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venerdì 18 ottobre 2013

Domani 19 ottobre 2013 a Milano si terranno i funerali di Lea Garofalo,

Domani 19 ottobre 2013 a Milano si terranno i funerali di Lea Garofalo, testimone di giustizia calabrese fatta rapire e uccisa dal marito, Carlo Cosco, il 24 novembre 2009. Libera parteciperà ai funerali che saranno celebrati da don Ciotti. I funerali di Lea sono fortemente voluti da sua figlia, Denise Garofalo, che ha testimoniato contro il padre assassino, con coraggio e con fermezza. 
Le parole di Don Luigi Ciotti:  «Porteremo in piazza il coraggio delle donne che hanno reagito. Prima Lea, poi Denise. Dobbiamo far capire che la mafia non è un destino a cui si è condannati, ma c'è la possibilità di scegliere».
 
Lea Garofalo
La funzione religiosa si celebrerà al mattino, alle ore 10.00, in piazza Beccaria . Al pomeriggio in via Montello, in quello che era il fortino della famiglia Cosco, alla vittima di mafia sarà intitolato il giardino pubblico, nell'ambito di una festa cittadina che coinvolgerà Comune e associazioni. spiega Il sindaco Giuliano Pisapia  «Denise, la figlia di Lea Garofalo, ha voluto che il funerale di sua madre si tenesse a Milano,  Lo celebreremo in una piazza della città per testimoniare la vicinanza dei milanesi e di tutti coloro che, da ogni parte d’Italia combattono le mafie e la criminalità organizzata. Il giorno dei funerali sarà un momento di riflessione che coinvolgerà tutta la  città. Lea Garofalo non era nata a Milano, ma in questa città era arrivata piena di speranze, qui ha avuto il coraggio di ribellarsi all’ndrangheta diventando testimone di giustizia. Un coraggio che ha pagato con la vita».
L'ultima immagine di Lea Garofalo, ripresa da una telecamera mentre
 passeggia per le strada di Milano, pochi istanti prima di essere rapita
Lea Garofalo era diventata una testimone di giustizia nel 2002, quando aveva deciso di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Sottoposta a protezione, nel 2009 commise l'errore di telefonare all'ex, rivelando la propria residenza. Rapita, torturata e uccisa mediante strangolamento, il corpo di Lea venne bruciato in un bidone metallico e poi sepolto nei pressi di Monza. Al processo Denise, la figlia di Lea, decise di testimonare contro il padre, diventando anche lei una collaboratrice di giustizia e facendolo condannare all'ergastolo insieme ad altre quattro persone.
«Lea è stata risucchiata in una famiglia mafiosa, ma poi ha avuto la forza di reagire - spiega il fondatore e presidente di Libera, Don Ciotti - Perché la violenza non è soltanto quella delle armi, ma è anche quella del perbenismo, della delega, dell'indifferenza. La giornata di sabato serve a non farci voltare dall'altra parte».
A Lea Garofalo sarà anche  dedicato il secondo festival dei Beni Confiscati che si terrà a Milano dall’8 al 10 novembre.
«Milano è in prima fila nella lotta contro le mafie e lo testimoniano anche le motivazioni con cui il Comune è stato ammesso come parte civile (video) nel processo contro gli assassini di Lea - ha concluso Pisapia - Il Tribunale ha riconosciuto come il Comune abbia concretamente dimostrato di essere intervenuto con la propria attività amministrativa nel contrasto alle culture mafiose»


domenica 13 ottobre 2013

Costituzione Italiana. "La Via Maestra". 12 ottobre 2013.

Si è svolta a Roma la manifestazione a difesa della Costituzione Italiana promossa da, Lorenza Carlassare, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Don Luigi Ciotti, Maurizio Landini. Sono questi coloro che hanno lanciata l’appello nel quale , fra l’altro, si leggeva: "La difesa della Costituzione è innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. [...] Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa

LA COSTITUZIONE È LA LEGGE FONDAMENTALE DELLO STATO


Le parole dal palco 
Don Ciotti:" Siate sempre eretici!(…) La Costituzione e' stata tradita, se no non saremmo qui! Cosa ce ne facciamo di quegli F-35 se non ci sono i soldi per le persone e per i servizi? Una domanda me la pongo ed e': ci sara' una priorita' in questo paese quando non ci sono le risorse per le persone bisognose? E' una vergogna. Noi non siamo qui per sondare nuovi partiti ma per difendere la Costituzione. Siamo tutti chiamati a collaborare ...La nostra Costituzione e' la legge fondamentale dello Stato, un grimaldello delle coscienze...Sono venuto qui come cittadino, come italiano e anche comes sacerdote perche' il Vangelo sta dalla parte degli umiliati, dei poveri, degli esclusi. La Costituzione e' scritta proprio per dire mai piu' poverta', mai piu' esclusione, mai piu' disuguaglianze. Dobbiamo difenderla". Per il fondatore di Libera: "non possiamo costruire speranze se non partendo dagli ultimi e anche il Vangelo e' dalla parte degli umiliati, dei poveri, degli esclusi e di quelli che fanno piu' fatica. La Costituzione chiede impegno e coerenza e non devono dimenticarsi di questo quei politici che dicono essere cattolici. Oggi il problema non e' solo la crisi economica. Abbiamo anche una crisi etica e culturale, una crisi della politica che ha tradito la sua funzione di servizio alla comunita'. Quando gli interessi pubblici vengono mangiati da quelli privati e ' inevitabile che un Paese si impoverisca".Don Ciotti ha chiuso il suo intervento facendo un appello a tutti i presenti: "Siate eretici perche' gli eretici sanno scegliere, esprimere un giudizio autonomo e ricercare la verita'". Ricercate la verità che è più importante della verità stessa. Rifiutate il cinismo e l'ipocrisia di chi dice NOI ma pensa IO. Eretico è chi si ribella alle ingiustizie e al sonno delle coscienze. Siate sempre eretici!"
Gustavo Zagrebelsky che dal palco incassa subito gli applausi della gente e dice: "Noi qui oggi siamo una piazza di moderati, siamo stati esclusi da tanti, però noi non escludiamo nessuno". E respinge le accuse di 'conservatorismò sulla Costituzione. Il professore ha poi continuato: "Abbiamo paura che la macchina delle riforme, una volta messa in moto, non si fermi più. Abbiamo paura dei danni che ci potrebbero essere". Si è poi rivolto ai 'saggi' nominati da Napolitano: "Ai miei colleghi costituzionalisti dico che la cultura non si presta a fiancheggiare i progetti del potere. La cultura è libera, vi prometto che noi non finiremo qui, che non ci faremo spiaggiare".

