martedì 13 novembre 2012

Scarpinato, le cosche all’assalto del nord


"Nel nord Italia la mafia si presenta con il volto rassicurante di manager e colletti bianchi. L'aristocrazia mafiosa, in un momento di recessione come questo, offre dei capitali accontentandosi di quote di minoranza per colonizzare progressivamente il territorio con una fitta rete di relazioni a lungo termine".
Lo ha detto il procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, durante la missione speciale a Palermo della commissione europea antimafia in corso al tribunale di Palermo. "Non dimentichiamo che uno dei mandanti del giudice Rosario Livatino operava in Germania dove era conosciuto come un brillante imprenditore di import-export – ha aggiunto Scarpinato – Il veicolo di penetrazione delle mafie nei territori è la collusione attraverso la canalizzazione di voti di preferenza verso un candidato; ad esempio, nell'hinterland lombardo non occorrono migliaia di voti, ne basta una manciata. Oppure l'infiltrazione avviene con il coinvolgimento di pezzi di nomenclatura, con una triangolazione di interessi tra colletti bianchi, imprenditori e mafia che mostra una strutturazione nuova del fenomeno. Inoltre, la mafia prospera perché milioni di cittadini normali chiedono di acquistare illegalmente beni e servizi, secondo le leggi di mercato, facendo assumere al fenomeno dimensioni macroeconomiche che non sono governabili con gli strumenti del diritto penale".

Con i soldi della 'ndrangheta ristrutturiamo le scuole!

La decisione assunta dalla commissione Antimafia del Comune di Torino: con i soldi confiscati alla 'ndrangheta ristrutturiamo le scuole, primo vero presidio di legalità. 
la seduta della Commissione Antimafia del Comune di Torino
Il risarcimento al Comune di Torino, costituitosi come parte civile nel processo Minotauro, vada all'edilizia scolastica. Regione e Provincia facciano lo stesso

lunedì 12 novembre 2012

AUGURI DI BUON COMPLEANNO!... CI REGALIAMO "L'ANTIMAFIA DELLA FELICITA''"

Il presidio "Rita Atria" Libera Pinerolo compie un anno! 

i rappresentanti del  del presidio Rita Atria nel momento del "battesimo del presidio .
(Torino , Fabbrica delle E, 12- 11-2011) 

Vogliamo festeggiare il nostro primo anno di vita regalandoci la riflessione che ha voluto offrirci il dott. Ciro Santoriello, Procuratore della Repubblica di Pinerolo: 
"L'ANTIMAFIA DELLA FELICITA'

