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martedì 27 ottobre 2020

"Che a pagare il costo sociale della pandemia non siano sempre i soliti stronzi"

Paolo Borsellino (giudice)“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.(P.Borsellino)

Carlo Alberto Dalla Chiesa (carabiniere): "(...)Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati(...)"

Cittadino Anonimo: "Le mafie ve le ricordate solo quando provano a infiltrarsi nelle proteste. Non quando sfruttano la gente che vi fa comprare le arance a pochi euro! Non quando pilotano gli appalti nelle vostre città e si spartiscono assessorati e poltrone. Non quando rubano il presente e il futuro a gente costretta ad attraversare le frontiere clandestinamente. Non quando i professionisti delle vostre città le assistono, le curano, le difendono ingrassando l'economia malata che le nutre. Non quando taglieggiano, violentano, sfruttano i territori. Delle mafie vi ricordate solo quando secondo voi pilotano quelle piazze dove non scendete più da decenni!"

Alessia Candido (giornalista, calabrese)La semplificazione di situazioni complesse è peccato mortale, in epoche complesse irredimibile. Partiamo da un presupposto a scanso di equivoci: la pandemia c'è, morde, la curva dei contagi è grave e seria e non si sta parlando di influenza, né sono accettabili le politiche socio-sanitarie ispirate a Mengele o alla rupe Tarpea secondo cui "tanto muoiono vecchi e malati"(e neanche è vero). Però la rabbia sociale c'è e ricondurla a giro solo alla camorra, ai fascisti, agli ultras è pericoloso perché queste varie sfumature di fogna interlocutori di un disagio vero. E non è neanche un conflitto generazionale "nipoti contro nonni".

Il problema non è "si chiude o no", il problema è "chi paga il conto di una stagione in cui non si è fatto abbastanza perchè c'erano interessi di pochi da tutelare a discapito del benessere di molti". Un amico ieri diceva "stanno trasformando l'Italia in una grande Ilva". Per molti aspetti, appare un paragone calzante.

E allora magari è ora che a pagare il costo sociale della pandemia non siano sempre i soliti stronzi, ultimo anello della catena, gli invisibili, i precari, quelli che vanno avanti a contrattini di un mese, dove c'è scritto part-time ma significa full time, dove 18 ore diventano 40, a cui basta non rinnovare il contratto per metterli di fronte a un gigantesco "e mo?", quelli affittati dalle grandi agenzie interinali, quelli invisibili, quelli che aspettano stipendi arretrati con il padroncino di turno che è passato dal macchinone uno al macchinone due che ti dice "è un momento difficile, dobbiamo fare sacrifici e ne usciremo insieme". E inevitabilmente ti chiedi se sul piatto della bilancia pesino uguale lui che rinuncia alla settimana bianca e tu che conti gli spicci al supermercato. Non spuntano dal nulla come funghi, ma sono il risultato di decenni di controriforme del lavoro, di miopia istituzionale, di inerzia nel combattere il lavoro nero, di buffonate su quanto è bella la flessibilità. 

Questi sono gli ingredienti della rabbia sociale, sono queste le categorie invisibili che non devono sparire dai sussidi. Si faccia una patrimoniale, si approfitti della crisi per dare diritti e non toglierne ancora, si faccia emergere la grande sacca di lavoro nero e informale che c'è ed è terreno fertile per fasci, mafie e dementi in grado di dare risposte sbagliate a un disagio vero. E si smetta di semplificare tutto in un derby demenziale che è solo un utile alibi per continuare a nascondere la testa sotto la sabbia. I cocci ci sono e prima o poi tocca raccoglierli lo stesso."


venerdì 26 giugno 2020

Anche per Bruno Caccia si deve chiedere Verità e Giustizia.

“Vogliamo conoscere la verità”. 

Era quanto chiedevano i figli di Bruno Caccia nel trentennale dell'uccisione del procuratore capo di Torino. Anche per Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 a  Torino, si deve ancora chiedere Verità e Giustizia

Bruno Caccia è l'unico magistrato ucciso dalle mafie al di fuori delle regioni meridionali.  Nella sentenza di condanna di Domenico Belfiore, referente di primo piano per le ‘ndrine calabresi in Piemonte, di Bruno Caccia  i magistrati scriveranno: «Egli [Bruno Caccia, nda], poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati».

Nei mesi scorsi le parole pronunciate nel corso dell'audizione nella Commissione Legalità del Comune di Torino dall'avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del procuratore capo Bruno Caccia ucciso il 26 giugno 1983, suonavano come un atto d'accusa nei confronti di una regione, il Piemonte, che mostra di aver smarrita, dimenticata, persino oltraggiata, l'eredità e la memoria di Bruno Caccia. Così si è espresso Fabio Repici: "Credo che il delitto Caccia vada riqualificato col termine di cospirazione, che qualifica i delitti che vedono contributi plurimi mirati allo stesso fine. Il caso classico è l'omicidio Kennedy e l'omicidio Caccia fu una cospirazione più o meno con analoghe caratteristiche". Il legale è tornato a parlare di "lacune" dell'attività di indagine e giudiziaria che fanno sì che "dopo 37 anni non conosciamo i nomi dei due killer e non conosciamo esattamente le ragioni né l'identità di tutti i mandanti". Repici ha aggiunto che "quello di Caccia è l'omicidio più importante e delicato nella storia torinese, l'unico procuratore distrettuale ucciso fuori dalla Sicilia, e un delitto così delicato avrebbe dovuto implicare l'impegno massimo di tutte le istituzioni che avessero un ruolo per far qualcosa di utile per accertamento della verità. La verità in archivio non può andare", ha concluso Repici definendo "uno sfregio alla memoria di Caccia che queste lacune vengano tuttora mantenute".

Parole che ribadivano quanto già dichiarato in passato dallo stesso Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte e considerato “l'allievo” di Caccia: secondo Francesco Saluzzo l'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia fu la controffensiva scatenata da un sistema di poteri composto da intoccabili, 'ndranghetisti, criminali e figure ambigue che beneficiavano della complicità o della non opposizione di magistrati opachi per non dire di peggio". 


«I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo». Questo l’appello di Guido, Paola e Cristina Caccia, figli di Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 dalla `ndrangheta, contenuto nella lettera aperta che avevano indirizzata alla Città di Torino nel trentennale della morte del giudice.  La commemorazione dello scorso anno iniziativa, dicevano i figli di Bruno Caccia, «onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere», ma che non può ridursi soltanto a retorica: serve, sostengono, una «analisi storica». 
«Ciò che durante questi trent’anni sta diventando sempre più chiaro, è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato solo un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale, l’unico condannato, e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. (...) Torino è città-laboratorio, sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno anche un laboratorio di verità».  

