Dio con ciò che ama: ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vestiti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva» (cap. 125). Il testo risale a 1500 anni prima di Cristo e dicendo le stesse cose mostra il vero senso della salvezza, che mai mancò al genere umano, ben prima del cristianesimo storico: la liberazione dall’ego e l’apertura al bene, all’amore, alla giustizia. Io ritengo non implausibile pensare che, in chi pratica questo stile di vita, possa generarsi una peculiare disposizione della sua energia costitutiva (ciò che tradizionalmente si chiama anima) in grado di vincere la curvatura dello spazio-tempo. 
Vito Mancuso, la Repubblica 26 marzo 2016

giovedì 10 settembre 2015

Auguri a Don luigi Ciotti, ricordando l'augurio da lui rivolto a noi tutti: "Siate eretici"

"Caro Luigi,
dirti soltanto auguri per i tuoi settanta anni è poca cosa. La grande famiglia di Libera vuole piuttosto dirti grazie per la tua voce che non ha mai smesso di denunciare il male e di incoraggiare tutti a un impegno e una corresponsabilità che non ci fanno sentire mai estranei in questo mondo. A te, prete convertito dalla strada, vogliamo dire grazie perché ci insegni a stare sulle grandi questioni sociali e globali del nostro tempo e contemporaneamente accanto alle persone. Perché tu ogni giorno continui a dire, innanzitutto con la tua vita e con le tue scelte, che esiste un punto di osservazione privilegiato per guardare alla vita: quello delle vittime. E non c'è indignazione e passione, sogno e progetto, che non sia partorito da questa radicale scelta di parte. Grazie, Luigi, per aver dato vita e anima a Libera, una realtà diffusa, composita e radicata che si è fatta grido e speranza, segno e presenza su sfide cui la società civile sembrava condannata al silenzio.
Gli amici di Libera e di Libera Terra


Gli auguri e i ringraziamenti del presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo

Nel giorno in cui don Luigi Ciotti compie settanta anni, anche noi del presidio LIBERA "Rita Atria" vogliamo ringraziarlo. Vogliamo ringraziarlo invitando a riflettere su una parola, sul concetto, che anche Luigi Ciotti ha avuto il merito di ricollocare al posto che merita nella scala dei valori su cui deve essere fondata una comunità: GIUSTIZIA.  Al contrario, "ereticamente", "in tempi non sospetti si potrebbe dire, Luigi Ciotti denunciò il pericolo dell'uso "retorico"di certe parole, svuotate oramai di ogni significato concreto. Luigi Ciotti ebbe così il coraggio di dire che non si doveva più parlare di "Antimafia": Il termine “antimafia”? "Una di quelle parole «una volta nobili e ora snaturate da un uso superficiale che le ha rese inservibili. Parliamo invece di Responsabilità!». Erano ancora da venire i giorni dello scandalo di Mafia Capitale e dei  cosiddetti "paladini" dell'antimafia, alcuni di coloro che su quella parola svuotata hanno costruito carriere e curriculum, addirittura inquisiti per collusioni con la criminalità organizzata. Nel maggio dello scorso anno, intervenendo al congresso nazionale di Slow Food, don Ciotti iniziò il suo discorso sottolineando più volte il concetto, la necessità, di GIUSTIZIA, di GIUSTIZIA SOCIALE: "(...) c’è bisogno di giustizia nel nostro Paese, una giustizia che deve essere costruita(...)". 

Quanto sia fondamentale il concetto di Giustizia lo comprendiamo ancora di più se consideriamo la riflessione che su quel concetto hanno avuto due "pietre" su cui si fonda il patrimonio morale di questo Paese: Primo Levi e Paolo Borsellino. Così Primo Levi, ricercando le motivazioni che portarono all'abisso della Shoa giunge ad isolare, nella tempesta disumana di quei giorni, la parola, il concetto, PRIVILEGIO. "Privilegio" esprime l'esatto contrario del concetto di GIUSTIZIA. Tratto da "I SOMMERSI E I SALVATI": “Il privilegio per definizione difende il privilegio. (…) L’ascesa dei privilegiati, non solo nel Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. E’ compito dell’uomo giusto fare la guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine(...)".  Sul privilegio si fondano i mali del nostro Paese.

Dal lascito morale immenso di Paolo Borsellino estraiamo poche parole dalla sua ultima lettera, quella che lui scriveva a poche ore dalla sua uccisione, all'alba del 19 luglio 1992, rispondendo alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi nel gennaio di quell'anno. In quella lettera  ( qui il testo integrale) Paolo Borsellino risponde anche ad alcune domende che gli erano rivolte dagli studenti, fra queste,   :"(...)Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l'accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.(...) ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia". 

