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lunedì 27 gennaio 2020

27 gennaio 1945. Non è Passato è Memoria

IL 27 GENNAIO 1945  UN REPARTO DELL'ESERCITO RUSSO VARCA L'INGRESSO DEL CAMPO DI STERMINIO DI AUSCHWITZ


il cancello di Aushwitz con la scritta "Arbeit macht frei": "Il lavoro rende liberi"

Ma fare Memoria significa conoscenza e coerenza. Pertanto invitiamo a togliere le maschere "pittate a lutto" che nascondono il volto di tanti ipocriti dei giorni nostri: alla luce di quanto accade anche ai nostri giorni, la Storia ci chiederà da che parte eravamo mentre tutto quello che sapevamo si ripeteva sotto i nostri occhi, mentre altri lager, persecuzioni, violenze, venivano costruiti e compiute ai danni di nuovi "diversi". 


Fonte : La Repubblica

Giornata della memoria, Liliana Segre spiega tutto il male dell'indifferenza (vedi qui)

Liliana Segre percorre i corridoi del Memoriale della Shoah di Milano. E’ ambientato qui, nel luogo simbolo della deportazione degli ebrei verso i campi di concentramento e di sterminio, il piccolo cortometraggio che Repubblica mostra in anteprima, nel quale la senatrice a vita racconta la parola “indifferenza” scritta per il vocabolario Zingarelli 2020. Una produzione originale co-prodotta da Sky Arte e Zanichelli che andrà in onda oggi 27 gennaio su Sky Arte, all’interno della programmazione dedicata al Giorno della Memoria. Liliana Segre spiega la sua definizione di “indifferenza” mentre scorrono le immagini del famigerato “Binario 21” da cui partivano i treni piombati verso i lager. “Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò disprezzo, temo e odio gli indifferenti. Le parole di un grande intellettuale e uomo politico, Antonio Gramsci, rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale. L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori. L’alternativa, diceva Don Milani, è “I care”, me ne importa, mi sta a cuore”. Poi Liliana Segre si ferma davanti alla lapide che ricorda i nomi dei deportati. “La visita a questo luogo storico e le lettura dei nomi di queste persone uccise per la colpa d’esser nate – dice Segre - sono proprio il contrario, invece, del motto fascista, “Me ne frego”. Di Maria Novella De Luca



"(…) Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga." 
 brano tratto da “Se questo è un uomo” di Primo LevI


''La Giornata della Memoria non deve essere un'occasione per manifestare la falsa coscienza e non può essere usata in modo strumentale. Ci deve ricordare la tragedia universale della violenza contro l'uomo e non solo contro gli ebrei.
Io sono ebreo e ho il dovere di ricordare ciò che ha subito la mia gente. Ma proprio perchè questo è stato un massacro di esseri umani, tra cui ebrei, rom, gay e antifascisti, si devono ricordare tutti, soprattutto quelli piu' scomodi. 
Dobbiamo ricordare, tutti i popoli che hanno subito violenza. In questo senso, il destino degli ebrei vale per quello di tutte le minoranze. Primo Levi non ha scritto 'Se questo è un ebreo', ma 'Se questo è un uomo'."  Moni Ovadia

Elie Wiesel, sopravvissuto dei campi di concentramento di AuschwitzBuna e Buchenwald: "Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha trasformato la mia vita in una lunga notte, sette volte maledetta e sette volte sigillata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini, i cui corpi vidi trasformarsi in ghirlande di fumo sotto un muto cielo blu. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumavano la mia fede per sempre. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi privò, per tutta l'eternità, del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima e trasformarono i miei sogni in polvere. Non dimenticherò mai queste cose, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai". 