Bruno Caccia
Bruno Caccia aveva iniziato la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese rimase sino al 1964 ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 Caccia ritornò nelle aule torinesi con l’incarico di sostituto Procuratore della Repubblica. Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, si occupò di indagare sulle violenze ed i pestaggi che all'epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Come ricorda l'allora suo collega Marcello Maddalena: "Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza". Le indagini di Bruno Caccia si indirizzarono quindi sui terroristi delle Brigate Rosse e Prima Linea e fu lui a condurre le indagini sui primi grandi scandali italiani che coinvolgevano"(...) i grandi petrolieri e i generali delle Fiamme Gialle corrotti, i politici torinesi della prima tangentopoli di Adriano Zampini, gli uomini della Fiat e le mafie trapiantate al Nord". Così Nicola Gratteri ricorda la figura di Bruno Caccia nel libro "Fratelli di sangue". 
Indagini che, come accerterà la storia processuale, dovettero rivelarsi così incisive da decretare la condanna a morte di Bruno Caccia. Ad oggi, Bruno caccia rimane l'unico giudice ucciso per mano delle mafie fuori dalle terre di Sicilia e Calabria. 
E' solo mafia? 
"Vogliamo conoscere la verità", proclamavano i figli del giudice assassinato


l'assassinio di Bruno Caccia
Il 26 giugno 1983, Bruno Caccia si era recato con la famiglia fuori città rientrando a Torino soltanto nella serata. Essendo una domenica, aveva deciso di lasciare a riposo la propria scorta. La decisione facilitò il compito ai sicari della 'ndrangheta. Verso le 23,15 mentre Bruno Caccia portava da solo a passeggio il proprio cane, in via Sommacampagna  venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo. Questi, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia.

Le indagini
Dapprima le indagini presero la via delle Brigate Rosse: erano quelli gli "anni di piombo" e diverse indagini di Bruno Caccia avevano riguardato proprio brigatisti. Il giorno seguente, le Brigate Rosse rivendicarono l'omicidio, ma presto si scoprì che la rivendicazione risultava essere falsa. Inoltre nessuno dei brigatisti in carcere rivelò che fosse mai stato pianificato l'omicidio del magistrato cuneese. Le indagini puntarono allora l'attenzione sui neofascisti del NAR, ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata. L'imbeccata giusta arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all'intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze del 'ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi della 'ndrangheta a Torino, anch'egli in galera. Belfiore ammise che era stata la 'ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e il motivo principale fu che "con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare", come disse lo stesso Belfiore. Una frase inquietante al punto che i magistrati nella sentenza di condanna di colui che era diventato un referente di primo piano per le ‘ndrine calabresi in Piemonte, scriveranno «Egli [Bruno Caccia, nda], poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati».

Palazzo di Giustizia "Bruno caccia" - Torino
A Bruno Caccia sono stati intitolati il Palazzo di Giustizia di Torino, il 26 giugno 2001, e il cascinale "Cascina Bruno e Carla Caccia",  a San Sebastiano da Po, sulle colline torinesi, gestito dall'associazione Libera,. Il cascinale fu sequestrato proprio alla famiglia Belfiore, più precisamente a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, grazie alla legge 109/96.

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lunedì 30 aprile 2018

Il dovere della Memoria: Pio La Torre e Rosario Di Salvo, due vite senza compromessi contro mafie e "poteri forti".

Pio La Torre e Rosario Di Salvo: vite senze compromessi, contro le mafie ed i "poteri forti". Sono le 9:20 del 30 aprile 1982. Pio La Torre sta raggiungendo la sede del PCI, a Palermo, a bordo di una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo. A Pio La Torre si deve, fra le altre cose,  il disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi: La legge, come spesso accade in Italia, verrà approvata solo dopo la sua uccisione.

Salvo Vitale, amico fraterno e compagno di lotta di Peppino Impastato: "Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Un dubbio lancinante che mi perseguita da 35 anni: sono stati i mafiosi o gli americani? Sono stati i cosiddetti "servizi deviati" o, come ha ipotizzato qualcuno, alcuni mai identificati compagni del suo partito? E' stato Salvatore Cucuzza, che non sapeva chi fosse, è stato Lorenzo Plicato, che venne ucciso tre giorni dopo, è stato Giovan Battista Pullarà che, secondo Mannoia quel giorno si trovava in carcere con lui? Chi è stato e chi erano i mandanti?"

Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi. L'auto venne investita da una raffica di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Erano i giorni della "seconda guerra di mafia": la "mattanza" condotta dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, mieteva centinaia di vittime in Sicilia . Pio La Torre propone al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini  di inviare a Palermo -come prefetto- il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il carabiniere che ha sconfitto il terrorismo. 
Non fanno in tempo a incontrarsi.Il giorno dopo l'uccisione di Pio La Torre, arriva a Palermo il generale Dalla Chiesa. "Perché hanno ucciso La Torre?", gli chiedono i giornalisti. "Per tutta una vita", risponde lui.

 Fonte: Antimafiaduemila 

Falcone, Chinnici e Cassarà un presagio nella scena del delitto

 di Attilio Bolzoni - 29 aprile 2015

Sono lì anch’io quella mattina, con il taccuino in mano e il cuore in gola. Giro e rigiro intorno alla berlina scura, provo a non guardare quella gamba che penzola dal finestrino. Mi fa troppo paura.


Saluto Giovanni Falcone, saluto Rocco Chinnici, non ho il coraggio di avvicinarmi a Paolo Borsellino, è con le spalle al muro mentre si accende un’altra sigaretta con il mozzicone che ha già fra le dita. C’è anche Cassarà dell’Investigativa. Gli chiedo: «Ninni, cosa sta succedendo?». Mi risponde: «Questa è una città di cadaveri che camminano».
C’è un fotografo sulla strada. Aspetta che loro, Falcone e Cassarà, Chinnici , siano per un attimo tutti vicini. Poi scatta.
Ogni tanto mi capita di rivedere quella foto su qualche vecchio giornale. Dopo più di trent’anni, ho sempre un brivido. Erano tutti vicini in una strada che è un budello in mezzo alla città delle caserme, vie che portano i nomi dei generali della grande guerra, brigate e reggimenti acquartierati dietro il sontuoso parlamento dell’isola. Erano tutti lì, silenziosi e immobili intorno all’ultimo cadavere di una Sicilia tragica.
 Me ne sono andato da quella strada pensando al movente della sua uccisione. Pio La Torre (in foto) lo volevano morto perché aveva capito prima degli altri che la Sicilia era diventata un laboratorio criminale, terra di sperimentazione per accordi di governo da esportare a Roma, porto franco, regno di latitanti in combutta con questori e prefetti, onorevoli mafiosi e mafiosi onorevoli. Dopo più di tre decenni la penso ancora come quella mattina di primavera: Pio La Torre è morto perché parlava due lingue, sapeva tradurre il siciliano in italiano. E aveva tutta l’autorevolezza per rappresentare a Roma quello che lui aveva capito di Palermo e della sua Sicilia.

