lunedì 15 settembre 2014

Don Pino Puglisi: "E se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto". Ucciso in odio alla fede e all'Uomo

Padre Pino Puglisi, ma per i suoi parrocchiani era "3P".

Questo prete era differente: "(...) si sapeva che faceva delle messe non proprio a favore della mafia". Fu ucciso dalla mafia la sera del suo compleanno, il 15 settembre 1993: erano passate da poco le otto della sera. Salvatore Grigoli, il killer che lo aspettava, don Pino sorrise dicendo "Me l' aspettavo".

Di oggi la notizia pubblicata su La Repubblica secondo la quale sarebbe stato ritrovato un nastro registrato nel quale Don Puglisi, mostra la consapevolezza di essere in grave pericolo: "Il testimone deve rischiare...io sto rischiando  grosso forse, non lo so, però credo nell'amicizia". Ma Don Puglisi rimase non andò via da Brancaccio

Il sogno di don Puglisi: "Pochi giorni fa, prima di tornare qui come parroco, io ho sognato il futuro di questo quartiere ed è stato proprio bello. Bello perché ho sognato un posto dove erano spariti i furti, era sparita la droga, dove non c'erano più violenze, prepotenze, dove la gente non aveva paura, dove non c'era più la fame perché c'era lavoro per tutti, dove c'erano delle scuole bellissime, dove i bambini giocavano... Io ho sognato il futuro di questo quartiere ed è stato proprio bello!"


Riproponiamo l'articolo de La Stampa, pubblicato lo scorso maggio in occasione della beatificacazione di Don Puglisi

Decine di migliaia a Palermo
per don Puglisi proclamato beato


IL MARTIRE DELLA FEDE DON PUGLISI È IL PATRONO DELLA CHIESA ANTI-MAFIA. «D’ORA IN POI NESSUNO POTRÀ PIÙ USURPARE IL NOME DI DIO PER GIUSTIFICARE LA MENTALITÀ CRIMINALE DI QUEI CLAN CHE PER DECENNI SI SONO AMMANTATI DI FALSA E BLASFEMA RELIGIOSITÀ», AFFERMA A IL VESCOVO DI MAZARA DEL VALLO DOMENICO MOGAVERO, EX POSTULATORE DELLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DEL PARROCO PALERMITANO UCCISO DA COSA NOSTRA. 

«L’autentica fede in Cristo è incompatibile con qualunque appartenenza ad organizzazioni che avvelenano la società e la privano del suo futuro»,aggiunge Mogavero, presente insieme a oltre 80mila fedeli al Foro italico di Palermo per la beatificazione di Padre Pino Puglisi, il sacerdote di Brancaccio che sorrise anche di fronte ai killer della mafia che lo uccisero il 15 settembre 1993. 

Sul Prato del Foro italico c’è un clima di festa serena, tantissime le famiglie presenti, centinaia i volontari provenienti da tutta Italia, scout e associazioni di quartiere. E poi ci sono tantissimi ragazzi che quando Don Pino era a Palermo non erano ancora nati. L’annuncio era stato dato il 28 giugno scorso: don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, nuovo Beato. Benedetto XVI aveva riconosciuto il fatto che l’esecuzione ordinata dai boss e avvenuta davanti alla parrocchia di San Gaetano, retta dal sacerdote, nel quartiere Brancaccio, fu «martirio», commesso «in odio alla fede». 

E Papa Francesco, appena lunedì scorso, durante la visita «ad limina» della Conferenza episcopale siciliana ha esortato la Chiesa locale a dare contro la mafia, una testimonianza più chiara e più evangelica. Nei quasi 20 anni che separano dall’assassinio di padre Pino, «la verità è infine emersa», ha a suo tempo spiegato il postulatore della causa di beatificazione, l’arcivescovo Vincenzo Bertolone, legando la verità del martirio di Puglisi a «quella giudiziaria, vergata con inchiostro indelebile dalla Cassazione» secondo cui «l’omicidio fu deciso dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano per mettere a tacere un sacerdote scomodo, socialmente impegnato, che col suo ministero di pastore di anime, di formatore di coscienze cristiane, soprattutto di quelle dei fanciulli, li ridicolizzava sottraendo loro manovalanza, prestigio e potere, come del resto sprezzantemente li rimproverava uno dei capi indiscussi di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella».  

Chi diede l’ordine di ucciderlo lo fece «non per eliminare un pericoloso nemico, alla stregua di magistrati, giornalisti, esponenti delle forze dell’ordine e della società civile, ma per cercare di fermare un luminoso testimone di fede». Puglisi «era persona tutta di un pezzo, agiva umilmente, con semplicità, senza cercare visibilità, antieroe: annunciava e proclamava l’Unico Necessario, il Padre Nostro». E fu proprio l’essere un uomo libero, «armato della sola forza della Parola, a costargli la vita», giustiziato dall’odio che i mafiosi nutrivano verso il suo modo di essere sacerdote. La sua figura riveste un ruolo di «grande importanza per la società civile, per la Chiesa universale, in particolare per la Chiesa palermitana e siciliana e per tutte quelle che si confrontano sul proprio territorio con le organizzazioni criminali, perché il suo sacrificio ha svelato il grande inganno della mafia, sedicente portatrice di religiosità. Il suo esempio è stato ed è così forte da aver attraversato il tempo: nei 19 anni trascorsi, Brancaccio, Palermo, la Sicilia, l’Italia, il mondo non lo hanno dimenticato». 

