giovedì 9 maggio 2013

"Sai contare?... E allora conta e cammina!

"Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà... 
Felicia Impastato, la mamma, e la foto di Peppino

... All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore ". Peppino Impastato

Peppino non si arrese mai, nè all'omertà nè alla rassegnazione. 
"Sai contare? E allora conta e cammina!"

Sono passati 35 anni dalla notte del 9 maggio 1978, la notte in cui Peppino Impastato venne ucciso, fatto a pezzi dalla "montagna di merda". 
Ma il suo invito risuona ancora. Oggi più che mai, l'invito di Peppino Impastato a difendere la Bellezza è diventato l'imperativo per chi vuole cambiare le sorti di questo paese, un paese devastato nella sua Bellezza così come nella sua Etica. Ma la storia di Peppino Impastato e di mamma Felicia non è morta. La storia di Peppino, così come altre storie, continueranno a camminare con le nostre gambe se avremo il coraggio "di cambiare". 



fonte: La Repubblica

Ma il "caso Impastato" non è chiuso

S'indaga ancora, dopo trentacinque anni. Su depistaggi, carte sparite, testimoni scomparsi. Quello che sembrava un esemplare delitto di mafia, forse nasconde qualche altro movente e qualche altro mandante. Il "caso Impastato" non è chiuso, destinato per sempre agli archivi. Ci sono troppo indizi che raccontano un'altra storia sull'uccisione di Peppino.
Basta cominciare da ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi: la scena del crimine. I binari, il "terrorista" steso in mezzo al sua sangue e ai frammenti della sua bomba. Quando avevano ucciso così i boss, in Sicilia? Mai. La scena del crimine  -  decisamente inconsueta per un omicidio di mafia  -  a rivederla anche dopo tanto tempo sembra più un'"operazione" di tipo militare che una vendetta di Cosa Nostra. 
E poi l'inchiesta contraffatta, fin dalle prime battute, per sostenere la tesi dell'attentato finito male. Una sentenza scritta in fretta: Peppino Impastato "morto sul lavoro", mentre metteva bombe. L'hanno "suicidato" tutti già quella notte il ragazzo di Cinisi. Tutti. Magistrati. Carabinieri. Testi mendaci. Un inquinamento investigativo così imponente (e sincronizzato) che non sembra giustificare  -  ora come allora - la copertura di un mafioso così importante come era Tano Badalamenti, il re della droga, un bovaro diventato ricco come un creso con l'eroina mandata in America.
Come è finita, si sa: don Tano è stato condannato all'ergastolo per l'uccisione di Peppino Impastato moltissimi anni dopo. Ma forse, forse è stata fatta giustizia solo a metà. Forse in quel delitto di Cinisi, fra la notte dell'8 e del 9 maggio 1978, si può scorgere adesso una di quelle "convergenze di interessi" fra Cosa Nostra e altri poteri che hanno segnato tante altre vicende siciliane. S'indaga ancora su Peppino, dopo trentacinque anni.






lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti è morto. Giancarlo Caselli spiega la sentenza del processo di Palermo che portò il senatore davanti ai giudici,


Giulio Andreotti è morto. Giancarlo Caselli spiega la sentenza del processo di Palermo  che portò il senatore  davanti ai giudici, accusato di "concorso esterno in associazione mafiosa".  Si terranno funerali di Stato?

Fonte : La Repubblica

Giulio Andreotti tra processi e misteri:
da Pecorelli a Sindona, a Cosa Nostra

La lunghissima carriera del leader Dc è stata costellata di tempeste giudiziarie. Le affrontò sempre con compostezza e rispetto per i giudici. Storica la sentenza della Cassazione sui rapporti con la mafia


Quella corazza impenetrabile che è sembrata da sempre invincibile di uomo politico, pronto a tutte le traversìe del destino in quasi un secolo di vita, Giulio Andreotti ha imparato ad indossarla fin dagli esordi del suo infinito viaggio nelle istituzioni dello Stato. E' diventato adulto con quell'"indumento" addosso e l'ha ispessito strada facendo in tutti i luoghi della politica italiana, rinforzandolo con la sua ironia sofisticata e il suo micidiale sarcasmo. 

Il "graffio" sulla "corazza". Nessun altro prima di lui ha dovuto e saputo affrontare tante tempeste giudiziarie, una più devastante dell'altra, tra condanne, assoluzioni e prescrizioni, tutto con la stessa impettita fermezza e una compostezza rigorosamente rispettosa verso i giudici. Tuttavia, alla fine, su quella corazza, un "graffio" incancellabile è rimasto, provocato da una sentenza storica della Cassazione, quella del 2 maggio 2003: "La partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione" con la mafia. Almeno fino al 1980. 

Le collusioni. Più in dettaglio, la Corte d'Appello scrisse che "con la sua condotta (...) (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando 
la sua disponibilità a favorire i mafiosi". 
Su di lui, insomma, di accuse se ne sono abbattute tante, alcune delle quali di gravità estrema: da mandante di omicidi, a mestatore di trame oscure, da colluso con strategie golpiste, a frequentatore di personaggi improponibili - come emerso, appunto, durante il processo di Palermo - per un uomo di Stato, quale lui è sicuramente stato per lunghissimi anni. 