Eva Picková, morta ad Auschwitz il 18 dicembre 1943 all’età di 12 anni":
"...mio Dio, noi vogliamo vivere! Non vogliamo vuoti nelle nostre file. Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore. Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!”. 

bambini del Lager mostrano il braccio tatutato
migranti cacciati dal centro di accoglienza

Fare Memoria significa conoscere quanto è accaduto; fare Memoria significa capire i meccanismi" che si celano dietro ai fatti; fare Memoria significa impegnarsi affinché quanto è accaduto non abbia più “il tempo” e “il modo” di ripetersi. Fare Memoria significa conoscere per diventare ed essere cittadini responsabili. 
Come è stato possibile l'orrore dei Lager? 
Come è stato possibile concepire lo sterminio di popoli? 
La cosiddetta "banalità del male", il pericolo che il male possa ripresentarsi,  è un pericolo sempre presente Dopo quelli nazisti, l'Umanità ha sofferto per altri Lager, altri stermini, altre violenze terribili inflitte da uomini ad altri uomini. 
Perchè? Come è possibile che ciò accada dopo quello che è già accaduto? 
Primo Levi si interroga su come sia stato possibile il dramma dello sterminio nel libro “I sommersi e i Salvati”. Luogo di quella ricerca èl'animo umano di ogni tempo; le risposte sono celate nell'eterna -mediocre- lotta per il potere, con attori che si dividono le parti dei"padroni" e dei "servi" alla conquista di un  "privilegio" possibile.
“Il privilegio per definizione difende il privilegio. (…) L’ascesa dei privilegiati, non solo nel Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. E’ compito dell’uomo giusto fare la guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi - o da uno solo- contro i molti, il privilegio nasce e prolifica, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri  e lo incoraggi.(…) la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura ed insieme l’elemento più inquietante. E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. (…)”.

domenica 27 gennaio 2019

NON E' PASSATO. E' MEMORIA. E' CONOSCENZA"! MAI PIU' FASCISMI

IL 27 GENNAIO 1945  UN REPARTO DELL'ESERCITO RUSSO VARCA L'INGRESSO DEL CAMPO DI STERMINIO DI AUSCHWITZ


il cancello di Aushwitz con la scritta "Arbeit macht frei": "Il lavoro rende liberi"

Ma fare Memoria significa conoscenza e coerenza. Pertanto invitiamo a togliere le maschere "pittate a lutto" che nascondono il volto di tanti ipocriti dei giorni nostri: alla luce di quanto accade in queste ore, in questi giorni, anche a causa del governo italiano che sostiene politiche ritenute da molti "fasciste e discriminatorie" nei confronti dei migranti, le vittime della Shoah non meritano tanta ipocrisia. VERGOGNA! 

La Storia ci chiederà da che parte eravamo mentre tutto quello che sapevamo si ripeteva sotto i nostri occhi, mentre altri lager, persecuzioni, violenze, venivano costruiti e compiute ai danni di nuovi "diversi". 

VERGOGNA!



"(…) Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga." 
 brano tratto da “Se questo è un uomo” di Primo LevI


''La Giornata della Memoria non deve essere un'occasione per manifestare la falsa coscienza e non può essere usata in modo strumentale. Ci deve ricordare la tragedia universale della violenza contro l'uomo e non solo contro gli ebrei.
Io sono ebreo e ho il dovere di ricordare ciò che ha subito la mia gente. Ma proprio perchè questo è stato un massacro di esseri umani, tra cui ebrei, rom, gay e antifascisti, si devono ricordare tutti, soprattutto quelli piu' scomodi. 
Dobbiamo ricordare, tutti i popoli che hanno subito violenza. In questo senso, il destino degli ebrei vale per quello di tutte le minoranze. Primo Levi non ha scritto 'Se questo è un ebreo', ma 'Se questo è un uomo'.
Moni Ovadia

Elie Wiesel, sopravvissuto dei campi di concentramento di AuschwitzBuna e Buchenwald: "Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha trasformato la mia vita in una lunga notte, sette volte maledetta e sette volte sigillata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini, i cui corpi vidi trasformarsi in ghirlande di fumo sotto un muto cielo blu. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumavano la mia fede per sempre. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi privò, per tutta l'eternità, del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima e trasformarono i miei sogni in polvere. Non dimenticherò mai queste cose, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai". 

