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domenica 19 gennaio 2014

A Piossasco, 18 gennaio 2014: “CONTRO IL PIZZO SCENDO IN PIAZZA”

Questo è quanto avevamo scritto:  "Fatti inquietanti e pericolosi si sono verificati a Piossasco nei mesi scorsi: minacce, richieste di “pizzo” sono state rivolte a commercianti, in cambio di incolumità. Forze dell’ordine e magistratura stanno conducendo indagini. Qualunque sia la natura di questi episodi, le comunità devono far sentire la loro voce e mostrare il vero significato dell’essere comunità: sentirci, tutti insieme, responsabili e partecipi della vita di coloro con i quali formiamo comunità.(…) 
Ieri sera, la fiaccolata : “CONTRO IL PIZZO SCENDO IN PIAZZA” 
il corteo è aperto dallo striscione del presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo

LIBERA ha seguito sin dall’inizio degli avvenimenti la vicenda accaduta e a noi così vicina. Lo scorso 18 dicembre 2013, il presidio LIBERA “Rita Atria “ Pinerolo era stato invitato a portare testimonianza e riflessioni nell’ambito di un incontro pubblico organizzato dai formatori della Parrocchia “SS. Apostoli”. Il presidio LIBERA “Rita Atria Pinerolo si è quindi all’appello della comunità di Piossasco “CONTRO IL PIZZO SCENDO IN PIAZZA” 



Fonte : La Stampa

In mille alla fiaccolata antiracket
Don Ciotti: non è mafia, ma reagite


PIOSSASCO
Sono partiti in poco più di cinquecento ma all’arrivo, di fronte alla chiesa di San Francesco, c’erano quasi mille persone. Piossasco ha reagito compatta alle richieste estorsive giunte nei mesi scorsi ai commercianti del centro storico. Dietro l’ombra del racket, questa volta, non c’è la criminalità organizzata; i carabinieri sono già sulle tracce dei responsabili ma la città ha voluto comunque mandare un segnale importante, aderendo alla fiaccolata silenziosa organizzata dal Comune e da Libera.

Serrande abbassate
Ieri sera due cortei, popolati da imprenditori, politici, bambini e gente comune, hanno attraversato la città «armati» di torce e candele. Le serrande di (quasi) tutti i negozi sono state chiuse in anticipo e il lungo serpentone che ha invaso le strade del centro si è ingrossato ad ogni incrocio. In testa alla manifestazione c’era don Luigi Ciotti, presidente di Libera, che è poi intervenuto nella chiesa gremita mentre molti sono rimasti fuori per quasi un’ora, sotto la pioggia, ad ascoltare dagli altoparlanti.

Richiesta d’aiuto 
Sentire parlare di pizzo e intimidazioni ha riportato Piossasco indietro nel tempo. Ma a differenza degli anni ’70, mafia e organizzazioni criminali non sembrano essere coinvolte ma la paura resta. La scorsa estate si erano verificati misteriosi atti vandalici, catalogati inizialmente come «dispetti». Dalle vetrine infrante si è però velocemente passati alle offerte di protezione in cambio di denaro. I commercianti hanno chiesto aiuto ai carabinieri, al parroco e all’amministrazione che ha deciso di organizzare una grande manifestazione per «dire no al pizzo».

Polemiche
Non sono mancate le polemiche e le accuse di strumentalizzazione, come quella lanciata dal candidato M5S Francesco Colucci: «Si è stati così ansiosi di reagire da non essere in grado di aspettare la ricerca della verità, compito che spetta a magistratura e forze dell’ordine. Noi abbiamo deciso di sottrarci a questo processo sommario che danneggia Piossasco». 
Il sindaco Roberta Avola ha replicato dal pulpito: «Manifestazioni come questa scaldano il cuore e dimostrano che avevamo ragione. Non bisogna lasciare terreno fertile a nessun tipo di criminalità». 
Da don Ciotti è arrivato l’invito a non ingigantire il fenomeno piossaschese senza però sottovalutarlo: «È chiaro che qui non c’è un’organizzazione mafiosa ma la prima protezione per chi è stato minacciato deve arrivare dalla comunità. Anche da Piossasco arriva un segnale che spinge la politica a fare la sua parte». Infine l’invito all’unità: «Di fronte a questi episodi, grandi o piccoli che siano, non ci devono essere divisioni. Fanno il gioco degli altri». 

