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martedì 27 ottobre 2020

"Che a pagare il costo sociale della pandemia non siano sempre i soliti stronzi"

Paolo Borsellino (giudice)“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.(P.Borsellino)

Carlo Alberto Dalla Chiesa (carabiniere): "(...)Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati(...)"

Cittadino Anonimo: "Le mafie ve le ricordate solo quando provano a infiltrarsi nelle proteste. Non quando sfruttano la gente che vi fa comprare le arance a pochi euro! Non quando pilotano gli appalti nelle vostre città e si spartiscono assessorati e poltrone. Non quando rubano il presente e il futuro a gente costretta ad attraversare le frontiere clandestinamente. Non quando i professionisti delle vostre città le assistono, le curano, le difendono ingrassando l'economia malata che le nutre. Non quando taglieggiano, violentano, sfruttano i territori. Delle mafie vi ricordate solo quando secondo voi pilotano quelle piazze dove non scendete più da decenni!"

Alessia Candido (giornalista, calabrese)La semplificazione di situazioni complesse è peccato mortale, in epoche complesse irredimibile. Partiamo da un presupposto a scanso di equivoci: la pandemia c'è, morde, la curva dei contagi è grave e seria e non si sta parlando di influenza, né sono accettabili le politiche socio-sanitarie ispirate a Mengele o alla rupe Tarpea secondo cui "tanto muoiono vecchi e malati"(e neanche è vero). Però la rabbia sociale c'è e ricondurla a giro solo alla camorra, ai fascisti, agli ultras è pericoloso perché queste varie sfumature di fogna interlocutori di un disagio vero. E non è neanche un conflitto generazionale "nipoti contro nonni".

Il problema non è "si chiude o no", il problema è "chi paga il conto di una stagione in cui non si è fatto abbastanza perchè c'erano interessi di pochi da tutelare a discapito del benessere di molti". Un amico ieri diceva "stanno trasformando l'Italia in una grande Ilva". Per molti aspetti, appare un paragone calzante.

E allora magari è ora che a pagare il costo sociale della pandemia non siano sempre i soliti stronzi, ultimo anello della catena, gli invisibili, i precari, quelli che vanno avanti a contrattini di un mese, dove c'è scritto part-time ma significa full time, dove 18 ore diventano 40, a cui basta non rinnovare il contratto per metterli di fronte a un gigantesco "e mo?", quelli affittati dalle grandi agenzie interinali, quelli invisibili, quelli che aspettano stipendi arretrati con il padroncino di turno che è passato dal macchinone uno al macchinone due che ti dice "è un momento difficile, dobbiamo fare sacrifici e ne usciremo insieme". E inevitabilmente ti chiedi se sul piatto della bilancia pesino uguale lui che rinuncia alla settimana bianca e tu che conti gli spicci al supermercato. Non spuntano dal nulla come funghi, ma sono il risultato di decenni di controriforme del lavoro, di miopia istituzionale, di inerzia nel combattere il lavoro nero, di buffonate su quanto è bella la flessibilità. 

Questi sono gli ingredienti della rabbia sociale, sono queste le categorie invisibili che non devono sparire dai sussidi. Si faccia una patrimoniale, si approfitti della crisi per dare diritti e non toglierne ancora, si faccia emergere la grande sacca di lavoro nero e informale che c'è ed è terreno fertile per fasci, mafie e dementi in grado di dare risposte sbagliate a un disagio vero. E si smetta di semplificare tutto in un derby demenziale che è solo un utile alibi per continuare a nascondere la testa sotto la sabbia. I cocci ci sono e prima o poi tocca raccoglierli lo stesso."


domenica 7 agosto 2016

Papa Francesco svela "lo scandalo: non guerra non di religione ma per il potere

Nell'edizione di domenica 7 agosto 2016 Vita Diocesana pubblica una riflessione di Arturo Francesco Incurato sui fatti sanguinosi, stragi e uccisioni, accaduti in Europa negli ultimi mesi visti però alla luce delle affermazioni di papa Francesco il quale svela "lo scandalo: lo scandalo di una guerra non di religione ma di potere. Una guerra che, forse per la prima volta nella storia dell'umanità, vede all'opera un sistema di potere che non ha confini e non ha coloriperchè oggi le azioni dei potenti del mondo, gli “altri” citati da papa Francesco, hanno come scacchiere l'intero pianeta.

             Non guerra non di religione ma per il potere
Dopo i fatti di Rouen, l'uccisione in chiesa di padre Jacques Hamel, i media sono stati invasi da immagini e dichiarazioni riguardanti la partecipazione degli iman di molte città italiane alle celebrazioni che si svolgevano nelle chiese, accogliendo così l'invito e l'auspicio all'incontro e al dialogo fra le religioni, al fine di allontanare lo spettro della “guerra di religione” evocato da molti .
Al contrario, non altrettanto rilievo mediatico ha avuto il concetto espresso da papa Francesco mercoledì 27 luglio nel quale Egli non solo negava che vi fosse in atto una guera di religione ma addirittura spiegava quale fosse lo scandalo della guerra vera che è incorso.

