lunedì 14 gennaio 2013

Il sen. Giulio Andreotti compie 94 anni . Noi lo ricordiamo così


Oggi il sen. Giulio Andreotti compie 94 anni. Per non dimenticare cosa è stato, noi oggi ricordiamo l'assassinio di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) e la Sentenza Corte della Corte di Appello di Palermo, 2 maggio 2003, con le parole del Procuratore di Torino Gian Carlo Caselli,  



Gli incontri tra Giulio Andreotti e i boss mafiosi al fine di discutere il delitto Mattarella, e di cui parla Gian carlo Caselli, sono trattati nella Sentenza Corte di Appello di Palermo 2 maggio 2003, Parte III cap. 2 pp. 1093-1185 Presidente Scaduti, Relatore Fontana. 
In particolare, nelle conclusioni si legge (pp. 1514-1515): 
Piesanti Mattarella
insieme al Presidente Sandro Pertini
«(...) Del resto, ad ultimativo conforto dell’assunto, basta considerare proprio la vicenda, assolutamente indicativa,  che ruota attorno all’assassinio dell'on. Pier Santi Mattarella. 
Anche ammettendo la prospettata possibilità che l’imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli ( Giulio Andreotti . n.d.r.) nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell’on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali. A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è "sceso" in Sicilia  per chiedere al boss Stefano Bontade conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che leggersi come espressione dell’intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sull'azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse

giovedì 10 gennaio 2013

Le comunicazioni dei due candidati legati a LIBERA


Ci avviciniamo alle elezioni politiche. Nelle settimane trascorse LIBERA aveva ribadito la sua indipendenza da qualsiasi partito o movimento e il carattere e lo spirito a-politico e a-partitico dell’Associazione. 
Notizia oramai confermata è che due esponenti legati a  LIBERA sono stati invitati a candidarsi: Gabriella Stramaccioni, attuale direttrice nazionale di LIBERA, ha accettato la candidatura offerta dal movimento "Rivoluzione Civile"  guidato da Antonio Ingroia; Davide Mattiello, fondatore e presidente di "Benvenuti in Italia" e già nel direttivo di LIBERA,  ha accettato la candidatura nelle file del PD.
Riconoscendoci nei principi e nel carattere dell'Associazione LIBERA, riconoscendo nel contempo la facoltà di ogni libero cittadino a partecipare attivamente alla vita politica della nazione, auguriamo ai due candidati un lavoro proficuo e utile alla rinascita del nostro Paese
Lettera di  Gabriella Stramaccioni.
Cari amici di Libera e del Gruppo Abele, queste poche righe per comunicarvi che ieri ho accettato definitivamente la proposta di Antonio Ingroia a presentarmi nella sua lista "Rivoluzione Civile" che correrà alle prossime elezioni. La decisione,non facile, scaturisce da tre elementi fondamentali
 1) Antonio Ingroia me lo ha chiesto ripetutamente e convintamente perchè pensa che qualora questa lista possa raggiungere il quorum per entrare in Parlamento, (4%), ci possa essere una maggiore opportunità di affrontare i temi dei quali ci siamo occupati in questi anni (soprattutto lotta alle mafie e alla corruzione) che sono state una delle cause fondamentali del drenaggio di risorse al sociale, al lavoro, all'istruzione, ecc..
 2) Questa lista (sempre qualora raggiunga lo sbarramento del 4%) potrebbe   portare in parlamento sensibilità legate al mondo dell'associazionismo ( che sarà largamento rappresentato nella scelta dei candidati)
3) Dopo 18 anni di impegno attivo e responsabile  in Libera reputo sia giusto, anche per me ,intraprendere altri percorsi ed in tale senso abbiamo proceduto con l'ufficio di presidenza in questi mesi , suddividendo maggiormente gli incarichi e soprattutto permettendo a tutta la  nostra rete di strutturarsi con maggiori strumenti e con una ottima qualità umana e di competenza dei nostri referenti. Cio' non vuol dire che abbandono Libera, ma che ,qualora  eletta , continuerò con lo stesso impegno le battaglie per gli obiettivi a noi tutti cari : in primo luogo la giustizia sociale. Sempre al fianco di Libera e del gruppo Abele che per me sono stati punti fondamentali della mia crescita umana .
Voglio anche impegnarvi con voi fin da ora che, qualora eletta, continuerò a vivere con il mio attuale stipendio  e che tutto quello che verrà dagli emolumenti previsti per le cariche parlamentari, verrà devoluto a Libera e al Gruppo Abele per realizzare parte di quei progetti e  di quelle attività che ci hanno visti protagonisti in questi anni.
Non è un addio ma un arrivederci , con un ringraziamento a tutti voi per il percorso fin qui fatto insieme.
Gabriella Stramaccioni