Lo ha denunciato più volte Luigi Ciotti, ne siamo convinti e così ne abbiamo scritto: " Privilegio, corruzione, mafie e mala-politica sono facce della stessa medaglia. O si combattono quelle battaglie o non si combatte niente". Allora, Auguri a don Luigi Ciotti! E a noi tutti, l'augurio di saper e voler combattere  la battaglia di cui parla Primo Levi, impegnandoci, cercando di essere tra coloro che vogliono costruire "Giustizia sociale" in questo Paese. E lo ringraziamo perchè, con l'esempio della sua vita,  ci ricorda l'importanza, la necessità, di essere eretici per costruire Giustizia!  

Don Luigi Ciotti"(...) Vi auguro di essere eretici perché eresia dal greco significa scelta. Eretico è la persona che sceglie. L’eretico è colui che più della verità ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti prima di quella delle parole. L’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. L’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità, dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri, chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia chi approfondisce chi si mette in gioco in quello che fa chi crede che solo nel “noi” l’”io” possa trovare una realizzazione. Chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie, chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca."

 

Intervento di Don Luigi Ciotti il 10/05/2014 al Congresso di Slow Food Italia : 

 "Siate eretici"


Sono molto emozionato e vi porto tutta la mia amicizia […] Nell’invito che mi avete mandato, Roberto Burdese ha scritto per me una frase che io vi riconsegno e che voi conoscete molto bene: «Il sogno condiviso di un sistema alimentare ispirato dai principi del buono, pulito e giusto».
Sì, c’è bisogno di giustizia, vi prego c’è bisogno di giustizia nel nostro Paese e non solo: dobbiamo uscire anche dai nostri recinti, dobbiamo guardare a questa mondialità, guardare alla vergogna della fame che travolge milioni, miliardi di persone. 
In Italia il problema non è solo l’insufficienza di giustizia, ma la scarsa perseveranza nel costruire giustizia. I ragazzi che noi accogliamo al gruppo Abele arrivano con storie pesanti e non ricevono 4 ore alla settimana in alternativa alla pena. Io non voglio giudicare nessuno, ma c’è bisogno di giustizia nel nostro Paese, una giustizia che deve essere costruita. Da anni in Italia c’è una guerra silenziosa, che non è combattuta con le armi militari, ma con quelle economiche. È questa la guerra silenziosa che sta avvenendo nel mondo. È in atto un gigante furto di lavoro, di giustizia e di speranza. Bisogna guardare alle nostre realtà, ma essere anche un po’ strabici e rivolgerci oltre per fermare questa guerra che sta assassinando la speranza di milioni di persone. Per ogni minuto che passa, la spesa militare nel mondo è uguale a 3.000.000 $, e non ci sono i soldi per la giustizia e la dignità delle persone. Abbiamo bisogno di giustizia. Ci sono 9.000.000 di persone in povertà relativa in Italia, 5.000.000 in povertà assoluta, ma tra chi ha perso lavoro, chi cerca lavoro, chi vive forme di precariato, chi è in cassa integrazione, chi è sfruttato, noi abbiamo 7.000.000 di persone nel nostro Paese, che vivono il disagio lavorativo. Non è possibile, e la cosa che ancora di più mi sconcerta, è che mentre noi sediamo al tavolo delle grandi potenze, l’Italia ha 6.000.000 di persone analfabete […]. Noi siamo qui per riflettere insieme, per unire i nostri pensieri, le nostre esperienze, i nostri vissuti, perché abbiamo bisogno di giustizia, di dignità, di lavoro. E il vostro grido è un grido di dignità per voi e anche per quelli che fanno più fatica. L’Italia è tra i primi posti tra i paesi europei per la corruzione pubblica e non riusciamo ad avere una legge completa di contrasto alla corruzione, la stessa che l’Europa ci chiede dal 1999. La corruzione è una ferita dentro di noi, non è un problema marginale: inquina l’economia e la politica. Deve farci stare male questa situazione.
Gli affari sporchi delle mafie interessano ormai tutta la filiera agroalimentare e con sofferenza vi devo dire che le mafie sono tornate forti. Questo non deve farci dimenticare la stima e la riconoscenza per quel coraggio e quell’impegno di molti segmenti della magistratura e delle forze di polizia, delle istituzioni, non deve farci dimenticare quella positività che anche insieme abbiamo costruito sui beni confiscati. Le sottolineo queste positività che danno dignità e speranza, ma devo ricordare che negli ultimi 20 anni in cui abbiamo lavorato insieme per fare crescere la legalità, è cresciuta di più l’illegalità nel nostro Paese. 