Fare memoria
Una premessa necessaria, utile a riflettere: forse per la prima volta dopo decenni in Europa si è riusciti ad inculcare nuovamente il germe della paura. La paura di essere sull'orlo di una guerra, o addirittura che l'Europa sia già sotto l'attacco di una guerra (di religione) condotta dai terroristi (islamici) che, agli ordini del califfato o di qualche altra fantomatica organizzazione, seminano morti innocenti fra le genti europee.
Tuttavia, per comprendere quanto il demone della paura possa offuscare la realtà basterebbe pensare al fatto che le prime vittime dell'ultima sanguinosa strage compiuta a Nizza, la sera dello scorso 14 luglio, sono stati i membri di una famiglia mussulmana recatisi, anche loro, ad assistere allo spettacolo dei fuochi artificiali sul lungomare della cittadina francese.
La Storia dovrebbe insegnarci due cose fondamentali: che occorre diffidare di coloro che incutono paure ma che bisogna anche essere vigili e pronti contro chi provoca morti e distruzioni. Ma la Storia non è quasi mai “maestra di vita” e sono molti coloro che conosco bene l'arte di manipolare masse e pensieri per mascherare la realtà stessa, quella vera!
Che si sia per davvero nel mezzo di una guerra lo aveva detto addirittura lo stesso papa Francesco alcuni mesi orsono, inascoltato, silenziosamente irriso: egli aveva parlato esplicitamente, e testualmente, di “una terza guerra mondiale combattuta a pezziMercoledi scorso 27 luglio papa Francesco si è recato a Cracovia dove avrebbe incontrato i giovani provenienti da tutto il mondo, riuniti per la celebrazione della Giornata
Mondiale della Gioventù. Durante il volo, rivolgendosi ai giornalisti Egli è ritornato su quella affermazione per precisare ancora meglio, inequivocabilmente, il significato delle sue parole ed esplicitando i “pezzi” di questa guerra mondiale. Le parole di papa Francesco: Una sola parola vorrei dire per chiarire. Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione. C'è una guerra di interessi, c'è una guerra per i soldi, c'è guerra per le risorse della natura, c'è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito?Leggi qui il testo integrale


Chi vuole la guerra?
Papa Francesco offre considerazioni chiare ponendo a noi tutti la domanda fondamentale: abbiamo capito chi vuole la guerra? Per rispondere a questa domanda, per comprendere chi siano coloro che reggono le fila di questo disegno osceno, forse occorre riflettere proprio sulle questioni essenziali richiamate da papa Francesco: “Chi mette in atto una guerra di interessi? Chi mette in atto una guerra per i soldi? Chi mette in atto una guerra per accaparrarsi le risorse della natura? Chi mette in atto una guerra per il dominio dei popoli?”. Vien da pensare che coloro che operano per quegli scopi, per il potere, siano fra gli stessi che stanno conducendo la guerra vera di cui parla papa Francesco, “la terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.
Quante volte, nel corso della storia, abbiamo visto ripetersi fatti analoghi a quelli a cui assistiamo ora. Cambiano i protagonisti, questo sì, e troppe volte anche le religioni sono state usate a “pretesto e giustificazione” di stragi e conquiste. Ma le questioni di dominio che si celavano dietro quelle azioni, le questioni fondamentali esplicitate da papa Francesco, sono sempre le medesime ed il riferimento alla religione è stato sempre il manto col quale coprire e celare pensieri e azioni di dominio che nulla avevano di “religioso” perseguendo invece disegni di potere meramente e brutamente “mondano”.