Stefano Rodotà lancia un progetto: "Possiamo mettere insieme una coalizione dei vincenti che abbia al centro la Costituzione. (…) abbiamo avuto qualche imbarazzante diserzione. Alcuni non sono venuti qui abbandonando la battaglia comune di anni per calcoli molto modesti. Non si perde l'identità qui, la si rafforza". E ancora, rivolgendosi al premier Enrico Letta: "La Costituzione è stata sequestrata e  sono state distorte le regole fondative. Io vorrei che il presidente del Consiglio usasse una parola di verità, le sue parole sono tra la denigrazione e il terrorismo ideologico". Sulla riduzione del numero dei parlamentari e la modifica del bipolarismo perfetto, il giurista ha aggiunto che "c'è ampio consenso sociale. Si sarebbe potuto avviare un processo di revisione limitata della Carta". Invece, ha sottolineato, si sta tentando, "in assenza di consenso, una scorciatoia pericolosa. Stare attorno alla Costituzione oggi vuol dire evitare un rischio per la democrazia".

mercoledì 24 luglio 2013

Anche Don Ciotti si pronuncia sul testo dell'art. 416-ter: "Procacciamento?..."

Don Ciotti: "Procacciamento? Speriamo che ci sia al Senato lo scatto di unire le forze per modificare questa parola che aprirebbe ambiguità nell'applicazione della legge. Lotta alla mafia si fa in Parlamento". 
Altre voci si aggiungono ai timori espressi da Roberto Saviano, Raffaele Cantore, Rosaria Capacchione, Felice Casson, e provocati dalle anticipazioni del  testo di legge sull'art. 416-ter. 
Per completezza di informazione, riportiamo il commento di Giulio Cavalli, attore -ora anche consigliere regionale milanese- che vive da anni sotto-scorta per le ripetute minacce ricevute dalle  cosche.


Fonte: Blog di Giulio Cavalli

Esultare un po’ meno per il nuovo 416 ter contro il voto di scambio mafioso

Sento tutto intorno un certo fremito vittorioso per il nuovo testo sul voto di scambio politico mafioso. E’ vero che in questi anni tutti abbiamo contestato la vecchia norma del 1992 che prevedeva lo scambio di denaro per configurare il reato; consapevoli che difficilmente un politico offre denaro liquido per acquistare pacchetti di voti dalla criminalità organizzata quanto piuttosto una serie di regalìe attraverso appalti e consulenze (rimane la storica prestazione dell’Assessore della Regione Lombardia Zambetti che invece stabilì un prezzo per ogni voto, incapace com’era anche di fare il para-mafioso oltre che il buon politico).
Il superamento del solo elemento del denaro (in cambio dell’erogazione di denaro o di altra utilità, nel nuovo articolo di legge) è sicuramente un grande passo avanti ma lascerei perdere, per ora, le grandi manifestazioni di giubilo.
Hanno ragione i magistrati che si soffermano sull’avverbio “consapevolmente”:
Il perché è presto detto. Quel “consapevolmente” comporta che l’inchiesta giudiziaria debba dimostrare l’effettiva “consapevolezza” dello scambio. La parola “procacciare” sostituisce l’originaria “promessa” che rendeva assai meglio il momento iniziale dello scambio. Critico anche il riferimento alle modalità del 416-bis perché ciò comporta un’azione violenta che potrebbe non esserci. Infine la pena, quei 10 anni anziché i 12 del 416-bis, col rischio che processi in corso per reati associativi – come Cosentino, Ferraro e Fabozzi a Napoli – vedano gli avvocati chiedere la riqualificazione del reato con un ricasco negativo sulla prescrizione.
I boss non fanno mai (tranne in rarissimi casi) campagna elettorale in prima persona, ed è quasi impossibile dimostrare che un elettore si è venduto il voto o ha votato sotto pressione. I clan sanno benissimo che dimostrare un voto comprato, condizionato, scambiato è impresa quasi impossibile per gli inquirenti, i quali invece, grazie alle intercettazioni e alle dichiarazioni dei pentiti, spesso riescono a provare che un patto è stato realmente stipulato tra boss e politico. E questo è il punto attorno a cui deve fondarsi una norma antimafia sullo scambio dei voti.
Siccome si è  atteso oltre vent’anni per modificare la norma – ed è difficile che una legge approvata possa poi essere di nuovo a breve modificata – quello che tutti auspichiamo è che non un qualsiasi nuovo testo dell’art. 416 ter sia varato ma che quello che sarà scelto sia davvero in grado di bloccare il turpe mercato del voto mafioso.
Io esulterei un po’ meno, in modo più composto per un’opportunità che andrebbe colta. Mica moderata.

lunedì 25 marzo 2013

Libera oggi compie 18 anni.


Libera oggi compie 18 anni.


Le parole di Francesca Rispoli, coordinatrice nazionale di Libera.
"18 anni di memoria e di impegno, di crescita collettiva, di unione di singoli, sigle, scuole, università.
18 anni di vicinanza ai familiari delle vittime e alle vittime, ai testimoni di giustizia, a chi quotidianamente facendo il proprio mestiere si oppone alle mafie e alle logiche mafiose, che si annidano in tutte le professioni e ad ogni latitudine.
Ci sono tre donne che è importante ricordare in una giornata così. 
Sono tre madri.
La prima è la madre di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone, che ci ha affidato il bisogno di dare a ciascuno la dignità del suo nome. Soffriva Carmela, quando la memoria di Antonio, di Rocco e di Vito, veniva liquidata con l’espressione “i ragazzi della scorta”.
“Perché” si chiedeva “il nome di mio figlio non lo dicono mai. E’ morto come gli altri”. Da lì, da questo bisogno, da questo grido di identità negata nasce il 21 marzo, Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Ogni anno una città diversa, ogni anno un lungo elenco di nomi scandisce la memoria che si fa impegno quotidiano.
La seconda è la madre di Roberto Antiochia, agente della Polizia di Stato che proteggeva il vice questore di Palermo Ninni Cassarà. Mori trucidato di colpi, nell’agosto dell’85, cercando di fare da scudo al “suo” questore. Saveria dopo quel lutto decise di impegnarsi, anche politicamente, per portare rinnovamento e azioni volte al ripristino della legalità. Poi a metà degli anni ’90 ha accompagnato la nascita di Libera ed è stata la prima a tessere pazientemente la rete tra i familiari delle vittime delle mafie, che oggi è forte e trasversale.
La terza è la madre di Pierantonio Sandri, giovane scomparso a Niscemi nel 1995, a soli diciannove anni. Ninetta non si è data pace finché non ha avuto una tomba su cui piangere. Finalmente nel 2009, grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, sono stati ritrovati i resti di Pierantonio. Ninetta ha urlato più che ha potuto, fino alla morte, che suo figlio era vittima di un sistema omertoso, che per quindici anni non ha consentito di fare luce sul caso.
Oggi queste madri si sono ricongiunte ai loro figli e a noi hanno lasciato un’eredità straordinaria, di forza, di impegno, di fame e sete di giustizia e verità.