Lettera aperta di Davide Mattiello 
Amici,
ho accettato la candidatura alla Camera dei Deputati propostami dal Partito Democratico.
Un riconoscimento reciproco.
Il Partito Democratico ha visto in me il rappresentante di un movimento che arriva da lontano, fatto di comunità di accoglienza, di educazione alla cittadinanza nelle scuole, di reti anti mafia, di cooperazione per il lavoro.
Io vedo nel Partito Democratico il più importante partito popolare e riformista del Paese.
Non ho mai fatto parte di un partito, ma faccio parte di un gruppo che ha da sempre chiara la necessità di alimentare la Repubblica, attraverso l’utilizzo degli strumenti previsti dalla Costituzione e tra questi i partiti.
Ogni partito ha le sue contraddizioni e il PD non fa eccezione, ma chi non voglia abitare il conflitto è meglio che faccia altro e non politica.
Le modalità di questa candidatura mi permettono per altro di portare dentro il PD e dentro la politica italiana, la nostra storia ed è di questa intanto che rispondo.
Lavorerò lealmente con il Partito Democratico, perché esca dalle urne come sicura forza di governo del Paese, confortato dalla prossimità di persone che stimo, come Cesare Damiano e Ignazio Marino.
Bene ha fatto Bersani ad adottare il motto “L’Italia giusta”, mi ci ritrovo senz’altro.
L’Italia sarà più giusta prima di tutto se ci sarà più lavoro, lavoro vero, libero da ogni forma di sfruttamento.
L’Italia sarà più giusta se compirà la rivoluzione della normalità, attraverso una legge che sia uguale per tutti, se saprà aggredire con efficacia il circuito vizioso fatto di evasione fiscale, corruzione, traffici illeciti, finanza d’azzardo.
L’Italia merita una politica all’altezza della sua migliore cultura e merita una cultura che investa sull’educazione e la ricerca, scommetta sui futuri cittadini, costruisca coesione sociale e una religione civile italiana.
Per prepararci collettivamente all’impegno diretto in politica abbiamo cominciato un lungo cammino: tre anni fa mi dimettevo dalla presidenza di ACMOS, dalla referenza di Libera Piemonte e questa estate uscivo al termine del mandato triennale dall’ufficio di Presidenza di Libera. Passi fatti per distinguere e tutelare, per evitare ogni forma di strumentalizzazione e contemporaneamente per condividere l’ambizione più alta, quella di contribuire al rinnovamento delle forme della politica, ecco perché abbiamo inventato la Fondazione Benvenuti in Italia (ne abbiamo scritto nel nostro primo libro Adesso, fare nuova la politica, uscito per EGA nel 2011).
Amiamo caparbiamente e talvolta dolorosamente il nostro Paese, per questo il nostro saluto, che è anche il nostro programma, è Benvenuti in Italia!  
Davide Mattiello 





martedì 8 gennaio 2013

Beppe Alfano. 8 gennaio 1993. Uno degli otto+1 giornalisti uccisi dalla mafia in sicilia


