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domenica 9 maggio 2021

Aldo Moro e Peppino Impastato: uccisi nella stessa "notte buia dello stato italiano".

Lo scriviamo oramai da anni: "Una data lega l'assassinio di due uomini: Aldo Moro e Peppino Impastato. Il primo ucciso per mano delle Brigate Rosse, il secondo ucciso da Cosa Nostra. Uccisi nella stessa "notte buia dello stato italiano" alle prime ore del 9 maggio 1978.
E da tempo ripetiamo che In Italia la ragnatela del "potere" lega vicende  e trame di cui ancora oggi non siamo stati capaci di definire pienamente i contorni: morti innocenti, delitti oscuri, perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti. Delitti e stragi commessi pensando che, in Italia, potesse servire spargere sangue innocente: per seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee e valori, per impedire o indirizzare cambiamenti. 
Oggi il "potere" ha imparato ad usare metodi differenti, più adatti al momento storico che viviamo, tanto che quotidianamente scopriamo che mafie e "pensiero mafioso", corruzione e mala-politica, sono fattori potenti e presenti come non mai, tanto da essere diventati "il cancro" che mina presente e futuro di questo Paese. 



"La mafia è una montagna di merda"
Non siamo in grado di parlare della figura di Aldo Moro e ce ne scusiamo. Quale potesse essere il contributo che come uomo, prima ancora che come statista, avrebbe potuto lasciare all'Italia, lo mostra la sua ultima lettera indirizzata alla moglie Noretta:
«Mia dolcissima Noretta, credo di essere giunto all’estremo delle mie possibilità e di essere sul punto di chiudere questa mia esperienza umana. Ho tentato di tutto.
Credo di tornare a voi in un’altra forma. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo.
A Te devo dire grazie, infinite grazie, per tutto l’amore che mi hai dato.
Ricordati che sei stata la cosa più importante della mia vita.
Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. 
A ciascuno la mia immensa tenerezza che passa per le tue mani.
Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile.
Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo.
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».

Qualcosa vorremmo dire invece di Peppino Impastato ."La mafia è una montagna di merda!" Sarebbe necessario trovare ancora oggi il coraggio di gridarlo a certe "facce", a chi si è abituato a quelle facce e al puzzo della "montagna di merda", al puzzo del compromesso morale, della convenienza , ai tanti misteri che soffocano la Giustizia di questo paese, misteri custoditi dal sigillo del Potere.
O ci basterà la vuota retorica della commemorazione, del ricordo? Ce la faremo bastare, quella retorica vuota, per giustificare la "legalità sostenibileche abbiamo costruita a nostra misura affinchè non ci faccia troppo male e non ci costringa troppo? Oppure cominceremo davvero a "fare memoria", ad avere il coraggio e la coerenza necessarie affinché le cose accadute non abbiano più a ripetersi, affinché si metta in atto l'insegnamento di coloro che, come in un triste rosario, continuiamo a snocciolarne nomi, date di nascita e di morte prematura?
Che non siano state morti inutili!...