«La mafia è intrinsecamente anticristiana», ha poi ribadito il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, cardinale Angelo Amato. Quello di don Puglisi, spiega, è stato un «martirio, perché è stato ucciso in odium fidei». «Ovviamente - ha sottolineato il cardinale salesiano - qui bisogna chiarire cosa significa in odium fidei, dal momento che la mafia viene descritta spesso come una realtà “religiosa”, una realtà i cui membri sembrano apparentemente molto devoti». Nel processo canonico, è stato approfondito questo aspetto «e abbiamo visto come, da una parte, abbiamo un’organizzazione che, più che “religiosa”, è essenzialmente “idolatrica”». Anche il paganesimo antico, ricorda Amato, era “religioso”, ma la sua religiosità era rivolta agli idoli. Nella mafia gli idoli sono il potere, il denaro e la prevaricazione. È quindi una società che, con un involucro pseudo religioso, veicola un’etica antievangelica, che va contro i dieci comandamenti e il Vangelo. La Scrittura dice: non uccidere, non dire falsa testimonianza. Nella ideologia mafiosa, invece, si fa esattamente l’opposto. Gesù ha detto di perdonare ai nemici e qui troviamo il contrario: la vendetta. Per la Chiesa Cattolica, dunque, «la mafia è intrinsecamente anticristiana». Per di più, l’odio verso don Puglisi era determinato «semplicemente dal fatto che si trattava di un sacerdote che educava i giovani alla vita buona del Vangelo». Dunque «sottraeva le nuove generazioni alla nefasta influenza della malavita». Davanti a casi analoghi, altri vescovi, potranno ora decidere di seguire l’esempio dell’arcidiocesi di Palermo e introdurre cause di beatificazione per chi ha pagato con la vita il suo impegno per sottrarre i ragazzi alle cosche.  

Secondo il prefetto per le cause dei santi, «pur in un contesto nuovo anche in don Puglisi si verifica il concetto tradizionale di martirio e cioè, appunto, un battezzato ucciso in odio alla fede». È stato ucciso «in quanto sacerdote, non perché immerso in attività socio-politiche particolari. Ucciso in quanto predicava la dottrina cristiana ed educava i giovani a vivere con coerenza il loro battesimo».
Morì per strada, ha sottolineato don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, «dove viveva, dove incontrava i `piccoli´, gli adulti, gli anziani, quanti avevano bisogno di aiuto e quanti, con la propria condotta, si rendevano responsabili di illegalità, soprusi e violenze. Probabilmente per questo lo hanno ucciso: perché un modo così radicale di abitare la strada e di esercitare il ministero del parroco è scomodo. Lo hanno ucciso nell’illusione di spegnere una presenza fatta di ascolto, di denuncia, di condivisione». Per don Ciotti, il sacerdote palermitano «ha incarnato pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere, come preti, in parrocchia». Con la sua testimonianza, dunque, don Pino «ci sprona a sostenere quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio». 
Don Puglisi, “figura bellissima”, è stato ucciso “in odium fidei”, per odio della fede da parte di chi lo ha assassinato, ottolinea il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei:”E’ stato ucciso in quanto sacerdote che faceva il suo dovere, specialmente sul piano educativo delle giovani generazioni. E dunque è un martire».  

A volte ritornano... idee come quella di un secondo grattacielo a Pinerolo?

l'area dei "Portici blu" col mercatino dei prodotti biologici
Sentinelle del Territorio. 
E' passato un anno e l'amministrazione comunale di Pinerolo, con la delibera n. 33 dello scorso 29 luglio 2014 ripropone l’adozione di variante urbanistica per l’area dei cosiddetti "Portici Blu": ovvero, un secondo grattacielo a Pinerolo. 
Alla prima delibera del luglio 2013 erano state poste Osservazioni (vedi qui) da parte di due cittadini responsabili pinerolesi, Giogio Gardiol e Paolo Bertolotti, rappresentanti dell’ «Osservatorio 0121», aderente al Forum nazionale «Salviamo il paesaggio – Difendiamo i territori».  Inutile sottolineare "quanto manchi  e quanto sia ancora presente" la figura di Giorgio Gardiol, prematuramente mancato lo scorso 19 gennaio 2014, a stimolare l’impegno di coloro che,cittadini e associazioni, hanno a cuore la nostra comunità e la difesa del nostro territorio-paesaggio. 
In attesa di presentare le Osservazioni alla nuova delibera dell’Amministazione, riproponiamo una nostra riflessione sul tema dell’intervento in questione. Da quella riflessione, pubblicata lo scorso settembre 2013, nulla ci pare cambiato nell’atteggiamento e nell'approccio "culturale" dell'Amministrazione pinerolese sulla questione urbanistica...E neppure il semaforo del borgo calabrese, come era stata "facile previsione", è ancora entrato in funzione. Del resto, in quel luogo, quale mai potrebbe essere la sua utilità?
... Come un secondo "grattacielo" a Pinerolo? ...Sic!

Fonte: blog presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo - 13 settembre 2013

…Aspettando Renzo Piano ( a Pinerolo), cosa può legare un semaforo (in Calabria) ad un grattacielo (a Pinerolo)?