Eva Picková, morta ad Auschwitz il 18 dicembre 1943 all’età di 12 anni":
"...mio Dio, noi vogliamo vivere! Non vogliamo vuoti nelle nostre file. Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore. Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!”. 

bambini del Lager mostrano il braccio tatutato
migranti cacciati dal centro di accoglienza

Fare Memoria significa conoscere quanto è accaduto; fare Memoria significa capire i meccanismi" che si celano dietro ai fatti; fare Memoria significa impegnarsi affinché quanto è accaduto non abbia più “il tempo” e “il modo” di ripetersi. Fare Memoria significa conoscere per diventare ed essere cittadini responsabili. 
Come è stato possibile l'orrore dei Lager? 
Come è stato possibile concepire lo sterminio di popoli? 
La cosiddetta "banalità del male", il pericolo che il male possa ripresentarsi,  è un pericolo sempre presente Dopo quelli nazisti, l'Umanità ha sofferto per altri Lager, altri stermini, altre violenze terribili inflitte da uomini ad altri uomini. 
Perchè? Come è possibile che ciò accada dopo quello che è già accaduto? 
Primo Levi si interroga su come sia stato possibile il dramma dello sterminio nel libro “I sommersi e i Salvati”. Luogo di quella ricerca èl'animo umano di ogni tempo; le risposte sono celate nell'eterna -mediocre- lotta per il potere, con attori che si dividono le parti dei"padroni" e dei "servi" alla conquista di un  "privilegio" possibile.
“Il privilegio per definizione difende il privilegio. (…) L’ascesa dei privilegiati, non solo nel Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. E’ compito dell’uomo giusto fare la guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi - o da uno solo- contro i molti, il privilegio nasce e prolifica, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri  e lo incoraggi.(…) la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura ed insieme l’elemento più inquietante. E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. (…)”.

giovedì 10 gennaio 2019

“Fuga dall'inferno”. Per cercare di ri-costruire il valore di sentirsi comunità


Abbiamo accolto con piacere l'invito dell''Associazione Teatrale Pathos" ad essere presenti alla rappresentazione teatrale de “Fuga dall'inferno”, certi che la cultura possa e debba svolgere un ruolo fondamentale nel ri-creare le fondamenta di comunità che riscoprano i principi della conoscenza, dell'accoglienza, della solidarietà, del confronto, del perseguimento di “stili di vita” equi, solidali e sostenibili.Oggi ci vuole coraggio anche solo per sentirsi “comunità”: esseri umani parte di una unica, grande, variegata, famiglia.

Raccogliendo l'appello lanciato da don Luigi Ciotti, lo scorso 7 luglio 2018 anche a Pinerolo si era svolta la manifestazione “Una maglietta rossa per  per fermare l’emorragia di umanità” Numerosi erano accorsi in Piazza Facta indossando una "maglietta rossa". Una maglietta dello stesso colore, lo ricordiamo, di quella che le mamme della tragedia della migrazione fanno indossare ai loro figli, bambine e bambine, per attraversare un mare sconosciuto e "il buio della coscienza dell'Occidente", per raggiungere la speranza di vita negata nella loro terra-madre. (vedi qui il racconto di quella giornata).
L'auspicio del presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo era stato tuttavia quello che l'evento di sabato  7 luglio, "la maglietta rossa",  potesse e dovesse costituire-costruire un cammino di conoscenza, di consapevolezza, di assunzione di responsabilità di ciascuno anche nei confronti di una questione epocale quale quella delle migrazioni. Lo dobbiamo alle vittime di questa “terza guerra mondiale, combattuta "a pezzi"”, come ha denunciato papa Francesco. Una guerra combattuta nel modo più  subdolo e vergognoso, spesso nell'indifferenza, nel silenzio, delle coscienze dell'Occidente, avendo come vittime i più deboli della Terra.


“Fuga dall'inferno”
Quando dal mare raggiungono la nostra terra, i profughi vengono identificati e mandati  in uno dei diversi  centri d’accoglienza  dislocati sull’intero territorio nazionale, ma  per molti di questi disperati  questi stessi  centri diventano  veri e propri luoghi di detenzione.  Da una sommossa in un centro di accoglienza che inizia la fuga del protagonista, Il suo obbiettivo è arrivare in Svezia per raggiungere la famiglia, ma la sua corsa in mezzo ai boschi, s’interrompe davanti ad un precipizio.



martedì 25 dicembre 2018

NATALE: IL NOSTRO AUGURIO E' SEMPRE LO STESSO

 CHE CI CREDIATE O NO AL NATALE,  IL NOSTRO AUGURIO 
E' SEMPRE LO STESSO:
"L’augurio è di godere di buona salute,
di coltivare amichevoli rapporti,
di saper resistere con mitezza alle contrarietà,
di ricevere nelle difficoltà qualche 
incoraggiante consolazione ,
di continuare a trovare ragioni promettenti 
per vivere con onestà e decoro".