Due testimoniane a memoria di Peppino Impastato

Salvo Vitale, amico fraterno di Peppino Impastato (fonte Antimafiaduemila): "Sono passati 43 anni e sembra ieri. Che cosa rende Peppino sempre attuale e degno di interesse? Indubbiamente la sua giovane età: è morto a 30 anni e quindi non ha avuto il tempo di invecchiare o di lasciare invecchiare le sue idee e tutto ciò in cui credeva. Altro elemento che lo rende vivo e presente è la radicalità delle sue scelte, il rifiuto del compromesso, la scelta senza discussioni delle proprie idee come base per costruire una società nuova e quindi la contestazione delle strutture autoritarie della società borghese, dalla chiesa, alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni in genere. E poi la sua attualità è nella scelta degli strumenti di comunicazione, ultimo dei quali la Radio. Peppino progettava un’informazione veramente libera, non soggetta a censure, formativa e informativa dove la notizia era la narrazione del vissuto che ci circonda, dei drammi quotidiani dell’esistenza e non le vicende dei personaggi importanti, l’ufficialità dell’avvenimento, l’informazione istituzionalizzata. Peppino era un giornalista purosangue, anche se non ha mai avuto il tesserino, anzi gli è stato dato ad honorem nel 1996, così come, sempre, nello stesso anno, la laurea. In questo contesto assume particolare importanza la satira e il dileggio di atteggiamenti, di idee, di manovre, di speculazioni, che “le persone che contano” ritengono intoccabili e sacrosante e di cui giornalmente si nutrono. In prima fila, tra queste persone, mafiosi e politici, ma anche preti, medici, avvocati, affaristi, in pratica quella che una volta si definiva “classe dominante”.
Una delle canzoni da lui preferite era “Vecchia piccola borghesia”, di Claudio Lolli, “Vecchia piccola borghesia, per piccina che tu sia, non so dirti se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia”. Dall’altro lato della barricata c’erano le persone più deboli e indifese, i lavoratori, gli edili, i contadini di Punta Raisi, gli stagionali di Città del mare, i disoccupati, i pescatori di Terrasini, coloro a cui Peppino aveva dedicato la vita e per i quali sognava di costruire una società diversa, dove tutti fossero uguali e senza privilegi. 
E’ chiaro che una persona del genere che voleva cambiare il contesto sociale in cui era nato e che tutti invece accettavano, non poteva che essere considerata scomoda e, alla fine, la sua morte ha rappresentato una sorta di liberazione. Ma naturalmente resta il fascino delle sue idee, ed è per questo che ogni anno ci si ricorda del suo barbaro omicidio, del tentativo di depistaggio che voleva farlo passare per un attentato terroristico, dell’impegno della famiglia e dei compagni per ottenere giustizia e verità e della lunga strada durata 22 anni, prima di riuscirci. 
Nel vuoto culturale che ci circonda Peppino è sempre un punto di riferimento".

Alessia Candito, giornalista de La Repubblica: "Peppino Impastato era un rivoluzionario, un militante, un comunista senza "se, ma, forse". Uno che aveva capito che combattere le mafie significa combattere il sistema economico, politico e di potere di cui sono architrave. Significa lottare contro le speculazioni edilizie, gli ostinati latifondi, contro le mega-opere inutili che a forza di varianti diventano sempiterni bancomat come la terza pista dell’aeroporto di Cinisi, contro gli impasti massonico-mafiosi che permettono il perpetuarsi del sistema. Peppino era uno che aveva capito che la lotta alla mafia è lotta per i diritti di tutti contro i privilegi di pochi, per questo organizzava le lotte dei manovali contro i caporali, quelle dei braccianti e dei coloni contro il barone e padrone di turno.
Oggi i latifondi ci sono ancora, l'A3 è diventata A2 ma continua a far mangiare i clan, si torna a parlare di ponte sullo Stretto e Peppino Impastato è diventato "quello di Radio Aut".
La memoria o è vera, reale e completa o rimane esercizio buono per comodissime passerelle. "Cuntra mafia e putiri, c'è sulu rivoluzioni"

martedì 8 gennaio 2013

Beppe Alfano. 8 gennaio 1993. Uno degli otto+1 giornalisti uccisi dalla mafia in sicilia


«Che hai papà? Sei strano».
«Cose da pazzi. La gente è veramente senza faccia».
E sono andata in cucina a preparare la caffettiera. Quando sono tornata lui era dietro i vetri della finestra. Con l’indice e il pollice a torturarsi il labbro.
«Che cosa ti è successo?».
«Ho visto una persona oggi. Mi ha offerto dei soldi per smettere di scrivere».
«E tu che gli hai risposto?».
«Che aveva sbagliato a dirmi questa cosa. E che io non sono in vendita».
«E lui che ha detto?».
«Mi ha minacciato».
«Non devi preoccuparti. Lo sai come vanno queste cose da noi, uno le dice solo per vedere di che pasta è fatta la persona che ha davanti».
Sonia Alfano
brano tratto da “Le altre Siciliane”, diGiacomo Pilati,  2008, © coppola editore