L’Antimafia della felicità

"Quando una persona è invitata a parlare, per di più di un tema così delicato come il contrasto alla criminalità organizzata, dovrebbe essere lieta e ringraziare gli organizzatori. Eppure, io, come magistrato, mi sento a disagio in occasioni come queste perché credo che la lotta alla mafia debba prescindere - o comunque non debba iniziare con l'esame della stessa- dalla risposta che dà la legge penale.
Immaginate, uno che fuma 100 sigarette al giorno e va dal medico perché - siccome sa che potrebbe svilupparsi un cancro ai polmoni - vuole sapere quale sarà la cura per il tumore. Secondo voi la prima cosa che gli direbbe il medico non sarebbe quella di cambiare le abitudini di vita?
La stessa cosa si fa quando si discute di mafia, camorra, 'ndrangheta e ci si rivolge al magistrato penale: si prende atto che il fenomeno esiste, il problema è grave ed allora si cerca una risposta nella repressione, nella sanzione di chi delinque, senza però riflettere su perché quel fenomeno si è sviluppato ed ha preso possesso di tanta parte dell'Italia - non solo quella a Sud e questo lo sappiamo.
Immagino già l'obiezione: ma la mafia è un fenomeno criminale, il mafioso spara, ammazza, minaccia; chi o cosa può rispondere a queste cose se non lo Stato con il suo apparato repressivo. Certo, la mafia spara, rapina, estorce con violenza e quando ciò accade l'intervento del legislatore e della giustizia deve essere immediato, diretto.
Ma, da tempo ormai, la criminalità organizzata non conta più solo sulla paura, ma anche sul consenso di tanti. In realtà, è stato sempre così: storicamente, il mafioso nasce (anche) per reagire all'ingiustizie che il singolo subiva da altri ed a volte dallo stesso Stato centrale; il mafioso, il camorrista si sostituiva allo Stato, suppliva alle sue carenze. Il funzionario tardava nell'espletamento della pratica edilizia: il mafioso sapeva come sollecitarlo; il primario negava al povero cristo malato il ricovero immediato: il camorrista lo convinceva ad affrettare i tempi; un vicino prepotente molestava uno più debole: ed allora quest'ultimo si rivolgeva a qualcuno più forte che facesse giustizia.
E così la mafia, la camorra acquisiva consenso. Un consenso pagato a caro prezzo ovvio - l'intervento minaccioso del mafioso non migliorava certo la funzionalità della pubblica amministrazione o la situazione ospedaliera -, venivano risolte situazioni di singoli ma a scapito di altri - io avevo il mio posto in ospedale ma veniva buttato fuori un altro malato che, diversamente da me, aveva scelto la via "regolare". Però il consenso c'era: la cosiddetta povera gente vedeva nel mafioso uno che comunque aggiustava le cose, uno che portava una qualche forma di giustizia.
Così è stato per tanto tempo, presso la "povera gente". Ma adesso di quale consenso gode la mafia presso la gente che povera non è, che ha gli strumenti per chiedere il rispetto dei propri diritti, che conosce le forme istituzionali per tutelarsi e protestare?
E' qui che la criminalità organizzata ha realizzato il suo capolavoro. Ha capito che presso tanti di noi cittadini non era necessario - per essere rispettata - ricorrere alla violenza, ma era più opportuno blandire, accarezzare, avvicinare... Con la sua strategia criminale la mafia, la camorra hanno acquistato denaro, potere, prestigio ed il denaro ed il potere sono stati un fattore di legittimazione forte.
A tutti  repelle il mafioso in coppola e lupara con le mani sporche di sangue, ma quanti di noi saprebbero vedere il mafioso in un imprenditore ricco, elegante, che sta sui giornali, protagonista di una storia di successo ma che ha costruito questa storia grazie a chi ha sparato, ha minacciato, estorto al posto su posto suo?
Davvero siamo certi che la mafia ci fa ribrezzo? Davvero pensiamo di poterla sempre riconoscere? Ripeto, chi ammazza è un assassino, chi ruba un ladro; ma chi gode i benefici di quell'omicidio cos'è? 
L'imprenditore che accetta, senza domande, che alcuni investano somme enormi nella sua azienda senza chiedersi la provenienza di quel denaro, cos'è? Chi si rivolge alla mafia perché lo liberi da un concorrente scomodo cos'è?
Ecco perché rivolgersi ad un magistrato per capire cosa è la mafia e come la si combatte può essere pericoloso. Perché così si svela solo un aspetto del fenomeno, quello della violenza, e non si coglie l'altro, quello del consenso di cui la mafia gode dopo essersi ripulita dal marcio in cui è cresciuta.
La mafia non è un fenomeno criminale, è una scelta di vita. Il mafioso è colui che vuole il denaro, il potere, che vuole più di quello che gli spetta per quanto ha lavorato, ha studiato, ha sofferto. Ci sono alcuni che questo denaro, questo potere lo prendono con la forza, con la violenza, altri che non avendo questa possibilità ma volendo lo stesso godere di beni che non merita si rivolge ad altri che minaccino, che uccidano per lui. Sono diversi, ma anche uguali, perché per entrambi l'importante è possedere, comandare, imporre, essere potente, apprezzato, invidiato.
Ma se questi sono i caratteri del mafioso, come si può essere sicuri che non è vicini a costoro, che il nostro stile di vita è quanto di più antitetico ci possa essere?
Ecco, appunto, il problema è lo stile di vita che vogliamo. Combattere la mafia significa rinunciare ai suoi valori, ai suoi schemi che però non sono solo la violenza, la minaccia, ma
anche il denaro, il potere, l'arrivismo, la voglia di comandare.
Vogliamo combattere la mafia, la criminalità organizzata?
Impariamo a vivere delle nostre forze, del nostro lavoro, di quanto effettivamente produciamo. Impariamo che ogni beneficio di cui godiamo e che non ci siamo meritati con il nostro lavoro è qualcosa che ci può legare ad un criminale. Impariamo che ciò che ci viene concesso bonariamente perché non sappiamo chiederlo come nostro diritto ci pone in una condizione di sudditanza verso qualcuno.
E  questo non vale solo come singoli, ma anche come appartenenti ad un territorio. Se vogliamo capire se dove abitiamo sta avanzando qualche forma di colonizzazione  criminale chiediamoci se il benessere che vediamo è giustificato con la produttività dei nostri concittadini, se le banche che ci sono hanno ragion d'essere rispetto al denaro che circola, se sono maturate improvvise fortune di difficile spiegazione.
La battaglia per la legalità è difficile perché non richiede solo coraggio davanti ad una minaccia, davanti ad una estorsione: forse tutti nella vita sapremmo fare almeno una volta gli eroi e dire no anche davanti ad una pistola; ma il bel gesto non basta, lo scatto di orgoglio isolato è insufficiente.
Quello che ci occorre è la costanza e l'orgoglio. L'orgoglio per la vita che facciamo, una vita libera, priva di compromessi, senza ricchezze e privilegi immeritati e la costanza di mantenere questa scelta sempre, di fronte alle suadenti proposte di chi vuol convincerci che si può vivere senza fatica, umiliando gli altri, ergendosi al di sopra di tutti con la forza e l'ingiustizia.
Se sarà così, non avremo solo sconfitto la mafia, ma avremo vinto un'altra battaglia, quella per la costruzione della nostra felicità. Ho conosciuto diversi camorristi di un certo peso, per esempio Iovine, un grosso camorrista poi pentitosi. Ho conosciuto, visto di sfuggita, “Sandokan” che è stato arrestato proprio mentre io ero a Napoli. Io non ho mai visto, anche nell’apice della loro potenza, una di queste persone felici! Felici, sorridenti! Li ho visti sempre un po’…avete presente i serpenti che vanno sempre con la testa di qua e di là?
L’antimafia si fa con la felicità! Perché non essere mafiosi, essere liberi, significa essere felici!
Noi questo dobbiamo far capire alla gente:dobbiamo far capire che non abbiamo paura e che siamo felici di non aver paura! Questo è fondamentale. E’ questo che dobbiamo comunicare, soprattutto ai nostri figli: la felicità della libertà! …non delle cose che abbiamo. La felicità di dire: non ho mai dovuto chiedere un favore a nessuno. Sono debitore solo delle cose di cui ho voluto essere debitore.
Ecco, questo dobbiamo dire: noi non abbiamo paura perché siamo uomini sereni, siamo uomini liberi. Quando è così non ci sarà nessuna criminalità organizzata.

