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giovedì 11 agosto 2022

La "Trattativa" ci fu! ...Ma non fu reato



"la Trattativa ci fu..."
"...Ma non fu reato!"

Sono passati pochi giorni dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza di secondo grado del processo Trattativa Stato-mafia, sentenza emessa dalla Corte d’Appello nel settembre 2021 e che aveva disposto, fra altri provvedimenti, l'assoluzione dell'ex senatore Marcello Dell'Utri (“per non aver commesso il fatto”), dell'ex capo del Ros, il generale Mario Mori, del generale Antonio Subranni e dell'ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno, accusati di minaccia a Corpo politico dello Stato. 

Con la sentenza di settembre 2021 la Corte aveva ribaltato il giudizio in primo grado (maggio 2018) con .i  erano stati condannati a 28 anni di carcere il boss Leoluca Bagarella, e a 12 anni Dell'Utri, Mori, Subranni e Cinà.

Ci permettiamo di scrivere che si rimane sconcertati dall'apprendere che lo Stato Italiano, per mezzo di alcuni suoi rappresentanti, possa "trattare con la mafia", con "pezzi" di essa, distinguendo fra una mafia stragista-cativa! ed una mafia "accettabile" con cui, conseguentemente, si potrebbe "scendere a patti".  Pertanto, Paolo Borsellino è stato il "rompicoglioni" che si indigna dinanzi ad uno Stato che, in quel preciso momento, tratta con assassini e complici di coloro che hanno appena ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cilo, Vito Schifani. 

Quel che  pare gravissimo, osceno, è che in quelle motivazioni si introduca il principio della "sostenibilità" di una trattativa ( il principio del "fine che giustifica il mezzo "!) fra due entità che invece devono essere, e rimanere, in perfetta e indissolubile alterità l'una rispetto all'altra. Non solo: la "trattativa" fra  pezzi dello Stato con "pezzi" di "cosa nostra esplicitamente riconosce ed eleva le mafie a interlocutori possibili di uno Stato democratico. Inaccettabile! Osceno!

Proviamo vergogna dinanzi alla memoria delle tante vittime innocenti, fedeli e integerrimi servitori dello Stato e della sua comunità, che hanno sacrificato la loro stessa vita in nome dello Stato italiano. 

Di seguito il contributo offerto dai magistrati Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato


Intervista di Giuseppe Lo Bianco a Nino Di Matteo, magistrato, membro del Consiglio Superiore della Magistratura -7 agosto 2022


La trattativa ci fu. Ma gli ufficiali dei carabinieri vengono assolti perché, contattando Ciancimino, “non vollero rafforzare la minaccia mafiosa allo Stato per strappare al Governo concessioni favorevoli agli interessi mafiosi, ma, semmai avrebbero voluto tali concessioni come male e come mezzo necessario per sventare una minaccia in atto’’. E fermare le stragi.

Dottor Di Matteo, lei che idea s’è fatto?

Anche questa corte ha ritenuto che la trattativa ci fu, fu iniziata da esponenti dello Stato, fu accettata da Riina e si svolse a partire dalle settimane successive alla strage di Capaci mentre era ancora caldo il sangue delle vittime. Con buona pace di quanti lo definiscono un teorema o fantomatica trattativa. C’è però un passaggio che mi lascia perplesso e mi suscita, anzi, preoccupazione.

Quale? 

Quello in cui si afferma che la trattativa era volta ad un fine di tutela dello Stato. Nella sentenza ormai definitiva della corte di assise di Firenze si affermava che quella iniziativa del Ros di contattare Vito Ciancimino avesse rafforzato in Riina il convincimento che la strategia di attacco alle istituzioni pagasse inducendolo a fare altre stragi. Mi chiedo con preoccupazione cosa penserebbero oggi di quelle parole le decine di esponenti delle istituzioni, non solo magistrati, ma agenti di polizia, carabinieri, anche politici che nel contrasto alle cosche mafiose per il rifiuto al dialogo e al compromesso hanno perso la vita.

Cosa teme in particolare?

Temo che la sentenza possa essere letta come una legittimazione a dialogare con la mafia, che faccia passare l’idea che con la mafia si può convivere. Spero che non abbia effetti, noi continueremo a pretendere che gli estorti denuncino i loro estorsori, io continuo a pensare che il comportamento di uno Stato che cerca Riina in nome di una ragione di stato non dichiarata con un atto del potere politico è inaccettabile in una democrazia. Ogni qualvolta lo Stato ha cercato il dialogo con la mafia ne ha accresciuto a dismisura un potere di ricatto notevolissimo. E c’è anche un altro passaggio che leggo con preoccupazione.

Prego.

L’opportunità, nella strategia del Ros, che prevalesse una fazione moderata su quella stragista. Questo è un passaggio preoccupante, sembra quasi distinguere una mafia con cui si può dialogare e un’altra da sconfiggere. Anche questo concetto rischia di sdoganare il principio che lo Stato può dialogare con la mafia. Sul Ros la Corte ha riconosciuto che la mancata perquisizione del covo di Riina il 15 gennaio 1993 è stato un segnale di incoraggiamento al dialogo per rafforzare il dialogo. È quello che abbiamo sostenuto noi in primo grado. Oggi la sentenza sottolinea la gravità evidente dell’omissione di un atto doveroso da parte di una struttura di polizia giudiziaria.

La sentenza conferma che tre governi – Amato, Ciampi e Berlusconi – vennero ricattati dalla mafia. Anche se nell’ultimo caso non c’è prova che fu il senatore Dell’Utri a veicolare la minaccia. Lei che ne pensa?

È un problema di valutazione della prova. Anche questa corte riconosce la valenza dei rapporti mafiosi di Dell’Utri anche dopo il ’92, lo assolve perché non ritiene sufficientemente provata la veicolazione a Berlusconi.

E cosa intende rispondere oggi a quanti negli anni hanno ridicolizzato la vostra inchiesta e il processo definendolo una ‘’boiata pazzesca’’?

Spero che storici e opinionisti abbiano oggi la correttezza di dire che la trattativa ci fu. Sono fiero di avere contribuito con gli altri colleghi a far venire fuori fatti e circostanze che sono stati ritenuti provati e che hanno attraversato la storia d’Italia nel periodo più buio dello stragismo mafioso.