Il borgo calabrese, il semaforo sull'antico muro,  il "grattacielo" di Pinerolo


Al ritorno da una breve vacanza nel paese natìo, in Calabria, mi arrovella una domanda: cosa può legare il semaforo posto su un antico muro di sostegno di un borgo calabrese all’idea di un “grattacielo” a Pinerolo? 
Il quesito mi viene sollecitato da quanto si legge in un documento allegato alla delibera approvata dall’amministrazione pinerolese nello scorso mese di luglio. La delibera prevede la vendita dell’area dei cosiddetti “Portici Blu” al fine di realizzare “(…) un edificio capace di lasciare un segno forte sul paesaggio cittadino”. Un “secondo” grattacielo a Pinerolo?
Lasciare un segno forte…” Mi sono chiesto: è forse  lo stesso principio, fatte le debite proporzioni, che ha ispirato gli amministratori del borgo calabrese posizionando il semaforo sull’antico muro, forse come segno di modernità o come gesto concreto dell’attenzione che l’ amministratore ha nei confronti dei bisogni della sua comunità?
Eppure, visti nel loro contesto e riflettendo sui due “oggetti”, il semaforo sull’antico muro così come il “grattacielo” nel panorama di Pinerolo, mi viene da pensare che entrambi rappresentano, a mio parere, due elementi “osceni”. “Osceni” nel significato etimologico della parola latina da cui deriva il termine “osceno”: “ob scenum”, ovvero qualcosa che è fuori dalla scena, fuori dal contesto, qualcosa di inadeguato.
Memorie degli studi universitari alla facoltà di Architettura di Torino, uno dei principi che più mi affascinavano era quello delgenius loci”, lo spirito del luogo, la vocazione di un luogo. Un principio fondamentale che, come apprendevamo, aveva determinato la varietà delle forme architettoniche espresse dalle differenti culture e civiltà: fondato sul rispetto delle atmosfere e del carattere spirituale dei luoghi, delle tradizioni costruttive, sulla sensibilità per l’uso di materiali. Cosicché, sino a qualche decennio orsono era piuttosto agevole individuare il luogo, la nazione -e quindi la cultura- che aveva “costruito” un edificio, una casa, un’opera architettonica, un disegno urbanistico. Saper cogliere ed esprimere nel progetto che si elaborava il “genius loci”, lo spirito del luogo, secondo i nostri docenti era un elemento discriminante per rendere oggettivamente ammirevole, qualificante e giustificata, l’opera di un professionista che ambisse a svolgere il lavoro di architetto.
La realtà della professione dell’architetto, al di fuori dalle aule universitarie e soprattutto in Italia, è stata davvero differente. La figura dell’architetto, come altre, in Italia si è trasformata spesso in quella di un mero esecutore di ordini, volontà e programmi altrui. Ma non pensiamo di ritrovare facilmente lo spirito della famiglia dei Medici, di Giulio II,  o anche dei Savoia,  nelle vesti di pubblici e privati committenti! La speculazione edilizia, la forza della “rendita”, a volte “il malaffare”, questi i “poteri-committenti” che hanno provocato il degrado di tanti paesaggi e “luoghi” italiani e che hanno visto -troppo spesso!- accondiscendenti e ignavi esecutori proprio in coloro che della bellezza dei luoghi, della loro difesa e creazione, avrebbero dovuto essere strenui e appassionati protagonisti.
Se cerchiamo un segno dell’inizio dell’apocalisse architettonica e urbanistica italiana -e anche dell’etica della nazione- forse dobbiamo rievocare l’inquietante proclama che scosse la Sicilia all’inizio del 1960:Palermo è bella! Facciamola più bella!”.

uno dei tanti episodi del "Sacco di Palermo": Villa Rutelli, demolita, e l'edificio che la sostituì.
Palermo, Via della Libertà angolo Via La Marmora
Con le parole pronunciate dall’allora sindaco di Palermo, Salvo Lima, in realtà si dava il via  a quello che la storia avrebbe definito “Il Sacco di Palermo”: la devastazione urbanistica ed architettonica di una delle più belle città italiane, palermo, e del paesaggio nella quale la città era immersa, la Conca D’Oro”. Nel giro di pochi anni, il luogo che fece dire a Goethe «chi ha visto tutto questo non lo dimentica più» venne sepolto da una colata di trecento milioni di metri cubi di cemento di edilizia residenziale.  Ora sappiamo che un destino comune avrebbe unito Palermo a tante parti d’Italia. Da Sud a  Nord, ora sappiamo come è andata a finire. Opere cinematografiche come il film di Francesco Rosi, “Le Mani sulla Città”, ancora oggi potrebbe spiegare dinamiche e fenomeni a cui non abbiamo saputo (voluto?) opporci o che tentiamo di relegare ad un passato lontano. Oggi sappiamo che il degrado formale dei luoghi, degrado architettonico e urbanistico, altro non è che il segno tangibile del decadimento culturale ed etico di una comunità, di una nazione!
panorama di Pinerolo con l'ob-scenium del "grattacielo"
Magari in buona fede, committenti e progettisti del grattacielo di Pinerolo  muovevano forse da un impeto simile? “ Pinerolo è bella! Facciamo ancora più bella!” Ai tempi della sua costruzione, avvenuta negli ultimi anni ’50 del Novecento, anche il grattacielo di Pinerolo fu salutato da alcuni come simbolo del progresso che investiva e risollevava l’Italia del dopoguerra. Tuttavia, negli anni a seguire non tardò molto che “il grattacielo” si riducesse a quello che era nella realtà: il segno di una modernità vacua, un errore culturale – un po’ presuntuoso, un “ob-scenum”- compiuto nel tessuto e nel panorama di una delle più belle cittadine piemontesi.
Troppo tardi si è levata la voce di Renzo Piano, l’archi-star umanista italiano, quando giunse ad ammonire i colleghi: “Occorre anche saper dire dei no!”.
Occorrerebbe riflettere invece su quanto decoro, sapienza urbanistica e valore architettonico d’insieme, esprimano tanti antichi borghi, paesi e cittadine di ogni regione italiana, anche quelli sorti in luoghi nei quali il retaggio della povertà economica ne costituiva tratto essenziale. In quei luoghi, oscuri artigiani dell’architettura e dell’urbanistica avevano “disegnato” e costruito assecondando proprio “il genius loci”, la vocazione dei luoghi di cui parlavo prima,. Borghi, paesi e cittadine che tante volte oggi ritroviamo offesi in paesaggi sviliti, oltraggiati da “cose-case” oscene o informi periferie, frutto di volontà, cultura e valori davvero diversi da quelle che -per secoli- ne avevano animato la crescita lenta, organica, meditata e “sostenibile” (come diremmo ora dall’alto della nostra presunta "modernità culturale").
Nella aule universitarie delle facoltà di architettura, come nei luoghi ove si amministra “la cosa pubblica”, dovrebbero risuonare anche le parole semplici di Peppino Impastato, non già architetto o critico-teorico di moderna e acclarata fama ma semplice martire nel nome della Giustizia e della Bellezza di questa nostra Italia:Se si insegnasse la Bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilà: si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di quei luoghi prima, ed ogni cosa per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. E’ perciò che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.
E allora, poco a poco, mi pare di intravedere il legame fra il semaforo di uno sperduto borgo della Calabria e l’idea di un grattacielo” di una  ridente cittadina piemontese… Aspettando un Renzo Piano (o un semplice “bertoncelli”) che ci insegni a saper dire anche dei “no!
Arturo Francesco Incurato
referente presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo


 P.S.: il semaforo “calabrese” – posto a gestire un traffico in realtà inesistente - non è ancora funzionante, come nella triste tradizione di quella regione ( ma non solo in  quella)!...ed è anche vero che con l’arrivò del cosiddetto “International style”, e dei cosiddetti “archi-stars”, non è più così “osceno” proporre a Milano un progetto rifiutato a New York!...Sic!

mercoledì 10 settembre 2014

Don luigi Ciotti:"I malavitosi non sarebbero nessuno se una parte dell’imprenditoria o della politica non permettesse loro di entrare nel tessuto sano della società».

Ancora una volta, un articolo pubblicato da La Stampa riprende le parole pronunciate da  Luigi Ciotti in uno dei tanti appuntamenti a cui, infaticabilmente, il sacerdote torinese partecipa cercando di rompere muri di ipocrisie e di convenienze. Per l’ennesima volta, Luigi Ciotti ritorna sul concetto scomodo che “la mafia siamo noi”. Riprende e ripete il concetto scolpito nelle pagine del diario di quella ragazzina siciliana che si chiamava Rita Atria, quella ragazzina che proprio quest’anno avrebbe compiuto i suoi quarant’anni: “(…) la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci.”
Ancora una volta , Luigi Ciotti denuncia che la la mafia siamo noi perche “(…) I malavitosi non sarebbero nessuno se, una parte dell’imprenditoria o della politica, non permettesse loro di entrare nel tessuto sano della società».  
Una imprenditoria che non si cura della provenienza di capitali e che non si preoccupa del fatto che investimenti e progetti siano a favore del bene delle comunità.
Una politica che sceglie e "pesa" i suoi uomini sulla base del “pacchetto di voti” di cui ciascuno è portatore. Una politica che, ad ogni tornata elettorale, ripropone “professionisti” e “opportunisti”, volti e maschere, immutabili o di “gattopardiana” memoria.
Proprio in occasione della Giornata della memoria dello scorso 21 marzo 2014, dal palco di Latina don luigi Ciotti urlò:Basta leggi e più  Legge!”. Basta leggi!..più Giustizia! Questo il significato di quelle parole, proprio mentre era in discussione la ri-definizione dell’articolo 416-ter, articolo che avrebbe dovuto punire efficacemente il reato di scambio politico-mafioso. Lo sentimmo personalemte Luigi Ciotti tuonare contro “leggi che sono frutto di accordi sottobanco fra i partiti”, leggi finiscono col favorire mafiosi e delinquenti e di cui il nostro paese ha triste e lunga esperienza: leggi “ad personam”, reati depenalizzati, parole svuotate di significato -legalità e giustizia, antimafia , "parole una volta nobili e ora snaturate da un usosuperficiale che le ha rese inservibili".
Proponiamo l’articolo anche e soprattutto per un altro motivo: quanto riportato, pare confermare pericolosamente le critiche e le perplessità che hanno accompagnato la nuova formulazione del 416-ter, l'articolo che doveva dare efficacia alla persecuzione del reato del voto di scambio scambio politico-mafioso Si paventava che la nuova formulazione dell’articolo e la riduzione delle pene previste. fossero provvedimenti ancora una volta frutto di quegli accordi sottobanco che in questi decenni, di fatto, hanno spuntano le armi di inquirenti e forze dell’ordine. Leggi poco chiare, lungaggini, provvedimenti che riducono ”uomini e risorse” all’azione di prevenzione e di repressioni. Azione che non è certo sufficiente a debellare le mafie ma che, comunque, è azione necessaria, indispensabile.
Pesano, e chiamerebbero a riflessioni e azioni profonde, le parole di Luigi Ciotti: "I malavitosi non sarebbero nessuno se una parte dell’imprenditoria o della politica non permettesse loro di entrare nel tessuto sano della società».  


Fonte: La Stampa

“Sulla ’ndrangheta non si deve tacere”

Don Ciotti: non si può demandare la lotta alle forze dell’ordine

07/09/2014
GIANNI GIACOMINO
Don Luigi Ciotti non lo dimentica che «alcuni Comuni della Valchiusella furono i primi in Italia a sistemare sui cartelli il logo di Libera e della lotta alle mafie. E anche per questo vengo qui molto volentieri». La gente di questa valle lo accoglie con grande calore. Ieri mattina, centinaia di persone, hanno assiepato il salone polivalente di Alice Superiore, per incontrare don Ciotti, invitato dall’associazione «Mastropietro onlus», coordinato dall’infaticabile Gigio Costanza. C’erano anche diversi sindaci e amministratori di quel Canavese che, tre anni fa, fu squassato dall’operazione «Minotauro», operazione condotta contro la ’ndrangheta e  che svelò come sul territorio erano attivi, da tempo, i locali di Cuorgnè, San Giusto, la «bastarda» di Salassa e i vicini della cosca di Volpiano, da sempre considerata dagli investigatori una delle più pericolose.  