Ciro Santoriello




venerdì 9 novembre 2012

Ennesimo atto vandalico nei confronti del Villaggio della Legalità di Borgo Sabotino, centro antimafia di LIBERA


Villaggio della Legalità, nuova intimidazione
l'associazione Libera: "Non ci arrenderemo"

fonte : La Repubblica


Dopo numerosi tentativi di incursioni di estranei nei giorni scorsi, ieri sera distrutte tutte le telecamere di sorveglianza e una vetrata nel centro antimafia di Libera di Borgo Sabotino. I filmati con persone incappucciate che tentano di entrare nel Centro. 

La coordinatrice nazionale: "Nessuno può pensare di vandalizzare e fermare l'impegno di  tante realtà associative che con fatica, passione e corresponsabilità stanno realizzando percorsi di democrazia e di giustizia sociale"

Ennesimo atto vandalico nei confronti del Villaggio della Legalità di Borgo Sabotino, un ex camping totalmente abusivo confiscato e affidato a Libera dall'aprile del 2011. Ieri sera ignoti sono entrati nella struttura di circa quatto ettari di Borgo Sabotino in provincia di Latina e hanno distrutto le quattro telecamere di videosorveglianza che monitorano gli ingressi e la struttura. Le telecamere, molto probabilmente distrutte con delle mazze, prima avevano registrato l'ingresso di un'auto all'interno della struttura. Dopo pochi minuti la telecamera si è spenta. E' stato rilevato anche il tentativo di sfasciare una vetrata della struttura. L'assalto segue i continui tentativi, nei giorni scorsi, da parte di persone incappucciate, di entrare nel Villaggio: tutte azioni registrate dalle telecamere e prontamente segnalate.