«Che hai papà? Sei strano».
«Cose da pazzi. La gente è veramente senza faccia».
E sono andata in cucina a preparare la caffettiera. Quando sono tornata lui era dietro i vetri della finestra. Con l’indice e il pollice a torturarsi il labbro.
«Che cosa ti è successo?».
«Ho visto una persona oggi. Mi ha offerto dei soldi per smettere di scrivere».
«E tu che gli hai risposto?».
«Che aveva sbagliato a dirmi questa cosa. E che io non sono in vendita».
«E lui che ha detto?».
«Mi ha minacciato».
«Non devi preoccuparti. Lo sai come vanno queste cose da noi, uno le dice solo per vedere di che pasta è fatta la persona che ha davanti».
Sonia Alfano
brano tratto da “Le altre Siciliane”, diGiacomo Pilati,  2008, © coppola editore


Fonte: "Beppe Alfano. Associazione Vittime di Mafia"
Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe, è stato un giornalista, professore e politico italiano nato ed ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. E' uno degli otto+1 giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia. Più volte definito come un "cane sciolto", Alfano fu un vero e proprio segugio del giornalismo italiano e le sue inchieste, tanto scomode quanto azzeccate e fastidiose per i poteri deviati, lo portarono a perdere consapevolmente la vita l' 8 gennaio del 1993.
Di orientamento politico di estrema destra, aderì ad Ordine Nuovo confluito poi nel Movimento Sociale Italiano, collezionando anche un espulsione dal partito nel quale militava per aver denunciato connivenze, silenzi ed atteggiamenti deprecabili di vario tipo di alcune cariche dell' MSI. La sua attività politica lo portò ad abitare in diverse città d'Italia per fare poi ritorno nella sua terra natale, Barcellona Pozzo di Gotto. Oltre che alla passione politica, si dedicò anche alla sua attività di insegnante di educazione tecnica presso la scuola media della vicina Terme Vigliatore ed al giornalismo. Fu infatti corrispondente del quotidiano "La Sicilia" come cronista giudiziario per le vicende riguardanti la provincia di Messina, un territorio interessato in quel periodo da una sanguinosissima guerra di mafia e da sempre definito, erroneamente, una "provincia babba", inetta, stupida, per la presunta mancata capacità della criminalità locale di organizzarsi per sfruttare i grandi flussi di denaro. In realtà il sistema Messina definito dalla commissione antimafia presieduta da Nicki Vendola come un "Verminaio", è una macchina perfettamente collaudata che coinvolge tutti i livelli della vita cittadina e che destina il territorio a luogo di latitanza dorata per i super boss oltre che a stabile punto di incontro tra i poteri leciti e quelli illeciti. Non a caso Messina è la città con il più alto numero di logge massoniche di tutta Italia. Beppe Alfano, conscio di questo sistema criminoso, denunciò le gravi anomalie del sistema Messina subendo per questo gravi minacce.
La sera dell' 8 Gennaio del 1993, di ritorno dall' ospedale nel quale la moglie, Domenica Barbaro, lavorava come infermiera, si fermò davanti casa e dopo aver fatto entrare la moglie in casa intimandole di chiudersi dentro, riparti alla volta di qualcosa o di qualcuno che aveva attirato la sua attenzione. Fu ritrovato poche ore dopo, vicino casa, nella sua auto, con il finestrino abbassato, segno evidente che stesse parlando con qualcuno. Il suo corpo esanime presentava tre colpi di piccolo calibro. Uno sulla mano, evidentemente provò d'istinto a parare il colpo, uno al petto, uno sulla tempia destra e l'ultimo in bocca. Beppe Alfano doveva tacere e quell'ultimo colpo fu la firma che la mafia lasciò sul suo cadavere.
Le inchieste giornalistiche condotte da Alfano furono molte e si crede, ragionevolmente, che non abbia avuto il tempo di ultimarle tutte. Alfano era certamente venuto a conoscenza di qualcosa di inquietante, qualcosa che non doveva essere svelato, qualcosa che andava nascosto a tutti i costi e che portò la mafia barcellonese a decidere la sua eliminazione fisica.
La notte dell'omicidio, i Servizi Segreti Italiani, fecero irruzione in casa del giornalista sequestrando di soppiatto tutti i carteggi ed i documenti raccolti da Alfano. Il suo computer, esaminato soltanto un decennio dopo la sua morte, risultò manomesso svariate volte nel corso degli anni.Dei documenti così come del contenuto del suo computer non si ha pià traccia.