E’ anche grazie a loro che Libera è arrivata a compiere 18 anni.
18 anni è un’età importante, in cui i ragazzi diventando maggiorenni affrontano le nuove sfide che la vita propone loro.
In primis, il diritto di voto. Il diventare pienamente cittadini della Repubblica, esprimendo le proprie idee politiche affinché vengano rappresentate in Parlamento. Libera su questo è stata un “enfant prodige”: fin dalla sua nascita infatti ha portato avanti proposte che potessero diventare realtà, grazie all’interlocuzione permanente con le Istituzioni.
A cominciare dalla legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, proposta con la raccolta di un milione di firme.
E in questi 18 anni sono state molte le istanze portate avanti, per poter rispondere con efficacia all’emergere di nuove forme di investimenti criminali nel nostro Paese.
Oggi più che mai è chiaro che per sconfiggere le mafie è necessario un maggior investimento in termini di innovazione, per dare la possibilità ai giovani di trovare la propria dimensione e non cedere ai miraggi di guadagni facili e illegali.

In questi giorni l’Italia ha guadagnato un triste record: il tasso di disoccupazione giovanile lambisce il 40%. Pensare che ci siano 4 giovani su 10 che non trovano spazio, non può che spingerci a reagire e a fare ciò che è in nostro possesso per migliorare la situazione.
Libera è un’associazione in cui tanti giovani trovano il loro modo di essere attivi, attraverso i presidi territoriali e i coordinamenti, attraverso i campi estivi, le cooperative, i corsi universitari, i laboratori scolastici. E poi attraverso tanti linguaggi diversi, come la musica, i film, l’arte in tutte le sue forme, le sperimentazioni digitali.

Una rete in cui esiste un forte patto generazionale, una solida alleanza tra coloro che hanno esperienza e coloro che vogliono fare esperienza, senza che si crei un rapporto gerarchico.
Una rete in cui chi vuole essere protagonista trova spazio e agibilità.
E’ per questo che negli ultimi anni é aumentata esponenzialmente la presenza di giovani che vedono in noi ciò che probabilmente non trovano più in altri luoghi: spazi di formazione, di libertà di espressione, di attivismo, di proposta politica e, soprattutto, di cambiamento.
Molti di loro non erano neanche nati quando la rete è stata pensata, quando ci sono state le prime riunioni che ponevano al centro la necessità dello “stare insieme” per non creare l’ennesima associazione accanto alle altre.
Tutti questi giovani però hanno dentro lo spirito originario di Libera e ne vivono a pieno le attività, essendo protagonisti accanto ai più adulti. In una logica intergenerazionale che ci pone corresponsabili verso il nostro Paese: perché l’Italia ha bisogno di cambiamento oggi e solo se c’è un forte legame tra gli adulti e i giovani, che insieme rappresentano il presente, questo cambiamento può essere generato.
Francesca Rispoli

venerdì 27 luglio 2012

Rita Atria: il rimprovero del vescovo Mogavero alla comunità, l'appello perché è adesso l'ora di liberare il sogno di Rita. E don Ciotti parla alle istituzioni, "lasciate lavorare bene gli investigatori contro la mafia"