Una maschera imperturbabile. Ma sarà probabilmente la sua maschera misteriosa e imperturbabile che resterà per sempre nella memoria di tutti, il suo severo contegno sacerdotale mantenuto anche sotto il diluvio di voci, insinuazioni e sospetti, così come le battute taglienti e gli aforismi illuminanti. La sua immagine rimarrà dunque scolpita nel ricordo dei suoi contemporanei come l'autentico emblema della cosiddetta Prima Repubblica, associato a un'idea della politica che ha permeato e condizionato il nostro Paese per oltre sessant'anni. 

Le tappe. Ecco le principali - non in ordine cronologico - del percorso giudiziario di Giulio Andreotti.

Il processo di Palermo. L'accusa che lo portò davanti ai giudici parlava di "concorso esterno in associazione mafiosa". Un reato ancora al centro di lunghi dibattiti fra giuristi, perché - al contrario del reato di associazione a delinquere - si configura come una sorta di "concorso nel concorso necessario". In altre parole, configura il comportamento di chi, pur non avendo alcun vincolo associativo, di fatto fornisce un contributo concreto al perseguimento degli obiettivi criminosi dell'associazione. 

Un marchio indelebile. Le parole pesanti scritte sulla sentenza, disegnano un profilo drammatico dell'immagine pubblica di Giulio Andreotti. La Corte infatti elenca i punti salienti di una condotta compromessa con un mondo contiguo, se non addirittura immerso, in Cosa Nostra. I giudici parlano infatti di "interventi para-legali, ancorché per finalità non riprovevoli", parlano di "incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione" con i quali intrattiene "relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti". E ancora fanno riferimento a un "autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso e indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati". E infine parlano di omissioni nel denunciare "elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi", dando ad essi "segni autentici... di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale". 

Piersanti Mattarella. I "fatti di particolarissima gravità" cui allude la sentenza riguardano Piersanti Mattarella, il presidente democristiano della Regione Sicilia, che aveva avviato un processo di pulizia morale nel partito e nell'amministrazione regionale. Casa, questa, che aveva creato non pochi attriti con la mafia. Fu così che la mattina del giorno dell'Epifania del 1980, mentre con la famiglia si recava a messa, Piersanti Mattarella fu ucciso a fucilate. I giudici della Corte d'Appello hanno scritto che Andreotti "era certamente e nettamente contrario" al delitto, ma che però per evitarlo andò in Sicilia per incontrare l'allora capo di Cosa Nostra, Stefano Bontate, per trovare una soluzione, discutendo con il boss mafioso i "problemi" sollevati da Mattarella. 

Logiche non istituzionali. Secondo i magistrati, Andreotti così facendo non si mosse "secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del presidente della Regione, facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni". Al contrario: "ha agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell'onorevole Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali". 

L'omicidio Pecorelli. E' la sera del 20 marzo 1979. Nel quartiere Prati, a Roma, a poca distanza dalla redazione dell'agenzia giornalistica Op, viene ucciso con tre colpi di pistola al volto e uno alla schiena Mino Pecorelli, direttore della stessa agenzia, vicinissima ad alcuni ambienti dei servizi segreti e specializzata in scoop scandalistici, con una spiccata propensione alle insinuazioni pesanti e alle rivelazioni clamorose sul conto del mondo politico.
Dicembre 1993: la Procura di Roma, dopo l'autorizzazione a procedere del Senato contro Andreotti, trasmette gli atti della nuova inchiesta sull'uccisione di Pecorelli alla Procura di Perugia, dopo che uno degli amici più intimi di Andreotti, Claudio Vitalone (all'epoca sostituto procuratore generale a Roma) era finito nell'inchiesta, a seguito delle dichiarazioni di alcuni pentiti della Banda della Magliana. Giulio Andreotti attraversa così una delle fasi più drammatiche della sua vita, perché contemporaneamente è anche chiamato in causa dalla Procura di Palermo, che crede alle affermazioni di Tommaso Buscetta, il quale sostiene che le uccisioni del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e quella di Pecorelli hanno molti punti in comune. Buscetta afferma inoltre che tutti e due i delitti hanno a che fare con il "caso Moro". 
24 settembre 1999. La corte d'Assise di Perugia, quattro anni dopo il rinvio a giudizio, emette la sentenza di assoluzione per i mafiosi Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò e Michelangelo La Barbera, oltre che per l'armiere dei Nar, Massimo Carminati, il magistrato Vitalone e lo stesso Giulio Andreotti dall'accusa di essere (secondo i casi) mandanti, organizzatori o esecutori dell'omicidio di Pecorelli.
17 novembre 2002. La Corte d'Assise d'Appello di Parugia condanna a 24 anni di reclusione Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, considerati i principali registi del delitto Pecorelli. Vengono invece confermate le assoluzioni per tutti gli altri.
30 ottobre 2003. La Corte di Cassazione - a sezioni riunite - annulla senza rinvio la sentenza d'appello e assolve tutti per non aver commesso il fatto. 