Abbiamo compreso “lo scandalo” rivelato dalle parole di papa Francesco?
Le parole di Francesco invitano quindi ad uno sguardo più profondo sulle cose che vediamo accadere, perchè oggi assistiamo a qualcosa che forse è ancora più grave di quanto avvenuto in passato. Forse perchè a noi, vittime o pedine di questo disegno osceno, continueranno a sfuggirci i contorni, i protagonisti e gli scopi di questa terza guerra mondiale combattuta a pezzi se non saremo capaci -anche noi- di allargare lo sguardo per saper cogliere l'insieme, il disegno complessivo che si cela dietro alle azioni di sigle e organizzazioni le quali hanno trovato utile indossare la maschera della religione per giustificare massacri e azioni criminali. Continueremo a non comprendere che il disegno osceno di cui parliamo forse si concretizza anche attraverso azioni meno eclatanti, ma sostanziali per il disegno stesso, che assumono le vesti di provvedimenti politici di nazioni, operazioni di finanza speculativa, progetti di investimenti -o disinvestimenti- i quali, muovendosi a piacimento sullo scacchiere mondiale, incidono sulla vita di milioni di persone, direttamente o indirettamente. Azioni spesso dettate unicamente dal perseguimento del profitto, del conseguimento del potere, i princìpi divenuti la vera idolatria in nome della quale si combatte la terza guerra mondiale dell'epoca che chiamiamo “moderna”.
Evocando lo spettro di guerra di religione o di civiltà si possono ottenere notevoli risultati: ad esempio, si possono far scomparire dalla sensibilità mediatica e dalla coscienza di molti connazionali gli undici milioni di italiane ed italiani esclusi dalla vita civile perchè poveri e impossibilitati sinanco alle cure mediche necessarie a salvaguardare il bene della salute. Altro esempio:. Evocando guerre, provocando crisi e sconquassi economico-finanziari che si tramutano in drammi sociali si sono resi accettabili ed accettati la cancellazione di diritti che parevano conquiste storiche, di civiltà, cosicchè diviene facile ora retrocedere quei diritti al rango di “bisogni” (a cui eventualmente rispondere solo in base a considerazioni di opportunità economica).
Tutto questo è cancellato dal vero nemico da combattere: il terrorista islamico, l'uomo nero, lo straniero, la guerra di religione, lo scontro di civiltà.
Le parole di papa Francesco paiono allora voler svelare lo scandalo di una guerra, la vera guerra che è in atto, che ha un unico grande comune denominatore-obiettivo-principio: l'esclusione: l'esclusione di fasce sempre più estese della popolazione mondiale dalle ricchezze del pianeta che vanno a concentrarsi in un numero sempre più esiguo di soggetti. Una guerra che, forse per la prima volta nella storia dell'umanità, vede all'opera un sistema di potere che non ha confini e non ha colori, perchè oggi le azioni dei potenti del mondo, gli “altri” citati da papa Francesco, hanno come scacchiere l'intero pianeta.
Ecco lo scandalo rivelato dalle parole di papa Francesco, sottaciuto dai media, nascosto alla coscienza dei molti: gli artefici della guerra vera sono là, sul palcoscenico delle vicende mondiali o, meglio ancora, sono quelli che dietro le quinte tirano le fila di disperate marionette a cui diamo nomi differenti: terroristi, criminali, integralisti...

...A me pare che quella da combattere sia la solita (sempiterna) battaglia contro l'Ingiustizia
Arturo Francesco Incurato

referente presidio LIBERA “Rita Atria” - Pinerolo

lunedì 6 luglio 2015

REDDITO DI CITTADINANZA E' ATTO DI VERA POLITICA

E' della scorsa settimana l'intervento di don Luigi Ciotti alla Camera dei Deputati per discutere sul cosiddetto "reddito di cittadinanza" o di "dignità" per rilanciare la campagna di sensibilizzazione tesa a mettere al centro dell'agenda politica la questione. La battaglia di LIBERA per contrastare la povertà parte già con la l'iniziativa MISERIA LADRA (qui la nota sulla campagna)
LIBERA chiede alla politica istituzionale coerenza ed efficacia, per arrivare  entro l'estate ad un unico testo di legge, sul quale convergano le forze che  hanno presentato proposte sul tema: M5S, Sel e Sinistra Riformista Pd. 
Quale sia invece il clima della maggioranza governativa nei confronti del "reddito di cittadinanza" lo ha fatto capire chiaramente il premier Renzi quando, intervenendo ain altre occasioni, aveva esternato la sua contrarietà ad un provvedimento del genere: «Il red­dito di cit­ta­di­nanza? È la cosa meno di sini­stra che esi­sta (...) signi­fica negare il prin­ci­pio che l’Italia non è paese dei furbi ma chi lavora duro ce la può fare». Addi­rit­tura: «È inco­sti­tu­zio­nale». 
Renzi boc­ciava così il soste­gno al red­dito, nono­stante strumenti analoghi  del genere esi­sta in 24 paesi euro­pei e  il parlamento europeo da anni (riso­lu­zione del 20 otto­bre 2010) inviti i paesi a tro­vare forme di red­dito «in grado di sot­trarre ogni bam­bino, adulto e anziano alla povertà e garan­tire loro il diritto a una vita digni­tosa»
Sia detto per inciso: pare che nessuno, a nostra conoscenza, abbia replicato al premier facendogli notare la serie di privilegi "medievali" , altrocchè assistenzialismo!, che da decenni il popolo italiano -"ob torto collo"- vede riversati agli appartenenti " le caste" della politica italiana. Per non parlare della corruzione, mala-politica e mafie (tutte "facce della stessa medaglia"!) fenomeni che hanno minato da anni "il patto sociale" e su cui, nè il governo attuale nè  quelli precedenti, hanno saputo operare con strumenti davvero effficaci  sul piano della prevenzione, contrasto e repressione.
A replicare all'esternazione del premier sembra però aver pensato (indirettamente?) don Luigi Ciotti proprio in occasione del suo intervento alla Camera: "Si è sentito dire che il reddito di cittadinanza non è un atto di sinistra perchè la sinistra non fa assistenza ma dà lavoro. Belle parole, ma intanto cosa facciamo con i milioni di poveri, di disoccupati?... Quando una persona sta affogando, ci si tuffa in acqua e si cerca di portarla in salvo, non si sta a discutere se farlo nuotando a rana o a stile libero (...) Ma il reddito di dignità  è anche un atto di vera politica (...)." 
“Siamo davanti ad una crisi causata da un forte aumento della corruzione e da una caduta verticale della dignità. Possiamo uscirne solo guarendo dalla corruzione recuperando la dignità perduta”. Queste le parole con cui don Luigi Ciotti ha aperto, questa mattina, l’incontro sul reddito di dignità promosso a Roma da Libera e Gruppo Abele nella Sala dei Gruppi della Camera dei deputati. Una mattinata di discussione e costruzione, incentrata sulle misure politiche da adottare per impedire che la crisi economica si tramuti in uno stillicidio sociale. Un tavolo allargato, cui hanno preso parte associazioni, sigle sindacali, movimenti studenteschi. E molti esponenti politici: i grillini Alessandro Di Bttista e Nunzia Catalfo; Loredana De Petris e Arturo Scotto, esponenti Sel; le democrats Enza Bruno Bossio e Cecilia Guerra; Pippo Civati, di “Possibile”, fuoriuscito dell’ultima ora del Pd. - See more at: http://www.narcomafie.it/2015/06/30/reddito-cittadinanza-non-e-assistenzialismo-ma-atto-di-vera-politica/#sthash.CeYUsSB3.dpuf