Simbolo di questo Natale è divenuto il salvataggio in mare 305 persone soccorse nel Mediterraneo venerdì notte. Fra questi, Sam, il piccolo partorito poche ore prima dalla mamma su una spiaggia libica. 
««Kids, baby, bebè, enfant, dateci i bambini...I bambini, prima passateci i bambini», urlavano i soccorritori arrivati a ridosso del gommone mezzo affondato.
In mare aperto, i volontari gridavano in tutte le lingue per infrangere il frastuono delle ondate e il fischio di un vento selvaggio:  Una voce nel buio, quando il mare non è quella distesa amica che guardi dalla spiaggia, «è come il canto degli angeli nella Notte Santa», disse tempo fa una mamma approdata a Lampedusa con i suoi bambini. Ma quella era l’epoca dei porti e dei cuori aperti, non solo a Natale.
(Foto Open Arms)
(Foto Open Arms)

Dopo i primi piccoli trasbordati di fretta sulla lancia veloce dell’Ong spagnola, dal gommone gli uomini, quasi tutti africani subsahariani, fanno largo a una donna. Si sporge stringendo forte una coperta arrotolata. «Il modo con cui teneva quegli stracci ci ha insospettito», raccontano da Proactiva Open Arms. Dentro, fradicio e sporco, c’era Sem, nato meno di quarantott'ore prima su una spiaggia libica. Salì, la madre, lo aveva dato alla luce più in fretta che potesse. Non voleva rischiare di venire riportata indietro nella prigione dei trafficanti.
Sem e la sua mamma sono stati accolti a malta. Al momento nessun Paese vuole farsi carico degli altri di "migranti di Natale". Deve aver ragione Wislawa Szymborska, la poetessa premio Nobel polacca: «Alla nascita d’un bimbo il mondo non è mai pronto». 
Neanche a Natale.

Mentre il ministro Salvini ribadisce che i porti italiani sono chiusi.

venerdì 6 luglio 2018

Una maglietta rossa per fermare "l'emorragia di umanità"- Pinerolo- Piazza facta- ore 11


"Una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità": è l'appello firmato da Don Ciotti (Libera e Gruppo Abele) e dai presidenti di Arci, Anpi e Legambiente. 
Raccogliendo l'appello,invitiamo a ritrovarsi anche a Pinerolo, in Piazza Facta, alle ore 11, indossando, portando, una maglietta rossa. Una maglietta dello stesso colore di quella che le mamme della tragedia della migrazione fanno indossare alle bambine e alle bambine per attraversare un mare sconosciuto e "il buio della coscienza dell'Occidente", per raggiungere la speranza di vita negata nella loro madre-patria.
"Una maglietta rossa per fermare "l'emorragia di umanità". Rosso come le magliette di molti bambini annegati o arrivati in condizioni disperate sulle nostre coste, o come quelle delle mamme che si vogliono rendere riconoscibili.  Il rosso è il colore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche.

Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini".

 firmano:
Luigi Ciotti presidente LIBERA  
Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci 
Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente 
Carla Nespolo, presidente nazionale ANP
Francesco Viviano, giornalista; 

martedì 3 luglio 2018

Se fosse tuo figlio riempiresti il mare di navi di qualsiasi bandiera.

Sergio Guttilla - 29 giugno 2018 - Dedicata ai 100 morti in mare, fra loro bambine e bambini ragazze e ragazzi, morti affogati nel mediterraneo, in attesa di una nave che li salvasse.

Se fosse tuo figlio riempiresti il mare di navi 
di qualsiasi bandiera.
Vorresti che tutte insieme 
a milioni 
facessero da ponte 
per farlo passare.