Ci siamo, siamo a Partanna. Caldo pomeriggio del 26 luglio. La prima sosta è all'ingresso del cimitero dove 20 anni addietro, in una altrettanto calda giornata di fine luglio (ma poteva anche essere uno dei primi giorni di agosto), arrivò, portata a spalla da alcune donne, la bara dove dentro erano state composte le spoglie di Rita Atria, la ragazza che il 26 luglio si era uccisa a Roma, lanciandosi nel vuoto, dal sesto piano della palazzina di via Amelia dove viveva "nascosta" con la cognata, Piera Aiello: la loro colpa che le ha costrette a fuggire da Partanna a vivere lontano con altre identità e sotto protezione, quella di essere diventate "testimoni di giustizia".
Nel loro paese sono rimasti, e ci sono ancora oggi, gli uomini da loro accusati.
Le due donne, Piera e Rita, dovettero andare via dopo avere conosciuto la violenza mafiosa, per avere visto uccisi genitore, fratello e marito, Vito e Nicola Atria, padre e fratello di Rita, suocero e marito di Piera. Due donne che furono rinnegate dalla famiglia Atria, e ancora da tutta Partanna.
Piera Aiello ricorda con poche battute quel momento della fuga, "costretta a prendere una valigia di cartone, trascinare per mano mia figlia che aveva tre anni".
Rita si uccise una settimana dopo la strage di via D'Amelio, si era aggrappata a Paolo Borsellino e la morte del giudice la sconvolse fino a farle compiere quell'insano gesto. Partanna la accolse con le finestre chiuse, nessuno la andò ad accogliere, c'erano solo le associazioni antimafia, le donne e gli uomini venuti anche da lontano. Restò chiusa anche la Chiesa Madre, per ordine del vescovo dell'epoca, Rita suicidatasi non meritava il funerale.
Oggi un altro vescovo, mons. Mogavero ha posto rimedio celebrano lui la messa di commemorazione. Torniamo al cimitero. All'arrivo c'è un uomo, è sudato, come noi, scocciato, noi no. Chiediamo della cerimonia e lui si lamenta, dice che ancora non c'è nessuno e non sa ancora quanto deve aspettare, "non sono di Partanna dice, ma ho dovuto fare io il turno di oggi pomeriggio perché gli altri che sono del luogo non ci sono voluti essere". Poche parole per capire che l'andazzo non è cambiato. Una ripida salita per arrivare alla Chiesa Madre dove c'è già un bel po' di gente che si è raccolta, pochissimi i partannesi, c'è il sindaco Cuttone, qualche assessore e consigliere, i partannesi...guardano dalle finestre, non escono anche quando il corteo comincia sfilare, stavolta si torna al cimitero.
Don Luigi Ciotti cammina a piedi con tantissima altra gente, giovani, tantissimi, tiene tra le mani la lapide in marmo che solo simbolicamente verrà posta sulla tomba di Rita, al suo fianco tanti familiari di vittime della mafia a cominciare da Margherita Asta, dai genitori dell'agente Agostino, il poliziotto ammazzato a Palermo una calda estate del 1989, era il 5 agosto, con lui i killer uccisero anche la moglie, incinta.
I politici stanno in mezzo al corteo, ci sono Sonia Alfano, presidente della commissione antimafia del Parlamento Europeo, l'on. Beppe Lumia, il presidente del Consiglio provinciale Poma, restano confusi tra la gente presente, così come confusa nel corteo c'è Piera Aiello, tiene una rosa bianca tra le mani, è il fiore che Rita amava tanto.
L'arrivo al cimitero è segnato da una prima sorpresa, i referenti di Libera della provincia di Trapani, guidati dal coordinatore Salvatore Inguì, si staccano dal corteo e Gisella Mammo Zagarella, referente del presidio del capoluogo, tira fuori martello e chiodi da una borsa che porta a tracolla, e poi una targa ben coperta, viene collocata all'ingresso del cimitero, si legge, "in questo cimitero riposa Rita Atria testimone di Giustizia". Così che chi entra sappia. Il corteo continua fino alla tomba di Rita, qui si vive un lungo momento di silenzio, rotto infine da don Luigi Ciotti. Sono parole pesanti ma che allo stesso tempo vogliono stemperare gli animi, parole di richiamo ma anche di forte appello alle coscienze. "Non basta commuoversi – dice don Luigi – ma muoversi, Rita ci esorta ad essere noi tutti capaci ogni giorni di essere testimoni di giustizia dinanzi alle illegalità spacciate per legalità che si compiono, dinanzi a chi intende possa esistere una legalità malleabile, questa tomba è senza lapide, speriamo di metterla, ma intanto la vera lapide è quella che dobbiamo portare nelle nostre coscienze, cercando verità e costruendo giustizia dobbiamo ricordare Rita". Poi il richiamo alle istituzioni: "Rita ci ha lasciato scritto – ha affermato don Ciotti – come nel nostro Paese abbiamo bisogno di tanta verità, ancora oggi, abbiamo bisogno di una politica chiara e trasparente". E rivolto al dirigente della sezione anticrimine della questura, l'ex capo della Mobile Giuseppe Linares, che ieri a Partanna rappresentava il questore Esposito, lo ha salutato e ha invitato tutti a sostenerlo, "bisogna lasciarlo lavorare anche se ogni tanto qualcuno non lo permette". Le ultime parole di don Luigi sono state rivolte ai familiari di Rita: "Un pensiero alla sorella e alla mamma di Rita, noi speriamo che escano da questa cultura del ripiegarsi su se stessi ma nessuno giudichi, speriamo che con noi possano costruire nuovi percorsi con dignità e forza". Con la sua chiarezza però don Ciotti ha espresso da che parte bisogna stare: "Stiamo dalla parte di Piera Aiello per vivere perfettamente quello che ci ha lasciato Rita". "Noi oggi andremo via da Partanna con la responsabilità di sapere di doverci muovere di più.....lo spirito è il vento che non lascia mai dormire la polvere", mai frase è risultata giusta (citazione di Davide Maria Turoldo).
In Chiesa la messa con le parole attese del vescovo Mogavero che ha presieduto alla celebrazione. Parole rivolte alla comunità di Partanna. Nessuno potrà dire di non avere capito. L'obbligo della riconciliazione, del perdono, e della pace, sono stati i cardini dell'omelia del vescovo Mogavero e con le parole del Vangelo ha descritto cosa è oggi la comunità di Partanna, «guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono...il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!». Ecco da dove bisogna cominciare a cambiare e come cambiare: "La capacità di vedere parte dal cuore: chi ha il cuore freddo e indifferente non riesce a vedere e non è capace di ascoltare; chi ha cuore buono e partecipe coglie il senso della realtà e degli eventi e sa interpretarli correttamente, lasciandosene ammaestrare. Questo significa che l'osservazione di ciò che accade attorno a noi è questione di cuore e che, pur vedendo e sentendo le medesime cose, si può reagire in modo diverso a seconda di come il cuore fa vedere e sentire quelle stesse cose...Noi siamo qui stasera proprio per guardare alla vita e alla morte di Rita con il cuore, non per capire, ma per accettare; non per giudicare, ma per riconciliare; non per maledire, ma per custodire la memoria; non per contrapporre, ma per pacificare. È tempo, dopo venti anni, di liberare il sogno di chi ha creduto e crede nella capacità delle persone di vivere relazioni fondate sull'amore e sulla fratellanza; di chi si spende e muore per la pace e la giustizia; di chi dice basta alla violenza e alla sopraffazione di qualsiasi origine e genere ed è disposto a pagare di persona; di chi guarda non al proprio interesse, ma al bene comune per il quale sa sacrificare tutto, anche la propria vita". La mafia non è invincibile ha ripetuto il vescovo e ha ricordato che questo è stato dimostrato grazie "agli indifesi, i piccoli - in una parola i giusti - ad avviare l'opera di demolizione delle iniquità e malvagità diffuse. Essi, in apparenza, sono stati dei vinti perché hanno dovuto cedere alla violenza delle armi o alla sconforto della solitudine. Ma in effetti sono gli autentici vincitori che hanno detto: "basta" e hanno cambiato il corso della storia; e i loro nomi benedetti sono scritti in cielo". E rivolto alla comunità di Partanna: "Questa terra di Partanna in particolare, ha una aspettativa straordinaria di vita nuova che incida sulla qualità della vita delle persone e sulle relazioni interpersonali e con la realtà nella quale vivono. È una novità che dice accoglienza e rispetto della vita e dell'altro, giustizia, legalità per costruire un sviluppo vero e autentico, che - come ammoniva Giovanni Paolo nella sua visita a Mazara del Vallo il 9 maggio 1993 - «non può fondarsi sul solo profitto economico, il quale anzi, se assolutizzato, porta alla corruzione. È indispensabile che l'intera comunità civile cresca e si fondi su forti valori morali, e la fonte di tali valori, voi ne siete consapevoli, è spirituale!". Le ultime parole del Vescovo sono state rivolte alla famiglia, il 26 luglio è il giorno dedicato a Sant'Anna, i santi Gioacchino e Anna sono la base della famiglia cristiana: "La loro è una famiglia che ha costruito la sua pace in una relazione paziente, nell'accettazione reciproca, caratterizzata dalla sofferenza per la mancanza di figli, sempre implorati da Dio. E la fede dei due coniugi fu benedetta con la nascita di Maria, colei che tutte le generazioni avrebbero chiamato beata. Ai due santi chiediamo di intercedere presso Dio perché egli, nella sua bontà misericordiosa, dia riconciliazione e pace alla famiglia Atria, provata dolorosamente nei suoi legami affettivi e con un assai gravoso tributo di sangue; dia pace a questa città di Partanna, segnata profondamente dalle micidiali e odiose guerre di mafia; dia pace alla Sicilia, terra benedetta da Dio ma deturpata da mali secolari e da insipienze umane. Dopo vent'anni da quel 26 luglio 1992 osiamo sperare – e per questo preghiamo – che si chiuda un capitolo assai doloroso della storia recente". A tanti ha parlato il vescovo Mogavero, presenti e assenti, alla famiglia di Rita (qualche parente era in chiesa, per poi andare via quando ha preso la parola Piera Aiello), a chi oggi nel nome di Rita ha rischiato di provocare divisioni. In effetti non ci sono state divisioni perché mattina e pomeriggio del 26 luglio in tanti hanno avuto il merito di fare scorrere, sentire, il nome di Rita per le strade di Partanna, "Rita – ha concluso don Ciotti – ci impone a tutti scelte secondo verità e riconciliazione, facendo memoria".

fonte:www.corleonedialogos.it

domenica 20 maggio 2012

In ricordo di Melissa e contro l'assurda violenza perpetrata verso gli studenti della scuola Francesca Morvillo di Brindisi.