I rapporti con Dalla Chiesa. E' il 1982 e Giulio Andreotti non ha incarichi di governo. Però si prodiga affinché il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa accetti l'incarico di Prefetto di Palermo. L'alto ufficiale dei carabinieri nelle pagine di un diario scrive tra l'altro che la corrente Dc che fa capo ad Andreotti in Sicilia sarebbe, di fatto, la frangia politica più inquinata da presenze mafiose. Dalla Chiesa scriverà poi sul suo quaderno, a proposito di Andreotti: "... sono stato molto chiaro con lui e gli ho dato la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori... Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno... lo ha condotto e lo conduce ad errori di valutazione...".

E quelli con Sindona. Stando agli atti scritti dai giudici di Perugia e di Palermo, Andreotti aveva vecchie relazioni con Michele Sindona, oltre che con diverse persone in qualche misura coinvolte nelle vicende del banchiere fondatore della Banca Privata Italiana, esponente delle loggia massonica P2. Relazioni che si infittirono nel 1976 quando ci fu il fallimento del finanziere e che coincisero con l'intervento di Licio Gelli presso lo stesso Andreotti (allora ministro della Difesa), il quale si prodigò, ma senza esito, affinché l'allora ministro del Tesoro, Ugo La Malfa, intervenisse per salvare le banche di Sindona. Andreotti, tuttavia, negò sempre l'interessamento che fu - disse - solo istituzionale.

La morte del banchiere. Un caffè al cianuro stroncò la vita di Sindona il 22 marzo del 1986, mentre era in carcere, all'indomani di una condanna all'ergastolo per l'omicidio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso a Milano l'11 luglio del 1979, mentre svolgeva il suo incarico di liquidatore. Anche in questa vicenda spuntò fuori il nome di Andreotti, sul conto del quale si era avanzata un'ipotesi secondo la quale a far avere la bustina di zucchero avvelenata in carcere sarebbe stato proprio lui, nel timore - si insinuò - che Sindona durante il processo d'appello rivelasse segreti riguardanti i rapporti di politici italiani con Cosa Nostra e la P2. Ipotesi, questa, mai sorretta da alcuna prova concreta capace di coinvolgere Giulio Andreotti.

IL TESTAMENTO DI AGNESE BORSELLINO AI GIOVANI


"Carissimi giovani, mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un`eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, hanno raccolto i miei tre figli, di cui non posso che andare orgogliosa soprattutto perché servono quello stesso Stato che non pare avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre.

Leggendo con i miei figli (qui in ospedale dove purtroppo affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere) le notizie che si susseguono sui giornali, dopo alcuni momenti di sconforto ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese, perché mi rendo conto che abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all`ultimo ci ha insegnato, non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui.
Io e i miei figli non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai, piuttosto siamo piccolissimi dinanzi la figura di un uomo che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita.
Io non perdo la speranza in una società più giusta ed onesta, sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia, l’Italia del domani.
Un caloroso abbraccio a voi tutti
Agnese Borsellino

domenica 5 maggio 2013

Salvatore Borsellino: "Ha raggiunto Paolo. Ora saprà la verità sulla sua morte"


"Io e i miei figli siamo rimasti quelli che eravamo. E io sono orgogliosa che tutti e tre abbiano percorso le loro strade senza trarre alcun beneficio dal nome pesante del padre. Di questo siamo grati a Paolo. Ci ha lasciato una grande lezione civile. Diceva che chiedere un favore vuol dire diventare debitore di chi te lo concede. Era così rigoroso e attento al senso del dovere che alla fine della giornata si chiedeva: ho meritato oggi lo stipendio dello Stato?" Agnese Piraino Leto Borsellino


 fonte : La Stampa

E' Morta Agnese Borsellino, vedova
del magistrato ucciso dalla mafia

Agnese Borsellino aveva 71 anni

Malata da tempo, aveva 71 anni
Il fratello del giudice ammazzato
dalla mafia: “Ha raggiunto Paolo,
ora saprà la verità sulla sua morte”
Crocetta: “Un esempio di coraggio”
Non smise mai di cercare la verità sull’assassinio di suo marito, Paolo Borsellino. Riservata e lontana dai riflettori pubblici, Agnese Piraino Leto, preferiva parlare ai giovani dando messaggi di speranza e di riscatto da quel cancro della mafia che le tolse il marito, l’amico, il padre dei suoi tre figli: Lucia, Manfredi e Fiammetta. Nella sua ultima apparizione, in occasione dell’inaugurazione a Palermo della nuova sede della Dia, già provata dalla malattia, Agnese pronunciò parole che ancora adesso sembrano pietre: «Questa città deve resuscitare, deve ancora resuscitare». 

Agnese Piraino Leto è morta oggi, nella sua abitazione, a 71 anni. A darne la notizia è stato Salvatore Borsellino, fratello del magistrato. «È andata a raggiungere Paolo . Adesso saprà la verità sulla sua morte». In una nota i figli chiedono che «oggi sia un momento di preghiera strettamente privato nel rispetto di una perdita che ha una dimensione prima di tutto familiare». 

Sempre a testa alta, in quella sua figura minuta ma fiera e orgogliosa, Agnese Borsellino, che sposò Paolo il 23 dicembre 1968, non ha mai perso la fiducia nella giustizia e nella verità, anche quando i depistaggi e i falsi pentiti raccontarono una storia che ora i magistrati di Caltanissetta stanno cercando di riscrivere, pezzo dopo pezzo.  Proprio per la malattia che l’affliggeva, non aveva potuto partecipare alle manifestazioni per il ventennale delle stragi. Aveva però mandato un messaggio ai giovani: «Dopo alcuni momenti di sconforto - aveva scritto - ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato. Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui».  