 

Erano le 9:20 del 30 aprile 1982. Pio La Torre stava raggiungendo la sede del PCI, a Palermo, a bordo di una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo.
Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi. L'auto venne investita da una raffica di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Erano i giorni della "seconda guerra di mafia": la "mattanza" condotta dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, mieteva centinaia di vittime in Sicilia . Pio La Torre propone al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini  di inviare a Palermo -come prefetto- il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il carabiniere che ha sconfitto il terrorismo. 
Non fanno in tempo a incontrarsi. Il giorno dopo l'uccisione di Pio La Torre, arriva a Palermo il generale Dalla Chiesa. "Perché hanno ucciso La Torre?", gli chiedono i giornalisti. "Per tutta una vita", risponde Dalla Chiesa.

 Fonte : Narcomafie
A oltre tre decenni dalla morte, gli interrogativi rimangono aperti sul delitto e l'eredità civile del dirigente politico italiano. Ripercorriamo la storia di quei giorni. 
La storia
L'uccisione di Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo avveniva in un clima convulso. Dalla fine degli anni settanta nella capitale siciliana era stata una sequela di delitti che avevano scosso l'opinione pubblica dell'intero Paese. Erano stati assassinati il segretario provinciale della DC Michele Reina, il giornalista Mario Francese, il vicequestore Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il giudice Gaetano Costa. Tutto questo evocava già allora un disegno coeso. Lo stesso La Torre ne era in convinto, e interpretava i delitti di quel periodo come «terrorismo mafioso».
Dopo l'uccisione di Mattarella intitolava un editoriale di Rinascita: "Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche". Poi venne il suo turno, e dopo di lui, ancora con ritmi incalzanti, fu la volta del generale Dalla Chiesa, dei magistrati Ciaccio Montalto e Rocco Chinnici, dei poliziotti Calogero ZucchettoBeppe Montana e Ninni Cassarà, del giornalista Giuseppe Fava, dell'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco. Infine, nel pieno dell'offensiva giudiziaria di Falcone e Borsellino, che avrebbe prodotto il maxiprocesso alla mafia, il gioco cambiava. Ma era stato decapitato a quel punto il ceto politico e istituzionale della Sicilia.
Si era arrivati in realtà a uno snodo. I proventi del narcotraffico e del contrabbando incrostavano ormai da anni l'economia regionale, e le famiglie mafiose, a loro modo, avevano giocato la carta della «modernizzazione», attraverso la partecipazione alle grandi opere, sullo sfondo dei patti che correvano da decenni con la politica. Ma da tempo, tanto più dopo l'implosione del sistema Sindona, qualcosa scricchiolava. Nella relazione di minoranza della Commissione Antimafia, del 1976, Pio La Torre, dopo aver documentato gli affari illeciti della capitale siciliana, chiamando in causa tra gli altri Vito Ciancimino, Giovanni Gioia, Salvo Lima e Giovanni Matta, affermava: «Il sistema di potere mafioso è entrato ormai irrimediabilmente in crisi anche a Palermo. Ne sono una testimonianza gli ultimi sviluppi della lotta politica all'interno della DC palermitana». L'analisi, molto lucida, riusciva a interpretare una tensione reale, che sarebbe divenuta esplosiva a fine decennio, quando dentro il partito democristiano andavano polarizzandosi due visioni della politica. Da una parte era la DC di Piersanti Mattarella, presidente della Regione, che, come era nelle ispirazioni del popolarismo cattolico, guardava in avanti, in direzione di una modernizzazione conseguente, che tenesse conto dei principi di trasparenza e di moralità. Dall'altra era quella andreottiana di Salvo Lima e Mario D'Acquisto, che con varie declinazioni si ergeva a difesa del sistema che a lungo aveva retto Palermo e la Sicilia.
Insediatosi a palazzo d'Orleans il 20 marzo 1978 con l'appoggio esterno del Pci, Piersanti Mattarella per le cosche e i loro referenti diventava in poco tempo, per l'incisività della sua azione, un problema di difficile gestione. Venivano fermati appalti sospetti, si cominciava a rivoluzionare la macchina burocratica e arrivavano atti politici conseguenti, come nell'autunno del 1978, quando il presidente della Regione rimuoveva dalla sua giunta l'assessore ai Lavori Pubblici Rosario Cardillo, repubblicano, ritenuto a capo di un sistema illecito di controllo degli appalti. Ma erano percepiti altri pericoli.
Cesare Terranova, finita la sesta legislatura, che gli aveva consentito di operare in seno alla Commissione Antimafia e di collaborare con La Torre e altri parlamentari della Sinistra alla stesura della relazione di minoranza, rientrava al palazzo di giustizia di Palermo con l'incarico di consigliere istruttore presso la Corte d'Appello. Da procuratore della Repubblica era riuscito a fermare Luciano Liggio, e con il nuovo incarico, oltre che con il bagaglio di conoscenze acquisite all'Antimafia, avrebbe potuto infliggere danni non meno significativi ai poteri criminali della città. La Guardia di Finanza aveva schedato intanto circa tremila imprese sospettate di collusione mafiosa, mentre da diverse parti si rivendicava una legge che consentisse di portare le indagini oltre i santuari delle banche. La bancarotta di Sindona, che registrava un clamoroso colpo di scena nel giugno 1979, con l'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, nominato commissario liquidatore della BPI, restava infine un nervo scoperto. E su tale sfondo di tensioni e timori cresceva con rapidità, fino a occupare in poco tempo il centro della scena, la presenza politica e legislativa di Pio La Torre.
Dopo la conclusione dei lavori della Commissione Antimafia, nel 1976, il politico siciliano, allora responsabile nazionale dell'Ufficio agricoltura del PCI, aveva continuato a seguire con scrupolo il fenomeno mafioso nel Sud, denunciandone l'evoluzione nelle sedi di partito, sulla stampa e in diverse sedute parlamentari. Egli sostenne quindi con convinzione la ricerca delle sinergie che resero possibile l'esperimento del Governo Mattarella, facendo arrivare, quando necessario, la propria voce sui percorsi della Regione, con suggerimenti anche forti. Alla Conferenza dell'agricoltura che si tenne a Villa Igea il 9 febbraio 1979, Pio La Torre non esitò a denunciare l'assessorato regionale al ramo di illeciti gravi, additandone il capo, l'andreottiano Giuseppe Aleppo, come colluso alla criminalità organizzata. E in quella occasione, Piersanti Mattarella, che chiuse i lavori con un'ampia relazione, si guardò bene dal difendere il proprio assessore, sconcertando i presenti. Il segnale che giungeva alle consorterie era chiaro.
Quando si mise in moto a Palermo la macchina degli omicidi, Pio La Torre fu tra i primi, appunto, a comprendere la complessità strategica del progettoIntervenendo alla Camera il 26 settembre 1979, appena un giorno dopo l'uccisione di Cesare Terranova e del maresciallo Lenin Mancuso, egli affermava che si era di fronte a un salto qualitativo, «ad una sfida frontale allo Stato democratico da parte dell'organizzazione mafiosa».
E due giorni dopo l'assassinio di Piersanti Mattarella sottolineava, ancora alla Camera, che in Sicilia era in corso una battaglia cruciale «fra le forze impegnate per il cambiamento contro il sistema di potere mafioso per il rinnovamento economico, sociale e democratico delle strutture dell'isola, e quanti invece difendono tenacemente il sistema di potere mafioso». Il dirigente politico non limitava però il proprio intervento all'analisi e alla denuncia. Egli riteneva che per sostenere lo scontro occorressero strumenti nuovi, soprattutto di livello normativo. Il 6 marzo alla Camera dei Deputati annunciava quindi una legge che avrebbe proposto «misure di prevenzione e di accertamento e misure patrimoniali nei confronti degli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose, la modifica del codice penale, con la definizione di associazione mafiosa, con l'obiettivo di perseguire come reato la semplice appartenenza all'associazione stessa»La legge nota come 416 bis, di cui Pio La Torre era il redattore e il primo firmatario, veniva presentata alla Camera dei Deputati il 31 marzo 1980.
Gli eventi incalzavano. Ancora nel Palermitano venivano assassinati Emanuele Basile a Gaetano Costa, e il dirigente del PCI, mentre faceva il possibile per allontanare dalle secche il suo disegno di legge, continuava ad esporsi pericolosamente. In una Tribuna politica televisiva del 30 maggio 1981 egli si domandava: «Perché sottovalutare la spaventosa coincidenza tra la presenza di Sindona a Palermo e l'esecuzione mafiosa del giudice Terranova?».
Rompendo ogni indugio, tornava poi in Sicilia, a dirigere il comitato regionale del partito. Finiva quindi sotto una pressante minaccia, mentre si accendeva nel Paese la vicenda dei missili Cruise e Pershing che la NATO, con l'avallo del governo italiano, intendeva installare nei pressi di Comiso. L'uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo avveniva appena otto mesi dopo l'arrivo del primo a Palermo. Quale ne era il significato? Ugo Pecchioli, responsabile del partito per il problemi dello Stato, in un'intervista su «L'Ora» del 2 maggio 1982, parlava di una decisione presa in alto, «dai burattinai della mafia, perché piena di implicazioni politiche». In una relazione interna dell'11 maggio rilevava inoltre che non poteva essere esclusa nessuna ipotesi, «neppure quella da qualche parte affacciatasi di connessioni straniere». E da allora l'argomento delle possibili convergenze, politiche e atlantiche, ha attraversato i decenni. Mancati però i riscontri, la morte di La Torre e del suo compagno di partito, addebitata in via definitiva a Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca e altri capimafia, resiste tra i segreti di Palermo e della Repubblica.
La considerazione del lavoro politico e civile di Pio La Torre è cresciuta di molto lungo gli anni, maggiormente per l'evoluzione, abnorme, registrata dalle narco-economie e dagli imperi criminali. In numerosi Paesi il dirigente del PCI è riconosciuto come un legislatore che ha anticipato i tempi, per avere inaugurato la storia delle leggi di contrasto alla criminalità finanziariaLa Torre ebbe tuttavia una vicenda complessa, che solo in parte è riferibile al suo impegno contro la mafia. Egli fu, prima di tutto, un meridionalista, che dagli anni del latifondo operò per il riscatto del Sud