Pinerolo, lunedì 21 maggio, ore 21.00 PIAZZA FACTA: manifestazione in ricordo di  MELISSA BASSI e contro l'assurda violenza perpetrata verso gli studenti della scuola Francesca Morvillo Falcone di Brindisi.


Estratto dal Comunicato della rete regionale di Libera: "Il Coordinamento Regionale di Libera Piemonte si è unito alla manifestazione tenutasi alle 18.30 in piazza San Carlo a Torino e  in tante altre piazze del Piemonte. Qualunque sia la matrice di questo inaudito gesto, non possiamo che fermarci a riflettere su ciò che è avvenuto e far sentire la nostra vicinanza alle vittime dell'attentato e alle loro famiglie, tenendo alta l'attenzione sulle indagini e in attesa di capire chi possa avere interesse a seminare terrore e a mietere vittime innocenti.(...)".
Pertanto, il presidio di Libera "Rita Atria"- Pinerolo invita i cittadini pinerolesi, gli studenti, le associazioni di volontariato, le rappresentanze sindacali, le forze politiche, a partecipare - tutti insieme e per la difesa dei principi di Legalità e Giustizia- alla manifestazione indetta per domani, lunedì 21 maggio 2012 ore 21.00, con ritrovo in Piazza Facta: una candela accesa, un segno di vicinanza e di impegno in memoria di chi è stato ucciso, vittima innocente della barbarie criminale.

presidio Libera "Rita Atria" Pinerolo

sabato 19 maggio 2012

ORE 8.00 - A BRINDISI: MUORE UNA RAGAZZA PER ESPLOSIONI DAVANTI ALLA SCUOLA


ORE 8.00 - ESPLOSIONI DAVANTI ALLA SCUOLA
Fonte : La Repubblica

Questa mattina , due esplosioni di fronte all’istituto professionale Morvillo Falcone di Brindisi. Una studentessa è morta e altri sette ragazzi sono rimasti feriti - un altro sarebbe in pericolo di vita -, immediatamente trasferiti nell’ospedale Perrino. L'attentato si è scatenato poco prima delle otto. Il nome della ragazza uccisa dall'esplosione è Melissa Bassi di 16 anni. L'edificio, a trenta metri dal tribunale, è stato immediatamente sgomberato, e il Palazzo di giustizia è circondato da forze dell’ordine e artificieri di carabinieri e polizia. Le schegge prodotte dalle esplosioni hanno raggiunto negozi a duecento metri di distanza, scardinando addirittura una saracinesca, al di là del vialone, a trenta metri dal tribunale. A quanto pare gli ordigni - sarebbero tre - sono stati collocati su un muretto vicino a una scuola. I ragazzi sarebbero rimasti feriti mentre passavano di lì e stavano entrando per le lezioni. Dopo le deflagrazioni, in rapida successione, scene di panico e disperazione di fronte all’edificio, rimasto intatto. Non si capisce ancora a chi possa essere addebitato l’incredibile gesto. Ma colpisce una coincidenza: oggi a Brindisi farà tappa la Carovana della legalità. "Le ipotesi sono tutte aperte e occorre vagliare tutti gli elementi per verificare se si tratta del gesto di un folle.... Ma quella scuola ha un nome importante...". E' il commento a caldo del fondatore di Libera Don Ciotti, dai microfoni di SkyTg24, al sanguinoso attentato all'Istituto professionale Morvillo Falcone di Brindisi.



(19 maggio 2012)

mercoledì 9 maggio 2012

Peppino Impastato: la Bellezza negata. Cinisi 9 maggio 1978

La notte del 9 maggio 1978 Peppino Impastato veniva assassinato dalla mafia



Lo ha insegnato Peppino Impastato:
Le mafie sono la Bellezza negata.
Le mafie sono la Bellezza negata ai cittadini costretti a pensare di dover ottenere come "favore" quello che invece è "diritto" acquisito dopo che si è compiuto il proprio dovere.
Le mafie sono la Bellezza negata a coloro ai quali è negata la libertà di sceglier liberamente i propri rappresentati e le guide delle comunità.
Le mafie sono la Bellezza negata ai territori italiani stuprati dalla devastazione  del paesaggio; un devastazione cieca, quotidiana,  che non sembra vedere fine.
Le mafie sono la Bellezza negata all'Italia
Laddove viene negata la bellezza, là spesso si viola il principio della Legalità e della Giustizia.

presidio Libera "Rita Atria"  Pinerolo


Il  Discorso di Salvo Vitale fatto alla Radio Aut la notte della morte di Peppino Impastato
9 maggio 1978. Terrasini (Pa)


" Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.
Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni. 
Peppino non c'è più, è morto, si è suicidato. 
No, non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri, il magistrato lo dice. Dice che hanno trovato un biglietto: "voglio abbandonare la politica e la vita".
Ecco questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione. 
E lui, per abbandonare la politica e la vita, che cosa fa: se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari. Suicidio.
Come l'anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano oppure come l'editore Feltrinelli che salta in aria sui tralicci dell'Enel. Tutti suicidi. 
Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione. 
Anzi non leggerete proprio niente, perché domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante: il ritrovamento a Roma dell'onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto. 
Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia, ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato. 
Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall'altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino.
Domani ci saranno i funerali. 
Voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia. E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente". 
Salvo Vitale




sabato 5 maggio 2012

Mafia: la lezione del questore di Piacenza Rino Germanà, il poliziotto che doveva morire