Intervento di Don Luigi Ciotti sul Reddito di Dignità 

 
 "Siamo davanti ad una crisi causata da un forte aumento della corruzione e da una caduta verticale della dignità. Possiamo uscirne solo guarendo dalla corruzione recuperando la dignità perduta. Sono passati ormai sette anni dal biennio 2007-2008. Ma non c'è stato ancora un vero cambiamento di rotta. 
 E' questo tentennare, questo girare attorno al problema, che amareggia il Papa quando scrive nell'enciclica appena pubblicata: 
"La crisi finanziaria era l'occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell'attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c'è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. I provvedimenti presi spesso continuano a seguire il dogma del mercato. Un dogma non solo discutibile sul piano etico,  ma inefficace sul piano pratico."
Il "liberismo economico" prometteva più benessere per tutti: ha prodotto disoccupazione, povertà, smarrimento, salvo per minoranze che da molto ricche sono diventate ancora più ricche. Ormai sappiamo (dovremmo sapere) che una società  dove  comanda il denaro - dove il denaro non è più mezzo ma fine ultimo - è una società dove la maggior parte delle persone è umiliata, offesa, sfruttata, derubata dalla sua dignità. Per ritornare in carreggiata servono allora provvedimenti urgenti. Il "reddito di dignità" è uno di questi. Certo, bisogna studiare la formula. Scegliere fra le varie proposte la più efficace, in termini di rapporto fra costi e benefici, ma soprattutto quella che meglio incontra aspettative di milioni di persone, i loro bisogni e le loro speranze. E anche fare un po' di chiarezza. Si è fatta (e in parte si continua a fare) confusione tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito. Chiariti i particolari tecnici e risolto il nodo del reperimento fondi (attraverso la riduzione delle spese militari, il recupero dell'evasione fiscale, la soppressione delle deroghe sugli appalti per le grandi opere, che fanno lievitare la spesa e la corruzione) va sottolineato che il reddito di dignità non è un provvedimento assistenzialistico. E' una misura di giustizia sociale e , dunque, un investimento di speranza. E' necessario   ribadire con forza  che se cresce il welfare cresce il  Paese perché il welfare non è un lusso, ma un bene comune per cui impegnarsi. I diritti sociali abilitano a esercitare gli altri diritti quelli  civili, quelli  politici. 