lunedì 29 agosto 2016

Libero Grassi: "Io sono libero"

Il dovere della memoria. Libero Grassi, imprenditore palermitano, viene assassinato la sera del 29 agosto 1991 per essersi ribellato alla "legge" mafiosa del racket, rifiutandosi di pagare "il pizzo". Come ogni anno da quella sera del 29 agosto 1991, a Palermo, nei pressi dell'abitazione dell'imprenditore assassinato, in via Alfieri sarà affisso un cartello come quello nella fotografia sottostante dal momento che la famiglia di Libero Grassi non ha mai acconsentito all'apposizionie di una lapide. 
Dopo l'uccisione di Libero Grassi, sua moglie Pina Maisano ha continuato la battaglia culturale contro le mafie iniziata dal marito, sino alla scomparsa avvenuta lo scorso giugno. Nella sua ultima intervista rilasciada in occasione del Premio Libero Grassi, Pina Maisano affermò ancora una volta: “Non mi rassegno a una Sicilia succube della mafia”.  (qui la sua intervista)
Questa sera, su RAI UNO, un film documentario ricorderà al figura e l'esempio morale di Libero Grassi. nell'artico de La Repubblica a presentazione del film-documentario che ripercorrerà la vicenda di Libero Grassi così si legge: "(...) Catanese, di famiglia antifascista, l'ingresso nei meccanismi dell'imprenditoria grazie a un periodo a Gallarate, l'apertura dello stabilimento tessile a Palermo alla fine degli anni Cinquanta, Libero Grassi era attivo nella politica, con il Partito Repubblicano. E quando arrivano le prime richieste di racket, esce allo scoperto denunciando gli estorsori. E firmando, di fatto, la propria condanna a morte. Pagherà con la vita la sua opposizione pubblica alla cultura mafiosa convinto, com'era, che la lotta alla mafia dovesse coincidere con la sua professione. Libero Grassi ha vissuto in anni in cui esisteva una logica di potere e di controllo della città di Palermo totalmente mafiosa. Si è ribellato con il coraggio di esporsi pubblicamente, usando i giornali e la televisione. E con la forza di una vita sempre vissuta, con la moglie Pina Maisano e i figli Alice e Davide, all'insegna dei principi della giustizia, della libertà individuale e della crescita collettiva (...)".
L'esempio di Libero Grassi è ancora oggi "pietra di paragone", ancor più per il fatto che, come sappiamo bene, la "linea della palma", il potere delle cosche mafiose così definito da Leornardo Sciascia, ha raggiunto e conquistato "pezzi" dell'Italia intera.
A sinistra Libero Grassi e la moglie, Pina Maisano, in una immagine di famiglia.
A destra, Pina Maisano dinanzi al cartello in cui si ricorda l'uccisione di Libero

La lettera al "caro estorsore"
Alla richiesta del pizzo da pagare alle cosche mafiose, Libero Grassi aveva risposto in maniera coraggiosa e del tutto originale, inaspettata, facendo pubblicare una lettera dal Giornale di Sicilia in data 10 gennaio 1991. La lettera aveva un titolo chiaro, forte: «Caro estortore...non ti pago» 
Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.“                                                                                                                          Libero Grassi  

Libero Grassi ospite di Michele Santoro
In un articolo pubblicato dall'Unita in data 28 agosto 2011 si raccontava l'intervista di Miche Santoro a Libero Grassi, nella trasmissione Samarcanda: «Caro estortore...non ti pago»:  la lettera che diede inizio alla battaglia Il 10 gennaio 1991 Libero Grassi scrisse una lettera al “Giornale di Sicilia”:«Caro estorsore...non ti pago». Dopo 8 mesi, il 29 agosto 1991, Cosa nostra lo ucciderà con cinque colpi di pistola calibro 38. La lettera è una pubblica rottura dell'omertà: l’imprenditore, il cittadino, sottoposto alle minacce degli estorsori, non solo rifiuta di pagare, ma accusa commercianti ed imprenditori siciliani di soggiacere passivamente alla coercizione mafiosa. Il pizzo accettato come una tassa dovuta ad un sistema di potere parallelo, in cui sguazzano politici, imprenditori e mafiosi. La cui efficacia impositiva si misura in termini di silenziosa rassegnazione. 
intervista di Libero Grassi ."Samarcanda". 11 aprile 1991