Premuroso, 
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra 
per non far bruciare i suoi occhi, 
lo copriresti 
per non farlo bagnare
dagli schizzi d'acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare, 
uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto, 
busseresti alle porte dei governi 
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto, 
odieresti il mondo, odieresti i porti 
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla 
Con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso. 
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia, 
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio. 
Puoi dormire tranquillo
E sopratutto sicuro. 
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell'umanitá perduta,
dell'umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio. 
Dormi tranquillo, certamente 
non è il tuo.


lunedì 19 marzo 2018

XXIII "Giornata della Memoria e dell'Impegno in Ricordo delle Vittime Innocenti delle mafie"


Promossa dall'Associazione Libera e “Avviso Pubblico”, il prossimo 21 marzo 2018 si celebrerà la XXIII edizione nazionale della "Giornata della Memoria e dell'Impegno in Ricordo delle Vittime Innocenti delle mafie".
La Giornata è l'occasione per ricordare i nomi e le storie di coloro che la violenza mafiosa ha portato via ai loro cari e alla nostra democrazia. Sono oltre 800 nomi: cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali. Morti per mano delle mafie perché colpiti inermi, senza colpa alcuna; morti per mano delle mafie perché, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere. “Ma da questo terribile elenco - sottolinea Libera - mancano tantissime altre vittime, impossibili da conoscere e da contare”. 
Simultaneamente a quanto accadrà a Foggia, località simbolo scelta quest'anno, anche a Pinerolo e in tanti luoghi d’Italia verranno letti, uno per uno, tutti i nomi delle Vittime Innocenti: persone che non vogliono semplicemente essere ricordate, ma che chiedono di vedere realizzati gli ideali e le speranze per le quali hanno speso la vita.


“Terra, solchi di verità e giustizia”: sono le parole -manifesto scelte per ribadire l’importanza di saldare la cura dell’ambiente e dei territori con l’impegno per la dignità e la libertà delle persone valori possibili solo dove vi è verità e giustizia. 

Il 21 marzo 2018 anche in Piemonte legheremo la memoria delle vittime innocenti di tutte le mafie all’impegno quotidiano per combattere ogni forma di sfruttamento, l'emarginazione dei più poveri, per sostenere percorsi di giustizia sociale, accoglienza e integrazione. La comunità di Saluzzo, città principale della Giornata in Piemonte, da anni si confronta con il fenomeno dei  migranti che arrivano per la raccolta stagionale della frutta, migranti che vivono spesso in condizioni alloggiative molto precarie, vittime anche di episodi di sfruttamento e caporalato.Comunità libere dalle mafie, dallo sfruttamento, dalla corruzione, si costruiscano attraverso l'impegno che  ciascuno può dare, attraverso percorsi di co-responsabilità.
In Piemonte si farà memoria in particolare del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro dell’agente di scorta Domenico Russo uccisi il 3 settembre 1982;
di Amedeo Damiano, già presidente dell’USL63 di Cuneo, uomo uomo corretto e onesto, vittima di un vile atto intimidatorio il 24 marzo1987, morto dopo dopo 100 giorni di agonia. Una storia dimenticata, quella di un padre, di un amministratore pubblico assassinato perché stava faceva bene il suo lavoro cercando di riportare la legalità e il rispetto delle regole all'interno dell'ospedale di Saluzzo. Una storia giudiziaria complicata a portato a conoscere gli esecutori materiali e il movente, ma non i mandanti. Puoi vedere qui la testimonianza di Giovanni, figlio di Amedeo e di Sergio Anelli, autore di un romanzo su questo assassinio

domenica 11 febbraio 2018

A Sanremo , Favino recita un monologo tratto da "La notte poco prima delle foreste": una voce dai tanti che non hanno (più) voce