"Nessuno può pensare di vandalizzare e di fermare l'impegno delle tante realtà associative del posto che insieme con fatica, passione e responsabilità stanno portando avanti percorsi di democrazia e di giustizia sociale", ha commentato Gabriella Stramaccioni, coordinatrice nazionale di Libera.  Il Villaggio della Legalità di Borgo Sabotino, dedicato a Serafino Famà, avvocato catanese ucciso dalla mafia,  già nell'ottobre del 2011 fu  oggetto di un atto grave: ignoti distrussero completamente il centro, danneggiando computer, impianti elettrici, amplificazioni e suppellettili. Furono distrutte anche le vetrate a picconate, con danni per migliaia di euro. 

Dopo gli interventi di ripristino, il bene confiscato ha ospitato quest'estate numerosi campi di volontariato, con centinaia di giovani provenienti da tutt'Italia che hanno promosso iniziative, incontri, proiezioni di film, interventi di ristrutturazione. Nel luglio scorso il campo ha ospitato anche il secondo raduno nazionale dei Giovani di Libe

martedì 6 novembre 2012

I Pm di Palermo: "La trattativa Stato-Cosa nostra finì con le garanzie di Berlusconi"


Se venisse riscontrato il contenuto del documento frutto del lavoro del pool coordinato da Antonio Ingroia, la memoria inviata dalla Procura di Palermo al gip Piergiorgio Morosini,  si confermerebbe, ancora una volta,  l'intreccio -perverso e drammatico- di interessi fra mafie e "pezzi" delle istituzioni e della società di questo Paese. 
In determinati e cruciali momenti storici del nostro Paese, l'intreccio mafie-(mala)politica-affari entra in gioco per determinare, indirizzare, "suggerire e agevolare" cambiamenti e situazioni: dalla strage di Portella della Ginestre alle stragi degli anni '90. 

fonte: La Repubblica

I Pm di Palermo: "La trattativa Stato-Cosa nostra finì con le garanzie di Berlusconi"
La memoria della Procura di Palermo al Gip chiamato a decidere su 12 rinvii a giudizio. Richiesto il processo per politici come Mancino e mafiosi come Riina. I pm: Scalfaro cedette sul carcere duro
 di SALVO PALAZZOLO

PALERMO - In gioco non c'era solo la revoca del carcere duro: nella drammatica stagione delle bombe del '92-'93 i capi di Cosa nostra puntavano a un "nuovo patto di convivenza Stato-mafia per traghettare dalla prima alla seconda Repubblica", cercavano soprattutto "Nuovi referenti politici".
E nel '94 li avrebbero trovati, ne è convinto il pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia: "Il lungo iter di una travagliata trattativa trovò finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell'Utri-Berlusconi, come emerge dalle convergenti dichiarazioni dei collaboratori Spatuzza, Brusca e Giuffrè".
Così viene riassunto nella memoria inviata dalla Procura di Palermo al gip Piergiorgio Morosini, che nelle prossime settimane dovrà decidere sul rinvio a giudizio di dodici imputati, fra boss e uomini delle istituzioni. In 27 pagine c'è la storia di un'inchiesta durata quattro anni, che oggi chiama in causa anche l'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un ex capo della polizia e un ex vice direttore del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, tutti non più in vita. Così scrivono i pm Di Matteo, Sava, Del Bene e Tartaglia: "Vincenzo Parisi e Francesco Di Maggio, agendo entrambi in stretto rapporto con il presidente Scalfaro, contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del carcere duro".

"Un'amnesia durata vent'anni"
 La Procura denuncia "i tanti, troppi depistaggi istituzionale" che hanno ostacolato la ricerca della verità sulla "scellerata trattativa". E accusa: "Non si è del tutto rimossa quella forma di grave amnesia collettiva della maggior parte dei responsabili politico-istituzionali dell'epoca, un'amnesia durata vent'anni". Qualche "testimone eccellente", alla fine, è arrivato: "Ma solo dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino", ricordano i pm. Così, nell'inchiesta sulla trattativa il figlio dell'ex sindaco di Palermo si guadagna il positivo giudizio di "testimone privilegiato dei fatti", nonostante sia imputato di calunnia, e per questo definito anche "fonte di prova dalla controversa attendibilità intrinseca".