 

Roberto Scarpinato: TRATTATIVA: PRESTIGIATORI DI SENTENZE E GATTOPARDI CHE TO- RNANO  (Fatto Quotidiano  9 agosto 2022)

"La Corte di Assise di Appello del processo “trattativa Stato-mafia” ha ritenuto provata la condotta materiale del reato contestato agli imputati Mori e De Donno, essendo state accertate le plurime condotte da essi poste in essere nel tempo in violazione di tutte le regole di legge, per ripristinare con la componente più “moderata” di Cosa Nostra, capeggiata da Provenzano, il patto di coesistenza pacifica con lo Stato che aveva caratterizzato tutta la storia della prima Repubblica e che i vertici mafiosi ritennero tradito con le condanne definitive del maxiprocesso. Tuttavia la Corte non ha ritenuto sussistente la componente soggettiva del reato, cioè il dolo, perché tali condotte sarebbero state motivate da intenti “solidaristici”, cioè dall’intento di evitare ulteriori stragi. Ciò sebbene le condotte degli imputati abbiano di fatto sortito (com’era ampiamente prevedibile) l’effetto opposto di rafforzare la determinazione della mafia di compiere ulteriori stragi, quali quelle del 1993, per concludere la trattativa. E ciò nonostante tali condotte abbiano di fatto consentito il prolungamento per tanti anni della latitanza e quindi dell’attività criminale di Provenzano. 

Nel condividere la preoccupazione di chi, come il collega Di Matteo, ha già osservato come tale motivazione si presti ad esser letta come una legittimazione e un viatico a dialogare con la mafia, a “conviverci” purché e affinché moderi la sua aggressività rendendosi silente, vorrei focalizzare un altro aspetto rilevante della sentenza: la parte sui possibili motivi che determinarono Riina ad anticipare e accelerare l’uccisione di Borsellino.

Nell’affrontare tale delicatissimo tema, inspiegabilmente nelle 2971 pagine della motivazione, la Corte non spende un solo rigo sulla sottrazione dell’agenda rossa da uomini degli apparati istituzionali; sulla forzata induzione di Scarantino a rendere false dichiarazioni; sulla presenza, rivelata da Spatuzza, di un soggetto esterno a Cosa Nostra nel momento cruciale del caricamento dell’esplosivo nella Fiat 126; sugli “infiltrati della Polizia” dei quali Franca Castellese il 14 dicembre ‘93 implorò il marito Mario Santo Di Matteo di non fare menzione ai magistrati, dopo che a seguito della sua collaborazione con la giustizia era stato rapito il loro figlio Giuseppe; sulle accertate e vive preoccupazioni di Borsellino nei confronti degli uomini del Sisde; sull’omicidio ordinato da Riina negli stessi giorni della strage del capomafia di Alcamo Vicenzo Milazzo, che si era rifiutato di unirsi alla strategia stragista, declinando per tre volte le sollecitazioni ricevute da uomini dei servizi segreti con cui si era incontrato alla presenza di un colletto bianco che è stato identificato.

È evidente che facendo sparire tutto questo e molto altro dal contesto argomentativo, viene preclusa in radice qualsiasi possibilità di ricostruire i motivi dell’accelerazione della strage che chiamano in causa apparati deviati dello Stato; e si elimina nel lettore la consapevolezza di elementi essenziali che contraddicono la tesi a cui perviene così quasi per default la Corte in esito a questo gioco di prestidigitazione probatoria per sottrazione. Tesi che può riassumersi nei seguenti termini: dovendosi escludere che l’accelerazione fu determinata dal pericolo che Borsellino ostacolasse il buon esito delle trattativa, resta come unica residuale alternativa l’interesse di Borsellino sul tema mafia-appalti. 

Nel ridurre la vicenda stragista di via D’Amelio nel letto di Procuste di contingenti interessi economici di Riina e di qualche colletto bianco, la Corte disattende così implicitamente possibili complicità di esponenti dello Stato. I gravissimi fatti sopra accennati, dei quali la Corte non fa alcuna menzione, e i plurimi e complessi interventi depistatori di vari esponenti di apparati statali sino a epoca molto recente sono assolutamente incompatibili con l’ipotesi riduzionista prospettata dalla Corte. E attestano che vi erano ben altri scheletri che rischiavano di uscire dall’armadio se Borsellino fosse rimasto in vita e avesse potuto trasfondere in atti giudiziari l’esito delle sue indagini sui responsabili e le complesse causali della strage di Capaci. 

Scheletri che spiegano perché gli interventi di soggetti esterni attraversino ininterrottamente tutta la sequenza stragista, da Capaci nel maggio ‘92 alle stragi del ‘93 nel continente, come emerge da una pluralità di elementi probatori e come relazionò la Dia già nel ‘93 con un’informativa in cui si comunicava che: dietro le stragi si muoveva una “aggregazione orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergono finalità diverse”; e dietro gli esecutori mafiosi c’erano menti dotate di “dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e i meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali”. Scheletri che spiegano anche il perfetto sincronismo operativo tra i mafiosi che fanno esplodere l’autobomba e l’immediata apparizione sulla scena di appartenenti agli apparati istituzionali che, grazie alla loro insospettabilità, possono far sparire l’agenda rossa completando l’opera. Non bastava uccidere Borsellino: se la sua agenda rossa fosse finita nelle mani dei magistrati, lo scopo della sua repentina eliminazione sarebbe stato frustrato. Ed è evidente che l’agenda rossa non fu sottratta per tutelare i mafiosi esecutori della strage, ma i loro compici eccellenti.

Né la Corte si chiede perché proprio la Dia, l’organismo di polizia interforze specializzato in materia di mafia, creato su impulso decisivo di Falcone e diretto da De Gennaro amico di Falcone e Borsellino che con lui si confidavano, fu inopinatamente esclusa dalla Procura di Caltanissetta dalle indagini sulla strage, privilegiando invece con un colpo di mano il Sisde di Bruno Contrada e Arnaldo La Barbera, altro soggetto collegato al Sisde, con i noti esiti che portavano in una direzione completamente diversa. 

Bisognerebbe anche chiedersi perché alcuni magistrati che più si sono spesi per dimostrare la compartecipazione di soggetti esterni alle stragi del 1992-’93 siano stati accomunati dallo stesso destino: ostracizzati ed emarginati in vari modi, taluni persino sottoposti a inchieste disciplinari e financo penali, altri nel mirino di prolungate campagne di delegittimazione. 