Le piste che gli inquirenti intrapresero dopo la sua morte furono molteplici e molte delle quali possono essere definite veri e propri depistaggi a mezzo istutuzionale.
Fu financo detto che Beppe Alfano fosse un viveur e che il suo omicidio fosse da ricollegare alla pista passionale. Sugli altri depistaggi, per rispetto alla famiglia ed al giornalista, non scriverò nulla poichè le voci e le supposizioni, sapientemente fatte circolare dalla mafia locale, sono tanto infamanti quanto assurde ed infondate.  Ma questa è una consuetudine mafiosa ben conosciuta alle cronache. Quando l'eliminazione fisica non basta per spazzare via il pensiero di un uomo si prova ad infangarne la memoria.
E' andata così per ognuno degli otto giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia.
Peppino Impastato fu"suicidato", Cosimo Cristina si sucidò anch'egli perchè "era depresso", Pippo Fava era un"puttaniere", e cosi discorrendo, omicidio dopo omicidio.
Oltre alle piste improbabili, come quella passionale, si seguirono anche delle strade che riconducevano alle inchieste pubblicate da Alfano.
Il giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto, tra le tante inchieste svolte, aveva ad esempio smascherato un'enorme truffa ai danni dell' Unione Europea attorno alla quale gravitavano gli interessi di Nitto Santapaola ed un sistema di assunzioni di amici e parenti di boss all'interno dell' AIAS, l'associazione di assistenza ai disabili. Fu il presidente di quest'ultima associazione ad invitare calorosamente Alfano a smettere di svolgere la sua attività giornalistica e sempre quest'ultimo diede al giornalista l'annuncio della sua morte: "Alfano, tu al 20 di gennaio non ci arrivi".
L' iter giudiziario che avrebbe dovuto fare chiarezza sulla sua morte si è fermato alla condanna dell'esecutore materiale, Antonino Merlino e del mandante Giuseppe Gullotti. Durante il corso dell'iter processuale sono stati assolti o archiviati diversi personaggi, sulle cui responsabilità non è mai stata fatta piena luce. Maurizio Avola, ex sicario di Cosa Nostra e collaboratore di giustizia, reo confesso di ben 80 omicidi tra cui quello di un altro giornalista siciliano, Pippo Fava, e coinvolto nelle stragi del 92, ha parlato agli inquirenti anche dell'omicidio Alfano. Secondo il pentito: "Beppe Alfano sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra perché aveva scoperto che, dietro il commercio degli agrumi nella zona tirrenica messinese, si nasconderebbero gli interessi economici della Santapaola e d’insospettabili imprenditori legati alla massoneria. (...) Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni, è un grosso massone (...) Sindoni è un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po' ovunque. Poi, sempre parlando di soldi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio Alfano scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile. Il periodo non era quello giusto per fare quest’omicidio, però chi era il personaggio gli si doveva fare (non si poteva dire di no, ndr)".
In seguito il pentito dichiarerà di aver reso dichiarazioni soltanto sulla figura di Giuseppe Gullotti, ritrattando di fatto il resto delle cose dette.
E' proprio Avola a rivelare agli inquirenti che Beppe Alfano aveva scoperto che il super boss Nitto Santapaola si nascondeva proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, in via Trento, a pochi metri dall'abitazione del giornalista. 
"La verità su Alfano? - ha dichiarato ancora il pentito - Gli inquirenti hanno puntato tutto sulla gestione dell’Aias, sbagliando. Lo dico perché in un primo tempo dovevo preparare proprio io il suo omicidio e quello di Claudio Fava. Marcello D’Agata mi bloccò dicendomi che, per Alfano, ci avrebbero pensato i barcellonesi, Pippo Gullotti e Giovanni Sindoni. Anche i killers sono del luogo. Due. [...] Esiste una 'superloggia', una sorta di nuova P2 che ha deciso certe cose in Italia. Non ho raccontato questa verità ai giudici di Messina, proprio perché sapevo che Giovanni Sindoni è amico d’alcuni magistrati corrotti."

