mercoledì 19 dicembre 2012

LA COSTITUZIONE ITALIANA

Nella serata di lunedì 17 dicembre il "guitto" Roberto Benigni, commentando quella che da molti viene ritenuta il documento fra i più belli che siano stati promulgati a fondamento di una nazione, la Costituzione Italiana, ha in realtà ripreso temi e suggestioni di un discorso "dimenticato" da molti: Il discorso è quello pronunciato da Piero Calamandrei a Milano, nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria, il 26 gennaio 1955. Si doveva svolgere allora un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un  gruppo di studenti universitari e medi e Piero Calamandrei tenne una "lezione" introduttiva che dovrebbe costituire il testo fondamentale dell'educazione civica degli italiani. 
Piero Calamandrei

Riportiamo quel discorso memorabile; discorso tanto più attuale oggi che il degrado della politica partitica italiana sembra sconfessare quotidianamente spirito e principi di quella Carta Costituente, bella ma ancora in gran parte incompiuta.

Il discorso di Piero Calamandrei. Milano,  26 gennaio 1955. 

L’art.34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: 
”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. 
E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini  dignità di uomo.
Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula  contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “-  corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di  studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra  Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia  in  cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il  loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a  questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è  una realtà. In parte è ancora un  programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi! 
E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle  costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una  polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente,  contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili  politici, ai diritti di libertà,  voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica,  quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano  sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società  presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di  ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un  giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna  modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione  ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le  vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune  s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva,  che mira alla trasformazione di questa società  in cui può accadere che, anche quando ci sono, le  libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche, dalla impossibilità  -per molti cittadini- di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al  progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi  per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La  costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni  giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di  mantenere queste promesse, la propria responsabilità. 
Per questo una delle offese che si fanno alla  costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in  questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.  ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo  discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di  questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran  burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito  domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il  bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe,  Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che  me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentisno alla politica.
E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che  interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere,  da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è  come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di  asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi,  giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in  quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo  dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio  contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario  non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della  sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria  libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. 
Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2  giugno 1946, questo popolo che da  venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo  un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze,  lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta  perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare  la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di  noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle  nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere,  sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa  è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in  più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle  prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le  nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi  articoli ci si sentono delle voci lontane. 
Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,  economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di  offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è  Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere  davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e  indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art.  52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento  delle forze armate si informa allo  spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi  voci lontane, grandi nomi lontani.
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa  costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani  come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di  concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di  Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.  Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un  testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle  montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono  impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.

Piero Calamandrei.



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