Vari indizi inducono a ritenere che purtroppo le stragi del 1992-’93 non sono eventi conclusi, ma sono ancora tra noi, perché accanto a un dibattito pubblico e a una dialettica giudiziaria in cui continuano democraticamente a confrontarsi opinioni diverse, non sono mai  cessate dietro le quinte occulte manovre per chiudere definitivamente questa spinosa partita, riducendo una volta per tutte le responsabilità e le causali esclusivamente a personaggi come Riina e sodali, elevati a icone totalizzanti del male di mafia. 

Non mi sembra – malgrado l’impegno profuso da taluni magistrati – che esistano le condizioni sociopolitiche per un salto di qualità complessivo delle indagini che consenta di pervenire a una verità giudiziaria completa. È in corso una inquietante accelerazione del processo di normalizzazione e di restaurazione culturale di cui si colgono tanti segnali.

Nella patria del Gattopardo, il passato rilegittimato e giustificato di convivenza tra Stato e mafia, di segrete transazioni tra Stato legalitario e Stato occulto, di rimozioni e amnistia permanente tramite amnesia collettiva torna a essere la cifra del presente e del futuro. Ritornano in campo da protagonisti della politica personaggi condannati per collusione con la mafia; si celebra nelle aule del Senato la memoria di vertici dei servizi segreti – come il generale Gianadelio Maletti – condannati per depistaggio su Piazza Fontana; si normalizza la cultura dell’omertà giustificando come motivazione eticamente condivisibile la scelta dei mafiosi stragisti irriducibili di non collaborare con lo Stato, autorizzando con la riforma dell’ergastolo ostativo la loro uscita dal carcere anche in assenza di collaborazione, solo a condizione che provino di aver deposto le armi ed essersi dissociati definitivamente dalla mafia; si approvano a ripetizione leggi che riportano indietro l’orologio della storia ai tempi del primo 900, ripristinando il trionfo della gerarchia nella magistratura. Leggi che creano una magistratura alta e una bassa ed esaltano la figura di dirigenti soprastanti con il compito di garantire che i magistrati sottordinati smaltiscano rapidamente il più elevato numero di processetti e non sprechino risorse e tempo per indagini complesse ad alto rischio e di esito incerto, come quelle sulla criminalità dei colletti bianchi e del potere. Oggi come ieri, in un Paese segnato sin dalla nascita della Repubblica da una sequenza ininterrotta di stragi e omicidi eccellenti senza uguali in Europa, da patti occulti con la mafia e dalla corruzione sistemica – tutte declinazioni della criminalità di settori portanti delle classi dirigenti -, la "questione giustizia" resta inestricabilmente connessa alla questione democratica e dello Stato.

Quale Stato? 

Quello dei carabinieri che trattarono con la mafia o quello di Falcone e Borsellino? Lo Stato che ha depistato tante indagini sulle stragi da Portella della Ginestra, a Peteano, a Milano, a Brescia, a Bologna, sino a quelle del 1992-’93, o lo Stato in cui si riconosce quella parte d’Italia che non vuole rassegnarsi a convivere con i poteri criminali? 

Questo è stato in passato e resta per il futuro il nodo politico cruciale del nostro Paese e una delle incognite più inquietanti del futuro della nostra democrazia."

 


mercoledì 25 giugno 2014

25 giugno 1992. L’ultima uscita pubblica di Paolo Borsellino.

Il dovere della memoria. Giovedì 25 giugno 1992. Nella serata Paolo Borsellino partecipa ad un pubblico dibattito organizzato dalla rivista MicroMega. E’ l’ultima uscita pubblica di Paolo Borsellino.
Nella mattinata di quel giorno, gli ufficiali Sinico e Baudo dei carabinieri di Palermo apprendono dal maresciallo Lombardo che “negli ambienti carcerari si dà il Dott. Borsellino per morto”. Non appena rientrato a Palermo il Cap. Sinico riferisce la notizia a Borsellino il quale afferma di essere a conoscenza del progetto di attentato ai suoi danni, ma fa capire che preferisce accentrare su di sé i pericoli per risparmiarli alla propria famiglia.

Quella sera, del 25 giugno Paolo Borsellino,  Procuratore aggiunto di Palermo, si definisce apertamente un testimone, e rivela di essere a conoscenza di “alcune cose” che riferirà direttamente “a chi di competenza”, all‟autorità giudiziaria. Sono elementi utili a chiarire l‟intreccio criminale che in quei giorni minaccia la tenuta delle Istituzioni democratiche in Italia? Non lo sapremo mai. Rita Borsellino sottolinea come mai, nella sua lunga carriera di magistrato, il fratello Paolo avesse lanciato “un avvertimento così esplicito”. A chi? E perché? 
La moglie Agnese, che da casa segue l‟intervento della biblioteca comunale su un‟emittente locale, impallidisce e salta sulla sedia: “Ma che dice Paolo?” mormora con un filo di voce: “Se fa così, lo ammazzano...”

Mentre Borsellino parla, il silenzio del pubblico è assoluto. Quelle che il pubblico ascolta sono parole colme di sdegno , parole ben scandite e pronunciate con una lentezza inconsueta, parole di un UOMO delle Istituzioni consapevole di essere la prossima vittima designata, un uomo che a poco meno di un mese dal suo assassinio non si nasconde dietro la paura ma continua a lavorare incessantemente per scoprire la verità sulla Strage di Capaci. Quando il magistrato ricostruisce la vicenda della mancata nomina da parte del CSM a Consigliere Istruttore di Palermo nel 1988 e parla apertamente di un qualche Giuda che si impegnò subito a prendere in giro Falcone un lungo applauso lo interrompe. 



Il discorso di Paolo Borsellino pronunciato la sera del 25 giugno 1992 

“Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro. In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, 
come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
 Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo  
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto
Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica.
di morte.
Ma nel gennaio del 1988,  il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. 
E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d'Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po' più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l'ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.
 Certo anch'io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

martedì 27 maggio 2014

Strage dei Georgofili. 27 maggio 1992: Caterina Nencioni (50 giorni di vita), Nadia Nencioni (9 anni), Angela Fiume (36 anni), Fabrizio Nencioni (39 anni), Dario Capolicchio (22 anni).

Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993: a Firenze, viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili.
Nell'esplosione, perde la vita Caterina Nencioni (50 giorni di vita), Nadia Nencioni (9 anni), Angela Fiume (36 anni), Fabrizio Nencioni (39 anni), Dario Capolicchio (22 anni). Rimangono ferite 48 persone. 
Ora sappiamo che quella strage serviva ad alzare il prezzo del ricatto mafioso allo Stato: la trattativa vergognosa che qualcuno ora vuole cancellare



Riportiamo un articolo pubblicato da La repubblica nell'anniversario della strage del 2012
Fonte : LA Repubblica. maggio 2012

LAURA MONTANARI
" Ricordare non è un esercizio di ripetizione perché nessun anniversario è uguale al precedente.(...) Stanotte ha un senso restare svegli, mescolarsi al corteo che partirà all’una da piazza della Signoria per arrivare sotto la torre de’ Pulci. Ha un senso ricordare l’esplosione, le sirene, il fuoco, il tappeto di vetri e calcinacci sulla strada. Ha senso tornare alla notte in cui abbiamo creduto che fosse «soltanto» una fuga di gas e ricordare invece la mattina dopo quando ci hanno detto che invece era una bomba." 
Morirono Angela e Fabrizio Nencioni, le loro figlie Nadia e Caterina e lo studente in architettura Dario Capolicchio. Quarantuno persone rimasero ferite. Furono danneggiati gli Uffizi, Palazzo Vecchio, la chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio e tutte le abitazioni intorno. 
(...) "Le istituzioni dovrebbero cercare quello sviluppo e quella crescita che permettano ai giovani di inserirsi nel mondo del lavoro, senza dover ricorrere alla mafia." Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, parlando con gli studenti nell'incontro a Firenze. Grasso ha ricordato di quando un boss gli raccontò di un padre di famiglia che, per sfamare la figlia, gli chiese un lavoro, finendo poi per prestarsi alle richieste della malavita. "Quel boss mi disse - ha ricordato Grasso - che la mafia sarà sconfitta quando, in quelle condizioni di difficoltà, ci si rivolgerà allo Stato e non alla criminalita".
"Come posso parlare di legalità - ha poi aggiunto - a chi non sa come sfamare la figlia? Poter avere un lavoro rende liberi". "La mafia è un fenomeno criminale - ha spiegato Grasso - ma c'è anche chi va chiedere un lavoro alla mafia, anche perchè a volte non ci sono alternative".

Gli ultimi dieci minuti prima della bomba
fonte: Corriere della Sera


FIRENZE - Dario alza lo sguardo verso le lancette dell’orologio in cucina. Segna l’una meno cinque di notte. «Francesca, smettiamo un po’?». Lei accarezza le pagine del libro che sta studiando, sorride e lo guarda: «Dai, ancora una mezzora e poi ce ne andiamo a dormire». Hanno vent’anni, vengono da Sarzana, erano al liceo insieme e insieme si sono iscritti ad Architettura, a Firenze. Vivono in affitto in via dei Georgofili, all’ombra dei grandi finestroni degli Uffizi. Un piccolo appartamento al terzo piano, condiviso con un altro studente che stasera non c’è: il treno da Carrara è stato soppresso e lui non è riuscito a tornare a Firenze. Dario e Francesca non sono proprio partiti, la settimana prossima hanno un esame importante e hanno deciso di non perdere neanche un giorno. Quella casa è il loro sogno: le travi di legno, i quadri da appendere alle pareti, la vita quotidiana passata tra una colazione veloce, i quaderni degli appunti, l’armadio troppo piccolo per due, le cene con gli amici dell’università. «Va bene Frà, facciamo un altro quarto d’ora, dai».

La signora Giovannella ha 84 anni. È la direttrice della pensione «Quisisana», a due passi da Ponte Vecchio. Quella che ha ispirato lo scrittore Edward Morgan Foster per il romanzo «Camera con vista» e poi il celebre film di James Ivory. Ormai tutti i turisti vogliono passare almeno una notte nella «camera 22», proprio davanti al Corridoio Vasariano. Stasera ci dorme una coppia di americani, la ragazza è incinta di sei mesi. Per prendere la stanza ripetevano insistentemente «Ivory, Ivory». Giovannella non ha sonno. Apre una finestra e guarda San Miniato al Monte, respira l’aria di primavera che sembra ancora più bella a Firenze. Passeggia nel corridoio, butta un occhio sulle camere. Stanotte ci sono sessanta ospiti. Il latte, ci sarà il latte? Scappa in cucina, apre il frigo. Sì, c’è latte per tutti. Giovannella ha già apparecchiato la stanza delle colazioni. Poi si siede ad uno dei tavoli. Apre una rivista di enigmistica e comincia a fare due parole crociate. Così, per ingannare il tempo, che stanotte non la fa dormire.
Nadia invece a letto c’è da un po’. È la figlia di Angela, la custode dell’Accademia dei Georgofili. Vive nella Torre dei Pulci, ha nove anni. Suo papà Fabrizio è un vigile. L’ha sentito che si svegliava perchè Caterina piangeva. I bimbi così piccoli, pensa Nadia nel dormiveglia, piangono sempre e che urla che tirano. Oggi la mamma le ha detto che è stata brava: oltre a guardare la sorellina nata da due mesi, ha scritto anche una poesia. La recita al suo orsacchiotto: «Il pomeriggio se ne va/ il tramonto si avvicina/un momento stupendo/il sole sta andando via (a letto)/è già sera/tutto è finito».
All’Accademia regna un gran silenzio. È quello dei libri, più di 70mila volumi e dodicimila manoscritti dal 1700 ad oggi. Stanno lì e aspettano gli studiosi che domani verranno. Il Corridoio Vasariano invece, aspetta i suoi turisti. Pochi, scelti, perché lì si va solo per appuntamento. Da lì i granduchi si muovevano liberamente tra un palazzo e l’altro.
L’orologio della notte si ferma alle 1.04. Marco, da piazzale Michelangelo vede due lampi bianchi e una fiamma. Poi, Firenze muore.
Alessandra Brav

lunedì 3 marzo 2014

Anche noi siamo con Nino Di Matteo. La fotografia, la quarta

Proseguono gli incontri. Alla Scuola Media "F. Brignone" , la quarta fotografia a sostegno di Nino Di Matteo.