Fonte: "Beppe Alfano. Associazione Vittime di Mafia"
Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe, è stato un giornalista, professore e politico italiano nato ed ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. E' uno degli otto+1 giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia. Più volte definito come un "cane sciolto", Alfano fu un vero e proprio segugio del giornalismo italiano e le sue inchieste, tanto scomode quanto azzeccate e fastidiose per i poteri deviati, lo portarono a perdere consapevolmente la vita l' 8 gennaio del 1993.
Di orientamento politico di estrema destra, aderì ad Ordine Nuovo confluito poi nel Movimento Sociale Italiano, collezionando anche un espulsione dal partito nel quale militava per aver denunciato connivenze, silenzi ed atteggiamenti deprecabili di vario tipo di alcune cariche dell' MSI. La sua attività politica lo portò ad abitare in diverse città d'Italia per fare poi ritorno nella sua terra natale, Barcellona Pozzo di Gotto. Oltre che alla passione politica, si dedicò anche alla sua attività di insegnante di educazione tecnica presso la scuola media della vicina Terme Vigliatore ed al giornalismo. Fu infatti corrispondente del quotidiano "La Sicilia" come cronista giudiziario per le vicende riguardanti la provincia di Messina, un territorio interessato in quel periodo da una sanguinosissima guerra di mafia e da sempre definito, erroneamente, una "provincia babba", inetta, stupida, per la presunta mancata capacità della criminalità locale di organizzarsi per sfruttare i grandi flussi di denaro. In realtà il sistema Messina definito dalla commissione antimafia presieduta da Nicki Vendola come un "Verminaio", è una macchina perfettamente collaudata che coinvolge tutti i livelli della vita cittadina e che destina il territorio a luogo di latitanza dorata per i super boss oltre che a stabile punto di incontro tra i poteri leciti e quelli illeciti. Non a caso Messina è la città con il più alto numero di logge massoniche di tutta Italia. Beppe Alfano, conscio di questo sistema criminoso, denunciò le gravi anomalie del sistema Messina subendo per questo gravi minacce.
La sera dell' 8 Gennaio del 1993, di ritorno dall' ospedale nel quale la moglie, Domenica Barbaro, lavorava come infermiera, si fermò davanti casa e dopo aver fatto entrare la moglie in casa intimandole di chiudersi dentro, riparti alla volta di qualcosa o di qualcuno che aveva attirato la sua attenzione. Fu ritrovato poche ore dopo, vicino casa, nella sua auto, con il finestrino abbassato, segno evidente che stesse parlando con qualcuno. Il suo corpo esanime presentava tre colpi di piccolo calibro. Uno sulla mano, evidentemente provò d'istinto a parare il colpo, uno al petto, uno sulla tempia destra e l'ultimo in bocca. Beppe Alfano doveva tacere e quell'ultimo colpo fu la firma che la mafia lasciò sul suo cadavere.
Le inchieste giornalistiche condotte da Alfano furono molte e si crede, ragionevolmente, che non abbia avuto il tempo di ultimarle tutte. Alfano era certamente venuto a conoscenza di qualcosa di inquietante, qualcosa che non doveva essere svelato, qualcosa che andava nascosto a tutti i costi e che portò la mafia barcellonese a decidere la sua eliminazione fisica.
La notte dell'omicidio, i Servizi Segreti Italiani, fecero irruzione in casa del giornalista sequestrando di soppiatto tutti i carteggi ed i documenti raccolti da Alfano. Il suo computer, esaminato soltanto un decennio dopo la sua morte, risultò manomesso svariate volte nel corso degli anni.Dei documenti così come del contenuto del suo computer non si ha pià traccia.
Le piste che gli inquirenti intrapresero dopo la sua morte furono molteplici e molte delle quali possono essere definite veri e propri depistaggi a mezzo istutuzionale.
Fu financo detto che Beppe Alfano fosse un viveur e che il suo omicidio fosse da ricollegare alla pista passionale. Sugli altri depistaggi, per rispetto alla famiglia ed al giornalista, non scriverò nulla poichè le voci e le supposizioni, sapientemente fatte circolare dalla mafia locale, sono tanto infamanti quanto assurde ed infondate.  Ma questa è una consuetudine mafiosa ben conosciuta alle cronache. Quando l'eliminazione fisica non basta per spazzare via il pensiero di un uomo si prova ad infangarne la memoria.
E' andata così per ognuno degli otto giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia.
Peppino Impastato fu"suicidato", Cosimo Cristina si sucidò anch'egli perchè "era depresso", Pippo Fava era un"puttaniere", e cosi discorrendo, omicidio dopo omicidio.
Oltre alle piste improbabili, come quella passionale, si seguirono anche delle strade che riconducevano alle inchieste pubblicate da Alfano.
Il giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto, tra le tante inchieste svolte, aveva ad esempio smascherato un'enorme truffa ai danni dell' Unione Europea attorno alla quale gravitavano gli interessi di Nitto Santapaola ed un sistema di assunzioni di amici e parenti di boss all'interno dell' AIAS, l'associazione di assistenza ai disabili. Fu il presidente di quest'ultima associazione ad invitare calorosamente Alfano a smettere di svolgere la sua attività giornalistica e sempre quest'ultimo diede al giornalista l'annuncio della sua morte: "Alfano, tu al 20 di gennaio non ci arrivi".
L' iter giudiziario che avrebbe dovuto fare chiarezza sulla sua morte si è fermato alla condanna dell'esecutore materiale, Antonino Merlino e del mandante Giuseppe Gullotti. Durante il corso dell'iter processuale sono stati assolti o archiviati diversi personaggi, sulle cui responsabilità non è mai stata fatta piena luce. Maurizio Avola, ex sicario di Cosa Nostra e collaboratore di giustizia, reo confesso di ben 80 omicidi tra cui quello di un altro giornalista siciliano, Pippo Fava, e coinvolto nelle stragi del 92, ha parlato agli inquirenti anche dell'omicidio Alfano. Secondo il pentito: "Beppe Alfano sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra perché aveva scoperto che, dietro il commercio degli agrumi nella zona tirrenica messinese, si nasconderebbero gli interessi economici della Santapaola e d’insospettabili imprenditori legati alla massoneria. (...) Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni, è un grosso massone (...) Sindoni è un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po' ovunque. Poi, sempre parlando di soldi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio Alfano scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile. Il periodo non era quello giusto per fare quest’omicidio, però chi era il personaggio gli si doveva fare (non si poteva dire di no, ndr)".
In seguito il pentito dichiarerà di aver reso dichiarazioni soltanto sulla figura di Giuseppe Gullotti, ritrattando di fatto il resto delle cose dette.
E' proprio Avola a rivelare agli inquirenti che Beppe Alfano aveva scoperto che il super boss Nitto Santapaola si nascondeva proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, in via Trento, a pochi metri dall'abitazione del giornalista. 
"La verità su Alfano? - ha dichiarato ancora il pentito - Gli inquirenti hanno puntato tutto sulla gestione dell’Aias, sbagliando. Lo dico perché in un primo tempo dovevo preparare proprio io il suo omicidio e quello di Claudio Fava. Marcello D’Agata mi bloccò dicendomi che, per Alfano, ci avrebbero pensato i barcellonesi, Pippo Gullotti e Giovanni Sindoni. Anche i killers sono del luogo. Due. [...] Esiste una 'superloggia', una sorta di nuova P2 che ha deciso certe cose in Italia. Non ho raccontato questa verità ai giudici di Messina, proprio perché sapevo che Giovanni Sindoni è amico d’alcuni magistrati corrotti."