In occasione delle udienze del processo per la strage di via D’Amelio aveva riferito le preoccupazioni del marito che si erano accentuate dopo la strage Falcone. «Mi disse che c’era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato», raccontò. E parlò di un Borsellino «sconvolto» mentre le rivelava di avere saputo che l’ex capo del Ros, Antonio Subranni, era «punciuto» (uomo d’onore, ndr). «Paolo mi disse: “Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno”». I verbali dei suoi interrogatori sono stati acquisiti anche al processo al generale dei carabinieri Mario Mori. La malattia le impedì di essere presente in aula a ripetere quelle parole. 
L’anno scorso in un’intervista all’Ansa disse: «Io e i miei figli siamo rimasti quelli che eravamo. E io sono orgogliosa che tutti e tre abbiano percorso le loro strade senza trarre alcun beneficio dal nome pesante del padre. Di questo siamo grati a Paolo. Ci ha lasciato una grande lezione civile. Diceva che chiedere un favore vuol dire diventare debitore di chi te lo concede. Era così rigoroso e attento al senso del dovere che alla fine della giornata si chiedeva: ho meritato oggi lo stipendio dello Stato?». 

Unanime il cordoglio delle istituzioni. Il Capo dello Stato; Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio alla famiglia Borsellino. Solidarietà anche dal presidente della Camera Laura Boldrini, dal premier Enrico Letta, dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, dal Guardasigilli Annamaria Cancellieri, dal governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, dall’Anm. «Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza», ha dichiarato il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta. 

I funerali si terranno domani alle 9.30 nella chiesa di S. Luisa di Marillac a Palermo, la stessa dove si svolsero le esequie di Paolo Borsellino. 

venerdì 3 maggio 2013

Libera riapre il bar della ’ndrangheta a Torino. Festa con don Ciotti e Caselli


Il bar Italia di via Veglia 59, l’ex santuario della ’ndrangheta di Torino, è pronto al battesimo di una vita: quella della legalità.  
L’ultimo scontrino è stato battuto il 7 giugno 2011, alle 20.35. Poche ore dopo, Giuseppe Catalano, marito della titolare del bar Albina Stalteri, è finito in manette, insieme ad altri 153 presunti ’ndranghetisti, nella lunga notte dell’operazione "Minotauro"

Fonte : la Stampa

Libera riapre il bar della ’ndrangheta
Festa con don Ciotti e Caselli

GIUSEPPE LEGATO

Non ci sono più picciotti d’onore, padrini, sgarristi e vangelisti. Al loro posto, da oggi, troverete Adriana Nobile, 56 anni, impiegata in mobilità della Ages di Santena. E’ lei che armeggia al bancone, fa la spola tra la cucina e i frigo e chiede ai clienti cosa desiderano. Caffè corretto antimafia.  
Il bar Italia di via Veglia 59, l’ex santuario della ’ndrangheta di Torino, è pronto al battesimo di una vita: quella della legalità.  

L’ultimo scontrino è stato battuto il 7 giugno 2011, alle 20.35. Importo: 2 euro. Poche ore dopo, Giuseppe Catalano, marito della titolare del bar Albina Stalteri, è finito in manette, insieme ad altri 153 presunti ’ndranghetisti, nella lunga notte dell’operazione Minotauro, grattacielo di accuse contro le ’ndrine di Torino e provincia il cui processo si sta celebrando nell’aula bunker delle Vallette. 
Il bar, citato 373 volte nell’ordinanza di arresto dei boss, da oggi si chiama «Italia Libera». Addio ’ndrangheta, si volta pagina.  

Il bar della mala  
Peppe Catalano era il capo dei capi.. Pochi giorni prima di morire aveva firmato in carcere la dissociazione dall’organizzazione. Un’ammissione implicita: ne ha fatto parte. Poi, esattamente un anno fa, si è suicidato nella villetta di Volvera lanciandosi dal balcone. Ufficialmente perché in preda alla depressione, ma nessun atto nel faldone aperto in procura, parlerebbe di patologie psichiche. Un decesso su cui ci sono ancora molte domande. Di certo c’è che, da morto, non potrà vedere la nuova vita del bar dal quale, per vent’anni, ha dettato la linea dell’onorata società sotto la Mole.  

