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lunedì 11 settembre 2017

La scuola "buona" secondo Piero Calamandrei.

L'11 febbraio 1950 Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra repubblica, al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), pronuncia un discorso memorabile sull'importanza della scuola pubblica. Da quel discorso vogliamo riportare il brano che sottolinea il valore che deve avere l’istituzione Scuola all’interno di un paese democratico.  Qui il testo integrale di quel discorso

Piero Calamandrei: "(...) La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. 
Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […].La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No! Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società […].
A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.(...)La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […]." Piero Calamandrei

martedì 15 luglio 2014

Michela Murgia: "La sfida dei vecchi di oggi è trovare modi liberi per mettersi a servizio degli adulti di domani".

Riportiamo l'intervento che MICHELA MURGIA ha fatto a "Next - La Repubblica degli innovatori" il 10 luglio 2014 nella  sesta tappa del tour curato da Riccardo Luna: "sognatori, scienziati e inventori si sono alternati sul palco di Cagliari per raccontare la loro storia e la loro idea di futuro". 
Michela Murgia, donna-sarda-scrittrice, ha provato a tracciare il ritratto dell'Italia dei nostri giorni: "un paese di vecchi", nel quale la speranza di innovazione vera è quella di un cambiamento radicale a partire dalla vita nella società-comunità, dalla scuola. Altrimenti, soprattutto per i giovani, l'unica speranza (oscena) sembra essere il familismo amorale dei "potenti di turno" che -quando dicono di pensare per "i nostri figli"- in realtà pensano   proprio e solo ai "loro figli"!. 
"Ci occorrono incubatori di cuori, di anime, di speranze, di coraggio, luoghi in cui possano essere trasmessi quei saperi non produttivi che fanno di noi persone libere, cittadini responsabili e consapevoli. La sfida dei vecchi di oggi è trovare modi liberi per mettersi a servizio degli adulti di domani".
 
il pubblico di Piazza Palazzo a Cagliari
"Prima dello start up, c'è il live-up" MICHELA MURGIA 