Ma il reddito di dignità  è anche un atto di vera politica. Per tre ragioni: perché decide sui processi economici invece che subirli e ha il coraggio di modificarli quando ostacolano il bene comune; perché crede che la giustizia sociale sia il vero antidoto alle mafie, alla corruzione, ai privilegi e agli abusi di potere; perché sa che certi frangenti delicati come questo, il sostegno ai deboli, alle vittime, agli emarginati è un imperativo etico, un obbligo di coscienza che precede ogni valutazione, ogni calcolo, ogni opportunità. Si è sentito dire che il "reddito di cittadinanza" non è una misura di sinistra perché la sinistra non fa assistenza, ma dà lavoro. Belle parole, ma intanto cosa facciamo con i milioni di poveri, di disoccupati? Con chi vive in strada, razzola nei cassonetti, lavora ma non ha un salario che permette di sopravvivere?  Quando una persona sta affogando, ci si tuffa in acqua e si cerca di portarla in salvo, non si sta a discutere se farlo nuotando a rana o a stile libero..."Ancora una volta si tratta di tradurre in scelte coerenti documenti che stanno alla base della nostra vita civile e che dunque ci siamo impegnati a realizzare come politici, amministratori, come società responsabile e semplici cittadini. Penso all'articolo 34 della Carta di Nizza dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, dove si dice: "(...) Al fine di lottare contro l'esclusione sociale e la povertà, l'Unione riconosce e rispetta il diritto all'assistenza sociale e all'assistenza abitativa volte a garantire un'esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti
“Siamo davanti ad una crisi causata da un forte aumento della corruzione e da una caduta verticale della dignità. Possiamo uscirne solo guarendo dalla corruzione recuperando la dignità perduta”. Queste le parole con cui don Luigi Ciotti ha aperto, questa mattina, l’incontro sul reddito di dignità promosso a Roma da Libera e Gruppo Abele nella Sala dei Gruppi della Camera dei deputati. Una mattinata di discussione e costruzione, incentrata sulle misure politiche da adottare per impedire che la crisi economica si tramuti in uno stillicidio sociale. Un tavolo allargato, cui hanno preso parte associazioni, sigle sindacali, movimenti studenteschi. E molti esponenti politici: i grillini Alessandro Di Bttista e Nunzia Catalfo; Loredana De Petris e Arturo Scotto, esponenti Sel; le democrats Enza Bruno Bossio e Cecilia Guerra; Pippo Civati, di “Possibile”, fuoriuscito dell’ultima ora del Pd.
E se al termine della discussione è Nicola Fratioianni (Sel) il primo ad ammettere che i tempi son maturi per ripensare nuove politiche di redistribuzione del reddito, a suonare l’allarme e la riflessione per primo è stato don Ciotti. “Il welfare non è un lusso”, ha ribadito, con forza, il presidente di Libera, scagliando con forza la sua critica contro un sistema che continua “a seguire il dogma del mercato. Un dogma non solo discutibile sul piano etico, ma inefficace sul piano pratico”. Un sistema diseguale, dunque, causa delle divaricazioni sociali in atto. Don Ciotti cita papa Francesco. Legge un passaggio, uno dei più significativi, dell’enciclica Laudato si: “La crisi finanziaria era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”.

E contro i “criteri obsoleti”, quelli che hanno prodotto “disoccupazione, povertà, smarrimento, salvo per minoranze che da molto ricche sono diventate ancora più ricche”, la sola ricetta si chiama dignità. “Ormai sappiamo – le parole di don Ciotti – che una società dove comanda il denaro, dove il denaro non è più mezzo ma fine ultimo è una società dove la maggior parte delle persone è umiliata, offesa, sfruttata, derubata dalla sua dignità. Per ritornare in carreggiata servono allora provvedimenti urgenti. Il reddito di dignità è uno di questi”.

Ma le teorie non bastano. “Bisogna studiare la formula”, spiega il presidente di Libera e Gruppo Abele. Perché non di “provvedimento assistenzialistico” si tratta, ma di “una misura di giustizia sociale e, dunque, un investimento di speranza”. Invita a colpire quelle spese dietro cui si annidano le più grandi ingiustizie. E snocciola: “riduzione delle spese militari, recupero dell’evasione fiscale, soppressione delle deroghe sugli appalti per le grandi opere”.

“Il reddito di dignità – ha spiegato inoltre don Ciotti – è un atto di vera politica”. Per tre ragioni. Primo: “perché decide sui processi economici invece che subirli e ha il coraggio di modificarli quando ostacolano il bene comune”; poi, perché “crede che la giustizia sociale sia il vero antidoto alle mafie, alla corruzione, ai privilegi e agli abusi di potere”; e, infine, perché “sa che certi frangenti delicati come questo, il sostegno ai deboli, alle vittime, agli emarginati è un imperativo etico, un obbligo di coscienza che precede ogni valutazione, ogni calcolo, ogni opportunità”.

E tornando sulla natura del provvedimento: “Si è sentito dire che il reddito di cittadinanza non è una misura di sinistra perché la sinistra non fa assistenza, ma dà lavoro. Belle parole, ma intanto cosa facciamo con i milioni di poveri, di disoccupati? Con chi vive in strada, razzola nei cassonetti, lavora ma non ha un salario che permette di sopravvivere?”. Questioni quotidiane, quelle cui ha fatto riferimento don Ciotti, chiosando: “Quando una persona sta affogando, ci si tuffa in acqua e si cerca di portarla in salvo, non si sta a discutere se farlo nuotando a rana o a stile libero”. - See more at: http://www.narcomafie.it/2015/06/30/reddito-cittadinanza-non-e-assistenzialismo-ma-atto-di-vera-politica/#sthash.CeYUsSB3.dpuf
secondo modalità stabilite dal diritto comunitario e le legislazioni e parassi nazionali".
O al passo della nostra Costituzione (art.36) dove si afferma: "(...) il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".

Quelle carte che parlano della dignità come dell'ingrediente indispensabile della nostra vita. L'ingrediente che la rende libera, viva, pienamente umana."