lunedì 2 luglio 2012

Lamezia Terme città antimafia? Ma di cosa stiamo parlando…




Mercoledì 20 giugno ritornava a Lametia Terme ''Trame", il festival della letteratura sulle mafie ospitato per il secondo anno dalla cittadina calabrese. ''È un'azione corale contro le mafie - spiegava il direttore Lirio Abbate - perché le azioni pratiche di magistrati, scrittori e giornalisti possa essere da esempio per la gente, affinché si rompa il muro dell'omertà''. 
L'idea è quella di portare i protagonisti in mezzo alla gente. Infatti gli incontri che si susseguiranno fino a domenica prossima si terranno all'aperto nelle strade di Lamezia Terme.
Il programma di ''Trame'' di quest'anno ruotava attorno alla figura della donna e al loro coraggio. ''Parleremo delle vittime innocenti della mafia, delle testimoni di giustizia che hanno avuto l'ardire di liberarsi dai clan e altre tratte nei tranelli e sciolte nell'acido'', spiega il direttore del festival Lirio Abbate.
A pochi giorni dalla fine del festival letterario Trame Roberto Gallullo scrive un articolo apparentemente dissonante. L'intento ci pare essere piuttosto l'ennesimo avvertimento: il rischio che iniziative e momenti -culturalmente anche importanti e lodevoli- possono servire da alibi e paravento al potere mafioso ( Gallullo scrive di una cupola massonica deviata-mafiosa-politica) per continuare a condurre le pratiche abituali.