Già perché non è sufficiente quello che facciamo quando dall’altra parte c’è chi ha fatto leggi ad personam, quando non si fanno leggi come si dovrebbe, quando non riusciamo ad avere una legge sulla corruzione adeguata, quando da 21 anni chiediamo una legge che metta nel codice penale i reati contro l’ambiente e non riusciamo ancora a ottenerla, perché i venti contrari, gli interessi contrari ci sono e sono puntuali. 
 Le mafie sono ritornate forti, ve lo dico con estrema cognizione di causa, ma anche con tanta fatica. Hanno tanto denaro liquido in questo momento di grande crisi e comprano, investono, acquistano loro i terreni. Partono proprio dall’acquisto dei terreni e compongono tutta la filiera, fino ad arrivare ai centri commerciali. Matteo Denaro Messina aveva una percentuale alta in una catena di supermercati Italia ed è latitante da parecchi anni. La mafia ce la troviamo sulle nostre tavole, 34 ristoranti e pizzerie a Roma sequestrati dalla magistratura perché in mano all’ndrangheta calabrese. […].
C’è una violenza in guanti bianchi, una violenza anonima, del denaro che circola solo per produrre dell’altro denaro uccidendo il lavoro di tante persone. Le mafie prestano denaro attraverso pseudo società finanziarie a piccole-medie imprese in difficoltà, sono forme di usura. E in questo momento di fatica di tanta gente, inconsapevolmente molti vengono strangolati in questa situazione, ma il grande dato è la mafiosità. C’è una mafiosità diffusa che è il vero patrimonio delle mafie e dei corrotti, prima ancora del patrimonio economico e non sono io a dirlo, ma lo ha affermato in una sua relazione un paio di anni addietro la Banca d’Italia: questi personaggi mafiosi “siedono nei consigli di amministrazione di Enti pubblici”. Allora amici vi esorto nella gratitudine delle cose cha abbiamo costruito in questi anni insieme, quella raccolta di firme, 1.000.000, per sottrarre ai mafiosi i patrimoni e restituirli alla collettività, ci siamo inventati insieme le cooperative sui beni confiscati. Oggi la legge deve cambiare. Questi anni hanno permesso di vedere le ombre, i ritardi, la burocrazia del sistema, ma nonostante questo abbiamo costruito insieme qualcosa. Io ricordo la prima pasta che faceva schifo, era scotta, biologica, ma scotta e il primo vino diciamo che era buono per non umiliare i ragazzi. Poi siete arrivati voi con la vostra competenza e professionalità e poi sono arrivati gli altri amici, Cia e Coldiretti, perché bisogna stare insieme perché quello è un nemico, la mafia è un nemico.
E allora è stato tutto possibile. Il vino oggi è buono e in quel vino c’è anche un pezzo di voi, di chi si è messo in gioco per dare una mano. E lo so che è una piccola cosa quella che abbiamo fatto, quanto di più si potrebbe fare qui e altrove. E abbiamo lavorato perché qui e in Europa, dove l’ultimo dato parla di 3600 organizzazioni criminali, ci sia una direttiva di confisca dei beni a livello europeo e la restituzione alla collettività. Prepariamoci dunque a dare una mano in territori più difficili sparsi per il mondo, per accompagnarli ricchi di questa esperienza, con i nostri limiti e le nostre fatiche, ma coscienti del fatto che insieme è possibile. Le mafie non rimangono in silenzio e proprio in questi giorni c’è rappresaglia, dopo che il Papa ha voluto ricevere e sentire quei nomi incessanti di tutti i familiari delle vittime di mafia, ma se siamo uniti è il bene che vince, non vince il male e non vince la violenza e chi copre le mafie, perché i mafiosi sono nessuno. La mafia è forte, ma la forza della mafia non è dentro, ma sta fuori dalla mafia. Libera è in tutti i processi come costituzione di parte civile contro la famiglia di Matteo Denaro Messina, nel processo stato e mafia, siamo in tutti i processi contro le slot machine che mafia e camorra gestiscono. Siamo cittadini che mettono la loro faccia. Vi prego non chiamiamoci più società civile perché è come l’acqua bagnata, chiamiamoci società responsabile perché non si può essere cittadini a intermittenza, come sono tanti. E non facciamo come quelli che si commuovono per Lampedusa e poi non si vedono più, perché non basta commuoversi, ma bisogna muoversi di più tutti.