Anche agli studenti più giovani abbiamo fatto conoscere la lettera aperta con la quale  don Luigi Ciotti, lo scorso 14 novembre 2013,   ha espresso la vicinanza di Libera  al giudice Nino Di Matteo e agli altri giudici che conducono il processo sulla “trattativa”, minacciati di morte da Totò Riina. Anche noi del presidio Libera “Rita Atria” Pinerolo, accogliendo le parole di don Luigi Ciotti, vogliamo manifestare a favore Nino Di  Matteo e agli altri giudici. Pertanto,  dopo aver letto la lettera di don Ciotti,  chiediamo agli studenti che condividono quelle parole  di scattare una fotografia. Questa è la quarta fotografia


Lettera aperta di don Luigi Ciotti a Nino Di Matteo

CARO Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d`Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale. È un problema più profondo, anche culturale e sociale. Una questione che non sarebbe ancora cosi grave se a contrastare le mafie ci fossero stati, oltre alla magistratura e alle forze di polizia, la coscienza pulita e l`impegno della maggior parte degli italiani. Questa coscienza e questo impegno, lentamente e faticosamente si sono negli anni moltiplicati. 
Devi dunque sapere caro Nino, anche se qualcuno—mafiosi o complici dei mafiosi — continua a minacciare e lanciare messaggi inquietanti, che oggi tu e tutti gli altri magistrati siete meno soli. Che minacciare voi vuoi dire minacciare tanti di noi, tanti italiani, che nei più vari ambiti si sono messi in gioco. Cittadini che non si limitano a scendere in piazza, a indignarsi o commuoversi, ma che hanno scelto di muoversi, di trasformare il loro "no" alle mafie in un impegno quotidiano per la democrazia, per la libertà e la dignità di tutti. Le luci non nascondono però le molte ombre. In tanti ambiti prevale ancora l`indifferenza o una semplice e facile risposta emotiva. Anche la politica non sempre ha saputo affrontare la questione con la pulizia morale e il respiro necessario: pensiamo solo ai troppi compromessi che hanno impedito un`adeguata riforma della legge sulla corruzione e ai patti sottobanco. Lo Stato, tutto lo Stato, deve proteggere se stesso e i suoi cittadini. Ma negli ultimi tempi, come molti segnali lasciano intendere, le mafie — indisturbate nei suoi livelli più alti: economia, finanza, appalti, affari—hanno approfittato per organizzarsi in silenzio. 
Quelle minacce dall`interno di un carcere dicono perciò una verità imbarazzante: se nell`ambito repressivo e giudiziario importanti risultati sono stati ottenuti, sul versante del contrasto politico e sociale c`è ancora molta strada da fare. Perché di una cosa dobbiamo essere certi: sconfiggeremo le mafie solo quando sapremo colmare le disuguaglianze sociali che permettono il loro proliferare. Le mafie non vanno solo inseguite: vanno prevenute. Prevenzione vuoi dire anche realizzare la condizione di dignità e di libertà responsabile prevista dalla Costituzione, il primo e più formidabile dei testi antimafia.Altrimenti, nello scarto fra le parole e i fatti, continuerà a insinuarsi la più pericolosa e subdola delle mafie: quella della corruzione, del privilegio e dell`abuso di potere. A te un forte abbraccio da parte mia e dalle oltre 1600 realtà associate a Libera.
Luigi Ciotti

giovedì 21 novembre 2013

I magistrati del processo per la trattativa tra Stato e mafia non sono soli

anche DON LUIGI CIOTTI AL PROCESSO SULLA TRATTATIVA STATO E MAFIA

Palermo, 21 nov.- (Adnkronos) - "Sono venuto qui per dire ai magistrati del processo per la trattativa tra Stato e mafia che non sono soli". Lo ha detto all'Adnkronos don Luigi Ciotti, il Presidente di Libera arrivata pochi minuti fa al bunker del carcere Ucciardone di Palermo per partecipare all'udienza del processo che oggi vedra' l'audizione del pentito Antonino Giuffre'. "Libera si e' costituita parte civile del processo e segue tutte le udienza - dice don Ciotti - tutta la societa' civile deve sentire la responsabilita' di sostenere tutti i magistrati impegnati nella ricerca della verita'". "Alcuni segnali giunti negli ultimi tempi - dice ancora don Ciotti - impongono di vivere questa corresponsabilita' non solo a parole ma anche nei fatti. Per dare uns egnale forte, dire che i magistrati non sono soli. Non si costruisce giustizia senza la ricerca della verita'. Non lasciamoli soli".

Il Paese è cambiato, caro Nino non sei solo

CARO Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d`Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale. È un problema più profondo, anche culturale e sociale. Una questione che non sarebbe ancora cosi grave se a contrastare le mafie ci fossero stati, oltre alla magistratura e alle forze di polizia, la coscienza pulita e l`impegno della maggior parte degli italiani. Questa coscienza e questo impegno, lentamente e faticosamente si sono negli anmmoltiplicati. Devi dunque sapere caro Nino, anche se qualcuno—mafiosi o complici dei mafiosi — continua a minacciare e lanciare messaggi inquietanti, che oggi tu e tutti gli altri magistrati siete meno soli. Che minacciare voi vuoi dire minacciare tanti di noi, tanti italiani, che nei più vari ambiti si sono messi in gioco. Cittadini che non si limitano a scendere in piazza, a indignarsi o commuoversi, ma che hanno scelto di muoversi, di trasformare il loro "no" alle mafie in un impegno quotidiano per la democrazia, per la libertà e la dignità di tutti. Le luci non nascondono però le molte ombre. In tanti ambiti prevale ancora l`indifferenza o una semplice e facile risposta emotiva. Anche la politica non sempre ha saputo affrontare la questione con la pulizia morale e il respiro necessario: pensiamo solo ai troppi compromessi che hanno impedito un`adeguata riforma della legge sulla corruzione e ai patti sottobanco. Lo Stato, tutto lo Stato, deve proteggere se stesso e i suoi cittadini. Ma negli ultimi tempi, come molti segnali lasciano intendere, le mafie — indisturbate nei suoi livelli più alti: economia, finanza, appalti, affari—hanno approfittato per organizzarsii n silenzio. Quelle minacce dall`interno di un carcere dicono perciò una verità imbarazzante: se nell`ambito repressivo e giudiziario importanti risultati sono stati ottenuti, sul versante del contrasto politico e sociale c`è ancora molta strada da fare. Perché di una cosa dobbiamo essere certi:
sconfiggeremo le mafie solo quando sapremo colmare le disuguaglianze sociali che permettono il loro proliferare. Le mafie non vanno solo inseguite: vanno prevenute. Prevenzione vuoi dire anche realizzare la condizione di dignità e di libertà responsabile prevista dalla Costituzione, il primo e più formidabile dei testi antimafia. Altrimenti, nello scarto fra le parole e i fatti, continuerà a insinuarsi la più pericolosa e subdola delle mafie: quella della corruzione, del privilegio e dell`abuso di potere. A te un forte abbraccio da parte mia e dalle oltre 1600 realtà associate a Libera.