"La notte poco prima delle foreste", La nuit juste avant les forêts, è un atto unico del drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès. L'opera teatrale è stata scritta nel 1977 ma, come dimostra l'effetto emotivo che ha suscitato il testo, il monologo letto da Pierfrancesco Favino sul palco di Sanremo, parla alle donne e agli uomini di oggi, di ogni  tempo, dimostrando il significato della vera Arte: costruire immagini nuove, scoprire mondi nuovi, per fissare un'emozione, un valore, che parla alle donne e agli uomini di tutti i tempi. Nelle parole recitate dal Pierfranco Favino, ognuno di noi ha potuto riconoscere i drammi delle moltitudini scacciate dalla propria terra da guerre, politiche predatrici, miseria e fame,- Moltitudini costrette a varcare deserti, steppe, foreste e mari, per giungere semmai si può raggiungere, in un luogo in cui sia possibile la speranza di una vita migliore. 
Parole, quelle recitate da Pierfrancesco Savino, che sono una voce  dai tanti che non hanno più voce ma che avrebbero forse tante cose da raccontare alle vite di ciascuno, in un misto di rabbia, disperazione, solitudine che si vorrebbe rompere, speranza che si vorrebbe ricostruire. magari  sentendosi più vicini  e responsabili delle sorte di chi ci sta accanto e che inceve troppe volte sentiamo "estraneo, diverso, nemico".


Il testo nel monologo
Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio
quando mi viene di dirti quello che ti devo dire,
stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così
che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.
Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’.
Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano.
Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là
vai laggiù, leva il culo da là
e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte,
sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare,
non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è
il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’.
A calci in culo ti manderebbero via, il lavoro sta là, sempre più lontano, fino in Nicaragua.
Se vuoi lavorare, ti devi spostare, mai che puoi dire ‘questa è casa mia e ti saluto’
tanto che io quando lascio un posto ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia,
sempre di più di quello in cui vado a stare.
Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo
là dove te ne vai sei sempre più straniero, sempre meno a casa tua.
E quando ti prendono a calci in culo, tu te ne vai di nuovo
quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto.
Fermiamoci una buona volta e diciamo ‘Andate a fanculo’
io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire
se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo tutto il tempo
che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaragua
che ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri
ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli, tutto quello che ci dobbiamo dire
allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.
Io mi sono fermato, ho ascoltato, mi sono detto: ‘Io non lavoro più’
finché non ve ne frega un cazzo di me.
A che serve che quello del Nicaragua viene fino qua e che io vado a finire laggiù
se da tutte le parti la stessa storia.
Quando ho lavorato ancora, ho parlato a tutti quelli presi a calci in culo che sbarcano qua
per trovare lavoro e loro mi sono stati a sentire.
Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che mi hanno spiegato com’è da loro
Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notta al bordo di una foresta
gli portano da mangiare perché non si deve spostare
che spara su tutto quello che si muove
gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.
Mi parlavano di un generale coi suoi soldati che circondano la foresta
tutto quello che si muove diventa un bersaglio
tutto quello che compare al bordo della foresta
tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi
e che non si muove allo stesso modo
Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa
più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero
loro finiscono qua e io finirò laggiù
laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne
Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro
se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più
Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba
l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.
Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,
ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così
almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.


mercoledì 27 dicembre 2017

Non tutti "I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale"