lunedì 31 dicembre 2012

Auguri!...Ovunque Tu sia, "guarda in alto"!


Con le parole e il discorso all’Umanità pronunciato e scritto da “un comico”, il presidio "Rita Atria" porge Auguri sinceri per un Anno Nuovo, per una vita che sia migliore per tutti. 
Auguri per tutti coloro che, con fatica, cercano di conservare "nelle scarpe e nella mente" quei sassolini fastidiosi che impediscono "facili corse": sassolini come la legalità , la giustizia, la sincerità, l'onestà. 
Auguri per un Anno Nuovo, per una vita migliore, a tutti coloro che - per conservare,quei sassolini-  hanno subito ingiustizie, violenze, sopraffazioni.
E’ l’augurio che ingenuamente ci ripetiamo ogni anno, lo sappiamo. Ma “augurio” è “desiderio”!... è il tentativo, l’invito, di “guardare in alto”! 
Ascoltiamo le parole che solo un comico (... o "un profeta")  potrebbe indirizzare all'Umanità senza "far ridere" chi le ascolta: 


Auguri !
Arrivederci nel Nuovo Anno

“discorso all’Umanità”:
«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore non è il mio mestiere.
Non voglio governare né conquistare nessuno.
Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi.
Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro.
In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi.
La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato.
L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi.
Pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto.L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell’umanità.
Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo. Milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.
A coloro che mi odono io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero. L’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. E il potere che hanno tolto al popolo, ritornerà al popolo. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Non vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore. Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui.
Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo». Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini ma di tutti gli uomini.
Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e liberaDi fare di questa vita una splendida avventura.
Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti!
Combattiamo per un mondo nuovo, che sia migliore che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.
Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere. Mentivano!
Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse.
Combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranzaCombattiamo per un mondo ragionevole. Un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.
Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti.
Anna, Puoi sentirmi? Dovunque Tu  sia abbi fede! Guarda in alto…!(…)»

lunedì 24 dicembre 2012

Buon Natale! L’augurio del presidio "RITA ATRIA"


“Che ci crediate o no…”, 
l’augurio del presidio LIBERA - "RITA ATRIA" - Pinerolo 
è sempre lo stesso. 

L’ augurio è di godere di buona salute,
di coltivare amichevoli rapporti,
di saper resistere con mitezza alle contrarietà,
di ricevere nelle difficoltà qualche incoraggiante consolazione ,
di continuare a trovare ragioni promettenti per vivere con onestà e decoro


venerdì 21 dicembre 2012

AUGURI con i prodotti di LIBERA TERRA


I prodotti di LIBERA TERRA a Pinerolo, nella giornata di domenica 23 dicembre 2012,  sotto i portici di Corso Torino
Orario del banchetto: 9.30-12.30 ; 15.30 -18.30 