«Ma non è finita»  
Ammonisce con forza, don Ciotti che il boss Totò Riina vorrebbe morto. «Invece siamo preoccupati per segnali che arrivano da altri contesti» ammette sibillino il sacerdote, fondatore del Gruppo Abele e di Libera. «Nel Torinese è stato dimostrato che la ’ndrangheta esiste, è in mezzo a noi, è trasversale. Molte di quelle che io chiamo “verità” le vediamo passeggiare per i paesi, notiamo delle frequentazioni, sappiamo delle cose. Per questo occorre un senso di corresponsabilità da parte di ognuno di noi. Non si deve aver paura e non si può delegare tutto alle forze dell’ordine». Don Ciotti ammette che: «Anche qui le mafie hanno rialzato la testa potendo contare su grande liquidità di denaro in questo periodo di crisi. Ma, il vero problema, non sono le organizzazioni criminali. I malavitosi non sarebbero nessuno se, una parte dell’imprenditoria o della politica, non permettesse loro di entrare nel tessuto sano della società».  

Leggi poco chiare  
Tra le sentenze di primo grado del processo Minotauro e l’Appello, si infila ora il nuovo articolo 416-ter del Codice penale sul voto di scambio tra mafia e politica.
In sintesi, secondo la recente interpretazione della legge (applicata pochi giorni fa dalla Cassazione nei confronti di un politico siciliano), è necessario provare l’impegno diretto delle organizzazioni criminali nell’intimidire l’elettore. Una lettura che potrebbe avere risvolti anche sulla posizione dell’ex sindaco di Leini Nevio Coral e sull’ex segretario del Comune di Rivarolo, Antonino Battaglia. Il primo è stato condannato a dieci anni per concorso in associazione esterna. Per i magistrati, Coral avrebbe messo i suoi cantieri a disposizione delle cosche e avrebbe elargito denaro per raccogliere voti. Sia in favore del figlio Ivano, candidato alle provinciali del 2009, sia per se stesso, quando tentò di diventare primo cittadino di Volpiano nel 2011. «La nuova formulazione del 416-ter potrebbe alleggerire la posizione del mio assistito – non nasconde l’avvocato Roberto Macchia – Coral non è mai stato dimostrato avesse la consapevolezza che, le persone attivate in occasione delle campagne elettorali, facessero parte o fossero vicine a organizzazioni criminali. E non mi risulta che nessuno sia mai stato intimidito». 

«Chiarezza sul voto di scambio»  
Il processo d’appello a Battaglia (due anni per voto di scambio semplice in favore del vecchio sindaco di Rivarolo, Fabrizio Bertot) è fissato per il prossimo 15 dicembre. E la Procura ha inoltrato ricorso proprio perché venga rivista la sua posizione in base al 416-ter. «Non si è mai provata l’erogazione di denaro a mafiosi da parte di Battaglia e, infatti, il primo grado ha accolto la nostra versione – evidenziano l’avvocato Franco Papotti, che difende Battaglia con il collega Cesare Zaccone –. Ma abbiamo presentato ricorso perché riteniamo che non ci sia nemmeno stata la promessa di denaro».
Riflette don Ciotti: «La legge sul voto di scambio e sulla corruzione deve essere chiara e categorica perché quello che mi distrugge sono proprio le lungaggini di questi provvedimenti. E, così, il 35% dei processi finisce in prescrizione». Scuote la testa: «Il decreto sulla confisca dei beni alle mafie è fermo da due anni, capite? Due anni. E questo blocca ben 55 mila beni sequestrati, è assurdo». 


venerdì 5 settembre 2014

Che cosa è la trattativa? Quello che ci hanno detto i mafiosi? O quello che non ci hanno detto i politici? “

Due giorni orsono, al Festival del Cinema di Venezia è stato presentato - fuori concorso- l'ultimo film-documentario di Sabina Guzzanti : " La trattativa". 

Attilio Bolzoni (giornalista):Di cosa si parla quando si parla di trattativa? Delle concessioni dello Stato alla mafia in cambio della cessazione delle stragi? Di chi ha assassinato Falcone e Borsellino? Dell’eterna convivenza fra mafia e politica? Fra mafia e Chiesa? Fra mafia e forze dell’ordine? O c’è dell’altro?(...) Vanno in scena gli episodi più rilevanti della vicenda nota come "trattativa Stato-mafia", tra mafiosi, agenti dei servizi segreti, alti ufficiali, magistrati, vittime e assassini, massoni, persone oneste e coraggiose e persone coraggiose fino a un certo punto.
È la lunga cronaca dell'estate più infame di Palermo che s'intreccia con misteri di Stato passati e futuri, tutti gli avvenimenti ordinati con puntiglio uno dietro l'altro senza aggiungere o togliere nulla, senza mai lasciarsi sopraffare dalle vicende esclusivamente giudiziarie o nell'inseguire tesi di questo e quell'altro magistrato. I fatti, solo i fatti - spesso mai negati persino dagli stessi protagonisti trascinati davanti a una Corte d'Assise per rispondere di "attentato a corpo politico dello Stato" - raccolti in un'ora e 40 minuti che alla fine lasciano senza fiato.
 Il film della Guzzanti comincia e finisce con una domanda seguita da altre due domande. Che cosa è la trattativa? Quello che ci hanno detto i mafiosi? O quello che non ci hanno detto i politici?".
Sabina Guzzanti ( non solo "attrice"): "(...) Mi sono chiesta come sarebbe l'Italia di oggi se quella trattativa non ci fosse stata, dopo le stragi del 1992 c'era la possibilità di cambiare e invece oggi noi abbiamo gli stessi imprenditori di trenta anni fa, abbiamo i rappresentanti del capitalismo più imbarazzante d'Europa e ancora le mafie più potenti d'Europa. (...) Purtroppo quelli che racconto sono fatti realmente accaduti, verificati più di mille volte nel lavoro di riscontro che ho fatto insieme agli esperti di questa materia. In Italia dagli anni Novanta in poi ci siamo abituati ad aspettare i risultati di un processo prima di poter parlare di qualcosa, ma non è che finché non si trovano i responsabili penali di un fatto, l'opinione pubblica non può venirne a conoscenza. Sulla mancata perquisizione del covo di Riina c'è poco da fare, è andata così; c'era la possibilità di venire a sapere i nomi di tutti i collaboratori della mafia nel mondo politico e imprenditoriale e si è vanificata questa possibilità. Lo stesso Borsellino in una celebre intervista ( n.d.c.s.: la lezione che P. Borsellino tenne a bassano del Grappa nel 1989) diceva che non è che se un politico ( sul quale gravano pesanti indizi) viene assolto vuol dire che è innocente, ma che non sono state trovate prove per condannarlo. L'opinione pubblica però dalla conoscenza di alcuni fatti può trarre le sue conclusioni".(...)Nell'apprendere certe cose e nell'approfondire queste questioni ho avuto momenti di paura e di depressione - conclude Guzzanti - ho pensato le solite cose che pensiamo tutti: me ne vado, che ci sto a fare qui? Ma lo scopo del film era mettere in grado tutti, anche chi non legge il giornale tutti i giorni o non lo legge mai, di capire quei fatti che hanno cambiato il corso della nostra democrazia. Le istituzioni italiane hanno sempre avuto paura della democrazia e hanno finito per scegliere sempre un'altra strada con qualcuno che si prende la responsabilità di prendere decisione per noi, per il bene del paese. Il film dice che se non ci fosse stata questa trattativa il nostro sarebbe stato un paese migliore e forse oggi avremmo ancora Falcone e Borsellino". 
la locandina del film ha suscitato reazioni e discussioni
Come scrive Attilio Bolzoni su La Repubblica "(...) il film  ha già acceso discussioni dopo soli due minuti di trailer e dopo l'apparizione di quel logo che raffigura lo stemma della Repubblica italiana con al centro - al posto della tradizionale stella - un uomo nero con coppola e lupara, entra nelle pieghe più oscure di un'Italia che da sempre sopravvive fra patti e ricatti". 
Le discussioni, le reazioni "sdegnate, sull'icona del mafioso raffigurato nella locandina paiono davvero, ancora una volta, come tentativi maldestri di coloro che si ergono presti a difendere quegli anfratti del Potere oscuro su cui il film cerca di far luce;  la vecchia storia degli stolti che, anzichè guardare alla Luna, fissano inebetiti il dito che indica la Luna.