Don Luigi Ciotti su Repubblica | 14 nov 2013

lunedì 20 maggio 2013

Forse ( certamente) di quella Agenda Rossa alzata al cielo cominciano ad avere paura.

Noi cittadini italiani siamo spettatori (impotenti, ignavi, complici) di un dramma che continua a consumarsi sotto i nostri occhi. Un dramma che ha visto vittime, esecutori e mandanti.di una strage, quella di Via D'Amelio,  nella quale uno stato nazionale non ha saputo impedire che si uccidesse, dopo Giovanni Falcone, l'uomo che ne aveva raccolta l'eredità professionale ed etica. 
A distanza di ventuno anni, sabato scorso, il quotidiano La Repubblica riportava una immagine di quella che veniva detto essere l'Agenda Rossa di Paolo Borsellino. Di seguito riportiamo la lettera con cui Salvatore Borsellino, commenta e replica al presunto "scoop giornalistico".
"Non avrei avuto intenzione di commentare in alcuna maniera lo squallido preteso "scoop" di Francesco Viviano sulla identificazione dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino trafugata in via D'Amelio, pubblicato ieri su Repubblica. Non lo avrei fatto se non avessi letto oggi sul Giornale un ancora più squallido articolo di Giancarlo Chiocci nel quale si prende a pretesto questo presunto "ritrovamento" per vomitare tutta una serie di accuse contro i magistrati che avrebbero, andando "a caccia di fantasmi", per anni "linciato" Giovanni Arcangioli soltanto perchè era stato fotografato e filmato mentre, con la borsa di Paolo in mano di allontanava dal luogo della strage. Quella borsa, nella quale, per concorde testimonianza della moglie e dei figli di Paolo, quest'ultimo aveva sicuramente riposto la sua agenda prima di partire da Villagrazia di Carini per il suo appuntamento con la morte. La borsa venne poi riposizionata da qualcuno sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma in tanto l'agenda era stata trafugata.
Seguento fedelmente il copione predisposto da Viviano, lo pseudo giornalista del "Giornale" da per scontato che l'agenda che compare nel video, secondo lui fotografata vicino al cadavere di Paolo, fosse quella appartenente al giudice. Non gli passa neanche per la mente di verificare che non del cadavere di Paolo si tratta, ma di quello che resta di Emanuela Loi, che la pretesa agenda di trova in una posizione assolutamente incompatibile con la reale posizione del cadavere di Paolo, che è stato sbalzato dall'onda d'urto dell'esplosione all'interno di quello che resta del giardinetto antistante l'edificio di Via D'Amelio. E come potrebbe un oggetto che Paolo avesse tenuto sotto il braccio trovarsi invece nella direzione opposta a quella dove era stata piazzata la imbottita di Semtex? La Citroen che compare nel video di trova infatti sulla via, dall'altro lato del marciapiede. Ma per vomitare le sue accuse, per affermare che l'agenda non possa altro che essere stata "portata via dall'azienda addetta alla pulizia della strada" a Chiocci, dimenticando che non di "pulizia della strada" si trattava, ma dalla raccolta dei pezzi di carne disseminati sul selciato in mezzo a fiumi di sangue, non passa neppure per la testa di verificare nella foto le reali dimensioni dell'oggetto spacciato per l'Agenda Rossa di Paolo. Lo abbiamo fatto noi, confrontandolo semplicemente con le dimensioni di una scarpa dato che nel video la si vede spostata da una persona che indossa dei mocassini. Non di un'agenda si tratta, come appare dalla nostra fotografia ma di un piccola agendina che oltretutto, se fosse stata tenuta sotto il braccio o in mano da Paolo non potrebbe essere nelle condizioni cui si trova ma dovrebbe essere, se non carbonizzata, almeno annerita dal fumo come lo era il viso di Paolo quando Lucia lo deterse con un fazzoletto scoprendo il suo sorriso che non riuscirono a cancellare sotto i baffi anneriti dal fumo.
Ma questo non è importante per Chiocci, il copione prevede soltanto di potere utilizzare queste falsità per sollevare la nebbia, i dubbi, il fumo, attorno a quello che ancora, nei precedenti processi che non erano mai arrivati alla fase dibattimentale, bloccati sul nascere da altra nebbia, altri dubbi, altro fumo, non era mai accaduto. L'esame in dibattimento di testi quali il caposquadra dei vigili, Farina, il capo scorta di Ayala, Farinella, l'allora capitano dei Carabinieri, Arcangioli, l'allora parlamentare, Ayala. Da queste deposizioni, se non fossero infarcite, almeno quelle degli ultimi due, di "non ricordo", "non posso ricordare", di assurdi richiami, almeno per il secondo, a pretesi "clamorosi errori di verbalizzazioni", si potrebbero finalmente fare dei passi avanti sulla strada della verità. Ma a Chiocci interessa soltanto attaccare e denigrare chi fa "dibattiti, cortei e manifestazioni con agende rosse al cielo". A Chiocci interessa soltanto spargere dubbi, depistare. Forse di quella Agenda Rossa alzata al cielo cominciano ad avere paura.

sabato 18 maggio 2013

"Forse saranno mafiosi quelli che mate quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri". Paolo Borsellino.


"Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri". Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone conoscevano perfettamente il risultato a cui li avrebbe condotti il lottare contro la mafia, nel modo in cui loro l'avevano combattuta. 
L'immagine dell'agenda di Paolo Borsellino -agenda da cui il giudice non si separava mai- scomparsa subito dopo la strage di Via D'Amelio ricompare in un documento filmato girato nell'immediatezza dell'attentato: "(...) Quell'agenda, pensano i magistrati, avrebbe potuto far luce sul reale movente della strage e sulle possibili responsabilità istituzionali a fianco di Cosa nostra. Perché il sospetto dei Pm di Caltanissetta è che Paolo Borsellino nelle ultime settimane della sua vita avesse scoperto la trattativa tra Stato e Mafia".
Perchè quell'immagine viene "svelata" ora? Nella storia del rapporto secolare fra stato e mafia, poche cose sono accadute "per caso"!



Fonte : LA Repubblica. articolo di FRANCESCO VIVIANO

Ecco l'agenda di Borsellino dopo la strage: nelle foto mai viste la traccia del diario sparito
Una macchia di colore nitida, rossa, vicino a un corpo straziato. E un uomo misterioso: Paolo Borsellino non si separava mai dalla sua agenda rossa con lo stemma dell'Arma dei carabinieri: e fra quei fogli, annotava i suoi appunti più riservati dopo la morte dell'amico Giovanni Falcone

Il fotogramma che mostra l'agenda di Borsellino dopo la strage
L'AGENDA rossa di Paolo Borsellino era lì dove avrebbe dovuto essere. A terra, integra, accanto al corpo carbonizzato del magistrato ucciso da un'autobomba in via D'Amelio insieme ai cinque uomini della sua scorta. L'agenda era lì, ben visibile ancora pochi minuti dopo l'esplosione, almeno fino a quando un uomo, non in divisa, si avvicina al corpo di Paolo Borsellino e, con il piede sinistro alza un pezzo di cartone che copre l'agenda rossa.  


Il documento video, di cui qui accanto si può vedere un fotogramma, è una prova schiacciante, un documento finora inedito tratto da due ore di girato nell'immediatezza della strage. Immagini in mano agli inquirenti da 20 anni: ma al tempo la presenza dell'agenda nelle immagini deve essere sfuggita agli investigatori. 
In quel filmato un'agenda rossa si vede nitidamente a fianco del corpo carbonizzato del magistrato. È quella di Paolo Borsellino? Certo, difficile pensare a una singolare coincidenza e che sia l'agenda di qualcun altro. Quell'agenda, pensano i magistrati, avrebbe potuto far luce sul reale movente della strage e sulle possibili responsabilità istituzionali a fianco di Cosa nostra. Perché il sospetto dei Pm di Caltanissetta è che Paolo Borsellino nelle ultime settimane della sua vita avesse scoperto la 
trattativa tra Stato e Mafia. 


lunedì 22 aprile 2013

Il Teatro come impegno civile: Toghe Rosso Sangue


Toghe Rosso Sangue
Dalla morte della giustizia alla giustizia della morte una linea rossa, del rosso del sangue, unifica tristemente l’Italia nella sua storia più cupa. Nell’arco di 25 anni, dal 1969 al 1994, 27 magistrati italiani hanno perso la vita per mano della mafia, della ‘ndrangheta, del terrorismo rosso, di quello nero, di soliti ignoti o di tristemente noti. 
Con pochissime eccezioni, oltre alla pena di morte decretata dai mandanti e decantata dagli esecutori, tali magistrati hanno subito una nuova morte: l’oblio
Una giovane compagnia della Calabria, porta in giro per l’Italia, soprattutto al sud, questo spettacolo da circa 2 anni. Per la prima volta, la compagnia sarà a Torino.

LES ENFANTS TERRIBLES

Teatro Piccolo Regio di Torino
Piazza Castello 215
 Martedì 23 aprile  ore 21,00

 uno spettacolo di Francesco Marino
scritto da Giacomo Carbone
ispirato da Paride Leporace
con Francesco Polizzi, Emanuela Valiante, Diego Migeni, Sebastiano Gavasso


.Per rendere giustizia a questi martiri della Giustizia nasce Toghe rosso sangue, primo libro di Paride Leporace, fondatore del quotidiano Calabria Ora e direttore del Quotidiano della Basilicata, giunto oggi alla quinta edizione e adattato drammaturgicamente da Giacomo Carbone.
La storia di questi giudici attraversa la storia dell’Italia: dagli errori giudiziari verso il singolo cittadino ai processi sommari dei Nuclei Armati Rivoluzionari, dal Padrino di Coppola e Brando alla Magliana di Placido e Scamarcio, dalle micce corte di Prima Linea ai lunghi strascichi di Via D’Amelio, dalla sabbia e dal vento della Calabria alle vendette delle ‘ndrine per le vie della grigia Torino, dalle stragi di Stato allo stato di scomparso di Paolo Adinolfi. Quattro voci, quattro attori, quattro anime avvolte da un’atmosfera tra il realismo e il noir e da una scenografia essenziale, che mirano con rabbia e con amore ad un teatro che non spettacolarizza ma, senza condanne né valutazioni politiche, silenziosamente grida un omaggio a uomini morti nell’adempimento del loro dovere: un omaggio al loro senso dello Stato. Un vecchio Stato di appena 150 anni.

mercoledì 6 febbraio 2013

TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Perché? Come e quando lo Stato li ha scaricati?

(...) vivono ai margini, dimenticati da tutti e col rischio che la malavita possa colpirli in ogni momento. Perché? Come e quando lo Stato li ha scaricati? 

Ignazio Cutrò
Per difendere i 78 testimoni di giustizia italiani, proprio in questi giorni (il 4 febbraio) è nata una nuova associazione nazionale "Testimoni di giustizia" presieduta da Ignazio Cutrò, l'imprenditore siciliano, Pietro Di Costa, imprenditore di Tropea, titolare dell'istituto di vigilanza Sycurpol, pure lui nome noto tra le vittime del racket, affiancherà alla presidenza dell'associazione Cutrò, così come Pietra Aiello, collaboratrice del giudice Borsellino, che di "Testimoni di giustizia" sarà la segretaria.

FONTE : LA REPUBBLICA

In fuga perenne dalla propria vita. 
Soli e dimenticati i testimoni di giustizia

Sono 78 persone che, con le loro testimonianze hanno inchiodato pericolosi criminali legati alla malavita organizzata. Ma quando i processi finiscono lo Stato tende ad abbandonarli a se stessi. E, in periodo di crisi e di spending review, è anche peggio. C'è chi va avanti a fatica, chi ha paura e chi si è ridotto a vivere da clochard. Ora nasce un'associazione per difenderli


ROMA - "Abbiamo assistito a un omicidio di malavita a Crotone: due uomini (zio e nipote) furono trucidati in strada davanti ai nostri occhi. Era il 1992. Io e mia sorella siamo andate a testimoniare, sapevamo molte cose dei mandanti, appartenenti a una pericolosissima 'ndrina. Gli assassini e i boss che li avevano ingaggiati per quel delitto sono finiti in carcere a vita, noi abbiamo testimoniato fino in Cassazione. Avevano detto che ci avrebbero acquistato casa, aiutato a trovare un lavoro. Invece dopo quattro anni ci hanno lasciato sole, con in mano solo dei finti documenti. Insieme alla nostra identità abbiamo perso la nostra vita". Giuliana e Maria sono due sorelle, due "testimoni di giustizia", così le ha bollate lo Stato con la legge del 2001. Due donne che hanno avuto il coraggio di mandare in carcere boss, pezzi grossi della malavita calabrese e che oggi sono completamente sole, abbandonate dalle istituzioni, tagliate fuori dalla società. Non sono le sole. Più della metà dei testimoni di giustizia italiani, a processi chiusi, si sono ritrovati nella stessa situazione. E ora vivono ai margini, dimenticati da tutti e col rischio che la malavita possa colpirli in ogni momento. Perché? Come e quando lo Stato li ha scaricati? Quanti sono i testimoni di giustizia in Italia che oggi si trovano nello stesso incubo di Giuliana e Maria?

I testimoni di giustizia. In Italia sono 78 in tutto i testimoni di giustizia: persone la cui testimonianza nelle aule dei tribunali è stata fondamentale per inchiodare il gotha della criminalità italiana. Uomini e donne che hanno scelto di far prevalere il senso di giustizia su tutto. Individui che per aver creduto nella magistratura e nello Stato hanno rinunciato alla loro città, alle loro amicizie, alla loro normalità. E ora, come se il prezzo pagato per quella scelta non fosse stato già abbastanza salato, quelle istituzioni alle quali si sono votati gli hanno girato le spalle. "Ci hanno detto: "lo Stato non vi può più mantenere, gli italiani non possono più pagare per voi.  -  prosegue la calabrese Giuliana  -  Se avessi saputo come sarebbero andate a finire le cose, mi sarei alleata con la mafia: loro almeno continuano a mantenere le famiglie di chi è in carcere". Parole dure, parole amare quelle di Giuliana, che ora vive in un paesino del centro Italia, senza la sua vera identità, senza una protezione, senza mezzi di sostentamento, tanto che da qualche settimana è senza elettricità nel suo piccolo appartamento perché da mesi ha smesso di pagare le bollette.

Vita di clochard. Gaetano fu il testimone chiave nel maxi processo che inchiodò boss calabresi che avevano messo le mani sugli appalti per la costruzione delle autostrade nel sud. Un giro di tangenti milionario che impediva a qualsiasi ditta non collusa con l'organizzazione di avvicinarsi alla costruzione delle strade nel meridione. Da quattro anni vive in mezzo a una strada. Il ministero dell'Interno lo ha liquidato offrendogli un camper: questo il riconoscimento in cambio del suo sacrificio. "Avrebbero dovuto darmi il corrispettivo del valore del mio appartamento, visto che sono stato costretto a lasciare la mia città. Mentre il processo era in corso sono stato ospitato in un alloggio messo a disposizione dallo stato e poi... "Poi un giorno arriverà il tuo risarcimento economico", mi hanno promesso. Nel frattempo grazie a una colletta di alcuni poliziotti mi è stato dato un camper dove dormo. E quando, qualche giorno fa, il controllore del treno mi ha trovato senza biglietto e mi ha multato ho detto: "quando avrò il mio risarcimento dallo Stato giuro che pagherò la multa"".

La spending review. La spending review, da due anni a questa parte, ha tagliato via via tutti gli indennizzi destinati destinati ai testimoni di giustizia, "in barba ai proclami anti mafia di cui tutta la politica italiana si riempie la bocca", denuncia Antonio Turri, presidente dell'associazione "I cittadini contro le mafie e la corruzione". Prosegue: "più della metà dei 78 testimoni di giustizia non ha più la protezione e le garanzie che lo Stato gli aveva promesso prima che iniziassero i processi. La lotta alle organizzazioni malavitose si fa soprattutto con i testimoni, ma con politiche di tagli di questo tipo non si fa altro che disincentivare la collaborazione. Gente con la vita rovinata è ora caduta nel baratro, completamente sola. E tutto per aver creduto in valori e in una solidarietà che nel nostro paese, a differenza di tutto il resto d'Europa dove sono previsti degli indennizzi, non esiste. Allora mi chiedo: chi da oggi, a fronte di questa situazione, affiderà per senso di giustizia la propria vita nelle mani dello Stato? È con congressi e proclami che si intende sconfiggere le mafie?". 

L'associazione. Per difendere i 78 testimoni di giustizia italiani, proprio in questi giorni (il 4 febbraio) è nata una nuova associazione nazionale "Testimoni di giustizia" presieduta da Ignazio Cutrò, l'imprenditore siciliano sottoposto a un programma speciale di protezione per aver denunciato i suoi estorsori che per sette anni lo torturarono con intimidazioni e minacce di ogni tipo per non essersi piegato alla legge del pizzo. Fu a seguito della sua denuncia e della sua testimonianza che venne avviata l'operazione "Face off" nella quale arrestarono i fratelli Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto, condannati nel 2011 a un totale di 66 anni e mezzo di carcere. Il suo destino è diverso da quello degli altri testimoni di giustizia: nel 2012 infatti, grazie all'intervento della Regione Sicilia riprese la propria attività imprenditoriale, ottenendo un contratto con il Consorzio per le Autostrade Siciliane e ancora oggi è sotto tutela. Pietro Di Costa, imprenditore di Tropea, titolare dell'istituto di vigilanza Sycurpol, pure lui nome noto tra le vittime del racket, affiancherà alla presidenza dell'associazione Cutrò, così come Pietra Aiello, collaboratrice del giudice Borsellino, che di "Testimoni di giustizia" sarà la segretaria.