"Un nuovo patto"
Sullo sfondo dell'inchiesta, i pm tratteggiano un quadro storico ben preciso: la crisi economica, il crollo del muro di Berlino, Tangentopoli. "È in questo contesto - scrivono - che va inserita la strategia di alleanze che Cosa nostra organizzò in quella nebulosa fase di transizione e concepì il piano destabilizzante del quadro politico nazionale, iniziato con l'omicidio di Salvo Lima". I magistrati spiegano: "Quel piano sfociò nella logica della trattativa per costruire un nuovo patto di convivenza fra Stato e mafia".

"Uomini politici cerniera"
Eccoli, gli uomini della trattativa oggi imputati. I pm chiamano l'ex ministro Calogero Mannino e il senatore Marcello Dell'Utri "gli uomini politici-cerniera, le cinghie di trasmissione delle minacce mafiose". 
L'ultima minaccia di nuove bombe sarebbe stata rivolta all'allora presidente del Consiglio Berlusconi appena insediato, nel '94: "Tramite Vittorio Mangano e Dell'Utri", spiega la memoria: "Fu l'ultimo messaggio intimidatorio prima della stipula definitiva del patto politico-mafioso". Parole che sembrano riaprire il capitolo giudiziario della nascita di Forza Italia.
Degli ex ministri Nicola Mancino e Giovanni Conso i pm dicono invece: "Si è acquisita la prova di una grave e consapevole reticenza".

Chi si è opposto
Ma questa non è solo la storia di uomini dello Stato sul banco degli imputati. Nel suo ultimo giorno da pm a Palermo, prima di partire per il Guatemala, Ingoria scrive: "Chi condusse la trattativa fece un'attenta valutazione. Il ministro dell'Interno in carica Vincenzo Scotti era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile". 
Anche l'ex guardasigilli Claudio Martelli "viene percepito come un ostacolo alla trattativa, e finisce per essere politicamente eliminato". Così, dopo la morte di Giovanni Falcone, "irrompe sulla scena una male intesa (e perciò mai dichiarata) ragion di Stato", è questa la conclusione dei pm di Palermo: "E venne fornita apparente legittimazione alla trattativa".

lunedì 5 novembre 2012

“In Lombardia non esiste una sola grande opera pubblica che non sia (stata) infiltrata dalla mafie”


"Non è sempre vero che la mafia si infiltra nella società civile. Ormai è vero anche il contrario». L'affermazione di Edmondo Bruti Liberati, capo della Procura di Milano, ribadisce la responsabilità gravissima di "pezzi" della società civile e della politica che hanno -da tempo- spalancato  le porte alle mafie. «(...)  Mi riferisco a quella cosiddetta area grigia che non è unitaria ma mutevole. La stabilizzazione dei capitali mafiosi non sarebbe possibile senza menti, più o meno raffinate. 
Lo diceva già il generale Carlo Alberto Della Chiesa inviato -senza poteri- nella  Palermo   in balia della mafia, poco prima di essere ucciso. Da allora, poco, troppo poco è stato fatto per impedire l'azione di  insospettabili "colletti bianchi", delle consorterie, delle complicità e collusioni che fondano l'intreccio mafia-politica-affari