Scrive ancora A.Bolzoni: "La trattativa" spiega tutto con ordine. Chi vuole può capire, può anche intuire che i personaggi presentati non sono gli unici ad avere avuto a che fare con quegli accordi. Ci sono complici rimasti nell'ombra". 
Quanto è accaduto pare voler mostrare qualcosa di ancor più grave: ci pare di comprendere che continua ad essere vivo  quel patto  scellerato  fra "pezzi" del potere che domina l'Italia e che, come abbiamo detto più volte, si manifesta nell'intreccio forte, evidente e acclacrato, della famigerata triade: "cosche-cricche-caste". 
Le mafie, lo sappiamo bene (lo sa Sabina Guzzanti) , non sono più da un pezzo "l'uomo in coppola e lupara" ritratto nella locandina del film della Guzzanti: le mafie (cosche-cricche-caste) sono "relazioni" e capitali da ripulire  ed investire in attività redditizie; sono speculazioni immobiliari e finanziarie, attività imprenditoriali  per le quali  poco stimabili professionisiti, professori, mala-politica,  creano maschere di legalità;  sono nella gestione degli appalti pubblici; sono nell'affare sempiterno del Sistema Sanitario nazionale;  sono nelle cosiddette "grandi opere"... 
E allora lo scandalo vero di questa Italia, un paese dove le stragi - da Portella delle Ginestre- sono servite "a pezzi" del Potere per difendere e preservare se stesso ,  non risiede forse nella complicità  continua fra mala-politica e mafie, laddove questo intreccio consente ad alcuni esponenti di primo piano di quel sodalizio di sedere nelle aule parlamentari italiane a stabilire regole e dettami ad una intera nazione? 

mercoledì 3 settembre 2014

3 settembre 1982. Cento giorni di solitudine.Il dovere di fare memoria: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emmanuela Setti Carraro, Domenico Russo .

Cento giorni di solitudine bastarono ai poteri mafiosi ( e non solo mafiosi) per spegnere  "la speranza" dei palermitani e degli italiani onesti. Cosi' venne ucciso il generale Dalla Chiesa, nominato prefetto di Palermo per sconfiggere la mafia.  Carlo Alberto Dalla Chiesa fu la "vittima sacrificale": lasciato solo dallo Stato "...a Palermo, con i poteri del prefetto di Forlì". Così ebbe a dire lui stesso, con triste ironia, nella ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982  e che riportiamo  qui 


Riproponiamo l'articolo scritto nel settembre 2012 da Francesco Licata per commemorare il trentennale della strage nella quale furono uccisi Carlo Alberto dalla Chiesa, Emmanuela Setti Carraro, e l’agente Domenico Russo. Sottolineiamo la conclusione dell'articolo:"(...) Fu solo mafia?(...) una coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo. La mafia siciliana ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri."

fonte: La Stampa

Carlo Alberto Dalla Chiesa,

quei cento giorni di solitudine


Il 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini a Palermo vengono uccisi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emmanuela Setti Carraro. La loro A112 bianca venne crivellata di colpi di kalashnikov Ak-47

Trent’anni fa lo Stato lo lasciò solo, la mafia uccise lui e la moglie e l'agente di scorta

FRANCESCO LA LICATA
PALERMO
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato in una calda serata sciroccosa. Erano passate da poco le 21 del 3 settembre 1982 e la A112 color crema, guidata dalla giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro, imboccava la via Isidoro Carini, lasciandosi alle spalle Villa Whitaker - sede della Prefettura - diretta verso il refrigerio di un ristorante all’aperto del golfo di Mondello. Seguiva l’utilitaria l’agente Domenico Russo, alla guida dell’Alfa blu che il generale-prefetto non utilizzava, convinto che l’anonimato di una «normale macchinetta» offrisse maggiori garanzie di sicurezza dell’auto blu, immediatamente identificabile.
Precauzione inutile, perché la task-force messa in campo da Cosa nostra monitorava da diverse ore i movimenti del bersaglio e forse aveva potuto disporre anche della soffiata partita da Villa Whitaker, da qualcuno che controllava strettamente il generale.
Due macchine e due moto rasero al suolo la A112, senza risparmio di violenza e a nulla valse la protezione offerta ad Emmanuela dall’abbraccio coraggioso del marito. L’agente Russo fu finito dal killer più sanguinario di quel momento: Giuseppe Pino Greco, detto «Scarpuzzedda».
il cartello che qualcuno scrisse sul luogo della strage
I palermitani stavano a cena, davanti ai televisori. La notizia, tuttavia, non l’ebbero dai telegiornali perché arrivò prima il passaparola. Esplose così rapida da richiamare in pochi minuti una folla di gente in piedi, impietrita in un silenzio irreale, con gli occhi rossi di rabbia. Quando, ormai a notte fatta, fu smontata la scena e i fari, i lampeggiatori delle volanti, si spensero, rimase solo la fragile disperazione di una città, sintetizzata in un cartello che sentenziava: «Qui muore la speranza dei palermitani onesti».
Così fu spenta una luce che si era accesa appena cento giorni prima, sull’onda dell’ennesimo eccidio mafioso che aveva colpito il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, abbattuto dalla mafia insieme con l’amico, compagno e scorta volontaria, il militante Rosario Di Salvo.
La speranza, per la verità, non era nata sotto i migliori auspici. Il generale era stato inviato a Palermo come un’arma spuntata: Roma non aveva voluto dargli gli stessi poteri che gli erano stati dati nella lotta al terrorismoPrefetto senza poteri speciali: un messaggio rassicurante per la palude palermitana, preoccupata per la presenza di un uomo deciso, carabiniere nel Dna, poco incline alle pantomime sicule dell’indignazione senza conseguenze.
E infatti la città gli dimostrò immediatamente tutta la propria avversione. La città del potere, ovviamente. Perché i cittadini, invece, riponevano molte aspettative sulle capacità del prefetto. Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo in incognito. Ignorò l’auto che l’aspettava in aeroporto, montò su un taxi ed arrivò in Prefettura «pieno» delle notizie e degli umori strappati al tassista loquace. Non si fidava, il generale, e con quella «presentazione» intendeva mettere subito le cose in chiaro.
Fu criticato, ovviamente, per quella scelta. Non gli furono risparmiate ironie e commenti, pesanti allusioni sulla differenza di età con la giovane seconda moglie: insomma tutto il repertorio della maldicenza e della mafiosità locale. Persino il sindaco, l’avvocato Nello Martellucci, uomo del gruppo di potere dominante (Lima, Ciancimino, Gioia), si rifiutò di portargli il saluto con la pretestuosa motivazione che doveva essere il generale a «presentarsi» al padrone di casa. E come lo sbeffeggiavano quando andava nelle scuole a parlare di legalità coi ragazzi o quando faceva sequestrare agli angoli delle strade il pane prodotto e venduto abusivamente
Solo Leonardo Sciascia capì il valore di quel gesto e spiegò che non si poteva battere la mafia fino a quando i mercati di Palermo sarebbero rimasti repubbliche indipendentiCome a dire c’è Cosa nostra ma anche qualcosa di più subdolo, per esempio la mafiosità.
La solitudine del generale, in quei cento giorni palermitani, è stata ricordata più volte dal figlio, Nando, che non ha mai modificato il suo giudizio duro sulla politica che isolò il padre (giudizio riproposto oggi a Luciano Mirone, autore di «A Palermo per morire»). E quando si parla dell’isolamento di Dalla Chiesa il discorso non può non cadere sul rapporto con Giulio Andreotti, a cui il generale, in partenza - «disarmato» per Palermo - anticipa che non avrà «nessun riguardo per la corrente Dc più inquinata» (quella di Salvo Lima, di Gioia, di Ciancimino e dei cugini Ignazio e Nino Salvo). Li conosceva bene, il prefetto, quei personaggi. Aveva redatto un rapporto destinato alla Commissione antimafia, quando era comandante della Legione a Palermo. Ma quell’analisi - ricorda il figlio Nando - era arrivata in Parlamento molto manipolata, addirittura coi nomi «sbianchettati».
Qual era lo stato d’animo del generale e della giovane moglie, pochi giorni prima dell’eccidio? Bastano le parole dette al telefono alla madre da Emmanuela: «Non posso venire a Milano, non voglio lasciare Carlo nemmeno per un momento, chi lo salverebbe? Siamo dimenticati, mamma, da chi ci dovrebbe tutelare». 
l'immagine dell'auto e dei corpi del  prefetto e di sua moglie
Gli assassini del generale, della moglie e dell’agente sono stati condannati. Ma si tratta dei macellai. Mancano le menti raffinatissime, per dirla con le parole di Giovanni Falcone
Chi ha tradito Dalla Chiesa? Quale conto hanno fatto pagare al generale sabaudo mandato nella terra degli infedeli? 
Persino la Chiesa siciliana, solitamente cauta, nel giorno dei funerali usò parole di fuoco e puntò il dito sul potere ignavo: «Mentre a Roma si discute sul da farsi, Sagunto viene espugnata», gridò il cardinal Pappalardo dal sagrato della basilica di San Domenico.
Fu solo mafia? Oppure il «conto» inglobava anche i segreti del sequestro Moro e di quel grumo conseguente, conosciuto alle cronache come l’affaire del giornalista Mino Pecorelli? Certo, dopo trent’anni è difficile andare a rovistare nei pozzi neri, forse andava fatto subito. Ma una coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo. La mafia siciliana ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. 
Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri.

martedì 2 settembre 2014

Don Luigi Ciotti: le minacce di Riina contro la giustizia e la dignità del nostro Paese.




le minacce di Totò Riina a Don Luigi Ciotti arrivano dopo le minacce al giudice Nino Di Matteo. Manifestazioni di solidarietà a Luigi Ciotti sono giunte questa volta persino dalle più alte cariche dello Stato. Quelle stesse alte cariche che non le ritennero invece dovute nei confronti di Nino Di Matteo, uno dei giudici impegnati nel processo sulla trattativa Stato-mafia e al cui fianco don Luigi Ciotti fu tra i primi a schierarsi con parole chiare che qui ricordiamo. 

Pertanto, a nostro parere, bene fa don Luigi Ciotti a scansare la "solidarietà scontata" richiamando invece tutti quanti - politica e società - alle proprie responsabilità.

Alla politica l'onere di produrre atti concreti e coerenti contro le mafie, atti che non siano frutti scadenti di "accordi sottobanco fra i partiti". Così si espresse testualmente Luigi Ciotti in un incontro con la comunità di Roletto ( To) nei giorni che precedevano formulazioni di leggi  quali quella del 416/ter.

Alla società civile ( e responsabile!)  l'onere di una presa di coscienza sempre rinviata: per comodità , per opportunismo, per convenienza.

Sottolineamo alcune delle parole di don Luigi Ciotti: "(...) Le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l'insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunita' che rialzano la testa e non accettano piu' il fatalismo, la sottomissione, il silenzio. (...) La politica deve pero' sostenere di piu' questo cammino. La mafia non e' solo un fatto criminale, ma l'effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune .(...)

". 



fonte: Liberainformazione

Le minacce di Riina sono rivolte a tutte le persone impegnate per la giustizia e la dignità

di Luigi Ciotti il L'analisi

Le minacce di Totò Riina dal carcere sono molto significative. Non sono infatti rivolte  solo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent’anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza.

Solo un “noi” – non mi stancherò di dirlo – può opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilità, per questo ha sempre creduto nel fare insieme, creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile.
Le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l’insidia, oltreche dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunità che rialzano la testa e non accettano più il fatalismo, la sottomissione, il silenzio.
Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. Siamo al fianco dei famigliari delle vittime, di chi attende giustizia e verità, ma anche di chi, caduto nelle reti criminali, vuole voltare pagina, collaborare con la giustizia, scegliere la via dell’onestà e della dignità. Molti famigliari vanno nelle carceri minorili dove sono rinchiusi anche ragazzi affiliati alle cosche.
La politica deve però sostenere di più questo cammino. La mafia non è solo un fatto criminale, ma l’effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune.
Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi. Ad esempio sulla confisca dei beni, che èun doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un più in quelli della cultura, del lavoro, della dignità che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie.
Lo stesso vale per la corruzione, che è l’incubatrice delle mafie. C’è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità, dei patti sottobanco, dall’intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze! Corrotti e corruttori si danno manforte per minimizzare o perfino negare il reato. Ai loro occhi è un’azione senza colpevoli e dunque senza vittime, invece la vittima c’è, eccome: è la società, siamo tutti noi.
Per me l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi. Alsuo richiamarci a una “fame e sete di giustizia” che va vissuta apartire da qui, da questo mondo.
Riguardo don Puglisi – che Riina cita e a cui non oso paragonarmi perché sono un uomo piccolo e fragile – un mafioso divenuto collaboratore di giustizia parlò di “sacerdoti che interferiscono”. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che “interferisce”, che non smette di ritornare – perché è lì che si rinnova la speranza -al Vangelo, alla sua essenzialità spirituale e alla suaintransigenza etica.
Una Chiesa che accoglie, che tiene la porta aperta a tutti, anche a chi, criminale mafioso, è mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione.
Una Chiesa che cerca di saldare il cielo alla terra, perché, come ha scritto il Papa Francesco: «Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo».

martedì 5 agosto 2014

QUESTA SERA A PINEROLO: CONCERTO di CISCO e LA STRADA

VI INVITIAMO

Pinerolo 5 agosto 2014, ore 21.00 -"Area Spettacoli Corelli"- via Dante Alighieri n. 9: 
Concerto di Ciscoautore della colonna sonora originale del film  "I Cento Passi",  con i  Modena City Ramblers . Lo ricordiamo: "I cento Passi" è stato il film di che ha avuto il merito di aver fatto "scoprire" a molti di noi la storia di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nella notte fra l'8 e il 9 maggio 1978.  
Il concerto di CISCO sarà preceduto dall'esibizione del gruppo pinerolese "LA Quadrilla"






LA STRADA LIBERA
presidio LIBERA " Rita Atria " Pinerolo e LA ROUTE degli scout 
del gruppo Clan Carrick 1, gruppo Capaci 1 gruppo Cognento 1

Il concerto di questa sera  servirà anche per celebrare quanto è avvenuto a Pinerolo proprio in questi giorni. 
L'AGESCI  vive, proprio in questi giorni, il momento che precede il suo raduno nazionale: " la Route" che si svolgerà nella tenuta presidenziale di San Rossore , in Toscana, a partire da domani 6 agosto. Il tema del raduno è "Il Coraggio"
Uno dei gruppi scout di Pinerolo, il gruppo Clan Carrick 1 in questi giorni ha ospitato due gruppi-scout: il gruppo Capaci 1proveniente da Capaci, in  Sicilia, e il gruppo il gruppo Cognento 1 proveniente da Modena.
Divisi in gruppi, gli scout  hanno compiuto attività e riflessioni affiancando quatto associazioni pinerolesi fra cui il presidio di LIBERA “ Rita Atria “. Le ragazze d i ragazzi con cui abbiamo lavorato hanno trascorso questi giorni a “Cascina Arzilla” a Volvera, il bene confiscato affidato a LIBERA.