fonte: corleonedialogos.it, di Rino Giacalone - Istituto Mattei di Fiorenzuola, provincia di Piacenza. Aula magna gremita. Occasione un incontro, promosso da Libera Piacenza, con testimoni importanti della lotta alla mafia, il poliziotto e la familiare di alcune delle tante vittime. Anche il poliziotto doveva essere una vittima di Cosa nostra in quel terribile 1992. Anche per lui quest’anno ricorre un ventennale, i 20 anni trascorsi da quando il 14 settembre del 1992 Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella tentarono in tutti i modi di ucciderlo. Si tratta dell’oggi questore di Forlì, Rino Germanà. All’epoca dirigeva il commissariato di Polizia di Mazara del Vallo.
C’era tornato da pochissimo tempo, quasi che una mano ignota aveva voluto fargli fare un passo indietro nella sua carriera. Era stato infatti già commissario a Mazara, poi aveva fatto il salto diventando dirigente della Squadra Mobile, da lì ulteriore passo in avanti, la Criminalpol, poi d’improvviso il ritorno da commissario a Mazara. Non doveva andare a Mazara Rino Germanà. Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino, lo voleva con lui a Palermo, riprendendo quel lavoro a due mani che loro si può dire da sempre sapevano svolgere. Borsellino lo aveva detto che Germanà doveva seguirlo a Palermo, forse pensava già a chiedere al Viminale per Germanà il posto di dirigente della Squadra Mobile del capoluogo dell’isola. Il 4 luglio quando Paolo Borsellino andò a Marsala a fare quel saluto che da Procuratore (uscente) non aveva potuto fare perché travolto dalla strage di maggio, quella del 23 maggio, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, non fece mistero che rivoleva Germanà con lui. Non ebbe il tempo, 15 giorni dopo arrivò per lui l’autobomba di via d’Amelio. Ucciso Borsellino, Rino Germanà si ritrovò catapultato nel passato, al processo per il suo tentato omicidio il pm Andrea Tarondo, che chiese e ottenne le condanne per mandanti ed esecutori di quell’agguato, non fece mistero di una sua convinzione e che cioè una “manina” aveva scritto quel trasferimento di Germanà a Mazara, quasi a portarlo a pochi metri dagli assassini più spietati di Cosa nostra. In quel 1992 Rino Germanà era finito nell’elenco delle persone che perché avevano dato fastidio alla mafia o potevano darne ancora, andavano eliminate, questo era l’ordine di Totò Riina. Oggi quello scenario si è fatto poco poco più chiaro: all’epoca di quell’agguato, Rino Germanà si stava occupando di indagini sul rapporto mafia e politica, andava fiutando ciò che succedeva attorno ad un potente politico, il ministro Calogero Mannino, sentito dai pm di Palermo, Germanà ha detto che si sentì chiedere dal vice capo della Polizia, prefetto Luigi Rossi, del perchè di quelle indagini, poi si sentì chiamare addirittura dal ministro Mannino, incontro rifiutato. Passò poco tempo e trovò il trasferimento a Mazara ad attenderlo, e quindi niente più indagini su Mannino. Sul tavolo di Rino Germanà però c’era un altro faldone, quello delle indagini sul rapporto tra mafia e banche, Cosa nostra da una parte, la importante Banca Sicula dall’altra parte, la banca dei banchieri per eccellenza di Trapani, i D’Alì. Anche quella non era una inchiesta di poco conto. La cronaca di quell’agguato sul lungomare Tonnarella di Mazara è da film, ma non fu un film. Germanà era in auto e si accorse di essere seguito, dietro un’auto che gli chiedeva spazio per il sorpasso, con la coda dell’occhio vede la canna di un fucile puntare contro di lui, la frenata, i colpi che cominciano a sentirsi, lui che scende dall’auto e fugge tra i bagnanti, si getta in auto, mentre dall’auto che lo seguiva si continua a sparare, l’auto percorre per un paio di volte la strada costiera, poi il commando capisce che non ha più nulla da fare e scappa via. Pochissime ore dopo Rino Germanà e la sua famiglia non si troveranno più a Mazara, portati lontani dalla Sicilia, dove non tornerà più per moltissimi anni. Nel frattempo non troverà importanti scrivanie ad attenderlo, addirittura per un periodo sarà il dirigente del commissariato di Polizia presso l’aeroporto di Bologna. Lo Stato sa piangere i suoi morti, i funzionari e gli investigatori fedeli, bravi e sopravvissuti spesso finiscono con l’essere dimenticati ancora prima dei morti. Ci vorranno anni perché Germanà torni in carriera, prima questore a Forlì, oggi a Piacenza.
Davanti agli studenti del Mattei di Fiorenzuola esordisce dicendo che non ha di che raccontare a proposito della sua storia. Nessuno mugugna, era quello che gli studenti volevano sentirsi dire.
E con il solito, simpatico, dialetto siciliano, inizia a fare la “sua” lezione. “Sapete – domanda ai ragazzi – cosa ci differenzia dai mafiosi? E sapete cosa unisce me, poliziotto, e voi studenti, contro la mafia?”. Non si sente parlare nessuno, non è imbarazzo, c’è semmai la voglia di sapere quale sono le risposte. E Germanà la fornisce subito la risposta, perché alle due domande è la stessa: "E’ il sorriso!”. Una consapevole risata rompe il ghiaccio. E il questore di Piacenza spiega: “Noi sorridiamo, i mafiosi no, noi siamo uniti dal sapere sorridere”. E continua: “E sapete cosa testimonia un sorriso?”. “Il sorriso è la prova che noi abbiamo dei sentimenti, i mafiosi non hanno il sorriso e non hanno i sentimenti”. Ma è solo il sorriso che ci differenzia dai mafiosi, continua a chiedere Germanà: “Noi abbiamo il desiderio di vivere, la mafia no, la mafia parla solo di morte, noi abbiamo il desiderio della conoscenza, la mafia è contro la conoscenza dei fatti, e la conoscenza è importante, perché se conosciamo siamo liberi, la conoscenza libera e ci…libera”.
La lezione di Rino Germanà va avanti in questa maniera, c’è il richiamo allo Stato che non è fatto di poltrone e potere ma “è fatto dai cittadini”, c’è il richiamo a quel dato che distingue i cittadini onesti dalla mafia, “la mafia pensa solo a provocare sofferenze, i cittadini che conoscono bene i diritti e i doveri sanno che è contro la sofferenza che bisogna impegnarsi”.
Con Rino Germanà c’è anche Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985: “C’è la mafia e ci sono i cittadini onesti – dice – non possono esistere tre fasce sociali, i mafiosi, gli antimafiosi e i cittadini che non si schierano né per una parte né per l’altra, l’antimafia non può essere una parte, è l’altra parte che si contrappone ai mafiosi insieme ai cittadini che vogliono essere liberi, non può esserci qualcuno che può dire di non essere né mafioso né antimafioso, chi dice una cosa di questo genere rende un favore alle mafie. Per essere contro la mafia basta solo una cosa, non bisogna essere – prosegue Margherita – per forza eroi o donne e uomini coraggiosi, basta sapere dire anche no”. Il pericolo di questi giorni Margherita Asta lo individua con precisione: “Sono la mafia e la corruzione, la politica oggi ha il dovere di portare in Parlamento proposte di legge utili a contrastare questo sistema criminale, Libera ha raccolto 1 milione di firme per avere più norme severe contro la corruzione e per vedere confiscati i beni a chi è corrotto”.
Applaudono alla fine gli studenti del Mattei. Un paio di ore di una lezione importante. Qui tra loro c’è chi racconta che le mafie non ci sono, non esistono, la stessa cosa accadeva a Trapani in quel 1985 mentre la mafia ammazzava. 
Qui, in Emilia Romagna la mafia non uccide, ci prova però a farlo, qui le mafie ci sono da tempo e le si trovano dentro le imprese, l’economia, ma c’è chi nega l’evidenza. C’è anche chi come Giovanni Tizian, giornalista di frontiera, ha raccontato di mafie e ndragheta, e si è trovato presto presto nel mirino dei sicari, gli stessi che tempo addietro gli hanno ucciso il padre in Calabria. Tizian oggi giovanissimo vive sotto scorta, e, al solito, quando scoppiano storie come la sua, tutti si ricordano, per dimenticarsene molto presto dei cronisti di periferia, quelli che più di altri giornalisti sono a pochi passi dai boss e ne raccontano le gesta di morte. Come accade in Sicilia, in ognuna delle nove province siciliane ci sono storie di cronisti da raccontarsi come quella di Tizian, e storie di studenti, come quelli di Fiorenzuola, ai quali c’è sempre pronto qualcuno che racconta loro che le mafie non ci sono. E invece non è così. A Trapani comanda quel gran pezzo di assassino che si chiama Matteo Messina Denaro uno che il cuore non l’ha nemmeno ammorbidito in nome della figlia che oggi frequenta un liceo di Castelvetrano e che non ha mai conosciuto il padre e che soprattutto non deve conoscere delle gesta criminali del genitore che quel giorno di 20 anni addietro a Mazara voleva uccidere un poliziotto che aveva fatto solo il suo dovere e che l’anno appresso si mosse in giro per l’Italia a piazzare bombe, a Roma, Milano e Firenze, per costringere lo Stato alla trattativa. Matteo Messina Denaro è questo e ancora peggio di tutto questo. 
Rino Germanà e Margherita Asta restano invece testimoni di storie amare, ma rappresentano loro, assieme ad altri, la storia bella di questa nostra Sicilia e di questa nostra Italia. Vent’anni dopo dalle stragi dovremmo ricominciare proprio da loro due, con loro due e con tutti quelli che sono come Rino e Margherita.      