Fonte: Corriere della Sera ,"Guardie e Ladri", Roberto Gallullo
“In Lombardia non esiste una sola grande opera pubblica che non sia (stata) infiltrata dalla mafie”. E' quanto afferma Alfonso Di Vito della Dia Milano
Non esiste grande opera pubblica lombarda dalla quale non siano state espulse imprese in odor di mafia.
Nell’ultimo triennio – ha comunicato alla Commissione parlamentare antimafia europea in trasferta a Milano il capo centro della Dia del capoluogo lombardo, Alfonso Di Vito – sono stati compiuti 100 accessi nei cantieri, con oltre 5mila imprese e 20mila soggetti sottoposti a controlli. Il risultato è che le prefetture lombarde hanno emesso interdittive nei confronti di 180 imprese.
«Solo quest’anno – ha spiegato Di Vito alla presidente della Commissione antimafia europea Sonia Alfano e agli europarlamentari presenti – abbiamo effettuato 19 accessi, come sempre sulla base di una selezione accuratissima e i provvedimenti interdittivi emessi sono stati 22. Non c’è grande opera pubblica che non sia stata in questi anni interessata dall’allontanamento di imprese in qualche modo coinvolte con la criminalità organizzata. Expo, la tratta dell’Alta velocità Milano-Verona, Brebemi, Pedemontana, metropolitana di Milano, la Statale 42, l’Ospedale San Paolo, sono tutti cantieri che hanno vissuto infiltrazioni. Il dato da non nascondere è che aumenta il contenzioso davanti al Tar».
La rete di controlli sembra funzionare e Di Vito ha sottolineato che l’attenzione mediatica è tutta concentrata su Expo 2015 per la quale, ha spiegato, «la Dia ha aperto 500 fascicoli su imprese e persone, giungendo a due interdittive, di cui una azzerata dal Tar. L’attività di prevenzione è eccezionale ma il banco di prova sarà il 2013, allorquando entrerà nel vivo l’appalto da 165 milioni per la cosiddetta piastra».
Lo stato dell’arte sulla presenze delle mafie al Nord – prima tappa del giro che ha portato la Commissione antimafia europea a Palermo e a Roma - è molto preoccupante. Francesco Greco, comandante provinciale della Guardia di finanza di Milano, ha posto il dito sulla piaga: le attività di riciclaggio, che ormai sono a spettro sempre più ampio. «Per queste operazioni – ha spiegato –basta un computer ma siamo attrezzati per inseguire i criminali anche telematicamente».
Per capire quanto l’economia criminale stia assediando quella legale, alla commissione parlamentare europea è bastato decentrarsi rispetto a grandi città come Torino e Genova - oggetto delle relazioni dei sostituti procuratori Alessandro Ausiello e Nicola Piacente che hanno sottolineato l’evoluzione imprenditoriale della ’ndrangheta in quelle province - e fare un salto "virtuale" a Brescia. 
Il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Paolo Savio, ha infatti fatto piazza pulita delle ipocrisie, parlando di stabilizzazione delle mafie al nord: «Nel settentrione – ha affermato – la violenza di un tempo negli anni si è trasformata in capacità commerciale. Gli strumenti a disposizione per contrastare la criminalità sono complessi ma completi. Semmai quel che manca sono gli uomini. Alla Dda di Brescia, che ha competenza anche su Mantova, Bergamo, Crema e Cremona, siamo in tre».
La stabilizzazione dei capitali mafiosi non sarebbe stata possibile in assenza di menti, più o meno raffinate, che hanno spalancato le porte alle mafie. Edmondo Bruti Liberati, capo della Procura di Milano, ha tirato una stoccata alla politica e alla società. «Anche la recente operazione contro il clan Valle - ha detto – ha messo in evidenza l’importanza del capitale sociale mafioso. Mi riferisco a quella cosiddetta area grigia che non è unitaria ma mutevole. Non è sempre vero che la mafia si infiltra nella società civile. Ormai è vero anche il contrario».

Scene dal processo "Minotauro": la ’ndrangheta in Piemonte


Si celebra il processo alla 'ndrangheta calabrese in Piemonte, mentre imputati e parenti si comportano come fossero sulla spiaggia  di Pizzo o a fare il pic-nic nei boschi delle Serre calabresi.

Fonte: La Stampa

La ’ndrangheta a processo

Applausi, panini e baci



Oltre i vetri blindati Un’immagine della maxiaula all’interno del carcere delle Vallette dove è in corso il processo per gli arrestati nell’Operazione Minotauro: sui due lati gli spazi riservati agli imputati e un muro di vetri blindati divide anche il pubblico e i parenti