Giuramenti, appalti e riti  
Qui si sono decise le strategie criminali più importanti, qui autentici pezzi da novanta della ’ndrangheta calabrese come Giuseppe Commisso «U mastru», uno dei tre più potenti boss in circolazione in Italia, venivano a dirimere controversie, celebrare riti, spartire appalti, distribuire doti e promozioni Qui si effettuava la«colletta» per le famiglie dei carcerati. In questo bar - secondo l’accusa - è diventato «padrino» Bruno Iaria, mentre Arcangelo Gioffrè appena diciottenne è stato battezzato nella famiglia criminale come «giovane d’onore» salvo poi, pochi mesi dopo (28 dicembre 2008), essere quasi ucciso in un agguato a Bovalino in cui morì suo padre Giuseppe «Peppe» Gioffrè, capo del locale di Settimo. Adesso ci sono Adriana e altre due giovani ragazze della cooperativa Nanà che gravita nell’orbita di Libera, associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti. Da mesi, insieme a Maria Jose Fava, referente regionale dell’associazione, hanno iniziato a lavorare per rimettere a posto i locali: «E’ saltato fuori di tutto, anche un santino elettorale del 2009 di Fabrizio Bertot (mai indagato ndr) candidato alle elezioni europee che venne qui a fare un pranzo con il gotha della ’ndrangheta (in aula ha negato di sapere che fossero criminali ndr)». Non solo: «In un cassetto c’era perfino il certificato antimafia con tanto di timbri» racconta Fava.  

La nuova vita  
Oggi pomeriggio alle 17 ci sarà l’inaugurazione. Vi parteciperanno il procuratore Giancarlo Caselli, don Luigi Ciotti e molti ufficiali dei carabinieri e delle forze armate che hanno contribuito all’indagine dalla quale è scaturito il sequestro del bar. Adriana è già al bancone e non ha paura di niente: «Siamo qui per metterci in gioco, per mandare alla città un segnale positivo. L’antimafia . dice - non è solo quella delle manette». 

giovedì 2 maggio 2013

Torino. Inaugurazione "Bar Italia Libera"




In Piemonte “Bar Italia Libera”

fonte: Libera Piemonte
Il bar sequestrato alla ‘ndrangheta nel corso della più grande operazione antimafia del Piemonte, l'Operazione "Minotauro", torna alla collettività grazie al riutilizzo sociale sancito dalla legge 109/96. Libera Piemonte e la Cooperativa Nanà, che ne hanno rilevato la gestione, invitano tutti domani 3 maggio all’inaugurazione del locale. 
Alla giornata saranno presenti rappresentanti delle Istituzioni cittadine. Non Mancate.



mercoledì 1 maggio 2013

I Maggio. Il Lavoro


La Costituzione Italiana pone il valore del Lavoro ai primi quattro punti dei cosiddetti Principi Fondamentali. Rileggiamo quei Principi! Comprenderemo allora perché, alla luce delle vicende storiche passate e presenti,  proprio il Lavoro, in Italia, sia stato usato come arma di ricatto dalle forme di potere -palesi e occulte- che dominano la storia di questo Paese. 
la stele che ricorda la strage di Portella delle Ginestre
Sappiamo tutti quanto è avvenuto e continua ad avvenire: in Italia, una classe politica e dirigente sempre più simile ad un  mero “comitato di affari” ha finito col determinare il processo di decadimento di quello che viene definito "sistema-paese". Importanti capitoli di spesa pubblica, frutto del denaro dei cittadini italiani, spesso sono stati utilizzati come come mezzo per acquisire e mantenere privilegi (ma il "privilegio" non dovrebbe proprio esistere in un paese democratico!); come merce per il voto di scambio, come improprio e ingiusto "ammortizzatore sociale"; come mezzo per piazzare ed allargare il potere e le ricchezze di caste, cricche e cosche ( da anni è questa una triade inscindibile). 
La connivenza, la complicità, fra mala-politica e mafie è poi un corollario drammatico, scandaloso, inequivocabile, provato. Scandaloso è vedere come i comportamenti del "potere" abbiano ricalcato esattamente i principi del potere mafioso: così come i capi-mafia siciliani distribuivano  le terre ai contadini - ingiustamente, non per merito bensì per "appartenentza o contiguita", per ricatto!- così il "Potere" concede spesso il Lavoro. Da principio a fondamento di una nazione, il Lavoro è diventato merce di scambio, regalia per compensare e premiare amici e servi del potere: uno scambio che appare "ricatto"!
Anche contro questo, contro il ricatto del lavoro, manifestavano i contadini di quel I maggio del 1947 a Portella delle Ginestre.

Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.


1 MAGGIO 1947
STRAGE di PORTELLA DELLA GINESTRA
Allotta Vito (Contadini e possidenti)
Busellini Emanuele (Contadini e possidenti)
Clesceri Margherita ( Donne)
Cusenza Giorgio (Minori e Giovani)
Di Maggio Lorenzo (Minori e Giovani)
Di Salvo Filippo (Contadini e possidenti)
Grifò Giovanni (Minori e Giovani)
Intravaia Castrense (Contadini e possidenti)
La Fata Vincenzina (Minori e Giovani)
Lascari Serafino (Minori e Giovani)
Megna Giovanni (Contadini e possidenti)
Vicari Francesco (Contadini e possidenti)

Riportiamo un articolo di Umberto Santino, storico, sulla vicende della Strage di Portella delle Ginestre

La strage di Portella della Ginestra
Quella mattina del 1° maggio 1947, il pianoro di Portella della Ginestra traboccava di contadini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello. Erano lì, con le loro famiglie, per passare una giornata in allegria, per ricordare la festa del lavoro: una festa "politica", a cui li aveva abituati il medico socialista Nicola Barbato. Nel pianoro a metà strada tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in provincia di Palermo, la festa del primo maggio 1947, a cui partecipavano migliaia di persone, fu interrotta da una sparatoria che, secondo le fonti ufficiali, causò 11 morti e 27 feriti. Successivamente, per le ferite riportate, ci furono altri morti e il numero dei feriti varia da 33 a 65. 

