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venerdì 2 agosto 2013

2 AGOSTO 1980. BOLOGNA. LA STRAGE ALLA STAZIONE

2 AGOSTO 1980   BOLOGNA 
Fare memoria. Ripetiamo quello che abbiamo già detto più volte: "Morti innocenti, delitti oscuri perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti. E’successo e forse potrebbe succedere ancora: delitti commessi pensando che, in Italia, potesse servire “a qualcosa e a qualcuno” spargere sangue innocente, seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee, valori".
Secondo quanto riporta "LA Repubblica" di oggi,  Paolo Bolognesi, l'attuale presidente dell’Unione Vittime Stragi, nell'ambito delle manifestazioni che si terranno oggi a Bologna per commemorare le vittime, pronuncerà dal palco un messaggio di ottimismo, almeno sul fronte delle agognate verità sinora negate. Secondo Paolo Bolognese, grazie alla tenacia di quanti in questi anni hanno proseguito le indagini dovendo superare depistaggi e strategie di occultamento di prove, pezzi di verità stanno emergendo e si sarebbe vicini a individuare addirittura i mandanti di quella strage.
 Oggi Bologna e l'Italia ricordano la strage alla Stazione e le sue vittime innocenti.



Cortometraggio disponibile per gentile concessione dell'Associazione tra i familiari delle vittime strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980.



fonte del testo: 
ASSOCIAZIONE TRA I FAMIGLIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA 2 AGOSTO 1980

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. 
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.
Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti.(testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.
Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.

Angela Fresu, la vittima
più giovane  della strage
Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.
La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
I vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.
Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: "Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".
Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
Il 17 agosto "l'Espresso" uscì con un numero speciale sulla strage. In copertina un quadro a cui Guttuso ha dato lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: "Il sonno della ragione genera mostri". Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.
Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.
 Marina Gamberini appena estratta dalle macerie della stazione di Bologna. 
Una delle immagine-simbolo della strage di Bologna. 
Nella strage Marina ha perso sei colleghe e per anni ha combattuto contro il senso di colpa: 
“perché io ero viva e le mie colleghe no?" 

l'urlo disperato di una donna sopravvissuta alla strage 

martedì 8 gennaio 2013

Beppe Alfano. 8 gennaio 1993. Uno degli otto+1 giornalisti uccisi dalla mafia in sicilia


«Che hai papà? Sei strano».
«Cose da pazzi. La gente è veramente senza faccia».
E sono andata in cucina a preparare la caffettiera. Quando sono tornata lui era dietro i vetri della finestra. Con l’indice e il pollice a torturarsi il labbro.
«Che cosa ti è successo?».
«Ho visto una persona oggi. Mi ha offerto dei soldi per smettere di scrivere».
«E tu che gli hai risposto?».
«Che aveva sbagliato a dirmi questa cosa. E che io non sono in vendita».
«E lui che ha detto?».
«Mi ha minacciato».
«Non devi preoccuparti. Lo sai come vanno queste cose da noi, uno le dice solo per vedere di che pasta è fatta la persona che ha davanti».
Sonia Alfano
brano tratto da “Le altre Siciliane”, diGiacomo Pilati,  2008, © coppola editore