“Siamo davanti ad una crisi causata da un forte aumento della corruzione e da una caduta verticale della dignità. Possiamo uscirne solo guarendo dalla corruzione recuperando la dignità perduta”. Queste le parole con cui don Luigi Ciotti ha aperto, questa mattina, l’incontro sul reddito di dignità promosso a Roma da Libera e Gruppo Abele nella Sala dei Gruppi della Camera dei deputati. Una mattinata di discussione e costruzione, incentrata sulle misure politiche da adottare per impedire che la crisi economica si tramuti in uno stillicidio sociale. Un tavolo allargato, cui hanno preso parte associazioni, sigle sindacali, movimenti studenteschi. E molti esponenti politici: i grillini Alessandro Di Bttista e Nunzia Catalfo; Loredana De Petris e Arturo Scotto, esponenti Sel; le democrats Enza Bruno Bossio e Cecilia Guerra; Pippo Civati, di “Possibile”, fuoriuscito dell’ultima ora del Pd.

E se al termine della discussione è Nicola Fratioianni (Sel) il primo ad ammettere che i tempi son maturi per ripensare nuove politiche di redistribuzione del reddito, a suonare l’allarme e la riflessione per primo è stato don Ciotti. “Il welfare non è un lusso”, ha ribadito, con forza, il presidente di Libera, scagliando con forza la sua critica contro un sistema che continua “a seguire il dogma del mercato. Un dogma non solo discutibile sul piano etico, ma inefficace sul piano pratico”. Un sistema diseguale, dunque, causa delle divaricazioni sociali in atto. Don Ciotti cita papa Francesco. Legge un passaggio, uno dei più significativi, dell’enciclica Laudato si: “La crisi finanziaria era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”.

E contro i “criteri obsoleti”, quelli che hanno prodotto “disoccupazione, povertà, smarrimento, salvo per minoranze che da molto ricche sono diventate ancora più ricche”, la sola ricetta si chiama dignità. “Ormai sappiamo – le parole di don Ciotti – che una società dove comanda il denaro, dove il denaro non è più mezzo ma fine ultimo è una società dove la maggior parte delle persone è umiliata, offesa, sfruttata, derubata dalla sua dignità. Per ritornare in carreggiata servono allora provvedimenti urgenti. Il reddito di dignità è uno di questi”.

Ma le teorie non bastano. “Bisogna studiare la formula”, spiega il presidente di Libera e Gruppo Abele. Perché non di “provvedimento assistenzialistico” si tratta, ma di “una misura di giustizia sociale e, dunque, un investimento di speranza”. Invita a colpire quelle spese dietro cui si annidano le più grandi ingiustizie. E snocciola: “riduzione delle spese militari, recupero dell’evasione fiscale, soppressione delle deroghe sugli appalti per le grandi opere”.

“Il reddito di dignità – ha spiegato inoltre don Ciotti – è un atto di vera politica”. Per tre ragioni. Primo: “perché decide sui processi economici invece che subirli e ha il coraggio di modificarli quando ostacolano il bene comune”; poi, perché “crede che la giustizia sociale sia il vero antidoto alle mafie, alla corruzione, ai privilegi e agli abusi di potere”; e, infine, perché “sa che certi frangenti delicati come questo, il sostegno ai deboli, alle vittime, agli emarginati è un imperativo etico, un obbligo di coscienza che precede ogni valutazione, ogni calcolo, ogni opportunità”.

E tornando sulla natura del provvedimento: “Si è sentito dire che il reddito di cittadinanza non è una misura di sinistra perché la sinistra non fa assistenza, ma dà lavoro. Belle parole, ma intanto cosa facciamo con i milioni di poveri, di disoccupati? Con chi vive in strada, razzola nei cassonetti, lavora ma non ha un salario che permette di sopravvivere?”. Questioni quotidiane, quelle cui ha fatto riferimento don Ciotti, chiosando: “Quando una persona sta affogando, ci si tuffa in acqua e si cerca di portarla in salvo, non si sta a discutere se farlo nuotando a rana o a stile libero”. - See more at: http://www.narcomafie.it/2015/06/30/reddito-cittadinanza-non-e-assistenzialismo-ma-atto-di-vera-politica/#sthash.CeYUsSB3.dpuf

“Siamo davanti ad una crisi causata da un forte aumento della corruzione e da una caduta verticale della dignità. Possiamo uscirne solo guarendo dalla corruzione recuperando la dignità perduta”. Queste le parole con cui don Luigi Ciotti ha aperto, questa mattina, l’incontro sul reddito di dignità promosso a Roma da Libera e Gruppo Abele nella Sala dei Gruppi della Camera dei deputati. Una mattinata di discussione e costruzione, incentrata sulle misure politiche da adottare per impedire che la crisi economica si tramuti in uno stillicidio sociale. Un tavolo allargato, cui hanno preso parte associazioni, sigle sindacali, movimenti studenteschi. E molti esponenti politici: i grillini Alessandro Di Bttista e Nunzia Catalfo; Loredana De Petris e Arturo Scotto, esponenti Sel; le democrats Enza Bruno Bossio e Cecilia Guerra; Pippo Civati, di “Possibile”, fuoriuscito dell’ultima ora del Pd.