La coraggiosa presa di posizione di Libero Grassi che denuncia apertamente e pubblicamente la richiesta di pizzo, ha un effetto paradossale: uno sconcertante, inquietante, isolamento. Il presidente palermitano di Assindustria, Salvatore Cozzo, legato a Salvo Lima, addirittura minimizza la denuncia defininendola "una tammurriata per farsi un po’ di pubblicità".
Il clamore suscitato dalla denuncia di Libero grassi ha tuttavia varcato i confini del capoluogo siciliano e il giormalista Michele Santoro invita Libero Grassi alla trasmissione Samarcanda per  raccontare la sua storia. È l’11 aprile 1991. Libero Grassi è di fronte alle telecamere; lo sguardo è attento dietro gli occhiali da lettura. 
La domanda del conduttore: "Lei si è trovato faccia a faccia con queste richieste di tangenti?
La risposta di Libero Grassi: «Mi sono trovato più volte… ho subito due estorsioni, una rapina e altre intimidazioni». Poi Libero Grassi sposta il discorso su un tema scottante rivolgendosi al giudice Di Maggio presente in studio: «Il giudice di Maggio ha detto il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale. Ma c’è un primato superiore quello della qualità del consenso… la formazione del consenso che poi è l’arma della mafia. La prima cosa che controlla la mafia… è il voto… ad una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia… la legge la fanno i politici… se i politici hanno un cattivo consenso faranno delle cattive leggi e allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso. La mafia in Sicilia è il maggior interlocutore del problema politico in quanto dispone del voto, dei soldi e degli inserimenti nell’amministrazione, perché oramai è diventata ceto dominante». 


Santoro lo interrompe e lo stuzzica: "Perché non vuol pagare, lei è pazzo?"
Libero Grassi non ha sussulti, non si scompone, è quasi immobile: «Non sono pazzo, non mi piace pagare perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore (significherebbe che) io divido le mie scelte con il mafioso». Si ferma per un istante prende un foglio dalla cartellina e legge una dichiarazione del giudice Luigi Russo in merito alle estorsioni: «Si può anche non pagare, ma chi non paga deve sapere bene cosa gli succede prima o poi… se tutti facessero così (non pagando) dalla Sicilia sparirebbero le imprese e migliaia di piccole aziende andrebbero in fiamme». 


Ora Libero si agita sulla poltrona e sgrana gli occhi guardando fisso il giornalista: «Dico al dott. Luigi Russo che lui dice se tutti si comportassero come me si distruggono le industrie, se tutti si comportano come me si distruggono gli estorsori non le industrie». Con un gesto d’impeto toglie gli occhiali e tira un sospiro ad occhi chiusi. 
Dopo oltre vent’anni la testimonianza di Libero Grassi ci ricorda quanta strada è stata fatta nel campo della prevenzione e dell’assistenza alle vittime del racket. Rimane, tuttavia, di cocente attualità ed insoluto il tema della qualità del consenso elettorale, proprio ora che la «linea della palma», come scriveva Sciascia, ha raggiunto i lembi estremi del profondo nord.
Marcello Ravvedut

sabato 9 maggio 2015

la notte del 9 maggio 1978: Aldo Moro e Peppino Impastato

Una data lega l'assassinio di due uomini: Aldo Moro e Peppino Impastato. 
Il primo ucciso dalle Brigate Rosse, il secondo ucciso da Cosa Nostra.  
La notte del 9 maggio 1978


Così si canta la canzone: 
"(...) Era una notte buia dello stato italiano, quella del 9 maggio '78
la notte di Via Caetani e il corpo di Aldo Moro 
l'alba dei funerali di uno stato


Riproponiamo esattamente quanto avevamo scritto lo scorso anno. Perchè lo spirito di questo Paese non è cambiato , anzi, forse , è peggiorato. 
Il mistero, la verità sull'uccisione di Aldo Moro non si è rivelato. E ancora oggi bisogna trovare il coraggio di urlare quello per cui è stato ucciso Peppino Impastato: "La mafia è una montagna di merda". 
Urlarlo a chi si è abituato, e vorrebbe che ci abituassimo, al puzzo della "montagna di merda", al compromesso morale, ai misteri che soffocano la Giustizia di questo paese, misteri custoditi dal sigillo del Potere.

"Dagli schermi televisivi, dalle radio, dalla "rete", forse oggi vedremo, ascolteremo, assisteremo, alla ovvia e vuota retorica a cui siamo abituati. Salvo Vitale, l'amico fraterno di Peppino Impastato, in occasione di un altro "anniversario" scrisse così: "Non li voglio vedere"...
Ci basterà, ce la faremo bastare, quella vuota retorica per giustificare la "legalità sostenibile" (di cui ha parlato in tante occasione don Luigi Ciotti, fondatore di LIBERA) e che abbiamo costruita a nostra misura affinchè non ci faccia troppo male e non ci costringa troppo? "A nostra insaputa" continuerà ad essere la giustificazione comoda che troveremo per atti, omissioni e reticenze? Ce lo faremo bastare? 
Oppure cominceremo davvero a "fare memoria" affinchè le cose accadute non abbiano più a ripetersi, affinchè si metta in atto l'insegnamento di coloro che, come in un triste rosario, continuiamo a snocciolarne nomi, date di nascita e di morte prematura?
Che non siano state morti inutili!
Felicia Impastato, la mamma di Peppino.
 Lottò tutta la vita per ottenere verità e Giustizia per il figlio "suicidato" dalla mafia 


Il discorso della Montagna - dialogo dal film " I cento passi"
Peppino Impastato e Salvo Vitale, dall’alto di Monte Pecoraro,  guardando l’aeroporto di Punta Raisi, dopo la costruzione della terza pista:
PEPPINO: Sai cosa penso? 

SALVO : Cosa? 

PEPPINO: Che questa pista in fondo non è brutta. Anzi 

SALVO (ride) : Ma che dici?! 
PEPPINO: Vista così, dall'alto ... [guardandosi intorno sale qua e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre ... che è ancora più forte dell’uomo. Invece non è così. .. in fondo le cose, anche le peggiori, una volta fatte ... poi trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere! Fanno 'ste case schifose, con le finestre di alluminio, i mri di mattoni finti, i balconcini ... mi segui?

SALVO: Ti sto seguendo


PEPPINO:... Senza intonaco, i muri di mattoni vivi ... la gente ci va ad abitare, ci mette le tendine, i gerani, la biancheria appesa, la televisione ... e dopo un po' tutto fa parte del paesaggio, c'è, esiste ... nessuno si ricorda più di com'era prima. Non ci vuole niente a distruggerla la bellezza ... 