Fonte: "Beppe Alfano. Associazione Vittime di Mafia"
Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe, è stato un giornalista, professore e politico italiano nato ed ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. E' uno degli otto+1 giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia. Più volte definito come un "cane sciolto", Alfano fu un vero e proprio segugio del giornalismo italiano e le sue inchieste, tanto scomode quanto azzeccate e fastidiose per i poteri deviati, lo portarono a perdere consapevolmente la vita l' 8 gennaio del 1993.
Di orientamento politico di estrema destra, aderì ad Ordine Nuovo confluito poi nel Movimento Sociale Italiano, collezionando anche un espulsione dal partito nel quale militava per aver denunciato connivenze, silenzi ed atteggiamenti deprecabili di vario tipo di alcune cariche dell' MSI. La sua attività politica lo portò ad abitare in diverse città d'Italia per fare poi ritorno nella sua terra natale, Barcellona Pozzo di Gotto. Oltre che alla passione politica, si dedicò anche alla sua attività di insegnante di educazione tecnica presso la scuola media della vicina Terme Vigliatore ed al giornalismo. Fu infatti corrispondente del quotidiano "La Sicilia" come cronista giudiziario per le vicende riguardanti la provincia di Messina, un territorio interessato in quel periodo da una sanguinosissima guerra di mafia e da sempre definito, erroneamente, una "provincia babba", inetta, stupida, per la presunta mancata capacità della criminalità locale di organizzarsi per sfruttare i grandi flussi di denaro. In realtà il sistema Messina definito dalla commissione antimafia presieduta da Nicki Vendola come un "Verminaio", è una macchina perfettamente collaudata che coinvolge tutti i livelli della vita cittadina e che destina il territorio a luogo di latitanza dorata per i super boss oltre che a stabile punto di incontro tra i poteri leciti e quelli illeciti. Non a caso Messina è la città con il più alto numero di logge massoniche di tutta Italia. Beppe Alfano, conscio di questo sistema criminoso, denunciò le gravi anomalie del sistema Messina subendo per questo gravi minacce.
La sera dell' 8 Gennaio del 1993, di ritorno dall' ospedale nel quale la moglie, Domenica Barbaro, lavorava come infermiera, si fermò davanti casa e dopo aver fatto entrare la moglie in casa intimandole di chiudersi dentro, riparti alla volta di qualcosa o di qualcuno che aveva attirato la sua attenzione. Fu ritrovato poche ore dopo, vicino casa, nella sua auto, con il finestrino abbassato, segno evidente che stesse parlando con qualcuno. Il suo corpo esanime presentava tre colpi di piccolo calibro. Uno sulla mano, evidentemente provò d'istinto a parare il colpo, uno al petto, uno sulla tempia destra e l'ultimo in bocca. Beppe Alfano doveva tacere e quell'ultimo colpo fu la firma che la mafia lasciò sul suo cadavere.
Le inchieste giornalistiche condotte da Alfano furono molte e si crede, ragionevolmente, che non abbia avuto il tempo di ultimarle tutte. Alfano era certamente venuto a conoscenza di qualcosa di inquietante, qualcosa che non doveva essere svelato, qualcosa che andava nascosto a tutti i costi e che portò la mafia barcellonese a decidere la sua eliminazione fisica.
La notte dell'omicidio, i Servizi Segreti Italiani, fecero irruzione in casa del giornalista sequestrando di soppiatto tutti i carteggi ed i documenti raccolti da Alfano. Il suo computer, esaminato soltanto un decennio dopo la sua morte, risultò manomesso svariate volte nel corso degli anni.Dei documenti così come del contenuto del suo computer non si ha pià traccia.
Le piste che gli inquirenti intrapresero dopo la sua morte furono molteplici e molte delle quali possono essere definite veri e propri depistaggi a mezzo istutuzionale.
Fu financo detto che Beppe Alfano fosse un viveur e che il suo omicidio fosse da ricollegare alla pista passionale. Sugli altri depistaggi, per rispetto alla famiglia ed al giornalista, non scriverò nulla poichè le voci e le supposizioni, sapientemente fatte circolare dalla mafia locale, sono tanto infamanti quanto assurde ed infondate.  Ma questa è una consuetudine mafiosa ben conosciuta alle cronache. Quando l'eliminazione fisica non basta per spazzare via il pensiero di un uomo si prova ad infangarne la memoria.
E' andata così per ognuno degli otto giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia.
Peppino Impastato fu"suicidato", Cosimo Cristina si sucidò anch'egli perchè "era depresso", Pippo Fava era un"puttaniere", e cosi discorrendo, omicidio dopo omicidio.
Oltre alle piste improbabili, come quella passionale, si seguirono anche delle strade che riconducevano alle inchieste pubblicate da Alfano.
Il giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto, tra le tante inchieste svolte, aveva ad esempio smascherato un'enorme truffa ai danni dell' Unione Europea attorno alla quale gravitavano gli interessi di Nitto Santapaola ed un sistema di assunzioni di amici e parenti di boss all'interno dell' AIAS, l'associazione di assistenza ai disabili. Fu il presidente di quest'ultima associazione ad invitare calorosamente Alfano a smettere di svolgere la sua attività giornalistica e sempre quest'ultimo diede al giornalista l'annuncio della sua morte: "Alfano, tu al 20 di gennaio non ci arrivi".
L' iter giudiziario che avrebbe dovuto fare chiarezza sulla sua morte si è fermato alla condanna dell'esecutore materiale, Antonino Merlino e del mandante Giuseppe Gullotti. Durante il corso dell'iter processuale sono stati assolti o archiviati diversi personaggi, sulle cui responsabilità non è mai stata fatta piena luce. Maurizio Avola, ex sicario di Cosa Nostra e collaboratore di giustizia, reo confesso di ben 80 omicidi tra cui quello di un altro giornalista siciliano, Pippo Fava, e coinvolto nelle stragi del 92, ha parlato agli inquirenti anche dell'omicidio Alfano. Secondo il pentito: "Beppe Alfano sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra perché aveva scoperto che, dietro il commercio degli agrumi nella zona tirrenica messinese, si nasconderebbero gli interessi economici della Santapaola e d’insospettabili imprenditori legati alla massoneria. (...) Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni, è un grosso massone (...) Sindoni è un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po' ovunque. Poi, sempre parlando di soldi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio Alfano scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile. Il periodo non era quello giusto per fare quest’omicidio, però chi era il personaggio gli si doveva fare (non si poteva dire di no, ndr)".
In seguito il pentito dichiarerà di aver reso dichiarazioni soltanto sulla figura di Giuseppe Gullotti, ritrattando di fatto il resto delle cose dette.
E' proprio Avola a rivelare agli inquirenti che Beppe Alfano aveva scoperto che il super boss Nitto Santapaola si nascondeva proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, in via Trento, a pochi metri dall'abitazione del giornalista. 
"La verità su Alfano? - ha dichiarato ancora il pentito - Gli inquirenti hanno puntato tutto sulla gestione dell’Aias, sbagliando. Lo dico perché in un primo tempo dovevo preparare proprio io il suo omicidio e quello di Claudio Fava. Marcello D’Agata mi bloccò dicendomi che, per Alfano, ci avrebbero pensato i barcellonesi, Pippo Gullotti e Giovanni Sindoni. Anche i killers sono del luogo. Due. [...] Esiste una 'superloggia', una sorta di nuova P2 che ha deciso certe cose in Italia. Non ho raccontato questa verità ai giudici di Messina, proprio perché sapevo che Giovanni Sindoni è amico d’alcuni magistrati corrotti."