E se al termine della discussione è Nicola Fratioianni (Sel) il primo ad ammettere che i tempi son maturi per ripensare nuove politiche di redistribuzione del reddito, a suonare l’allarme e la riflessione per primo è stato don Ciotti. “Il welfare non è un lusso”, ha ribadito, con forza, il presidente di Libera, scagliando con forza la sua critica contro un sistema che continua “a seguire il dogma del mercato. Un dogma non solo discutibile sul piano etico, ma inefficace sul piano pratico”. Un sistema diseguale, dunque, causa delle divaricazioni sociali in atto. Don Ciotti cita papa Francesco. Legge un passaggio, uno dei più significativi, dell’enciclica Laudato si: “La crisi finanziaria era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”.

E contro i “criteri obsoleti”, quelli che hanno prodotto “disoccupazione, povertà, smarrimento, salvo per minoranze che da molto ricche sono diventate ancora più ricche”, la sola ricetta si chiama dignità. “Ormai sappiamo – le parole di don Ciotti – che una società dove comanda il denaro, dove il denaro non è più mezzo ma fine ultimo è una società dove la maggior parte delle persone è umiliata, offesa, sfruttata, derubata dalla sua dignità. Per ritornare in carreggiata servono allora provvedimenti urgenti. Il reddito di dignità è uno di questi”.

Ma le teorie non bastano. “Bisogna studiare la formula”, spiega il presidente di Libera e Gruppo Abele. Perché non di “provvedimento assistenzialistico” si tratta, ma di “una misura di giustizia sociale e, dunque, un investimento di speranza”. Invita a colpire quelle spese dietro cui si annidano le più grandi ingiustizie. E snocciola: “riduzione delle spese militari, recupero dell’evasione fiscale, soppressione delle deroghe sugli appalti per le grandi opere”.

“Il reddito di dignità – ha spiegato inoltre don Ciotti – è un atto di vera politica”. Per tre ragioni. Primo: “perché decide sui processi economici invece che subirli e ha il coraggio di modificarli quando ostacolano il bene comune”; poi, perché “crede che la giustizia sociale sia il vero antidoto alle mafie, alla corruzione, ai privilegi e agli abusi di potere”; e, infine, perché “sa che certi frangenti delicati come questo, il sostegno ai deboli, alle vittime, agli emarginati è un imperativo etico, un obbligo di coscienza che precede ogni valutazione, ogni calcolo, ogni opportunità”.

E tornando sulla natura del provvedimento: “Si è sentito dire che il reddito di cittadinanza non è una misura di sinistra perché la sinistra non fa assistenza, ma dà lavoro. Belle parole, ma intanto cosa facciamo con i milioni di poveri, di disoccupati? Con chi vive in strada, razzola nei cassonetti, lavora ma non ha un salario che permette di sopravvivere?”. Questioni quotidiane, quelle cui ha fatto riferimento don Ciotti, chiosando: “Quando una persona sta affogando, ci si tuffa in acqua e si cerca di portarla in salvo, non si sta a discutere se farlo nuotando a rana o a stile libero”. - See more at: http://www.narcomafie.it/2015/06/30/reddito-cittadinanza-non-e-assistenzialismo-ma-atto-di-vera-politica/#sthash.CeYUsSB3.dpuf

mercoledì 16 luglio 2014

UNA CATASTROFE SOCIALE.

LIBERA: "I dATI istat SULLA POVERTA' FOTOGRAFANO UNA CATASTROFE SOCIALE.  LA POLITICA ESCA DAI TATTICISMI E SI LASCI GUIDARE DAI BISOGNI DELLE PERSONE".

CI SIAMO STANCATI DI GUARDARE E MOSTRARE FOTOGRAFIE A CHI NON VUOLE DARE RISPOSTE .

E' MALATA LA DEMOCRAZIA COME FORMA DI GOVERNO CHIAMATA A GARANTIRE A TUTTE LE PERSONE UNA VITA LIBERA E DIGNITOSA, SE NON SI VUOLE DARE RISPOSTE, SE NON SI E' CAPACI DI DARE RISPOSTE.