Fonte: Guardie o ladri di Roberto Galullo Sole 24 Ore

“Via del Regresso”, Lamezia Terme/1 La (vera) capitale calabrese dove la mafia da piovra diventa Medusa
Lamezia Terme, Padova, Vicenza, Montebello Vicentino, Vigonza: tutti questi comuni hanno una strada che si chiama “Via del Progresso”.
Solo una dovrebbe cambiare la toponomastica: Lamezia Terme, che quella strada dovrebbe chiamare “Via del Regresso”.
Debbo essere sincero: non ho mai capito e l’ho sempre scritto, perché questo comune calabrese che capoluogo non è ma capoluogo è, sia diventato negli ultimi anni il simbolo di un’antimafia che non c’è e non ci sarà mai. Misteri della fede oltre che di una pubblicistica – come spesso accade – sciatta, disattenta, credulona, ingannevole e ingannata, poco preparata, influenzabile, inventata. Più passa il tempo – debbo ammetterlo – e più mi rendo conto che la nostra categoria ha prodotto e sta producendo danni inenarrabili nella regressione culturale della lotta alla mafia. Quasi peggio di una certa magistratura manipolatrice e massonica che da Milano a Reggio Calabria approda inevitabilmente a Roma.
Lamezia Terme è tra le capitali mondiali dei traffici di ogni tipo: a partire da quello di armi e droga.
Lamezia Terme è la capitale degli intrecci tra affarismo, malapolitica e malamministrazione, come testimonia la sciagurata indagine “Why Not” dalla quale uno sciagurato “Giginiello ‘o sciantoso” è riuscito a trarre un millesimo del suo potenziale carico devastante.
Lamezia Terme è la capitale di investimenti milionari da 488/92, una legge che ha permesso a centinaia di truffatori di arricchirsi alle spalle dei calabresi onesti.
Lamezia Terme è la capitale dell’abusivismo edilizio alimentato dalle cosche, da un’intera città e da un nugolo di amministratori, consiglieri e politici che hanno chiuso gli occhi fottendosene di tutto e magari sfilando nelle marce antimafia.
Lamezia Terme è la città in cui ci sono stati una sessantina di omicidi (quanti risolti?) in pochissimi anni e dove un giorno si e l’altro pure commercianti, imprenditori e professionisti sono minacciati e pagano.
(Cos’è Lametia Terme?)
Lamezia Terme è una città che ha subito lo scioglimento per mafia per ben due volte.
Lamezia Terme è la città in cui vivono felici parecchie famiglie di ‘ndrangheta.
Lamezia Terme è la città dove la massoneria coperta detta legge dentro e fuori.
Lamezia Terme è la città in cui – parole e musica dell’ex capo della Procura Salvatore Vitello – un residente su 5 è in qualche modo legato, mischiato o coinvolto con le cosche.
Lamezia Terme è la città in cui un Governo (questo come tutti) al quale nulla interessa della vera lotta alle mafie, ha deciso di cancellare il Tribunale, forse l’unico vero presidio dello Stato.
Lamezia Terme è la città in cui persino il Papa tedesco non ha mai nominato la parola ‘ndrangheta e vadano a farsi…il bagno coloro i quali si beano del fatto che non c’era bisogno di nominarla. Ma fatemi il piacere analisti da 4 soldi: le parole sono macigni e colpiscono nel segno molto più delle pallottole. Per Dio – e lo dico onorando Nostro Signore – la ‘ndrangheta, le cosche Torcasio, Cerra, Giampà, Iannazzo e via elencando vanno nominate, strillate, esposte al pubblico ludibrio ogni volta che questo è possibile. Sono loro che uccidono le anime, caro Benedetto XVI!
Don Giacomo Panizza 
Lamezia Terme è la città in cui per i cittadini la Chiesa è soprattutto un prete: don Giacomo Panizza. Mah!
Con queste premesse che – attenzione – non sono cambiate negli anni in cui l’antimafia di facciata camminava e marciava senza produrre – a mio giudizio – “un-solo-atto-uno” degno di questo nome, nessuno può sorprendersi di quanto è emerso dall’Operazione Medusa, con la quale la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha piegato ancora una volta la cosca Giampà. C’è da giurare che sarà l’ennesima ferita, che per quanto profonda, non infetterà il corpo della ‘ndrangheta perché gli anticorpi – quelli che dovrebbe produrre la società civile - sono falsi e finti come una scenografia cinematografica.