SALVO: E allora?


PEPPINO: E allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte 'ste fesserie ... bisognerebbe ricordare alla gente cos'è la bellezza. Insegnargli a riconoscerla. A difenderla. Capisci? 


SALVO: ( perplesso) La bellezza…


PEPPINO: Sì, la bellezza. È importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto. 

venerdì 8 maggio 2015

Da Berlinguer a Saviano: i partiti e la questione morale

Troppi segnali ci dicono che la questione morale, l'etica della classe politica e dirigente di questo paese, non è fondamento prioritario nè per quanto riguarda la condotta di coloro che sono "nominati" ( eletti) a ricoprire cariche pubbliche, nè per quanto riguarda la scelta di costoro, operata dai partiti che hanno monopolizzato la vita e le espressioni della politica. Prova ne sono anche le leggi scaturite da un parlamento formato nella sua maggioranza proprio da "nominati"; i quali nominati debbono la loro elezione spesso al mero, e poco nobile, criterio di "appartenenza e lealtà" al capo di turno.
Anche il provvedimento deciso ieri sull'abolizione del vitalizio ai parlamentari condannati pare essere stato annacquato dall'ennesimo (vergognoso) accordo sottobanco fra partiti, tanto che oggi il presidente del Senato Pietro Grasso dichiara " Avrei voluto di più, ma ci vuole il consenso". Questo sappiamo: che anche ieri, aldilà delle dichiarazioni di facciata, nel parlamento italiano è  mancato il consenso per agire con decisione su una legge vergognosa. Vergogna!

Enrico Belinguer così diceva nella celebre intervista a E. Scalfari, pubblicata da La repubblica il 28 luglio 1981: "(...) I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss".(...)"

Di ieri la denuncia di Roberto Saviano: "Gomorra è nelle liste di Vincenzo De Luca. La lotta alla mafia non è una priorità di Matteo Renzi. (...) Nel Pd e nelle liste c’è tutto il sistema di Gomorra, indipendentemente se ci sono o meno le volontà dei boss. Il Pd nel Sud Italia non ha avuto alcuna intenzione di interrompere una tradizione consolidata. Il Pd non sta facendo la battaglia promessa. Ha creduto che utilizzare le figure di Grasso o di Cantone fosse la garanzia di un’immagine diversa. Ed è questo che Renzi vuole: un’immagine diversa. Sicuramente c’è una parte di mondo del Pd in prima linea contro le mafie, ma questo governo ha fatto poco contro le mafie".

 Fonte HUFFINGTON POST

Roberto Saviano: "Gomorra è nelle liste di Vincenzo De Luca. La lotta alla mafia non è una priorità di Matteo Renzi"

Roberto Saviano, cinque anni fa fu De Luca ad accusare Caldoro di avere in casa i casalesi. Ora i termini si sono ribaltati?
Le liste di De Luca non sono affatto liste con nomi nuovi e in nessun caso trasformano il modo di fare politica in Campania. Direi che ricalcano le solite vecchie logiche di clientele. E non c’è niente da fare. E' sempre stato questo e questo sarà: le liste si fanno su chi è in grado di portare pacchetti di voti.
Vedendo le liste elettorali a sostegno di De Luca, direi che il caso più imbarazzante è quello di Enrico Maria Natale. Che cosa rappresenta a Casal di Principe la sua famiglia?
È certamente quello di Natale il nome più eclatante perché la sua famiglia è stata più volte accusata di essere in continuità con la famiglia Schiavone. Negli anni Novanta hanno avuto un ruolo nel mondo dell’imprenditoria grigia. Questa candidatura a dimostrazione che De Luca non sta affatto cambiando il modo di fare politica in Campania.

E poi ci sono gli uomini di Cosentino che puntano sul centro-sinistra.
Gli uomini di Cosentino che puntano al centrosinistra per vendetta contro Caldoro ci sono sempre stati. Cosentino ha sempre considerato Caldoro uno dei responsabili della sua messa in crisi nel partito e quindi c’è sempre stato questo flusso apparentemente contrario a ogni logica. Nicola Turco ad esempio è un fedelissimo di Cosentino, ora sua moglie è candidata e ha dichiarato apertamente in un'intervista a Concita Sannino che "De Luca non è di sinistra, non ha nulla di sinistra…". E quindi ci sta bene. Pure la Criscuolo era legata a Cosentino e Scajola. Insomma c’è di tutto.

Insomma c’è di tutto.
Sì, pure Aveta, uno che si è sempre dichiarato neo-fascista.

Te lo chiedo senza tanti giri di parole: nelle liste del Pd e della coalizione che sostiene De Luca c’è Gomorra?
Ti rispondo senza giri di parole: assolutamente sì. Nel Pd e nelle liste c’è tutto il sistema di Gomorra, indipendentemente se ci sono o meno le volontà dei boss. Il Pd nel Sud Italia non ha avuto alcuna intenzione di interrompere una tradizione consolidata. E cioè alla politica ci si rivolge per ottenere diritti: il lavoro, un posto in ospedale… Il diritto non esiste. Il diritto si ottiene mediando: io ti do il voto, in cambio ricevo un diritto. Il politico non dà visioni, prospettive, percorsi, ma dà opportunità in cambio di consenso. E De Luca, in questo, è uno che ci sa fare. La politica dovrebbe essere tutt’altro. Dovrebbe ottenere consenso in cambio di trasformazioni complesse e complessive della società. Invece dando il proprio voto l'elettore rinuncia a chiedere progetto e trasformazione in cambio di una e una sola cosa.

Tu hai fatto un elenco di nomi e hai detto che il sistema Gomorra è anche nel centrosinistra. Significa, facendo il passaggio successivo, che non serve aspettare i processi per dire che con certe persone non si può neanche prendere il caffè al bar.
Al di là delle condanne e delle manette che sono altra cosa e mi interessa meno, non avendo mai avuto l’ossessione manettara di tanta parte del giornalismo italiano, lì si tratta proprio di opportunità politica. De Luca ha capito che per vincere deve portare clientele, attraverso persone modeste, senza visione e deve togliere le clientele a Caldoro. Ecco: la guerra che si stanno facendo Caldoro e De Luca è tutta qui, sulle clientele, ed è per questo che De Luca ha avuto bisogno di De Mita. Non c’è bisogno di andare in questura per dire che le persone di cui abbiamo parlato, a Casal di Principe e non solo, sono incandidabili se appartieni a un partito che dice, o meglio millanta, di trasformare. Non scherziamo. Ora: De Luca sa benissimo che sono impresentabili e forse, dopo questi articoli, farà la mossa di toglierne qualcuno ma non può fare a meno del voto di scambio.