Passata di pomodoro, vini, pasta, olio, ceci, melanzane, farina di ceci, legumi sono il frutto dell'impegno e della passione dei ragazzi della cooperative che ogni giorno lavorano le terre che appartenevano alle mafie. I prodotti provengono dalle cooperative Libera Terra della "Valle del Marro" di Gioia Tauro in Calabria, della Cooperativa "Terre di Puglia" di Mesagne, delle palermitane "Placido Rizzotto", "Pio La Torre" di San Giuseppe Jato , "Libera-Mente",  e della Coop "Lavoro e non solo", e delle nuove coop "Le Terre di Don Peppe Diana" e "Beppe Montana".
Oggi vengono venduti in tanti punti vendita della grande distribuzione, nelle botteghe dell'equo e solidale e nelle "Botteghe dei sapori e dei saperi della legalità". Il 16 novembre 2006 alla vigilia di Contromafie a Roma fu inaugurata la prima bottega. 
A quella bottega, che oggi ha cambiato sede, negli anni se ne sono affiancate tante altre. Tra gli scaffali si possono trovare i pacchi di pasta dal grano duro prodotto sulle ex-proprietà di Brusca e Riina, l'olio extravergine e i vasetti di peperoncino provenienti dai terreni sequestrati in Calabria ai Mammoliti e Piromalli, il vino Centopassi prodotto nel corleonese, i pomodorini secchi , le friselline e i tarallini prodotti sui terreni della Sacra Corona Unita. 

Prodotti di ottima qualità anche perché, dentro, c'è il sudore, la passione e il coraggio dei ragazzi delle cooperative che hanno detto "No alla mafia" e che ogni giorno, superando mille difficoltà, lavorano la terra e lottano contro le mafie.



mercoledì 19 dicembre 2012

LA COSTITUZIONE ITALIANA

Nella serata di lunedì 17 dicembre il "guitto" Roberto Benigni, commentando quella che da molti viene ritenuta il documento fra i più belli che siano stati promulgati a fondamento di una nazione, la Costituzione Italiana, ha in realtà ripreso temi e suggestioni di un discorso "dimenticato" da molti: Il discorso è quello pronunciato da Piero Calamandrei a Milano, nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria, il 26 gennaio 1955. Si doveva svolgere allora un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un  gruppo di studenti universitari e medi e Piero Calamandrei tenne una "lezione" introduttiva che dovrebbe costituire il testo fondamentale dell'educazione civica degli italiani. 
Piero Calamandrei

Riportiamo quel discorso memorabile; discorso tanto più attuale oggi che il degrado della politica partitica italiana sembra sconfessare quotidianamente spirito e principi di quella Carta Costituente, bella ma ancora in gran parte incompiuta.

Il discorso di Piero Calamandrei. Milano,  26 gennaio 1955. 

L’art.34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: 
”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. 
E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini  dignità di uomo.
Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula  contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “-  corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di  studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra  Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia  in  cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il  loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a  questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è  una realtà. In parte è ancora un  programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi! 
E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle  costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una  polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente,  contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili  politici, ai diritti di libertà,  voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica,  quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano  sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società  presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di  ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un  giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna  modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione  ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le  vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune  s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva,  che mira alla trasformazione di questa società  in cui può accadere che, anche quando ci sono, le  libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche, dalla impossibilità  -per molti cittadini- di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al  progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi  per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La  costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni  giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di  mantenere queste promesse, la propria responsabilità. 
Per questo una delle offese che si fanno alla  costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in  questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.  ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo  discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di  questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran  burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito  domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il  bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe,  Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che  me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentisno alla politica.
E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che  interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere,  da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è  come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di  asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi,  giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in  quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo  dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio  contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario  non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della  sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria  libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. 
Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2  giugno 1946, questo popolo che da  venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo  un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze,  lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta  perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare  la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di  noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle  nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere,  sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa  è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in  più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle  prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le  nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi  articoli ci si sentono delle voci lontane. 
Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,  economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di  offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è  Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere  davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e  indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art.  52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento  delle forze armate si informa allo  spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi  voci lontane, grandi nomi lontani.
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa  costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani  come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di  concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di  Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.  Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un  testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle  montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono  impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.

Piero Calamandrei.