Nel giorno di  Natale viene pubblicato da HUFFPOST un articolo-intervista a Massimo Cacciari. Il titolo scelto per presentare la riflessione del filosofo è eloquente, apparentemente provocatorio: "I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale":"(...)Il Natale degli alberi in pivvuccì, degli acquisti online e i centri commerciali aperti tutto il giorno; il Natale della neve luccicante incollata sulle vetrine, delle barbe bianche, delle renne e delle slitte... Basta sapere che la nascita di Cristo non ha niente a che vedere con quello che vediamo intorno a noi. Il Natale è diventato un festa per bambini e adulti un po' scemi. Non c'è da levare alti lai contro il consumismo. C'è solo da riflettere, meditando con sobrietà e disincanto (...)".
Viviamo il tempo dell'aumento delle diseguaglianza e dell'esclusione -se non della soppressione- di coloro che non sono utili  e funzionali al "sistema", e pare "impossibile" opporsi a questo spirito del tempo che sembra poter sconfiggere ogni resistenza al suo imperativo. 
Massimo Cacciari invoca per la nostra società la necessita laica di ritrovare e riscoprire la necessità del confronto con l'impossibille, rappresentato dalla figura di Cristo): "(...) Perché è necessario avere come misura qualcosa che ci oltrepassa per riuscire a spingerci altrove. Cristo non predicava nei templi: predicava fuori, nelle strade. I suoi discepoli dicevano: "È fuori". Nel senso: "È fuori di testa, è pazzo". Eppure, Gesù ha segnato un prima e un dopo nella storia dell'uomo, ha creato il mondo culturale e antropologico in cui viviamo. C'è qualcosa di più realistico di questo? Senza quell'impossibilità niente ci spingerebbe a uscire da noi, a ri-orientare diversamente le nostre vite.
Perché dovremmo farlo? Per liberare il nostro tempo dalle sue miserie. Più la nostra epoca cirinserradentro di essa, più servono grandi idee, pensieri limite, parole ultime. Sono le uniche cose che ci possono sradicare dal tempo in cui viviamo.
Qui l'articolo-intervista a Massimo Cacciari) 
Alla riflessione di Cacciari vogliamo accostre l'articolo di Maurizio Pagliassotti, pubblicato su IL Manifesto, perchè, trattando del dramma delle  migrazioni di coloro che cercano di sfuggire a guerre, fame e povertà, l'articolo di Pagliassotti mostra una flebile luce di speranza nel comportamento eretico, "impossibile", di una comunità che decide di porsi "fuori dalle regole", misurandosi con l'impossibile più prossimo,  per rispondere ad un principio di giustizia e di umanità superiore. " La popolazione locale ha fatto intendere chiaramente a istituzioni, sindaco e gendarmeria in testa, che loro vogliono essere una piccola isola di accoglienza". 
Per chi è disposto a correre il rischio di morire assiderato, per chi è disposto a correre il rischio di incontrare dei lupi tra le foreste di larici e abeti, per chi è disposto a essere intercettato e respinto dalla gendarmeria francese che pattuglia le montagne, per tutti costoro una piccola casetta colorata di Briançon è il punto d’arrivo. 

La salvezza è una piccola casetta colorata a Briançon. 

di Maurizio Pagliassotti . 