mercoledì 15 gennaio 2014

CONTRO IL PIZZO SCENDO IN PIAZZA. a Piossasco il 18 gennaio 2014 alle ore 18.30

Fatti inquietanti e pericolosi si sono verificati a Piossasco nei mesi scorsi: minacce, richieste di “pizzo” sono state rivolte a commercianti, in cambio di incolumità. Forze dell’ordine e magistratura stanno conducendo indagini. Qualunque sia la natura di questi episodi, le comunità devono far sentire la loro voce e mostrare il vero significato dell’essere comunità: sentirci, tutti insieme, responsabili e partecipi della vita di coloro con i quali formiamo comunità.
LIBERA segue sin dall’inizio degli avvenimenti la vicenda accaduta e a noi così vicina. Lo scorso 18 dicembre 2013, il presidio LIBERA “Rita Atria “ Pinerolo era stato invitato a portare testimonianza e riflessioni nell’ambito di un incontro pubblico organizzato dai formatori della Parrocchia “SS Apostoli”.
Il presidio LIBERA “Rita Atria Pinerolo si unisce all’appello della comunità di Piossasco, invitando anche il Sindaco di Pinerolo Eugenio Buttiero, l’Amministrazione della Città, la cittadinanza tutta, affinché si partecipi  numerosi alla manifestazione che si terrà sabato 18 gennaio 2014:
“CONTRO IL PIZZO SCENDO IN PIAZZA” 
La manifestazione si concluderà con intervento di don Luigi Ciotti, fondatore di LIBERA. Di seguito, il volantino della manifestazione.



mercoledì 29 agosto 2012

Memoria e impegno."Il 29 agosto 1991 è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, un uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omerta', dalle associazioni degli industriali, dall'indifferenza dei partiti e dall'assenza dello Stato"

Queste le parole del manifesto che ogni anno viene affisso sul muro nei pressi dell'abitazione dell'imprenditore Libero Grassi, ucciso a Palermo dai killer di Cosa  Nostra esattamente ventuno fa,  per essersi ribellato alla "legge" mafiosa del racket.


Nella cerimonia di commemorazione di questa mattina il presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, ha fatto un appello agli imprenditori: "Bisogna fare capire agli imprenditori che ancora pagano per paura che non è più conveniente stare da quella parte. Perchè, purtroppo, molti sono ancora convinti che sia conveniente stare dalla parte sbagliata. Abbiamo elementi certi per ribadire che tanti pseudo imprenditori pensano di far parte di lobby o di consorzi illegali che li porta ad avere forniture più facili - ha detto Montante - Questi pseudoimprenditori - ha aggiunto - devono invece capire che è più facile stare dalla parte dello Stato".

In via Alfieri sono stare deposte tre corone di fiori e, come ogni anno, la figlia dell'imprenditore, con uno spray, ha spruzzato sul marciapiedi, proprio nel punto dell'agguato, della vernice rossa.

Il testo della lettera che Libero Grassi pubblicò sul Giornale di Sicilia in data 10 gennaio 1991
“Caro estortore,
volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.“ Libero Grassi  


Riprendiamo l'articolo pubblicato dall'Unita in data 28 agosto 2011 e nel quale si raccontava l'intervista di Miche Santoro a Libero Grassi, nella trasmissione Samarcanda:


«Caro estortore...non ti pago»:  la lettera che diede inizio alla battaglia 

Il 10 gennaio 1991 Libero Grassi scrisse una lettera al “Giornale di Sicilia”: «Caro estorsore...non ti pago». Dopo 8 mesi, il 29 agosto 1991, Cosa nostra lo ucciderà con cinque colpi di pistola calibro 38. La lettera è una pubblica rottura dell'omertà: l’imprenditore, il cittadino, sottoposto alle minacce degli estorsori, non solo rifiuta di pagare, ma accusa commercianti ed imprenditori siciliani di soggiacere passivamente alla coercizione mafiosa: il pizzo accettato come una tassa dovuta ad un sistema di potere parallelo, in cui sguazzano politici, imprenditori e mafiosi. La cui efficacia impositiva si misura in termini di silenziosa rassegnazione. 

intervista di Libero Grassi ."Samarcanda". 11 aprile 1991

La presa di posizione lo espone ad uno sconcertante isolamento: il presidente palermitano di Assindustria, Salvatore Cozzo, legato a Salvo Lima, minimizza la denuncia: una tammurriata per farsi un po’ di pubblicità. Michele Santoro lo invita a raccontare la sua storia a Samarcanda. È l’11 aprile 1991. Libero è di fronte alle telecamere. Lo sguardo è attento dietro gli occhiali da lettura. Alla domanda del conduttore: Lei si è trovato faccia a faccia con queste richieste di tangenti? Risponde: «Mi sono trovato più volte… ho subito due estorsioni, una rapina e altre intimidazioni».