Quando parliamo di innovazione dobbiamo pensare che lo stiamo facendo in un paese di vecchi, dove la parola vecchio non ha alcun significato denigratorio, ma è un puro dato socio-anagrafico. Da quel punto di vista siamo tutti vecchi qui, lo sono anche io che ho 42 anni, perché la Sardegna ha il tasso di natalità più basso d'Italia dopo il Molise e l'Italia stessa, con nove nati all'anno ogni mille abitanti, è vecchia ora ed è destinata a invecchiare ulteriormente.
Chi si preoccupa di questi tassi di natalità fa spesso un discorso di sostenibilità dei servizi di base: avere meno giovani vuol dire avere meno persone in età lavorativa che possono pagare le tasse per garantire lo stato sociale. Se non facciamo figli la mutua e la scuola gratuita ce la scorderemo, ci dicono. È vero, ma non è questo quello che dovrebbe farci più paura.
Dietro questi dati c'è l'evidenza che vivere in un paese di vecchi significa vivere in un paese di persone anziane che votano e che con il voto trasferiscono i loro bisogni nelle scelte degli investimenti di uno stato intero, orientandole alla conservazione.
Un popolo che ha più passato alle spalle che futuro davanti non può essere altro che conservatore: è una questione di bisogni. Chi è anziano si ammala di più e vuole ospedali e case di cura, non asili nido; possiamo stupirci se voterà chi gliele promette? Chi è anziano è più fragile e ha più paura della criminalità, del dissenso, del cambiamento; vuole investimenti in sicurezza sociale, non in scuole, e voterà chi glieli promette.
Non possiamo confidare nella generosità intergenerazionale, perché chi sente di avere poche risorse sviluppa un fortissimo egoismo sociale e progetterà il mondo a misura di sé e al massimo dei propri figli: dei figli di tutti gli importerà sempre meno.
In questo contesto non importa quanto è giovane il capo di un governo: se il suo consenso è mantenuto sul voto di una maggioranza che ha queste esigenze, le scelte politiche non potranno che andare in questa direzione. È quindi in questo contesto - vecchio, conservatore e destinato a radicalizzare questa posizione - che oggi parliamo di innovazione, anche relativamente al concetto di formazione.
La scuola come la conosciamo svanirà, sta già svanendo. Le ragioni le conosciamo: gli accorpamenti a tavolino su base puramente numerica, le cosiddette riforme che da destra e da sinistra hanno svilito socialmente ed economicamente il ruolo degli insegnanti, la programmazione obsoleta, il calo progressivo degli investimenti e la scarsa cultura di rete sono solo alcune delle cause che l'hanno minata alla base della sua funzione. Oggi la scuola pubblica è eroicamente tenuta in piedi da chi la vive, ma la solitudine in cui è stata lasciata l'ha resa inadeguata a rispondere alle sfide di un presente sempre più rapido nei suoi cambiamenti. Il risultato è che chi esce oggi dalla scuola dell'obbligo italiana sa forse dieci cose in più di quelle che gli serve sapere, ma è quasi sempre privo degli strumenti per acquisire quelle che gli serviranno.
Fuori dalle pericolanti mura scolastiche i ragazzi e le ragazze sono soli, abbandonati a sé stessi in un paese che ha già fatto strame delle ultime quattro generazioni di laureati e diplomati. I loro bisogni saranno diversi da quelli dei vecchi, cioè dai nostri, ma loro davanti a noi saranno sempre una minoranza, anzi essi sono già la minoranza del presente, progressivamente privata del diritto a sperare.
Se tra i vecchi a cui appartengo ci sono anche uomini e donne che non vogliono rassegnarsi al destino di morire conservatori, che risposta saranno capaci di dare al futuro di questi ragazzi?
Uno dei modi è organizzare liberamente, fuori dal recinto istituzionale, un nuovo concetto di rete sociale tra generazioni. Non facciamo figli? Ok. Perchè questo dovrebbe impedirci di fare un investimento di tempo e di relazione sui figli altrui? Se la formazione è relazione, il primo nodo da risolvere è quello della solitudine sociale che i ragazzi sperimentano una volta messo piede fuori dalla scuola, una solitudine che i loro genitori sono spesso altrettanto disarmati a risolvere.
Chi tra noi oggi vuole aiutare il percorso di un giovane, offrirgli saperi e risorse, aiutarlo a orientarsi e sostenerlo nel suo percorso che strade istituzionali ha? Nessuna.
Chi tra i ragazzi oggi cercasse un riferimento adulto per capire, conoscere, intraprendere e crescere nel suo percorso, che strade istituzionali ha? Nessuna.
Ma un paese che non prevede reti di supporto tra le generazioni come fa a sviluppare responsabilità sociale al di fuori dal sistema-famiglia?
Un paese incapace di mettere in relazione la scuola propria delle istituzioni con la scuola impropria dei saperi e dei valori sociali può sviluppare al massimo le reti del “familismo amorale”, quello dove le risorse e le regole sono messe a servizio dei miei figli, privilegiati senza merito di cui -non a caso!- sono pieni i luoghi di comando d'Italia, a qualunque livello.
Gli incubatori d'impresa sono importanti e se ne parla tanto e giustamente, ma non ci bastano: non esistono solo le imprese. Prima delle imprese ci sono le persone, che vanno messe in grado di progettarsi. 
Prima dello start up, c'è il live-up.
Ci occorrono incubatori di cuori, di anime, di speranze, di coraggio, luoghi in cui possano essere trasmessi quei saperi non produttivi che fanno di noi persone libere, cittadini responsabili e consapevoli. La sfida dei vecchi di oggi è trovare modi liberi per mettersi a servizio degli adulti di domani.





martedì 26 febbraio 2013

Il presidio "Rita Atria" incontra alcune classi della Scuola Media "F. Brignone"

Abbiamo accolto con entusiasmo l'invito di alcune professoresse della Scuola Media  "F. Brignone" di Pinerolo, per incontrare le loro classi: far conoscere LIBERA e il presidio "RITA ATRIA" Pinerolo. 
Anche questo è stato un passo che ci porterà al 23 marzo 2013, il giorno in cui celebreremo a Pinerolo la "Giornata della Memoria e dell'Impegno in Ricordo delle Vittime delle mafie". 


Dalle parole di Peppino Impastato: " La mafia è una montagna di merda!"...
Alle parole che abbiamo regalato per stimolare il confronto: Bullismo e Regole 




Dividendosi in gruppi, i ragazzi hanno riflettuto sulle parole proposte. 
La sintesi dei pensieri che le "parole" hanno stimolato:


le sintesi dei quattro gruppi
Abbiamo così compreso le parole di Rita Atria: "(...) la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci . E poi: "(...) L'unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti.(...) Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo"

Infine, nel ricordo dei due eroi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la conferma  del pensiero di Paolo Borsellino l'abbiamo ritrovata, ancora una volta, nella attenzione, nella partecipazione attenta e meditata dei ragazzi ai pensieri che derivavano "dalle parole"(...) le nostre giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".