giovedì 26 aprile 2012

Appalti e affari, così Leini era in mano alle 'ndrine


Comune sciolto, ecco le carte: sperperato un fiume di soldi pubblici
Fonte: LA Stampa.. Torino

Per capire perché quello di Leini, dal 30 marzo scorso, sia un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose, bisogna partire dalla fine di questa brutta storia lunga 178 pagine. E da una considerazione che è il fulcro di sei mesi di lavoro della commissione di accesso agli atti: «A Leini la ’ndrangheta ha condizionato le decisioni e ha saputo efficacemente infiltrarsi tra le maglie dell’ente comunale (e non solo) trattando alla pari con i pubblici amministratori». Come? «Grazie agli stretti rapporti personali instauratisi tra elementi di spicco dell’organizzazione e Nevio Coral (sindaco dal 1994 al 2006)», scrivono i commissari. Aggiungono: «Il mezzo di cui quest’ultimo si è servito per concludere gli affari illeciti con i boss è stata la società Provana s.p.a., attraverso la quale è riuscito a pilotare - e sperperare - una mole impressionante di denaro pubblico (anche contributi regionali ed europei)" 
Il «capolavoro» di Coral 
Nevio Coral è stato sindaco di Leinì dal 1994 al 2006. Nevio «il veneto» avrebbe mantenuto contatti diretti con boss e «mediani» della consorteria criminale, rivelatisi tali dopo l’operazione Minotauro. Gli stessi avrebbero lavorato più e più volte per Provana, la multiservizi comunale che lo stesso Coral ha fondato nel 1998 e che, ai magistrati che lo interrogavano dopo l’arresto, ha definito «il capolavoro della sua vita». Provana, società a capitale interamente pubblico, avrebbe dovuto rispettare le stesse leggi a cui è sottoposto il Comune in materia di assegnazione di appalti. Per i commissari non è andata così. Parlano di «gestione privatistica dell’ente» che avrebbe consentito a esponenti della ’ndrangheta di «aggiudicarsi lavori pubblici artificiosamente frazionati per evitare le procedure concorsuali previste».
Cantieri in mano alle ’ndrine.
Qualche esempio: la costruzione di un intero quartiere (cosiddetto «Il Mulino») per un valore di quasi 5 milioni destinato - amara ironia della sorte - anche alle forze armate, durante la cui realizzazione altre ditte in odore di mafia lavoravano in sub-appalto impiegando anche clandestini irregolari. E poi: interventi nel refettorio della scuola materna di Nole, la tinteggiatura dell’elementare di frazione Tedeschi a Leini, degli spogliatoi della media, una parte di lavori dell’ampliamento del palazzo comunale di San Sebastiano Po, del poliambulatorio di Leini. E tanti altri esempi. Il fulcro è sempre Provana su cui Coral avrebbe mantenuto un assoluto controllo anche nel momento in cui suo figlio Ivano è diventato sindaco.
Nevio, sindaco per sempre
Fu lo stesso Ivano a firmare al padre - allora semplice consigliere - una delega in bianco «a collaborare nei rapporti con Provana e dell’esame delle opere edilizie e delle opere di urbanizzazione al fine di rendere più omogeneo lo sviluppo delle infrastrutture comunali». Plenipotenziario, dunque. Pare lo sapessero anche i presunti mafiosi: «Ivano dovunque va non è il sindaco, ma è il figlio di Nevio», si legge in un’intercettazione ambientale a una cena tra Coral e alcuni rappresentanti delle famiglie, tutti pregiudicati, intercettata grazie alla geniale intuizione di un ufficiale dell’Arma. Sempre Provana gestisce gli appalti per la Cittadella dello Sport, un’opera che «ha determinato quantomeno un notevole esborso di denaro pubblico». Peccato che Leini avesse già un Palasport agibile costruito solo 10 anni fa. «Tuttavia Nevio Coral, approfittando della disponibilità di finanziamenti pubblici ha fatto avviare la progettazione dell’opera». Ancora oggi - si legge nella relazione - i leinicesi non hanno capito quale sia stato l’interesse pubblico, visto che la struttura è stata concessa gratuitamente in gestione ad altro ente». In questo appalto, in misura minoritaria, risulta che avrebbero lavorato due ditte riconducibili rispettivamente a Giuseppe e Urbano Zucco e a Bruno Raschillà, affiliati al locale di Natile di Careri a Torino e tutti e tre coinvolti nell’operazione Minotauro. Totale lavori: 650 mila euro.
GIUSEPPE LEGATO

martedì 24 aprile 2012

Piero Calamandrei:"(...) Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione".