I contadini dei paesi vicini erano soliti radunarsi a Portella della Ginestra per la festa del lavoro già ai tempi dei Fasci siciliani, per iniziativa del medico e dirigente contadino Nicola Barbato, che era solito parlare alla folla da un podio naturale che fu in seguito denominato "sasso di Barbato". La tradizione venne interrotta durante il fascismo e ripresa dopo la caduta della dittatura. Nel 1947 non si festeggiava solo il primo maggio ma pure la vittoria dei partiti di sinistra raccolti nel Blocco del Popolo nelle prime elezioni regionali svoltesi il 20 aprile. Sull'onda della mobilitazione contadina che si era andata sviluppando in quegli anni, le sinistre avevano ottenuto un successo significativo, ribaltando il risultato delle elezioni per l'Assemblea costituente. La Democrazia cristiana era scesa dal 33,62% al 20,52%, mentre le sinistre avevano avuto il 29,13% (alle elezioni precedenti il Psi aveva avuto il 12,25% e il Pci il 7,91%). 
La campagna elettorale era stata abbastanza animata, non erano mancate le minacce e la violenza mafiosa aveva continuato a mietere vittime. Il 1947 era cominciato con l'assassinio del dirigente comunista e del movimento contadino Accursio Miraglia (4 gennaio) e il 17 gennaio era stato ucciso il militante comunista Pietro Macchiarella; lo stesso giorno i mafiosi avevano sparato all'interno del Cantiere navale di Palermo. Alla fine di un comizio il capomafia di Piana Salvatore Celeste aveva gridato: "Voi mi conoscete! Chi voterà per il Blocco del popolo non avrà né padre né madre" e la stessa mattina del primo maggio a San Giuseppe Jato la moglie di un "qualunquista truffatore" - come si legge in un servizio del quotidiano "La Voce della Sicilia" - aveva avvertito le donne che si recavano a Portella: "Stamattina vi finirà male" e a Piana un mafioso non aveva esitato a minacciare i manifestanti: "Ah sì, festeggiate il 1° maggio, ma vedrete stasera che festa!" (in Santino 1997, p. 150). Eppure nessuno si aspettava che si arrivasse a sparare sulla folla inerme, ormai lontana la memoria dei Fasci siciliani e dei massacri successivi. 


Prima i mafiosi e i partiti conservatori poi solo i banditi 
La matrice della strage appare subito chiara: la voce popolare parla dei proprietari terrieri, dei mafiosi e degli esponenti dei partiti conservatori e i nomi sono sulla bocca di tutti: i Terrana, gli Zito, i Brusca, i Romano, i Troia, i Riolo-Matranga, i Celeste, l'avvocato Bellavista che durante la campagna elettorale aveva tuonato contro le forze di sinistra e a difesa degli agrari. I carabinieri telegrafano: "Vuolsi trattarsi organizzazione mandanti più centri appoggiati maffia at sfondo politico con assoldamento fuori legge"; "Azione terroristica devesi attribuire elementi reazionari in combutta con mafia" (ivi, p. 153). Vengono fermate 74 persone tra cui figurano mafiosi notori. All'Assemblea costituente il giorno dopo la strage Girolamo Li Causi, segretario regionale comunista, lancia la sua accusa: dopo il 20 aprile c'è stata una campagna di provocazioni politiche e di intimidazioni, durante la strage il maresciallo dei carabinieri si intratteneva con i mafiosi e tra gli sparatori c'erano monarchici e qualunquisti. Viene interrotto da esponenti dei qualunquisti e della destra e il ministro degli interni Mario Scelba dichiara che non c'è un "movente politico", si tratta solo di un "fatto di delinquenza" (ivi, p. 155). Scelba ritorna sull'argomento in un'intervista del 9 maggio: "Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto, maturato in una zona fortunatamente ristretta le cui condizioni sono assolutamente singolari" (ivi, p. 159). Nel frattempo i fermati vengono rilasciati e si afferma la pista che porta alla banda Giuliano, il cui nome viene fatto dall'Ispettore di Pubblica Sicurezza Ettore Messana, lo stesso che l'8 ottobre 1919 aveva ordinato il massacro di Riesi (15 morti e 50 feriti) e che ora Li Causi addita come colui che dirige il "banditismo politico". La banda Giuliano sarà pure indicata come responsabile degli attentati del 22 giugno in vari centri della Sicilia occidentale, con morti e feriti. 
L'inchiesta giudiziaria si concentra sui banditi e procede con indagini frettolose e superficiali: non si fanno le autopsie sui corpi delle vittime e le perizie balistiche per accertare il tipo di armi usate per sparare sulla folla. Il 17 ottobre 1948 la sezione istruttoria della Corte d'appello di Palermo rinvia a giudizio Salvatore Giuliano e gli altri componenti della banda. La Corte di Cassazione, per legittima suspicione, decide la competenza della Corte d'assise di Viterbo, dove il dibattimento avrà inizio il 12 giugno 1950 e si concluderà il 3 maggio 1952, con la condanna all'ergastolo di 12 imputati (Giuliano era stato assassinato il 5 luglio del 1950). 
Nella sentenza, a proposito della ricerca della causale, si sostiene che Giuliano compiendo la strage e gli attentati successivi ha voluto combattere i comunisti e si richiama la tesi degli avvocati difensori secondo cui la banda Giuliano aveva operato come "un plotone di polizia", supplendo in tal modo alla "carenza dello Stato che in quel momento si notò in Sicilia" (ivi, pp. 191 s). Cioè: la violenza banditesca era stata impiegata come risorsa di una strategia politica volta a colpire le forze che si battevano contro un determinato sistema di potere. Restava tra le righe che le "carenze dello Stato" erano da attribuire all'azione della coalizione antifascista allora al governo del Paese. La sentenza di Viterbo non toccava il problema dei mandanti della strage e dell'offensiva contro il movimento contadino e le forze di sinistra, affermando esplicitamente che la causa doveva essere ricercata altrove. 
Contro la sentenza fu proposto appello e il processo di secondo grado si svolse presso la Corte d'assise d'appello di Roma (nel frattempo molti degli imputati, tra cui Gaspare Pisciotta, erano morti). La sentenza del 10 agosto 1956 confermava alcune condanne, riducendo la pena, e assolveva altri imputati per insufficienza di prove. Con sentenza del 14 maggio 1960 la Corte di Cassazione dichiarava inammissibile il ricorso del pubblico ministero e così la sentenza d'appello diventava definitiva. 

Una strage per il centrismo 
Nella storia d'Italia il 1947 è un anno di svolta e la strage di Portella ha avuto un ruolo nello stimolare e accelerare questa svolta, intrecciandosi con dinamiche che maturano a livello locale, nazionale e internazionale. Il 13 maggio si apre la crisi politica con le dimissioni del governo di coalizione antifascista presieduto da De Gasperi. Il 30 maggio a Roma e a Palermo si formano i nuovi governi: De Gasperi presiede un governo centrista con esclusione delle sinistre e alla Regione siciliana il democristiano Giuseppe Alessi presiede un governo minoritario appoggiato dai partiti conservatori, senza la partecipazione del Blocco del popolo, nonostante la vittoria alle elezioni del 20 aprile. Si apre così una nuova fase della storia d'Italia, in cui le forze di sinistra saranno all'opposizione. La svolta si inserisce nella prospettiva aperta dagli accordi di Yalta che hanno codificato la divisione del pianeta in due grandi aree di influenza, con l'Italia dentro lo schieramento atlantico egemonizzato dagli Stati Uniti e la guerra fredda come strategia di contrasto e di contenimento del potere sovietico. 
Nel gennaio del '47 De Gasperi era andato negli Stati Uniti ma è frutto di una visione semplificatrice pensare che abbia ricevuto l'ordine di sbaraccare le sinistre dal governo. In realtà la svolta del '47 è figlia di un matrimonio consensuale in cui interessi locali, nazionali e internazionali coincidono perfettamente. Il messaggio contenuto nella strage è stato pienamente recepito e da ora in poi a governare, accanto alla Democrazia cristiana che nelle elezioni del 18 aprile 1948 si afferma come partito di maggioranza relativa, dopo una campagna elettorale volta a esorcizzare il "pericolo rosso", saranno i partiti conservatori vanamente indicati come mandanti del massacro. In questo quadro la Chiesa cattolica ha un ruolo di primo piano. Il cardinale Ernesto Ruffini, a proposito della strage di Portella e degli attentati del 22 giugno, scrive che era "inevitabile la resistenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali e alle teorie antiitaliane e anticristiane dei comunisti" (in Santino 2000, p. 180), plaude all'estromissione delle sinistre dal governo, ma la sua proposta di mettere i comunisti fuori legge, rivolta a De Gasperi e a Scelba, rimarrà inascoltata. I dirigenti democristiani sanno perfettamente che sarebbe la guerra civile.

Alla ricerca dei mandanti 
La verità giudiziaria sulla strage si è limitata agli esecutori individuati nei banditi della banda Giuliano. Nell'ottobre del 1951 Giuseppe Montalbano, ex sottosegretario, deputato regionale e dirigente comunista, presentava al Procuratore generale di Palermo una denuncia contro i monarchici Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano e Giacomo Cusumano Geloso come mandanti della strage e contro l'ispettore Messana come correo. Il Procuratore e la sezione istruttoria del Tribunale di Palermo decidevano l'archiviazione. Successivamente i nomi dei mandanti circoleranno solo sulla stampa e nelle audizioni della Commissione parlamentare antimafia che comincia i suoi lavori nel 1963. Nel novembre del 1969 il figlio dell'appena defunto deputato Antonio Ramirez si presenta nello studio di Giuseppe Montalbano per recapitargli una lettera riservata del padre, datata 9 dicembre 1951. Nella lettera si dice che l'esponente monarchico Leone Marchesano aveva dato mandato a Giuliano di sparare a Portella, ma solo a scopo intimidatorio, che erano costantemente in contratto con Giuliano i monarchici Alliata e Cusumano Geloso, che quanto aveva detto, nel corso degli interrogatori, il bandito Pisciotta su di loro e su Bernardo Mattarella era vero, che Giuliano aveva avuto l'assicurazione che sarebbe stato amnistiato (in Santino 1997, p. 207). 
Montalbano presenta il documento alla Commissione antimafia nel marzo del 1970, la Commissione raccoglierà altre testimonianze e nel febbraio del 1972 approverà all'unanimità una relazione sui rapporti tra mafia e banditismo, accompagnata da 25 allegati, ma verranno secretati parecchi documenti raccolti durante il suo lavoro. La relazione a proposito della strage scriveva: "Le ragioni per le quali Giuliano ordinò la strage di Portella della Ginestra rimarranno a lungo, forse per sempre, avvolte nel mistero. Attribuire la responsabilità diretta o morale a questo o a quel partito, a questa o quella personalità politica non è assolutamente possibile allo stato degli atti e dopo un'indagine lunga e approfondita come quella condotta dalla Commissione. Le personalità monarchiche e democristiane chiamate in causa direttamente dai banditi risultano estranee ai fatti". Il relatore, il senatore Marzio Bernardinetti, addebitava i risultati deludenti alla mancata o scarsa collaborazione delle autorità: "Il lavoro, cui il comitato di indagine sui rapporti fra mafia e banditismo si è sobbarcato in così difficili condizioni, avrebbe approdato a ben altri risultati di certezza e di giudizio se tutte le autorità, che assolsero allora a quelli che ritennero essere i propri compiti, avessero fornito documentate informazioni e giustificazioni del proprio comportamento nonché un responsabile contributo all'approfondimento delle cause che resero così lungo e travagliato il fenomeno del banditismo" (in Testo integrale…1973). 
Nel 1977, in pieno clima di "compromesso storico" tra Partito comunista e Democrazia cristiana, ben poco propizio alla ricerca della verità, il Centro siciliano di documentazione comincia la sua attività con un convegno nazionale dal titolo "Portella della Ginestra: una strage per il centrismo" in cui si ricostruisce il quadro in cui è maturata la strage, considerata non come il prodotto di un disorientamento e di un vuoto politico (come sosteneva anche la storiografia di sinistra: Francesco Renda considerava l'uso della violenza come "repugnante delinquenza comune" e un "errore grossolano" che avrebbe portato all'isolamento dei proprietari terrieri: Renda 1976, p. 23) ma come "un atto di lucida, e ragionata, violenza volto a condizionare il quadro politico, regionale e nazionale" purtroppo coronato da successo (Centro siciliano di documentazione 1977; Santino 1997, pp. 8, 60). Successivamente ci sono state varie pubblicazioni, più meno documentate, sulla strage e sulla banda Giuliano (Galluzzo 1985, Magrì 1987, Barrese - D'Agostino 1997, Renda 2002) e l'interpretazione della strage di Portella come "strage di Stato" ha segnato buona parte dei lavori del convegno che si è svolto nel maggio del 1997, nel cinquantesimo anniversario (Manali, a cura di, 1999; Santino ivi). Il convegno si concluse con la richiesta della desecratazione della documentazione raccolta dalla Commissione antimafia, pubblicata negli anni successivi in vari volumi (Commissione antimafia 1998-99). Nel frattempo la costituzione dell'Associazione "Non solo Portella", ad opera di familiari delle vittime, e l'attività di ricerca del suo presidente, lo storico Giuseppe Casarrubea, figlio di una delle vittime dell'attentato di Partinico del 22 giugno, hanno portato a significativi risultati (Casarrubea 1997, 1998, 2001). Anche sulla base di perizie effettuate sui corpi di alcuni superstiti si è documentato che tra le armi utilizzate c'erano bombe-petardo di produzione americana; da testimonianze risulta che tra gli esecutori c'erano mafiosi e le ricerche sui materiali dell'archivio dell'Oss (Office of Strategic Services) e del Sis (Servizio Informazioni e Sicurezza) del ministero dell'Interno hanno prodotto ulteriore documentazione sul ruolo degli Stati Uniti (già documentato precedentemente: sugli incontri del bandito Giuliano con l'agente americano Michael Stern: Sansone - Ingrascì 1950, pp.143-150; sulla politica estera degli Stati Uniti, ricostruita attraverso documenti d'archivio: Faenza - Fini 1976) e rivelato i rapporti tra banditismo e formazioni neofasciste (Vasile 2004, 2005). 
Ricostruzioni recenti (La Bella - Mecarolo 2003) hanno contribuito ad arricchire il quadro della documentazione sul contesto, sono stati pubblicati significativi documenti degli archivi italiani e americani sui primi anni della Repubblica (Tranfaglia 2004) e un film (Segreti di Stato del regista Paolo Benvenuti, accompagnato da un volume: Baroni-Benvenuti 2003) ha riproposto il tema delle complicità chiamando in causa vari soggetti, dai dirigenti della Democrazia cristiana alla X MAS di Junio Valerio Borghese, ai servizi segreti americani, al Vaticano, in un "gioco delle carte" non sempre convincente. 
Sulla base di nuove acquisizioni documentali nel dicembre 2004 i familiari delle vittime hanno chiesto la riapertura dell'inchiesta. Per Portella, come del resto per le altre stragi che hanno insanguinato l'Italia, la verità è ancora lontana.