Poi Libero Grassi sposta il discorso su un tema scottante rivolgendosi al giudice Di Maggio presente in studio: «Il giudice di Maggio ha detto il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale. Ma c’è un primato superiore quello della qualità del consenso… la formazione del consenso che poi è l’arma della mafia. La prima cosa che controlla la mafia… è il voto… ad una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia… la legge la fanno i politici… se i politici hanno un cattivo consenso faranno delle cattive leggi e allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso. La mafia in Sicilia è il maggior interlocutore del problema politico in quanto dispone del voto, dei soldi e degli inserimenti nell’amministrazione, perché oramai è diventata ceto dominante». 



Santoro lo interrompe e lo stuzzica: "Perché non vuol pagare, lei è pazzo?"

Libero non ha sussulti, non si scompone, è quasi immobile: «Non sono pazzo, non mi piace pagare perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore (significherebbe che) io divido le mie scelte con il mafioso». Si ferma per un istante prende un foglio dalla cartellina e legge una dichiarazione del giudice Luigi Russo in merito alle estorsioni: «Si può anche non pagare, ma chi non paga deve sapere bene cosa gli succede prima o poi… se tutti facessero così (non pagando) dalla Sicilia sparirebbero le imprese e migliaia di piccole aziende andrebbero in fiamme». 

Ora Libero si agita sulla poltrona e sgrana gli occhi guardando fisso il giornalista: «Dico al dott. Luigi Russo che lui dice se tutti si comportassero come me si distruggono le industrie, se tutti si comportano come me si distruggono gli estorsori non le industrie». Con un gesto d’impeto toglie gli occhiali e tira un sospiro ad occhi chiusi. 

Dopo vent’anni la testimonianza di Libero Grassi ci ricorda quanta strada è stata fatta nel campo della prevenzione e dell’assistenza alle vittime del racket. Rimane, tuttavia, di cocente attualità ed insoluto il tema della qualità del consenso elettorale, proprio ora che la «linea della palma», come scriveva Sciascia, ha raggiunto i lembi estremi del profondo nord.

 Marcello Ravveduto





domenica 3 giugno 2012

Perchè nominare Cavaliere della Repubblica un politico sospettato di essere vicino alla 'ndrangheta della Liguria?


Nominato Cavaliere politico Udc vicino al boss della ‘ndrangheta in Liguria.
Rosario Monteleone, presidente del Consiglio regionale, non è indagato ma compare in alcune inchieste. Dalle intercettazioni emergono i suoi rapporti con Mimmo Gangemi, a cui sarebbe ricorso più volte per ottenere appoggio elettorale


Fonte : Il Fatto Quotidiano

di Chiara Pracchi |
Rosario Montaleone
Due giugno, festa della Repubblica, è il giorno in cui vengono nominati i cavalieri della Repubblica. E fra i nominati oggi da Giorgio Napolitano figura anche Rosario Monteleone, presidente del Consiglio regionale della Liguria. Ma Monteleone, politico dell’Udc con una parentesi nella Margherita, compare nelle indagini che hanno portato all’inchiesta ‘Maglio’ e in alcuni passi dell’indagine ‘Crimine’, come ha denunciato oggi Christian Abbondanza di "Casa della Legalità" di Genova. 
Monteleone non è indagato ma dagli atti emergerebbe una sua vicinanza con Mimmo Gangemi, il fruttivendolo di San Fruttuoso accusato di essere il capo della ‘ndrangheta in Liguria, a cui sarebbe ricorso più volte per ottenere appoggio elettorale.
Nell’inchiesta ‘Crimine’, nel mezzo della lotta che oppone Gangemi a Domenico Belcastro per le candidature da sostenere, Belcastro si lamenta con Giuseppe Commisso perché Gangemi vorrebbe sponsorizzare “un finanziere, uno sbirro. Cinque anni fa ha detto che lui che è sbirro questo qua, che è un infame, adesso ha voluto appoggiare a Monteleone, lui lo potete appoggiare. Uno vale l’altro, appoggiamo a Monteleone”. La ragione di questa scelta, spiega ancora Belcastro, risiede nel fatto che il politico avrebbe promesso un posto di lavoro al genero di Gangemi. Ma l’intercettazione rivela anche che i rapporti fra Monteleone e la consorteria non sono sempre stati pacifici e lineari.
In particolare, dalle indagini che hanno portato all’operazione Maglio (ma che non sono confluite nell’Ordinanza di misure cautelari) emerge che Monteleone si sarebbe servito dell’appoggio del clan già nelle elezioni del 2005. Una volta eletto, però, non avrebbe mantenuto i patti convenuti, provocando così una rottura con il sodalizio che, in spregio, lo avrebbe soprannominato “il lardone”. “Allora lo facciamo sto armistizio, la facciamo sta spaghettata?”, propone ancora Monteleone all’alba delle elezioni del 2010, in un tentativo di ricucire i rapporti con il clan. L’intercettazione è riportata in un rapporto del Ros in cui si evidenzia “come gli amministratori locali (alcuni di origine calabrese) ben conoscessero i caratteri organizzativi della struttura ‘ndranghetistica, rivolgendosi a personaggi inseriti nel locale del capoluogo di Regione, per far giungere richieste di appoggio elettorale alle strutture periferiche”.

mercoledì 30 maggio 2012

Le mani della 'ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria


Le mani delle cosche sulla Salerno-Reggio Calabria

La storia è sempre quella. Dodici fermi nella notte nei confronti di altrettanti esponenti del clan di Giuseppe Virgilio Nasone. Un "pizzo" del 3 per cento sull'importo degli appalti per i cantieri. Gli imprenditori che non pagavano avevano i mezzi danneggiati o subivano pesanti intimidazioni
Fonte La Repubblica


REGGIO CALABRIA - I carabinieri li hanno sentiti pianificare le incursioni notturne, organizzare i danneggiamenti. Stabilire quali mezzi dovevano saltare in aria e quali essere devastati a mazzate. Per lavorare sui cantieri della Salerno-Reggio Calabria, dovevano pagare tutti. E nella zona di Scilla-Villa San Giovanni, i soldi toccavano a loro. Il 3% dell’importo dell’appalto, e “non meno”, doveva andare ai “Nasone-Gaietti”. 
All’alba di oggi una decina di componenti della cosca sono finiti in manette su richiesta della Dda di Reggio Calabria, che ha deciso di affondare il colpo mentre la cosca era ancora pienamente operativa. I carabinieri del Comando provinciale hanno notificato dodici “fermi” nei confronti di altrettante persone ritenute legate al clan degli scillesi. Il procuratore aggiunto Michele Prestipino e i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, hanno firmato i provvedimenti nel tentativo di bloccare lo stillicidio di intimidazioni che negli ultimi mesi ha riguardato una serie di aziende impegnate nella fornitura di servizi e materiali o subappaltatori dell’A3 e non solo. 
la mapppa del racket sulle forniture del cemento. anno 2008
In questo senso, il boss Giuseppe Virgilio Nasone, e i suoi uomini erano determinati. Nonostante l’arresto di un picciotto della “famiglia” catturato nei mesi scorsi - quando si era presentato ad un imprenditore per chiedere una mazzetta da sei mila euro - il gruppo non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Anzi. Le microspie dell’Arma li avevano sentiti ragionare: “Non è che le cose non si possono fare, basta stare attenti”.Le cose da fare erano gli attentati. E di soldi ne arrivavano tanti dalle ditte intimorite. Alcuni imprenditori pagavano per evitare che le attrezzature, in molti casi particolarmente costose, fossero danneggiate. Altri per paura o per evitare che gli operai subissero ritorsioni anche violente. “Dobbiamo fare come quelli di Gioia Tauro – dicevano – quelli che pagano sono apposto. Agli altri gli facciamo saltare i palazzi”.
L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria ha preso il via dalla denuncia di un imprenditore che non si è voluto piegare. Così, a marzo del 2011 è finito in carcere Giuseppe Fulco, cugino dei Nasone. Gli inquirenti, incassato il risultato, tuttavia, non hanno mollato la presa ed hanno continuato ad ascoltare i suoi commenti in carcere. Ed è durante i colloqui con la madre e la sorella che sono venuti fuori una serie di elementi che hanno consentito di ricostruire la rete di rapporti interni alla cosca. Il clan infatti continuava a versargli “la mesata” ed a spartire con lui gli utili di altre estorsioni. Altre microspie e una serie di pedinamenti hanno fatto il resto, riuscendo a dare un volto ed un nome ad ogni componente del clan e a ricostruire i singoli episodi.  
GIUSEPPE BALDASSARRO