Allora non rassegniamoci a questa convivenza, non rimaniamo a guardare, dobbiamo ribellarci all’impotenza per fare in modo che a esser normale non sia l’illegalità e la corruzione, le mafie e la furbizia, ma che a diventare normale con l’impegno di tutti, sia la trasparenza. Io credo che si debba sempre distinguere per non confondere, che è importante valorizzare quanti nei vari ambiti sono onesti, puliti e trasparenti. Anche in politica c’è della bella gente che ci crede e s’impegna, pertanto bisogna evitare le facili generalizzazioni che ogni tanto si sentono, perché è il sistema che deve cambiare. Ovvio ci sono anche i lazzaroni che magari vanno a occupare il Ministero dell’Interno. Lasciatemi dire quello che diceva Giuseppe Dossetti, uno dei padri della Costituzione italiana e poi monaco, chiuso a Montesole nel silenzio della parola e che quando ha visto che qualcuno voleva mettere in discussione la Costituzione, sempre da monaco ha ripreso la parola dicendo: «che senza il rinnovamento profondo e radicale e delle coscienze e delle persone responsabili della vita amministrativa e politica, il rinnovamento sarà più apparente che reale».
È la responsabilità la spina dorsale della democrazia e della nostra Costituzione e la nostra Costituzione è fondata sull’etica della responsabilità.  
E la prima parte della Costituzione non deve essere cambiata, ma attuata. E allora la responsabilità è un sentimento morale che nasce dal rapporto vivo con la propria coscienza. Cedere la propria responsabilità è rinunciare alla nostra libertà. Siamo chiamati oggi più che mai tutti a scelte coraggiose. Il coraggio di fare scelte anche scomode e di rifiutare i compromessi. Bisogna prendere posizione e decidere ancora più oggi da che parte stare. Dobbiamo uscire dai nostri recinti. Cito le parole di Papa Francesco nel documento che ha mandato per la Giornata mondiale della pace il 1° gennaio, e i contenuti della telefonata che poi ha avuto con Carlo Petrini. In quella telefonata al di là dei riferimenti che qua ognuno rappresenta c’eravate anche voi, il vostro impegno, le vostre scelte che hanno permesso di graffiare la coscienza di tanta gente nell’arco di questi anni. E il Papa in quel documento parla della natura, dell’ambiente, dell’agricoltura, cioè parla di voi quando dice: «la fraternità aiuta a custodire e coltivare la natura in particolare il settore agricolo e il settore produttivo primario con la vitale vocazione di coltivare e custodire le risorse naturali per nutrire l’umanità». Allora qui dobbiamo uscire, sui nostri orti, sui lavori meravigliosi fatti sui beni confiscati e non dimentichiamo che è proprio l’umiltà la derivazione della parola humus che vuol dire terra. Essere umili vuol dire terra. La terra ci invita a essere persone umili. Io credo che sia giusto riconoscere il bene che c’è introno a noi per valorizzarlo e promuoverlo. Io sono nato in montagna a Pieve di Cadore e in posti così ami la natura, non puoi non amarla, il bisogno di quella dignità, di quelle vacche. Ci siamo incontrati di recente con gli amici della Coldiretti del Piemonte che ci hanno proposto le asine per il latte, perché abbiamo bisogno di dare dignità al lavoro dei ragazzi. E allora stiamo insieme con la capacità di riconoscere il bene che c’è attorno a noi per valorizzarlo, promuoverlo e sostenerlo. Anche voi siete un segno concreto di questo bene a partire de quella meraviglia di Terra Madre, perché la terra è la madre che ci dice che cosa è la speranza. C’è un grande bisogno di speranza e noi dobbiamo essere un segno di speranza curando tra noi alleanze e fiducia, stupore e accoglienza reciproca. Speranza è la consapevolezza che solo unendo le forze degli onesti la richiesta di cambiamento diventa forza di cambiamento.
Vi auguro di essere eretici perché eresia dal greco significa scelta. Eretico è la persona che sceglie. L’eretico è colui che più della verità ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti prima di quella delle parole. L’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. L’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità, dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri, chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia chi approfondisce chi si mette in gioco in quello che fa chi crede che solo nel “noi” l’”io” possa trovare una realizzazione. Chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie, chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca.