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domenica 20 dicembre 2015

"Miseria Ladra"! Rendiamo illegale la Povertà: "essere voce e dare voce a coloro che voce non hanno"

Lo scorso 13 novembre 2015 il presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo ha tenuto l'incontro pubblico Rendiamo illegale la Povertà: reddito di cittadinanza è reddito di dignità. I relatori intervenuti, esponenti delle forze politiche (la sen. Nunzia Catalfo del Movimento Cinque Stelle, Marco Grimaldi di Sinistra Ecologia Libertà), erano chiamati a confrontarsi a partire dai dati della realtà sociale presentati dall’assessora Agnese Boni, dal Vescovo di Pinerolo mons. Debernardi, da Leopoldo Grosso vice-presidente Gruppo Abele. In quella occasione abbiamo lanciato un appello affinchè l'incontro fosse da considerare il punto di partenza” per “un cammino”, da svolgere anche nella nostra comunità, capace di prefigurare e richiedere un “cambiamento di azione” per il contrasto alla Povertà: un cambiamento necessario, non più rinviabile. 
Le "fotografie"
Sono trascorsi oramai sette anni dallo scoppio della crisi finanziaria le cui conseguenze, a detta di molti economisti, sono paragonabili a quelle di una “guerra”. Lo stesso Papa Francesco ha parlato più volte in termini analoghi a proposito del momento storico che stiamo vivendo: “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi”: perchè tanti sono i conflitti in corso nel mondo, più o meno estesi; tanti e diversi sono “i fronti” aperti da questa “guerra”. Il fronte “sociale” è fra i più drammatici.
Per quanto riguarda l'Italia, il RAPPORTO CARITAS 2015 ha presentato la “fotografia” di un Paese frammentato. Un paese che pare avere smarrito il senso della comunità e nel quale la condizione di povertà o di difficoltà economica, è sempre più relegata a questione “privata”, messa ai margini dello stesso “patto sociale” su cui dovrebbe fondarsi la Democrazia del nostro paese. Apprendiamo da quel Rapporto come i cittadini italiani che versano in condizioni di povertà assoluta sono più che raddoppiati dal 2008 ad oggi, passando da un numero di 1.800.000 ad oltre 4.000.000. Ma la realtà del fenomeno della povetà, vecchia e nuova, presenta dati ancora più drammatici: sono infatti circa 10.000.000 coloro che vivono condizioni di “marginazione sociale” conseguente alla difficoltà economica: una “società degli esclusi”: una sorta di “terzo stato” a cui è stato precluso aver “voce e volto”, se non nella massa informe della “gente” che affolla centri di carità e di assistenza. 
Colpe e responsabilità
Ma la “fotografia” del rapporto Caritas non è un mero esercizio di analisi statistica o socio-economica. La CARITAS individua chiaramente quelle che, a suo parere, sono colpe e responsabilità.
Le responsabilità maggiori sono quelle addebitate alla Politica italiana, alla sua storica disattenzione nei confronti del fenomeno della povertà a cui si risponde scaricando pesi e costi sulla “famiglia” (welfare mediterraneo). Una politica italiana corporativa “(...)incentrata sulla rappresentanza e il riconoscimento degli interessi di specifici gruppi professionali e sociali capaci di esercitare pressioni sul Parlamento, a discapito di una visione complessiva del bene comune”.
Colpe hanno pure le forze sindacali, impegnate sì a promuovere e difendere culture politiche incentrate sulla tutela del lavoro e dei lavoratori “già impegnati”, ma “(…) culture politiche che si sono rivelate incapaci di leggere e tutelare la condizione di chi si trovava escluso dal mondo del lavoro.”
Infine, giudizio critico la CARITAS esprime anche nei confronti del cosiddetto Terzo Settore, il mondo del volontariato, delle associazioni, del cooperativismo, che non ha saputo assumere, se non in misura limitatissima, il ruolo di rappresentanza dei cittadini più deboli. Il terzo settore italiano infatti ha finito con lo “specializzarsi” “(...) nella fornitura di servizi per conto delle amministrazioni pubbliche, smarrendo così la propria funzione di rappresentanza e pressione politica in favore dei diritti sociali universali(...)”.
Occorre dare voce alla necessità di un cambiamento possibile e non più rinviabile
La povertà deve essere considerato il vulnus del “patto sociale” su cui si fonda una nazione democratica. Coloro che in Italia vivono in condizioni di difficoltà, i 10.000.000 di cittadine e cittadini senza voce e senza volto, non chiedono elemosine ma chiedono più Giustizia Sociale. Occorrono pertanto misure e azioni differenti da quelle sinora condotte, in cui diritti e doveri costituiscano il “patto sociale” sul quale costruire nuove forme di “bene-essere” della comunità. Misure che portino ad un reale contrasto alle povertà anche attraverso rapporti di maggiore responsabilizzazione dei soggetti stessi: misure e azioni che da un lato vedano riconosciuti e tutelati il principio inderogabile della Dignità dell'individuo, dall'altro prevedano l'assunzione di responsabilità di ciascuno, per quanto ad ognuno compete, nei confronti della comunità.
Sono necessarie azioni i cui mezzi per la loro attuazione non possono essere richiesti se non alla Politica. D'altro canto, se la Politica persevera nella sua “disattenzione” verso il dramma sociale mostrato dalle “fotografie” a cui prima si faceva riferimento, finisce con l'apparire mero esercizio del Potere svolto a favore di interessi e privilegi inaccettabili. Quelle “fotografie”, economiche e sociali, sono in realtà le esistenze reali e dolenti di coloro a cui viene negato la condizione di una vita decorosa: “fotografie” inaccettabili quando permangono sostanzialmente inattaccabili privilegi, corruzione, malaffare. 
Se papa Francesco ha detto che non si può parlare di povertà e vivere “come faraoni”, noi affermiamo che, a partire dalle classi politiche, non ci si può occupare del bene comune” di una comunità e godere al contempo di retribuzioni e privilegi simili a quelli di “signori medioevali”!
 L'Appello
Per questi motivi porgiamo un invito, un appello, a partire dalle associazioni, dalle cittadine e cittadini che sentono la “responsabilità etica” di vivere nella comunità: incontrarsi per dare vita ad un “cammino” (fatto di conoscenza, analisi e riflessioni) necessario ad elaborare azioni e misure concrete da proporre alle Istituzioni a contrasto del dramma delle povertà.

Noi crediamo che sia necessario "essere voce e dare voce a coloro che voce non hanno" per affermare la necessità di un cambiamento, possibile e non più rinviabile


venerdì 13 novembre 2015

"Rendiamo illegale la povertà: reddito di cittadinanza è reddito di dignità"

Il presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo, i rappresentanti di Istituto e Consulta del Liceo Scientifico "M. Curie" di Pinerolo, invitano all'incontro pubblico:"Rendiamo illegale la povertà: reddito di cittadinanza è reddito di dignità" che si terrà a Pinerolo questa sera, 13 novembre 2015 , alle ore 21.00 presso l'Auditorium del Liceo Scientifico "M. Curie"


Tema dell'incontro sarà il contrasto alla povertà attraverso la proposta del cosiddetto “reddito di cittadinanza” ( o “di dignità”). E' la richiesta, condotta anche da LIBERA e GRUPPO ABELE con la campagna “Miseria Ladra”, di un impegno concreto della politica italiana affinchè si costruiscano condizioni di dignità a partire dalle persone che più soffrono a causa della crisi economica che attraversiamo.

Le parole di don Luigi Ciotti:(...)il reddito di dignità è anche un atto di vera politica.: perché decide sui processi economici invece che subirli e ha il coraggio di modificarli quando ostacolano il bene comune; perché crede che la giustizia sociale sia il vero antidoto alle mafie, alla corruzione, ai privilegi e agli abusi di potere; perché sa che certi frangenti delicati come questo, il sostegno ai deboli, alle vittime, agli emarginati è un imperativo etico, un obbligo di coscienza che precede ogni valutazione, ogni calcolo, ogni opportunità.(...)”.

sabato 6 giugno 2015

REDDITO DI CITTADINANZA E' DIRITTO ALLA DIGNITA'

Sabato 6 giugno in piazza contro la povertà e le disuguaglianze

Oltre 70 mila cittadini hanno firmato la petizione di Libera e Gruppo Abele per chiedere una una buona legge sul reddito minimo o di cittadinanza. La mobilitazione scende in piazzaLibera e Gruppo promuovono insieme alle  realtà sociali e studentesche il 6 giugno la giornata nazionale della dignità e per il reddito. In oltre 200 piazze, dal Nord al Sud, saranno organizzati banchetti, iniziative, feste per raccogliere le firme per l'istituzione il reddito minimo o reddito di cittadinanza contro la povertà e le diseguaglianze e per contrastare le mafie.
Dal 2008 al 2014 la crisi in Italia ed Europa secondo i dati Istat ha più che raddoppiato i numeri della povertà relativa ed assoluta. Dieci milioni di italiani e italiane vivono in condizione di povertà relativa, e sei milioni in condizione di povertà assoluta. Le diseguaglianze sono cresciute a dismisura e diventate insopportabili. Più la povertà aumenta, più le diseguaglianze si ampliano, più le mafie si rafforzano. Per questo in Italia è necessario avere una misura come il reddito minimo o di cittadinanza. Non è impossibile, non è una proposta irrealistica: è una scelta di buon senso, necessaria e giusta.
Il 6 giugno nelle piazze di Italia con Libera e Gruppo Abele per un richiesta chiara: il Parlamento approvi subito una buona legge per il reddito minimo o di cittadinanza per contrastare povertà, diseguaglianze e mafie. L'appello ha già ottenuto l'adesione di tutti i gruppi parlamentari del M5S, di Sel, di Area Riformista del Pd e di altri parlamentari del gruppo misto .Il reddito minimo o di cittadinanza, è un supporto al reddito che garantisce una rete di sicurezza per chi non riesce a trovare un lavoro, per chi ha un lavoro che però non garantisce una vita dignitosa, per chi non può accedere a sistemi di sicurezza sociale adeguati. Il reddito minimo o di cittadinanza- concludono Libera e Gruppo Abele-è una misura necessaria per invertire la rotta della crisi, una risposta concreta ed efficace a povertà e mafie perché garantisce uno standard minimo di vita per coloro che non hanno adeguati strumenti di supporto economico, liberandoli da ricatti e soprusi. È una misura prevista già da tutti i paesi europei, con l'esclusione di Italia, Grecia e Bulgaria. Il Parlamento Europeo ci chiede dal 16 ottobre 2010 di varare una legge che introduca un "reddito minimo, nella lotta contro la povertà e nella promozione di una società inclusiva".E'arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. Milioni di italiani non possono più aspettare.

giovedì 17 aprile 2014

Comunicato Presidenza LIBERA. Articolo 416/ter: una buona notizia, un errore da correggere.

Articolo 416/ter: una riforma sostenuta da oltre 475mila cittadini che hanno firmato la petizione della campagna Riparte il futuro, promossa da Libera e Gruppo Abele.
Riportiamo il comunicato ufficiale che l'Ufficio di Presidenza di LIBERA ha rilasciato a commento dell'approvazione tormentata della legge che modifica l'Art. 416/ter.
riparte

L’approvazione al Senato della modifica del 416ter contiene una buona notizia e un errore da correggere. 
La buona notizia è l’inserimento, dopo un iter tormentato, delle due parole “altra utilità”che colpiscono al cuore il voto di scambio politico mafioso, finora limitato all’erogazione di denaro. 
Grazie a queste due parole si potrà contrastare in maniera più efficace il “mercato dei voti”, venduti e comprati in cambio di favori, a partire dalle prossime elezioni di maggio, europee e soprattutto amministrative.
L’errore, su cui Libera ha espresso fin da subito le sue perplessità, è quello della riduzione delle pene, che vanno inserite, invece, in un più generale inasprimento di tutti i reati di mafia, a partire dal 416 bis, oggi sanzionato con condanne inferiori a quelle previste per l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. L’auspicio, già sottolineato prima del voto di oggi a Palazzo Madama, è che il governo intervenga quanto prima, come suggerito dalla commissione Garofoli, perché siano previste per i reati di mafia sanzioni più severe ed efficaci, nel rispetto del principio della proporzionalità della pena.
Si tratta comunque solo di un primo passo, anche se importante, e di un doveroso atto politico di trasparenza e bonifica delle istituzioni democratiche. Reati diffusi al punto da diventare costume, chiedono non solo leggi all’altezza ma l’impegno di tutti noi a volerle e sostenerle attraverso le scelte e i comportamenti quotidiani. È necessario a questo punto, fare un ulteriore scatto e arrivare prima possibile, a una più generale legge sulla corruzione dotata di quelle misure (confisca dei beni ai corrotti; pene adeguate per “reati civetta” come il falso in bilancio, la disciplina sulla prescrizione, l’autoriciclaggio, l’evasione fiscale) per rendere il nostro Paese una comunità dovel’interesse economico coincida finalmente con l’interesse sociale, con la dignità e la libertà di tutti.
Ufficio di Presidenza Libera

venerdì 10 gennaio 2014

IL RISPETTO DELLA VERITÀ



Nei giorni passati, il quotidiano Libero riportava la notizia di un presunto scandalo che avrebbe coinvolto addirittura lo stesso don Luigi Ciotti, fondatore di LIBERA. 
Titolo ed incipit dell'articolo erano:  "Non lavoro più in nero per te". Don Ciotti lo prende a ceffoniL’articolo riprendeva quando dichiarato da Filippo Lazzara: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1379573/-Non-lavoro-piu-in-nero-per-te---Don-Ciotti-lo-prende-a-ceffoni.html
Accuse gravi, infamanti, alle quali è giunta la replica doverosa di don Luigi Ciotti. Riportiamo quanto scrive Luigi Ciotti, unendoci alla solidarietà a Lui espressa anzitutto dal Gruppo Abele, LIBERA e da tanti cittadini. 
presidio Libera "Rita Atria" Pinerolo


"Provo grande amarezza nel vedere com'è stata riportata su un quotidiano una vicenda che riguarda il mio rapporto con Filippo Lazzara. In questi anni mi sono sempre imposto, a fronte di dicerie e cattiverie arrivate da più parti, di tacere per rispetto della fragilità di Filippo. Ora però, anche per il rilievo pubblico che Filippo Lazzara ha inteso fare assumere alla vicenda, credo sia necessario fare chiarezza e sgombrare il campo da molte falsità. 
Prima di entrare nel merito, è però necessario delineare il contesto in cui s'inserisce la vicenda. Ormai da quasi cinquant'anni il Gruppo Abele cerca di dare una mano alle persone in difficoltà, senza fare distinzioni né selezioni, tenendo sempre la porta aperta. È una scelta alla quale siamo rimasti fedeli benché non sempre l'accoglienza abbia trovato le migliori condizioni per realizzarsi, a volte per il carattere delle persone, a volte per i nostri limiti a capirle, altre volte ancora per fattori che non dipendono dagli uni o dagli altri ma che fanno semplicemente parte della vita e del suo imprevedibile svolgersi.
Se non si tiene conto di questo è difficile capire l'accaduto senza incorrere in inesattezze, giudizi sommari, ricostruzioni inattendibili o motivate da scopi non propriamente nobili.
Filippo e la compagna Antonietta scrivono una prima volta al Gruppo Abele, a Libera e alla mia attenzione il 17 giugno 2010. Parlano dei loro tentativi, andati a vuoto, di costruirsi un futuro in Sicilia. (...) «Scottati di dare perle ai porci non optiamo per le ghiande ma, da "coppia" che urla nel deserto, invochiamo aiuto tendendovi le mani con la provvidenziale speranza che le prendiate e ci aiutate tirandoci su da voi, non solo metaforicamente ma di fatto... disponibili a tutto pur di farci una famiglia». 
Accogliamo l'invocazione di aiuto. Incontro Filippo e Antonietta durante una mia trasferta in Sicilia, e mi offro di cercare una soluzione ai loro problemi. All'inizio di settembre Filippo e Antonietta vengono accolti nella Certosa di Avigliana, la struttura residenziale nella quale il Gruppo svolge le sue attività di formazione, all'epoca ancora in via di completamento dal punto di vista dell'abitabilità, dell'organizzazione del lavoro e del progetto culturale. 
Fin da subito, però, iniziano i problemi. Filippo è impulsivo, conflittuale, indisponibile a stabilire un rapporto rispettoso con le persone che lavorano in Certosa, dagli operatori agli operai impegnati nel cantiere. Un giorno arriva a minacciare un muratore colpevole secondo lui di importunare la sua ragazza.
Ma non si tratta solo di diverbi o atteggiamenti aggressivi. Filippo è preda di vere e proprie fissazioni. Più volte i Carabinieri di Avigliana vengono chiamati perché lui assicura di aver visto aggirarsi presenze ostili, un'altra volta è dovuta intervenire una funzionaria della Questura di Torino. Gli allarmi si rivelano sempre infondati. 
Vista la situazione, il 7 novembre 2010 Filippo e Antonietta vengono trasferiti a Torino in un appartamento in uso al Gruppo Abele. Di lì a poco, Antonietta verrà regolarmente assunta in uno dei nostri progetti educativi, mentre si continua a cercare per Filippo, dentro o fuori al Gruppo, una collocazione idonea. Ciò nonostante l'atteggiamento da parte sua non cambia. 
Me ne rendo conto io stesso il 16 novembre 2010, pochi giorni dopo il trasferimento a Torino, quando ricevo un lungo messaggio nel quale mi rimprovera aspramente di non aver risposto subito a una sua richiesta di colloquio. A colpirmi è però soprattutto il passaggio in cui, rievocando le difficoltà incontrate in Sicilia, scrive di aver «praticato sul campo, come forza civile e sociale, antimafia e giustizia, scottandomi arrabbiandomi. In prima persona e senza ricerca di poltrone effimere ma di opinione opere e coscienza critica! Subendo denigrazioni, alcune cercate da me, per creare il "personaggio" e per "guasconamente" disarmare "o' sistema"». E un altro in cui, parlando della situazione che aveva creato in Certosa, scrive: «tu, anziché verificare in prima persona e/o magari "premiarmi", ascolti chi non ha facoltà di farsi un'idea di me, perché banalmente piccolo di strutto o di pensiero».
Sono segni di un preoccupante egocentrismo, tale da falsare la percezione della realtà. Ma la nostra storia di accoglienza è piena di storie difficili, e come sempre decidiamo di scommettere sulla persona nella speranza che la vita quotidiana e il progressivo coinvolgimento portino a sciogliere nodi e smussare asperità.
Nel caso di Filippo purtroppo non accade. Continuano le pretese, le rimostranze, le ossessioni. E nei miei riguardi il tono comincia a farsi minaccioso, come testimoniano diversi sms recuperati dalla memoria di un mio vecchio telefono cellulare.
«A parte stimarti, ti reputo corresponsabile della mia situazione» (sms del 30 gennaio 2011); «Non capisco cosa è successo... ma personalismi, autoritarismi, dittature con me no! A venir su ci ho messo la faccia. Se ce la rimetto io non sarò il solo a rimettercela!». (sempre 30 gennaio 2011); «Hai creduto a gente che non è degna di essere appellata della famiglia dei suini!» (2 marzo 2011). 
Con queste premesse, venerdì 4 marzo 2011 arriva un messaggio che anticipa ciò che "bolle in pentola" e che si sarebbe verificato quasi tre anni dopo: «Non ho più niente da perdere, mi dispiace, ma ciò che accadrà non sarà colpa mia, non volevo ciò, ma la colpevole indifferenza è una dichiarazione personale di guerra! E guerra sia! Saluti dalle redazioni di Libero e Padania... ».
All'incontro fissato per il giorno successivo, sabato 5 marzo 2011, Filippo arriva carico di aggressività. La stanchezza e il suo atteggiamento provocatorio mi fanno perdere la calma. Preciso però che non ho "preso a cazzotti" nessuno, come è scritto nell'articolo di "Libero", tantomeno ho dato "pugni in faccia", come invece si dirà nella denuncia ai Carabinieri. L' ho allontanato con molta decisione, come farebbe un fratello maggiore esasperato dall'insolenza del fratello più piccolo.
Il giorno dopo, con lo stesso spirito fraterno con cui avevo posto freno alla sua aggressività, gli scrivo la lettera che ha reso pubblica, nella quale mi scuso con lui, gli faccio notare che quel suo modo di fare non favoriva certo una pacata discussione, gli ribadisco che la Certosa non era il posto più adatto per lui e lo invito a rivederci il sabato successivo per ricostruire insieme un progetto: «senza pretese e con reciproca disponibilità».
Il 7 marzo 2011 Filippo risponde: «La scorza ce l'ho dura!... E poi un po' provocatore lo sono! A volte anche per attirare l'attenzione! Volentieri per sabato alle 18! Speriamo che con il GIORNALE niente accada... Il tuo gesto un po' fragile ti rende più grande e grandissimo nel chiedermi scusa. Chiedo scusa per il caos a te e a quanti in buonafede». 
La stessa sera, pero'. si reca al pronto soccorso dell'Ospedale Maria Vittoria di Torino. "Riferisce lesioni" è scritto nei referti. Ma gli stessi referti, in seguito agli esami predisposti (TAC e raggi al ginocchio sinistro) non evidenziano alcun danno.
Il 12 marzo 2011 ci rivediamo alla sede del Gruppo Abele e c'impegniamo insieme a cercare un lavoro a Torino. Nel frattempo, vista la sua fragilità, gli consiglio di essere seguito da uno psicoterapeuta e da un neurologo che lo sorreggano e aiutino nei suoi momenti di difficoltà: Filippo accetta il consiglio.
La ricerca del lavoro non ottiene però i frutti sperati, e allora - anche su consiglio dei medici, convinti che la situazione di Filippo richieda un contesto diverso - mi offro di sostenerlo anche economicamente per il tempo che sarà necessario nel suo ritorno in Sicilia e nella sua ricerca di altre opportunità di vita. I vaglia e bonifici spediti tra la fine di giugno e la fine di ottobre sono lì a dimostrarlo. Non mi pare il comportamento di chi voglia abbandonare una persona, tanto meno fargli «terra bruciata attorno», come è scritto nell'articolo.
Nel luglio del 2011 Filippo e Antonietta tornano in Sicilia, ma prima, il 3 giugno 2011 alle 22.25 (ossia poche ore prima dello scadere dei 90 giorni entro i quali deve essere presentata una denuncia/querela) Filippo si reca alla stazione dei Carabinieri Torino-Monviso di via Valfré per riferire ciò che è avvenuto il 5 marzo 2011. La denuncia/ querela contiene diverse falsità - dai "pugni in faccia" mai ricevuti, all'interruzione del rapporto con la Certosa, "per motivi di ristrutturazione" - e viene prudentemente ritirata nei giorni successivi. 
Nel frattempo continuano i messaggi, ma il tono e il linguaggio mutano radicalmente.«Ti ringrazio per il tentativo, per l'ospitalità e per Antonietta. Mi spiace per come è andata, e per certe falsità che ho sentito... Ma tu non c'entri con tutto ciò!» (24 settembre); «Grande Luigi, auguri a te e quanti con te lo passeranno. Auguri anche a tutta la gente che tramite te, Libera e Gruppo Abele, ho conosciuto a Torino, anche quelli con cui non ci si è capiti, anzi soprattutto quelli». (25 dicembre 2011); «Ti voglio bene, sono vero, e ti saluto col cuore!». (17 gennaio 2012).
Per tutto il 2012 seguono altre mail dal tono sempre affettuoso. Incomprensibile è adesso, invece, il diverso atteggiamento di Filippo Lazzara, che da un lato invia mail dai toni concilianti e dall'altro decide di pubblicare quella lettera ormai datata e, direi, "superata" dai fatti, gli stessi fatti a cui ho cercato di dare parola in una ricostruzione motivata dal semplice rispetto della verità. Verità che, a malincuore, mi trovo costretto a difendere anche in sede giudiziaria, non tanto per me stesso ma per la storia di realtà, il Gruppo Abele e Libera, che in questi anni si sono caricate sulle spalle le speranze di tante persone e non meritano di ricevere in cambio insulti.
Che riflessioni s'impongono a questo punto? Credo sostanzialmente due. 
La prima riguarda l'etica dell'informazione. Prima di pubblicare - e soprattutto quando le notizie riguardano la vita e i sentimenti delle persone - credo che sia necessario approfondire, capire i fatti nelle loro molteplici sfaccettature, nei loro aspetti spesso contraddittori. Se chi ha scritto quelle cose avesse avuto qualche sano dubbio e avesse sentito tutte le "campane" (magari venendo a verificare di persona come si svolge l'accoglienza al Gruppo Abele e a Libera) si sarebbe reso conto delle difficoltà di Filippo e avrebbe avuto qualche scrupolo prima di amplificare gli aspetti più fragili del suo carattere. Ma qualche scrupolo sarebbe il caso se lo facessero venire anche tutti quelli che, fuori dal mondo dell'informazione, hanno assecondato e strumentalizzato Filippo senza fare nulla di concreto per risolvere le sue difficoltà. 
La seconda riflessione riguarda il nostro impegno. 
Episodi come questo amareggiano e ti fanno venire la tentazione di diventare più selettivo, più diffidente. In una parola: più avaro. Ma è una tentazione che dura un solo istante. Voglio rassicurare tutti (e anche Filippo, innanzitutto) che il Gruppo Abele e Libera continueranno nella loro attività con la stessa fiducia, disponibilità, voglia di scommettere sulle persone, sulla loro sete di dignità e libertà. Ma anche con la stessa coscienza dei limiti, con gli stessi dubbi fecondi che hanno sempre accompagnato il nostro cammino. 
È il nostro "esserci": fare insieme agli altri, facendo dunque anche errori, perché solo chi non fa è impeccabile. Ma sempre mettendoci in gioco, con onestà e passione, senza mai fermarsi alla superficie delle persone e delle cose."
d. Luigi Ciotti

giovedì 17 gennaio 2013

RIPARTE IL FUTURO


RIPARTE IL FUTURO. 

AL VIA LA GRANDE MOBILITAZIONE DIGITALE PROMOSSA DA LIBERA E GRUPPO ABELE. 
5 IMPEGNI PER I CANDIDATI ALLE ELEZIONI POLITICHE PER COMBATTERE LA CORRUZIONE


Cinque impegni stringenti di trasparenza, integrità e responsabilità per sconfiggere la corruzione che blocca il futuro dell’Italia. Li chiedono ai candidati al Parlamento i cittadini che aderiscono a “Riparte il futuro”, l'innovativa campagna di mobilitazione digitale contro la corruzione, prima in Europa di questa portata. Promossa da Libera e Gruppo Abele, ha l'obiettivo di impegnare i candidati di tutti i partiti politici a quella trasparenza che in altri Paesi dell’Unione è prevista dalla legge.

Riparte il futuro chiede ai candidati di mettere in rete il curriculum vitae, la propria condizione reddituale e patrimoniale, l'eventuale presenza di conflitti d’interesse, la propria situazione giudiziaria. E li impegna a riformare nei primi 100 giorni della nuova legislatura l'art. 416 ter del Codice Penale, la norma che riguarda lo scambio elettorale politico-mafioso e che considera corruzione soltanto il passaggio di denaro dal rappresentante pubblico al corruttore mafioso, trascurando altre controprestazioni essenziali: i ‘favori’, le raccomandazioni, le informazioni privilegiate sugli appalti in cambio di voti, la garanzia dalla repressione. Tutti atti che permettono l’accesso dei clan criminali alla vita economica e sociale del Paese senza creare allarme, passando per il fenomeno corruttivo. Oltre ad essere una battaglia di civiltà, che vuole far ripartire le migliori energie del Paese e della buona politica, la campagna è uno strumento diverso, aperto alla partecipazione di tutti, senza colore né partito: la corruzione infatti influisce sulle vite di ciascuno di noi a tal punto da essere ad esempio tra le cause più importanti della disoccupazione giovanile. Grazie alla forza del web e dei social network, ogni cittadino potrà contare su sistemi di monitoraggio e informazione civica, fino ad oggi poco utilizzati in Italia, per combattere insieme questo fenomeno subdolo e nascosto. Simbolo della campagna è un braccialetto bianco con la scritta #100 giorni, che i candidati firmatari indosseranno per i primi cento giorni della nuova legislatura.


“Riparte il futuro” è stata presentata mercoledì 16 gennaio a Roma da don Luigi Ciotti, assieme a Francesca Rispoli, direttrice di Libera, Leonardo Ferrante, operatore del Gruppo Abele responsabile scientifico della campagna e Eugenio Orsi, responsabile della strategia digitale.
Già nella prima settimana di test, migliaia di persone hanno firmato l’appello per chiedere ai candidati di sottoscrivere i cinque impegni, primo “step” della campagna anticorruzione che proseguirà nei prossimi due anni con iniziative a più livelli. Perché – come dimostrano i dati e le ricerche internazionali – di corruzione rischia di morire l'intero Paese. Con quello che costa al sistema Italia la corruzione - secondo le stime della Corte dei Conti 60 miliardi ogni anno – si potrebbero liberare le risorse necessarie per uscire dalla recessione. Basterebbero, ad esempio, poco meno di 14 miliardi per completare opere fondamentali per il trasporto pubblico locale nelle principali città italiane. Altri 10 miliardi di euro potrebbero servire per completare la messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici, mentre con 2,5 miliardi si avvierebbe il restauro idrogeologico del Paese. 20 miliardi all’anno potrebbero coprire l'attuale costo degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità, indennità). Infine poco meno di 4 miliardi basterebbero ad evitare l'Imu sulla prima casa, mentre con altri 3 miliardi si potrebbero costruire 10 ospedali modello. La somma di tutti questi interventi è inferiore al costo della corruzione. Sessanta miliardi di euro, in alternativa, basterebbero per pagare gli interessi annuali sul debito pubblico italiano.
Tuttavia considerare 'solo' i sessanta miliardi persi è riduttivo. Infatti, la corruzione mina alla radice la credibilità e l’affidabilità dell’Italia agli occhi del mondo, diminuendo di conseguenza l’afflusso di investimenti stranieri. Ad esempio, secondo Unctad, l’afflusso medio di capitali stranieri tra il 2004 e il 2008 in percentuale sul PIL in Italia è stato dell’1,38%, mentre in Francia nel medesimo periodo è stato del 3,88%. Tale “spread” di 2,5% corrisponde ad un ammontare superiore a 40 miliardi. Capitali che, investiti in innovazione e attività produttive, consentirebbero di generare migliaia di posti di lavoro, soprattutto per i giovani. E questi posti di lavoro, a loro volta, genererebbero ulteriore crescita per il nostro Paese.
"Il furto operato dai corrotti ai danni di tutti noi è enorme. Ma non basta a descrivere il fenomeno. La corruzione uccide il futuro: non si tratta solo dei soldi sottratti alle casse pubbliche e private dai traffici tra politici, amministratori, imprenditori, cittadini corrotti, ma della perdita di credibilità e di fiducia nell’intero sistema Paese”, conferma Francesca Rispoli, direttrice di Libera. “Il nostro primo target, nella campagna che riparte dal milione e 200mila firme raccolte nel 2011 e consegnate al presidente Napolitano con Avviso Pubblico, sostenitore anche oggi di questa nuova impresa, è quello di far uscire l’Italia dal pantano della rassegnazione, di recuperare il furto non solo di soldi ma anche e soprattutto di futuro operato da corrotti e corruttori”. “I 60 miliardi di euro servono solo a comprendere l’entità del fenomeno, ma occorre riflettere su tutte le opportunità che perdiamo nel non investire quelle risorse a sostegno del lavoro, dell’innovazione, del diritto e del merito”, conferma Leonardo Ferrante. “Non è un caso che nei Paesi dove la percezione della corruzione è più alta - e l’Italia è al 72esimo posto su 174 Paesi nella classifica di Transparency International - anche la disoccupazione giovanile aumenta, ci sono meno fondi per la ricerca e lo sviluppo, faticano a nascere nuove imprese, i servizi pubblici sono inefficienti, gli investimenti stranieri scarseggiano, le disuguaglianze sociali ed economiche sono fortissime. Si riscontra persino una correlazione tra corruzione e morti sul lavoro”.
Tre aggettivi in inglese per descrivere la campagna: agnostic, open e diverse, requisiti essenziali per il successo online”, dice Eugenio Orsi, responsabile della mobilitazione sul web. “Agnostic” perché non abbiamo una nostra agenda, bensì un obiettivo di civiltà. “Open” perché siamo aperti a tutti e incoraggiamo la partecipazione. Infine, “diverse” per lo strumento utilizzato e per l'approccio: guardiamo al futuro di chi il futuro se lo sta perdendo. Sono già migliaia i cittadini che si sono fatti avanti, ancor prima che la campagna partisse ufficialmente, per chiedere a chi li rappresenta di fare il minimo indispensabile in un Paese adeguato agli standard europei. In Francia, Spagna e Germania ci sono norme che chiedono a chi viene eletto la totale trasparenza: da noi, per fare un esempio, solo il 40% dei parlamentari ha autorizzato la pubblicazione online della propria dichiarazione dei redditi. Ora sono le persone che rivendicano il diritto a essere governati in maniera trasparente, da gente onesta.”

Un Paese trasparente, dunque, è quello che chiedono i cittadini, con una mobilitazione  straordinaria che sarà anche in piazza da qui alle elezioni del 24 e 25 febbraio, per evitare che la logica del favore continui a sostituirsi a quella del diritto e del merito nel mondo del lavoro, con tutti i danni che questo crea anche nella cultura del Paese.

sabato 23 giugno 2012

Musica e legalità alla Cascina Caccia


Tre giorni di concerti e interventi
nel bene di San Sebastiano da Po confiscato all'ndrangheta

Il procuratore capo della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli è ospite domenica pomeriggio. A seguire il concerto dell'orchestra Pequenas Huellas
Cascina Caccia, bene confiscato alla famiglia 'ndranghetista dei Belfiore, apre le porte a musica e legalità: anche quest'anno a San Sebastiano da Po torna la rassegna artistica "Armonia", organizzata da Libera, Gruppo Abele ed Acmos, in collaborazione con il Comune, l'IIS Beccari e l'associazione culturale Orme.
La kermesse dedicata a Bruno Caccia, il magistrato torinese ucciso dalla mafia il 26 giugno 1983, prende il via stasera alle 19.30 con l'intervento della figlia Paola Caccia e il concerto dei "24 corde". Sabato 23 è la serata di Beppe Crovella, pianista e membro storico degli "Arti e Mestieri", preceduto dal testimone di giustizia Pino Masciari. Ultima giornata, domenica, con il procuratore capo della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli, al quale segue l'esibizione dell'orchestra Pequenas Huellas. Durante le tre serate saranno esposte le opere della collezione Carla e Bruno Caccia, della Fondazione Benvenuti in Italia, oltre ad alcuni lavori di Piero Gilarsi e di Luca Lucioni, volto amico e colonna storica del Gruppo Abele, recentemente deceduto.
«Armonia - si legge in una nota degli organizzatori - nasce nell'intento di creare una cultura della legalità a partire dalla musica e dall'arte. L'obiettivo è di autoeducarsi alla bellezza, alla difesa del bene comune e all'etica, valori fondamentali per essere cittadini attivi nel contrasto ad ogni forma di illegalità».