Fonte "Il Manifesto" 27.12.29017

Migranti. Nella struttura dieci volontari danno ospitalità a 30 persone in arrivo dall’Africa. La popolazione locale ha fatto intendere chiaramente a istituzioni, sindaco e gendarmeria in testa, che loro vogliono essere una piccola isola di accoglienza
LA VOCE È CORSA fino a Ventimiglia, qualche mese fa: incastonata tra in mezzo alle Alpi francesi, a cento chilometri da Torino a circa dieci dal confine italo francese, esiste una enclave di umanità, rifugio per tutti coloro che stanno percorrendo la loro odissea che li porterà da un amico o un parente.
Il compito della gendarmeria è molto semplice: intercettare tutti coloro che tentano di arrivare in questa casetta a due piani, di proprietà comunale, che dista pochi metri dalla bella stazione ferroviaria. La gendarmeria li trova al confine del Monginevro, sul colle della Scala, lungo la linea fortificata del 1941 che corre sotto il monte Chaberton, ovunque. Una «caccia» resa ancora più semplice dal gelo e dalla neve, caduta in abbondanza per la gioia degli sciatori e la disperazione di chi tenta di passare dall’Italia alla Francia in ciabatte o poco più. Semplice perché l’ingresso nel paese da ovest, dall’Italia, ha una sola via e quindi basta mettersi al termine dell’imbuto per acciuffare tutti i sans papiers che arrivano. Oppure, ancora più semplice, la police potrebbe venire dentro l’enclave per fermare tutti, e fare piazza pulita, basterebbero dieci uomini e mezz’ora di tempo.
MA I GENDARMI non si presentano, preferiscono rimanere lungo le strade che dal confine portano a Briançon. Perché in questa bella cittadina turistica, circondata dai passi più sacri del Tour de France- Galibier, Izoard, Iséran la popolazione ha fatto intendere chiaramente alle istituzioni, sindaco e gendarmeria in testa, che loro vogliono essere una piccola isola di umanità in un tempestoso oceano di inutile rancore. Ed è molto meglio per tutti se la police rimane dov’è. Così, da questa estate la Municipalità ha messo a disposizione di alcuni volontari una struttura che accoglie quelli che ce la fanno, dà loro un letto, un pasto, assistenza medica, e qualche consiglio su come continuare l’avventura.
LA STRUTTURA è molto discreta perché si trova nella parte bassa del paese, lontano dal delizioso centro medioevale e dalle piste di sci. Operano una decina di bénévoles, volontari di Briançon, che danno ospitalità a circa trenta tra uomini, donne e bambini in arrivo dall’Africa. Ogni giorno dall’Italia giungono tre o quattro ragazzi. Le condizioni climatiche estreme delle ultime settimane hanno disincentivato il flusso, perché il rischio di morire assiderati è alto. Spesso un’organizzazione italo francese riesce a intercettare prima i migranti, a salvare loro la vita – non senza fatica perché la meta sembra a un passo e molti hanno sviluppato una propensione al rischio fuori scala, anche di morte per congelamento, che li rende ciechi di fronte al reale pericolo della montagna – e a portarli nell’enclave di Briançon.
LORO, I MIGRANTI, in qualche modo passano e si materializzano sulla porta d’ingresso, spesso vestiti che dovrebbero essere piumini, ma sono solo plastica trasparente, ai piedi scarpette da tennis. La loro salvezza ha una porta d’accesso piccola che dà su una calda cucina, dove dentro enormi marmitte bolle sempre qualcosa.
La mattina del 25 dicembre non prevede particolari celebrazioni: in una pentola si gettano interiora di vitello, funghi, cipolle, e altra roba: è il piatto forte con cui si onora il gran varietà religioso, tra musica e serenità.Cucinano un ragazzo della Guinea, Lucky – la cui vita è una storia che fa accapponare la pelle, fatta di schiavismo, brutalità e razzismo, «ma se non fosse stato per il mio nome sarei già morto mille volte, o farei lo schiavo» – e una signora francese che indossa una tuta da sci viola, verde, blu, gialla. Nell’ufficio della responsabile di questo punto di paradiso, una donna austera e gentile con lunghi capelli grigi raccolti in un ordinato chignon, organizza la parte conclusiva dell’Odissea per ognuno di loro. Da questo luogo ghiacciato sulle Alpi francesi mancano esattamente otto chilometri alla libertà.
LA NORMATIVA transalpina prevede che i sans papiers possano essere rispediti in Italia se intercettati entro venti chilometri dal confine: qui a Briançon ci troviamo a dodici dal confine di Claviere, alta val Susa. Ma le caratteristiche delle enclaves è che sono circondate: e questa non fa eccezione. Se l’accordo tra popolazione, volontari e istituzioni prevede che tra queste stanze viga l’umanità, appena al di là ci si trova nuovamente in terra di nessuno. E così gli ultimi otto chilometri, ma in realtà sono ben di più perché si ha notizia di respingimenti avvenuti a Grenoble, sono disseminati di controlli lungo le statali che corrono verso Lione e Gap.
Il problema è evidente: evitare in ogni modo che la police li intercetti e li rispedisca al confine italiano, da cui potrebbero essere rispediti nuovamente a Foggia: il tutto in tre giorni.
UN RAGAZZO GHANESE basso e tozzo risponde alla fatidica domanda: «E tu dove vuoi andare?» puntando il dito in un lontano punto su una mappa della Francia, scandisce il nome della sua terra promessa: Nior.
Lui dice che solo quando sarà là «da un mio amico che mi aspetta», inizierà l’iter burocratico che lo porterà fuori da questo limbo. Gli mancano solo mille chilometri, ma dopo il deserto libico, gli schiavisti, le frustate, la fame, la sete, il carcere, il gommone in mezzo al mare, il centro di raccolta di Foggia, tutta l’italia attraversata con il terrore di essere intercettato, le Alpi attraversate a piedi in un mare di neve, ecco dopo tutto questo i restanti mille chilometri gli sembrano poca cosa, la parte conclusiva, e nemmeno troppo pericolosa, di un lungo cammino che coprirà «chaque coût», ad ogni costo.