Il presidente della corte: ”Ci vuole rispetto, non siamo a teatro”
NICCOLÒ ZANCAN
TORINO
A un certo punto parte un applauso. Sono i parenti, giù al fondo dell’aula bunker, fra pacchetti di patatine finiti e bicchierini di plastica, oltre a una barriera di vetro antiproiettile. Ogni tanto mandano saluti agli imputati nelle gabbie, sorrisi e baci. Ma adesso no, all’improvviso applaudono l’avvocato Carlo Maria Romeo, mentre incalza il tenente colonnello dei carabinieri Nicola Fozzi. 
È lui il primo teste del processo Minotauro. Lui che, in qualità di comandante del reparto operativo, ha firmato un’informativa di 5570 pagine. Un documento sconfinato e cruciale, dove sono spiegate tutte le ramificazioni torinesi della ’ndrangheta. Ma è ovvio che non possa sapere tutto lui, il colonnello Fozzi. Stiamo parlando di tre anni di indagini, 4500 intercettazioni agli atti, 9 gruppi criminali sotto osservazione, intrecci fra Piemonte e Calabria, 150 arrestati. Gli avvocati gli fanno domande del tipo: «Quanti sono i Nicodemo attenzionati?». «Quante persone soprannominate Nico?». «Qual è il sovrapprezzo sulle arance vendute agli affiliati per fare cassa?». Gli chiedono se può spiegare la differenza fra locali e locali distaccati della ’ndrangheta. Fino a quando l’avvocato Romeo, dice al microfono: «Perché a noi non risponde?».  

È in quel momento che i parenti applaudono, come se avessero segnato un gol o qualcosa del genere. Allora il presidente della Corte, il giudice Paola Trovati, interviene con decisione: «Ci vuole rispetto. Qui non siamo a teatro. Ci sono delle persone detenute, non c’è proprio niente da applaudire».  

Qui siamo dentro al più grande processo torinese degli ultimi anni per criminalità organizzata di stampo mafioso, nel luogo sacro dove tutti trovano voce. Dove ogni prova verrà vagliata, ogni eccezione considerata. E dove per la prima volta è presente in aula anche il sindaco di Leinì, Nevio Coral. Il suo Comune è stato sciolto per mafia e commissariato, lui è tutt’ora agli arresti domiciliari, ma non ci sta: «Di fronte a un’ingiustizia così grande non c’è molto da dire - si sfoga - sono venuto in aula apposta per potermi difendere, questo è il luogo».  

Il gelo sale dai pavimenti del casermone, dietro al carcere Lorusso e Cutugno. Nelle gabbie, a piccoli gruppi, stanno divisi uomini, anziani e ragazzi. Settantacinque imputati. Ridono fra loro quando non sono d’accordo. Braccia conserte. Reclamano più volume dall’impianto che diffonde le voci al microfono. Indossano tute, scarpe da ginnastica color oro, giubbotti scuri. Qualcuno mangia un panino. Mentre il colonnello Fozzi - primo di 1500 testimoni citati - ha il compito di inquadrare il lavoro investigativo. Insomma, deve spiegare all’aula come siamo arrivati qui.  

«Tutto è iniziato dall’omicidio dell’incensurato Giuseppe Donà, nella cui abitazione abbiamo sequestrato un chilo e mezzo di stupefacenti». Da un omicidio per droga e soldi. Alla scelta di collaborare di uno dei principali indagati. 
È il 2005. Rocco Varacalli da Natile di Careri sta per diventare il primo pentito di ’ndrangheta. 
E mentre mette a verbale pagine e pagine di geografia criminale, svela faide, omicidi, intrecci con la politica e interessi sugli appalti in provincia di Torino, accadono altri due fatti apparentemente marginali. Un imprenditore di Caselle e un carrozziere di Ivrea denunciano un tentativo di estorsione. Le indagini successive finiranno per incrociare molti degli stessi nomi fatti da Varacalli. Ed è così che i carabinieri si ritrovano per tre anni ad ascoltare le voci delle famiglie Iaria, Agresta, Gioffrè e Catalano, per scoprire il mondo che si agita intorno: picciotti, sgarristi, padrini, contabili, ’ndrine e bastarde.  

Il pm Antonio Sparagna chiede a Fozzi di spiegare quando hanno avuto la prova dell’appartenenza di Varacalli alla ’ndrangheta. «Nella conversazione 5610 del 25 giugno - risponde Fozzi - Gioffrè si rammarica di aver raccontato a Varacalli dettagli di una faida calabrese». Varacalli è credibile, per gli investigatori. Ci sono già 58 condanne con rito abbreviato. Ma adesso si ricomincia da capo. «Varacalli è un millantatore, un bugiardo», ci dice un ragazzo affacciandosi dalla gabbie. «Come potete credere a uno così?». Proprio questo cercherà di chiarire il processo. Dall’inizio. Caso per caso. Prova per prova. Come deve essere.