Potremmo proseguire con altri nomi, come gli ex responsabili del governo Berlusconi a sostegno di De Luca: Iannaccone, Cesario o Pisacane che ha candidato la moglie. O l’ex mastelliano Barbato. Ma vorrei fare con te un ragionamento di fondo. Si può dire che siamo oltre il trasformismo? Qui stiamo di fronte a un blocco di potere e interessi che si lega allo schieramento finora alternativo, determinandone la mutazione genetica.
Secondo me la triste verità è che non si sposta nulla, resta tutto identico dove è sempre stato. Cambiano gli orientamenti ma tutto resta sempre lì, fermo, immobile. Il trasformismo nasce come una opportunità per chi fa politica, per fare cassa, ma non è solo un fatto economico. La tradizione meridionale, in questo senso, è tipica: il primo figlio fa il medico, quindi ha un ruolo importante; il secondo, che deve difendere gli affari di famiglia, fa l’avvocato; il più incapace il politico. È sempre stato così, nella tradizione meridionale. Ma il riciclo del ceto politico nasce non semplicemente dalla volontà delle persone, ma anche dalla volontà degli elettori. Può sembrare paradossale ma è così. L’elettore meridionale medio non ne vuole sapere di un politico nuovo che magari ha progetti e idee. Vuole il vecchio che gli garantisca il posto di lavoro, il posto alla nonna all’ospedale, la mensa, l’asilo, quello che ti dà di volta in volta il favore, in cambio del voto. Quindi l’elettorato non si fida del nuovo e preferisce il vecchio che vede come garanzia. Da qui nascono i nomi che abbiamo detto. Un vecchio arnese della politica garantisce favori più di un nuovo politico con idee e progetti che spesso nessuno gli farà realizzare.

E da qui l’allarme che lanciasti alle primarie.
Lanciai l’allarme perché sapevo che sarebbe successo questo. Dissi: non legittimate politici che hanno già in mente come vincere e come posizionarsi. E quindi l’invito a non votare era l’invito a non legittimare questo sistema. Le primarie non si sono svolte con una competizione su argomenti: tutti ci raccontavano la stessa storia, non era una questione di contenuti, erano solo una battaglia tra le fazioni e tra le clientele di uno e dell’altro.

Una volta il Pci era il partito della lotta alla mafia, il Pci di La Torre, il Pci che selezionava la propria classe dirigente prima che arrivasse la magistratura. Ora questo Pd cosa è?
Il Pd non sta facendo la battaglia promessa. Ha creduto che utilizzare le figure di Grasso o di Cantone fosse la garanzia di un’immagine diversa. Ed è questo che Renzi vuole: un’immagine diversa. Sicuramente c’è una parte di mondo del Pd in prima linea contro le mafie, ma questo governo ha fatto poco contro le mafie. In un certo senso si è trovato in una congiuntura anche positiva: non ci sono stragi o faide mafiose e quindi l’opinione pubblica non chiede a questo governo di rispondere con urgenza. Ma davvero non c’è stata una mossa vera per contrastare il riciclaggio, per contrastare la presenza endemica della mafia nelle banche o negli appalti. Questo Pd non ha un’anima che sente come una priorità l’antimafia. Ovviamente non mi sentirei di dire che stiamo parlando di collusioni come succedeva in Forza Italia, però da qui a considerarsi, appunto, un partito antimafia… ce ne passa. Anche la vicenda De Luca, lo dimostra.

Andiamo dritti alla narrazione renziana cui accennavi. Uno dei simboli è Cantone, magistrato di punta nelle inchieste sui casalesi, ora molto esposto col governo sulla terreno della lotta alla corruzione. Cantone da un lato e queste liste dall’altro. Come leggi questa fotografia?
Cantone aveva avuto un rapporto già con Enrico Letta poi con Renzi, quindi ha chiara la visione della situazione. La fotografia la spiego così: sembra esserci molta prudenza da parte del governo e da parte di Cantone, che è un amico, a prendere posizione. È come se tutti fossero in attesa di essere nel prossimo governo eletto dal popolo. Uso una metafora: oggi ci dobbiamo fare incudine e ci dobbiamo stare, domani quando saremo martello batteremo. Ho molto questa sensazione, si preferisce intervenire su De Gennaro, difendendolo, piuttosto che sulla vicenda Campania, che è un dramma incredibile. È come se ci fosse una specie di compromesso. In questo momento noi non possiamo agire perché il rischio di perdere e di farci male sarebbe troppo, quindi glissiamo e aspettiamo quando ci si darà il potere vero, con un governo eletto. Credo che Renzi speri in cuor suo che vinca Caldoro così da risolvergli il problema De Luca. Il grande rimosso del governo è il Sud Italia.

In conclusione: chi votare in Campania? Alle primarie dicesti: non partecipate. Lo dici anche oggi sperando che l’indignazione civica si esprima con l’astensionismo?
Non votare alle primarie aveva senso per mostrare che le primarie erano una competizione farlocca. Alle elezioni bisogna andare e prendere parte. Mi sento di dire che ognuno scelga nel migliore dei modi tra Cinque Stelle, Sel, Pd, Caldoro. Ormai la Campania è in una situazione drammatica. Si sta anche spostando l’attenzione mediatica e la narrazione che sta vincendo è quella cui ha contribuito anche De Magistris: chi racconta le cose sta in qualche modo diffamando e si deve parlare solo di cose belle, come il Maschio Angioino, la musica, l’arte. Ma queste bellezze non sono merito del sindaco, non sono merito di coloro che mi spingono a celebrarle. Ecco, anche questa narrazione ha contribuito a costruire la classe dirigente che strozza Napoli e la città è affogata tra l’estremismo di una minoranza ricca che almanacca su impossibili rivoluzioni e palingenesi e una piccola borghesia spesso compromessa e corrotta. In mezzo la parte maggiore onesta e assediata che un po' spera un po' subisce, un po' sta a guardare per capire se vince il toro o il torero. Penso che l’unico che potrebbe oggi descrivere la situazione se ne è andato qualche tempo fa e mi manca molto: Franco Rosi.

sabato 4 aprile 2015

Un atto di Coraggio: "Ritiriamo l'adesione a EXPO 2015"

Condividiamo contenuti e determinazioni del comunicato AGESCI: troppe e oscure sono le ombre che si sono addensate attorno all'evento EXPO 2015. Ombre, personagi e situazioni vengono evidenziate e sottolienate chiaramente nel documento che riportiamo. Speculazione, corruzione, il solito spregevole rapporto fra criminalità organizzata e mala-politica, paiono aver trovato l'ennesima preda nell'evento il cui   slogan, proprio alla luce di quanto sappiamo, appare beffardo:"Nutrire il pianeta, energia per la vita".
Le cifre della devastazione ambientale compiuta per l'area dell'Expo sono eclatanti: 2 milioni di mq di suolo agricolo del Parco Sud cementificati solo per l'esposizione;
centri commerciali, bretelle ecc. ecc. ecc. 4 autostrade per centinaia di km di asfalto e 53 milioni di mq sottratti alla coltivazione. E
Le infiltrazioni criminali, i ritardi nel cantiere, la necessità di ridurre i controlli antimafia per non fermare i lavori ( leggi qui)

Quale cultura esprime una tale opera? Se lo schiedono gli scout, dovremo chiedercelo tutti quanti!

 


AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani): Ritiriamo l'adesione di AGESCI a Expo 2015

La petizione è in attesa di approvazione dalla comunità di Avaaz
AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani): Ritiriamo l'adesione di AGESCI a Expo 2015

Perché è importante

Siamo un gruppo di scout ed ex scout.
Abbiamo accolto con molta preoccupazione la scelta di AGESCI di aderire ad Expo 2015
. Ricevendone la notizia è stato spontaneo interrogarci su cosa avesse in comune il megaevento con la proposta educativa scout: nel confrontare l'immagine che di esso si va definendo con i punti della Carta di Clan, che accompagna l'essere scout dall'adolescenza all'età adulta, vi abbiamo a fatica scorto delle affinità.

Pur nella loro lunga e variegata storia, la costante delle esposizioni universali è sempre stata la brama di grandezza e sfarzo, la spettacolarizzazione di un modello di sviluppo e il culto del denaro, valori che stonano profondamente con la Fede semplice che scaturisce dal nostro vissuto scout. Allo stesso modo, il rispetto che abbiamo imparato a nutrire per il creato ci impedisce di recepire i concetti propugnati da Expo, che lo dipingono come un assemblaggio di risorse ambientali da sfruttare, vendere e acquistare.

Troviamo inoltre che una visione simile abbia per controparte l'idea di un individuo ridotto a turista, visitatore, consumatore, una rappresentazione che alimenta l'immiserimento sociale e culturale contro cui ci battiamo quotidianamente. Da scout, la crescita e la progressione personale sono sempre state tese a renderci parte attiva, competente e responsabile di Comunità che vogliamo solide e solidali nelle loro diversità.

All'interno di queste comunità coltiviamo una disponibilità al Servizio grazie a cui abbiamo già problematizzato il volontariato tout court, il suo senso e il contesto in cui si sviluppa. Per noi, declinare il servizio come lavoro gratuito per gli utili di Expo SPA – e non per Expo Onlus, che non ci risulta essere un soggetto giuridico esistente – vuol dire da un lato svilire il servizio, mercificandolo, dall'altro svilire il lavoro, annullandone il giusto riconoscimento a livello retributivo e avvicinandolo preoccupantemente alla schiavitù volontaria.
Resta solo da vedere su quale Strada, a velocità vertiginosa e inebriante, viaggia Expo 2015.
Materialmente, sull'imponente rete infrastrutturale sbloccata e ampliata per l'occasione: la Bre-Be-Mi, la Pedemontana, la TEEM, autostrade che calpestano aree boschive che hanno ospitato le nostre attività ed espropriano terreni di piccoli produttori a cui ci siamo rivolti per le nostre cambuse critiche.
Idealmente, non certo sulla strada fatta al passo dell'ultimo che abbiamo messo in pratica nel nostro cammino scout. Dove sono gli ultimi nel modello Expo? Che posto trovano? Gli ultimi del cibo dentro Expo non ci sono, ma ci sono, eccome, i loro carnefici.

Ci sono le grandi multinazionali McDonalds e Coca-Cola, ad esempio; ci sono Monsanto e Pioneer Dupont, aziende che promuovono grandi monocolture minando la biodiversità e spesso pongono i coltivatori in una condizione di dipendenza e ricattabilità. C'è Nestlé che tramite la sua società San Pellegrino venderà bibite e 150 milioni di bottigliette d’acqua all'interno del padiglione italiano, in barba a un referendum per l'acqua bene comune per il quale ci siamo impegnati come gruppi locali e di cui aspettiamo ancora una chiara ricezione politica.
Ci sono Mantovani SPA, sottoposta ad indagini per collusione con la criminalità organizzata, e Infrastrutture Lombarde, i cui vertici sono stati incarcerati lo scorso marzo per reati che vanno dalla truffa alla turbativa d'asta, mentre l’operato della commissione comunale antimafia e degli organi di garanzia è costantemente neutralizzato da una messa in deroga giustificata dall’emergenzialità del megaevento.  
Per i tanti di noi che si sono formati sui valori dell’antimafia, che hanno fatto campi a Scampia o in Sicilia nei beni confiscati, per chi ha faticosamente appreso e trasmesso i principi dell'onestà, della fiducia, della giustizia, tutto ciò è inaccettabile.
C’è Israele, che nel suo padiglione Lands of Tomorrow darà pubblico sfoggio alle politiche di esproprio statale e land grabbing con cui vengono depredati i piccoli coltivatori palestinesi; c’è Selex, l'azienda che rifornisce ufficialmente il suo esercito e che si occuperà della sicurezza sperimentando nuove tecnologie di sorveglianza e controllo. 
Da scout ci siamo impegnati nel promuovere i valori del disarmo e della pace, abbiamo organizzato marce, campi a Sarajevo o in Palestina... abbiamo imparato dalle Aquile Randagie che le sopraffazioni, le pulizie etniche e le oppressioni vanno combattute, non vanno messe in vetrina.

Ancora ci sfugge cosa lo Scautismo, che si sta trovando invischiato in questo meccanismo, abbia da spartire con esso. Ne scorgiamo, al limite, il disperato tentativo di infilare tra gli ingranaggi una briciola di positività. È nostra decisa opinione, motivata dai fatti precedentemente esposti, che non ci sia alcun margine di “redenzione” all'interno dell'affare Expo. In un mondo di maschere, l'effetto preminente del coinvolgimento di AGESCI (e dell'intera Cascina Triulza) resterà quello di fornire al tutto una facciata ammiccante con cui affermarsi pubblicamente.
Insieme abbiamo marciato un dì, per strade non battute. Ebbene, la strada di Expo è battuta da abbastanza soggetti spiacevoli perché valga la pena di non seguirli e di non legittimarli con la nostra presenza. Invitiamo cape e capi, ex cape ed ex capi, guide e scout a dissociarsi dall'adesione a Expo, che segna una bruttissima pagina dello Scautismo, e di continuare a seguire “strade non battute”, quelle dello sforzo quotidiano di portare avanti attività che alimentino le competenze, le aspirazioni, la responsabilità, la capacità di fare scelte nel e per la propria vita.

Per tutte queste ragioni, crediamo che sia dovere della guida e dello scout imboccare una strada che proceda non dentro ma in direzione ostinata e contraria rispetto al modello Expo.
In particolare, invitiamo tutte le Guide e gli Scout, tutti i Capi e le Cape, a:

  • Prendere parola in ogni sede di discussione e a ogni livello associativo per contestare l'adesione di AGESCI ad Expo 2015
  • Non prestarsi a sostenere la macchina Expo con il proprio lavoro gratuito (né a titolo personale né tantomeno in uniforme) e nemmeno con l’acquisto del biglietto
  • Sottoscrivere il presente appello, per dare un primo segnale di opposizione a questa forma di connivenza

Meccanismi perversi fuori
meccanismi che dentro teme
avere/sembrare ti prendono a fondo
cercare sé stessi è più dura, ma insieme...