Nota dell'Ufficio di Presidenza di LIBERA

«I dati forniti dall'Istat sulla povertà assoluta e relativa in Italia, dicono che il nostro Paese non solo è malato: lo è gravemente. UN ITALIANO SU DIECI IN POVERTA' ASSOLUTA COIVOLTO QUASI UN MILIONE E MEZZO DI MINORI
È malata la democrazia come forma di governo chiamata a garantire a tutte le persone una vita libera e dignitosa. 
Libertà, dignità, lavoro sono diventati - da diritti - privilegi, beni solo per chi se li può permettere. 
Di fronte alla crescita della sofferenza sociale non possiamo allora stare zitti ma soprattutto non possiamo stare inerti
Questa crisi, prima che economica, è una crisi dell'etica e della politica. 
Nessuno ha la ricetta in tasca.
La politica esca dai tatticismi e dalle spartizioni di potere, riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone, a partire da quelle più in difficoltà: probabilmente quei terribili dati sulla povertà cominceranno una timida, ma decisa, inversione di tendenza». 


"Miseria Ladra": Rendere illegale la povertà. 

Gruppo Abele e Libera hanno promosso "Miseria Ladra", una  Campagna nazionale contro tutte le forme di povertà. La campagna 'Miseria Ladra" propone dieci punti concreti sui quali unire gli sforzi di tutti per rendere illegale la povertà. 

1. Ricostituire il fondo sociale e il fondo per la non autosufficienza ai livelli del 2008, definiti allora un “punto di partenza” a incrementazione annua successiva;

2. Attuare una moratoria ragionevole rispetto l’immediata esigibilità dei crediti da parte di Equitalia e dal sistema bancario, negoziando modalità differenti di pagamento

3. Onorare velocemente i debiti da parte delle Pubbliche Amministrazioni a partire dai “fornitori” di beni, prestazioni e servizi

4. Programmare una “allocazione diversa delle risorse a saldo invariato” al fine di reperire i fondi per gli interventi di contrasto alle povertà. A titolo di esempio: abolire i CIE che rappresentano un’offesa al diritto e alla dignità delle persone e riconvertire le risorse per l’inserimento e l’integrazione delle persone migranti; tagliare alcune spese militari da utilizzare per il sociale e per la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica; rivedere i progetti di alcune “grandi opere” a carattere molto controverso, utilizzando quelle risorse per risanare il dissesto idrogeologico di molti territori del nostro paese e valorizzare l’agricoltura biologica e sociale

5. Sospendere gli sfratti esecutivi, offrendo nuove opportunità di negoziazione e garanzia per il pagamento del fitto, a protezione del reddito dei piccoli proprietari che sull’acquisto della casa hanno messo i loro risparmi a garanzia di un futuro spesso non coperto da pensioni

6. Rimettere sul mercato il patrimonio immobiliare sfitto, con le dovute mediazioni e tutele per i piccoli proprietari, e garantire un meccanismo più rapido per l'assegnazione dei beni confiscati alle mafie per uso sociale

7. Concedere la residenza presso il Municipio o in un’altra sede comunale a tutte quelle figure che possono essere definite “temporaneamente in difficoltà” quali i richiedenti asilo, le vittime di tratta, le vittime di violenza che, in virtù di tale dispositivo,vedrebbero riconosciuto il diritto di accesso ai servizi sociali e sanitari e al lavoro stesso (senza residenza non viene rilasciata la Carta di Identità, necessaria per stipulare il contratto di lavoro, l'attribuzione del medico di base, l'accesso ai servizi sociali) e potrebbero avere maggiore possibilità di rendere più breve il loro disagio “temporaneo”

8. Erogare il Reddito di Cittadinanza, o eventualmente un altro dispositivo di tutela generalista, come strumento essenziale per le politiche attive del lavoro, così come già avviene nella maggior parte dei paesi europei, per rispondere all'emergenza sociale e contrastare lo sfruttamento del lavoro senza regole e senza prospettive di crescita e di formazione per i lavoratori e le lavoratrici;

9. Mantenere e rendere di nuovo pubblici i servizi basici essenziali e difendere i beni comuni. I servizi basici sono indispensabili al sostegno delle comunità in una fase di grave crisi come quella attuale, così come i beni comuni essenziali alla vita. La privatizzazione di molti servizi e dei beni comuni ha infatti significato un impoverimento soprattutto dei ceti medi e popolari. La ripubblicizzazione dei servizi basici e la difesa dei beni comuni come acqua, sanità, scuola, trasporti, energia e rifiuti, sono obiettivi che rappresentano strumenti concreti di contrasto alla povertà, garantendo pari dignità a quelle categorie sociali che hanno dovuto fare a meno di servizi fondamentali, rendendo più equa la distribuzione della ricchezza.

10. Rinegoziazione del debito. Nell'attuale fase di crisi italiana ed europea, l'impatto del debito pubblico nel bilancio nazionale e sulle politiche di contrasto alla povertà ha un peso enorme. Diventa improrogabile affrontare il tema della rinegoziazione del debito pubblico attraverso un audit pubblico per evitare di creare ricchezza esclusivamente per il pagamento degli interessi sul debito invece che per il sostegno alle persone. Bisogna capire quello che realmente "dobbiamo" e quanto invece è frutto di meccanismi speculativi che hanno reso insostenibile il debito e fanno lievitare gli interessi sul debito rendendo insostenibile socialmente qualsiasi piano di rientro