Dedicherò a questa operazione una serie di articoli perché – insisto ancora una volta – Lamezia è una delle capitali mondiali della "cupola massonica deviata-mafiosa-politica” che erode giorno dopo giorno la società. Calabrese e no.
Se leggeste – come ho fatto io – le 717 pagine dell’ordinanza firmata il 21 giugno dal Gip Assunta Maiore, vi trovereste uno scenario che – bando alle ciance – è così riassumibile: una città addormentata dove le cosche dettano legge. Punto. Non ci sarebbe null’altro da aggiungere se non complimentarsi - attenzione – oltre che con le Forze dell’ordine (quelle vere) e con la magistratura (quella vera), con quei pochissimi che davvero credono nella legalità, forse anche perché sono passati attraverso la mortificazione della dignità umana.
E mi riferisco – in particolar modo – al buon Rocco Mangiardi, che inconsapevolmente, era intercettato dai Carabinieri di Lamezia all’interno della sede dell’Ala (Associazione antiracket del centro lametino), luogo ove si riuniscono i commercianti dell'hinterland aderenti. Dalla viva voce di questi ultimi, ovviamente ignari del servizio di intercettazione, si legge nell’ordinanza, “è stato possibile ascoltare le diverse vicende e le storie personali che, nel corso degli anni, li hanno visti costretti a sottostare alle angherie dei maggiori esponenti del gruppo criminale in questione e, in definitiva, al pagamento dell'estorsione imposta dalla cosca, certamente egemone su tutta via del Progresso di Nicastro-Lamezia Terme”.
Tutta Via del Progresso. Tutta. Lo scrive la Polizia giudiziaria. Non lo scrivo io. Anche se lo penso da sempre per qualunque paese del Sud dove ci sia da spremere anche un solo centesimo.
L’ASSICURAZIONE
Ma quanto sia grave la situazione non lo si capisce da questo passaggio. No, no, no…
Leggete qui cosa scrivono – verosimilmente con il morale distrutto – i pm della Dda di Catanzaro: “E' sorprendete come l'affermazione che normalmente viene effettuata da qualsiasi cittadino calabrese circa il fatto che tutti pagano il pizzo, abbia tutt'altra valenza quando proviene da chi appartiene alla categoria che è vessata dalla criminalità, cioè commercianti e imprenditori: sentire dal capo dell'associazione antiracket o da uno dei suoi membri che alle riunioni tutti "hanno il problema " (del pizzo da pagare) e ne parlano, ma che poi nessuno fuori abbia il coraggio di denunciare, fornisce la prova piena dell'assoggettamento”.Quando, poi, i due interlocutori intercettati commentano come per alcuni dei loro colleghi pagare sia una sorta di assicurazione, emerge anche il vincolo di omertà indotto dalla forza intimidatoria del vincolo associativo. “Per taluni imprenditori il pagamento dell'estorsione viene accettato e sdoganato - si legge ancora nell’ordinanza - come se fosse il pagamento di una forma di assicurazione. Si tratta di un concetto di non trascurabile importanza, in quanto in esso è racchiusa, a ben vedere, anche la spiegazione più semplice e immediata del perché il fenomeno sia ormai così radicato nella zona di Lamezia e nulla riescono a sortire le periodiche (ma, comunque, nel complesso sporadiche) operazioni di Polizia giudiziaria”.
La conclusione, vergata probabilmente con la disperazione di chi sa che poco o nulla cambia o può cambiare, è devastante. “Il capitale simbolico della cosca – si legge - è e rimarrà elevato sino a quando ci sarà anche un solo imprenditore che percepirà il proprio pagamento dell'estorsione come una forma di assicurazione. Così facendo, la `ndrangheta trova terreno fertile per bloccare lo sviluppo economico effettivo di un territorio”.
Lamezia Terme città antimafia? Ma di cosa stiamo parlando