Il discorso pronunciato da Piero Calamandrei  il 26 gennaio 1955 a Milano, nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria, in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana. 




Testo del discorso di Piero Calamandrei
Milano, 26 gennaio 1955
“L’art.34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavorocorrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società.
E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi! E’ stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni, c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato. 
Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. E’ una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili, dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società. Quindi polemica contro il presente, in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani
La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano, su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio “ ma siamo in pericolo?” e questo dice “secondo me, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda.” Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”,….“che c’è!” … “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il bastimento affonda” e quello dice ”che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’ indifferentismo alla politica.
E’ così bello e così comodo. La libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io. Il mondo è così bello. E vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare,vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va affondo, va affondo per tutti questo bastimento. E’ la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo. Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questo è uno delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli. E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane.
Quando io leggo: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini.
O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell’articolo 5 ”La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ma questo è Cattaneo!
O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi!
O quando leggo all’art. 27 “Non è ammessa la pena di morte” ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. 
Quindi quando vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta.
Questo è un testamento, un testamento di centomila morti. 
Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.

venerdì 20 aprile 2012

'Ndrangheta, il padrino si getta dalla finestra della sua abitazione a Volvera (To)


Suicida Giuseppe Catalano: il suo nome è tra i più importanti dell’operazione «Minotauro», condotta dai carabinieri  nel giugno 2011. 
Si era dissociato ed era agli arresti domiciliari
Fonte : La Stampa

Il bar Italia a pochi passi dalla caserma della polizia in via Veglia, dove Giuseppe Catalano incontrava affiliati e gestiva affari

MASSIMILIANO PEGGIO
TORINO

"Ammetto di aver aderito all’organizzazione di cui sono accusato ma non intendo più farne parte». Così, con una lettera inviata al tribunale e alla procura, Giuseppe Catalano, considerato un padrino della ’ndrangheta e capo locale di Siderno a Torino, si era dissociato di recente dall’organizzazione criminale. Da una ventina giorni era agli arresti domiciliari per motivi di salute. Ieri si è tolto la vita lanciandosi dal balcone di casa, a Volvera.
Giuseppe Catalano, nato a Siderno il 10 maggio 1942, era finito in carcere due anni fa, a seguito dell’inchiesta coordinata dalla procura di Reggio Calabria. Ma il suo nome è tra i più importanti dell’operazione «Minotauro», condotta dai carabinieri del Comando Provinciale di Torino nel giugno 2011. Indagine monumentale contro l’infiltrazione della criminalità calabrese in Torino e provincia: 172 imputati, molti già a processo. Tra questi proprio Giuseppe Catalano. Il «padrino» era depresso.
Il suo fisico era provato dalla lunga carcerazione e da una malattia che si stava aggravando. Ieri ha deciso di farla finita buttandosi dal primo piano della sua villetta. Una volo di circa sei metri. Nella caduta ha riportato un grave trauma cranico. La figlia era in casa. Ha sentito un tonfo. Si è affacciata alla finestra e ha dato subito l’allarme. Giuseppe Catalano è stato trasportato in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale San Luigi di Orbassano. È arrivato alle 16,15. Era in arresto cardiaco. Non c’è stato nulla da fare. Sul fatto che il «padrino» si sia suicidato non sembrano esserci dubbi. Sul cadavere sarà comunque effettuata l’autopsia.
«I numerosi elementi hanno dimostrato - si legge negli atti dell’inchiesta Minotauro - sia l’appartenenza di Catalano all’associazione in argomento, sia il particolare ruolo di assoluto rilievo da lui ricoperto: tale carica lo ha portato a essere protagonista di varie vicende inerenti l’intero sodalizio nella sua dimensione territoriale piemontese». Gestiva il «Bar Italia» di via Veglia 59 a Torino.
Lì faceva affari, organizzava incontri con gli altri «militanti», brindava alle campagne elettorali. Come nel 2009, quando l’attuale assessore regionale al Lavoro, Claudia Porchietto, candidata alla presidenza della Provincia, fu filmata dai carabinieri sulla soglia del locale. «Per me Catalano era un contatto puramente elettorale, una delle migliaia di mani che ho stretto. Non lo conoscevo» disse poi l’assessore, prendendo le distanze dalla quella visita. Tra le relazioni finite nella bufera, anche quella con il sindaco di Rivarolo Fabrizio Bertot. «Non sapevo chi fosse Catalano. Questa storia mi ha distrutto» ripete da mesi il primo cittadino.

giovedì 19 aprile 2012

PROFANATA LA TOMBA DI DON PEPPE DIANA



Profanata la tomba di don Peppe Diana
Rubata la «mano d'oro» dalla nicchia

Ignoti hanno preso la targa posizionata da don Ciotti
sul sepolcro in occasione dell'anniversario della morte

Fonte :  Corriere Della Sera

CASERTA - Profanata la tomba di don Peppe Diana, sacerdote ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Ignoti - come riporta l'Adnkronos - hanno rubato la mano d'oro posta sul sepolcro del sacerdote a Casal di Principe. L'oggetto prezioso fu collocato sulla tomba in occasione del 17esimo anniversario dell'uccisione del sacerdote, che venne massacarato con un colpo di pistola alla bocca dai sicari mentre si trovava in sacrestia nel giorno della festa di San Giuseppe.

DON CIOTTI - La targa in oro che raffigurava una mano, simbolo della libertà' e della pace, fu deposta da don Luigi Ciotti. La tomba è situata nella cappella di famiglia dei Diana. È stato un familiare a scoprire il furto sacrilego e a denunciare l'accaduto ai carabinieri di Casal di Principe. 

Riportiamo il testo della lettera di Don Peppino, 'Per amore del mio popolo non tacerò", diffusa  a Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana insieme ai parroci della foranìa di Casal di Principe:


'Per amore del mio popolo non tacerò"

Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
- Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
- Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
- Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
- Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)
Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo - Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata - San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta - Villa Literno; M.S.S. Assunta - Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO )