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martedì 6 novembre 2012

I Pm di Palermo: "La trattativa Stato-Cosa nostra finì con le garanzie di Berlusconi"


Se venisse riscontrato il contenuto del documento frutto del lavoro del pool coordinato da Antonio Ingroia, la memoria inviata dalla Procura di Palermo al gip Piergiorgio Morosini,  si confermerebbe, ancora una volta,  l'intreccio -perverso e drammatico- di interessi fra mafie e "pezzi" delle istituzioni e della società di questo Paese. 
In determinati e cruciali momenti storici del nostro Paese, l'intreccio mafie-(mala)politica-affari entra in gioco per determinare, indirizzare, "suggerire e agevolare" cambiamenti e situazioni: dalla strage di Portella della Ginestre alle stragi degli anni '90. 

fonte: La Repubblica

I Pm di Palermo: "La trattativa Stato-Cosa nostra finì con le garanzie di Berlusconi"
La memoria della Procura di Palermo al Gip chiamato a decidere su 12 rinvii a giudizio. Richiesto il processo per politici come Mancino e mafiosi come Riina. I pm: Scalfaro cedette sul carcere duro
 di SALVO PALAZZOLO

PALERMO - In gioco non c'era solo la revoca del carcere duro: nella drammatica stagione delle bombe del '92-'93 i capi di Cosa nostra puntavano a un "nuovo patto di convivenza Stato-mafia per traghettare dalla prima alla seconda Repubblica", cercavano soprattutto "Nuovi referenti politici".
E nel '94 li avrebbero trovati, ne è convinto il pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia: "Il lungo iter di una travagliata trattativa trovò finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell'Utri-Berlusconi, come emerge dalle convergenti dichiarazioni dei collaboratori Spatuzza, Brusca e Giuffrè".
Così viene riassunto nella memoria inviata dalla Procura di Palermo al gip Piergiorgio Morosini, che nelle prossime settimane dovrà decidere sul rinvio a giudizio di dodici imputati, fra boss e uomini delle istituzioni. In 27 pagine c'è la storia di un'inchiesta durata quattro anni, che oggi chiama in causa anche l'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un ex capo della polizia e un ex vice direttore del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, tutti non più in vita. Così scrivono i pm Di Matteo, Sava, Del Bene e Tartaglia: "Vincenzo Parisi e Francesco Di Maggio, agendo entrambi in stretto rapporto con il presidente Scalfaro, contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del carcere duro".

"Un'amnesia durata vent'anni"
 La Procura denuncia "i tanti, troppi depistaggi istituzionale" che hanno ostacolato la ricerca della verità sulla "scellerata trattativa". E accusa: "Non si è del tutto rimossa quella forma di grave amnesia collettiva della maggior parte dei responsabili politico-istituzionali dell'epoca, un'amnesia durata vent'anni". Qualche "testimone eccellente", alla fine, è arrivato: "Ma solo dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino", ricordano i pm. Così, nell'inchiesta sulla trattativa il figlio dell'ex sindaco di Palermo si guadagna il positivo giudizio di "testimone privilegiato dei fatti", nonostante sia imputato di calunnia, e per questo definito anche "fonte di prova dalla controversa attendibilità intrinseca".

"Un nuovo patto"
Sullo sfondo dell'inchiesta, i pm tratteggiano un quadro storico ben preciso: la crisi economica, il crollo del muro di Berlino, Tangentopoli. "È in questo contesto - scrivono - che va inserita la strategia di alleanze che Cosa nostra organizzò in quella nebulosa fase di transizione e concepì il piano destabilizzante del quadro politico nazionale, iniziato con l'omicidio di Salvo Lima". I magistrati spiegano: "Quel piano sfociò nella logica della trattativa per costruire un nuovo patto di convivenza fra Stato e mafia".

"Uomini politici cerniera"
Eccoli, gli uomini della trattativa oggi imputati. I pm chiamano l'ex ministro Calogero Mannino e il senatore Marcello Dell'Utri "gli uomini politici-cerniera, le cinghie di trasmissione delle minacce mafiose". 
L'ultima minaccia di nuove bombe sarebbe stata rivolta all'allora presidente del Consiglio Berlusconi appena insediato, nel '94: "Tramite Vittorio Mangano e Dell'Utri", spiega la memoria: "Fu l'ultimo messaggio intimidatorio prima della stipula definitiva del patto politico-mafioso". Parole che sembrano riaprire il capitolo giudiziario della nascita di Forza Italia.
Degli ex ministri Nicola Mancino e Giovanni Conso i pm dicono invece: "Si è acquisita la prova di una grave e consapevole reticenza".

Chi si è opposto
Ma questa non è solo la storia di uomini dello Stato sul banco degli imputati. Nel suo ultimo giorno da pm a Palermo, prima di partire per il Guatemala, Ingoria scrive: "Chi condusse la trattativa fece un'attenta valutazione. Il ministro dell'Interno in carica Vincenzo Scotti era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile". 
Anche l'ex guardasigilli Claudio Martelli "viene percepito come un ostacolo alla trattativa, e finisce per essere politicamente eliminato". Così, dopo la morte di Giovanni Falcone, "irrompe sulla scena una male intesa (e perciò mai dichiarata) ragion di Stato", è questa la conclusione dei pm di Palermo: "E venne fornita apparente legittimazione alla trattativa".

lunedì 29 ottobre 2012

Processo Stato-mafia: prima udienza per "la trattativa".

Comunque andrà a finire, è già un processo senza precedenti quello che chiedono i pubblici ministeri di Palermo: il pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia vuole portare sul banco degli imputati i vertici della mafia e alcuni vertici dello Stato in carica nella stagione terribile delle bombe
Fonte: La Repubblica
Dopo quattro anni di indagini, inizia l'udienza preliminare. L'atto d'accusa della Procura è in 120 faldoni, in cui sono raccolti i verbali di 6 pentiti e 67 testimoni. Ecco la ricostruzione dell'inchiesta e il ruolo dei principali protagonisti
di SALVO PALAZZOLO

I primi della lista sono i capi mafiosi: Totò Riina, Bernardo Provenzano,LeolucaBagarella, Giovanni Brusca e Antonino Cinà. Tutti gli altri imputati sono uomini delle istituzioni: gli ex ministri Calogero Mannino e Nicola Mancino. Poi, un politico di oggi, il senatore Pdl Marcello Dell'Utri, che nel 1992-1993 era un imprenditore di successo e meditava già di fondare un grande movimento politico fatto su misura per l'amico di una vita, Silvio Berlusconi. 
Eccoli, i nomi che questa mattina verranno chiamati dal giudice dell'udienza preliminare Piergiorgio Morosini nell'aula bunker del carcere palermitano di Pagliarelli. Sono gli imputati del processo per la trattativa mafia-Stato. L'elenco si completa con gli ex vertici del Ros dei carabinieri, i generali Mario Mori e Antonio Subranni, il colonnello Giuseppe De Donno. Fra gli imputati c'è anche il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Masimo Ciancimino. In tutto, dodici persone.
Comunque andrà a finire, è già un processo senza precedenti quello che chiedono i pubblici ministeri di Palermo: il pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia vuole portare sul banco degli imputati i vertici della mafia e alcuni vertici dello Stato in carica nella stagione terribile delle bombe. Era la stagione in cui tutti gli uomini delle istituzioni dichiaravano di essere per la linea dura contro i mafiosi che avevano ucciso Falcone e Borsellino. In realtà, qualcuno avrebbe trattato con i boss. Nella migliore delle ipotesi, per evitare altre stragi. Nella peggiore, per accreditarsi come nuovo referente dei mafiosi. Poco importa ai pm di Palermo, che hanno scritto nella richiesta di rinvio a giudizio firmata a luglio: "Hanno agito per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato Italiano e in particolare del governo della Repubblica". E' questa l'accusa per tutti, mafiosi e uomini delle istituzioni. 
Solo l'ex ministro Mancino risponde di falsa testimonianza. Massimo Ciancimino, che nel 2008 ha avviato con le sue dichiarazioni questa  indagine, ma poi si è perso per strada, è accusato di calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e di concorso esterno in associazione mafiosa. 
E' in questa lista di nomi il processo per la trattativa Stato-mafia, che viene chiesto dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Sul rinvio a giudizio deciderà il giudice Morosini, probabilmente fra un mese. Prima, dovranno essere affrontate diverse questioni preliminari. Alcuni imputati chiedono il trasferimento del processo ad altra sede: Mancino punta ad essere giudicato separatamente, al tribunale dei ministri. Questa mattina, saranno avanzate le richieste di costituzione di parte civile: le hanno già annunciate il governo, i comuni di Palermo e Firenze, poi anche il comitato delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino.
Ecco la ricostruzione dell'indagine sulla trattativa, attraverso i principali protagonisti:

Calogero Mannino - Antonio Subranni 
Secondo i pm di Palermo, sarebbe stato l'ex ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno ad avviare la trattativa con i vertici di Cosa nostra, all'inizio del '92, perché temeva di essere ucciso, come il suo compagno di partito Salvo Lima. Avrebbe rassegnato le sue preoccupazioni al maresciallo Giuliano Guzzelli, che pur non facendo parte dei reparti investigativi dell'Arma era in ottimi rapporti con l'allora comandante del Ros Antonio Subranni. Mannino avrebbe avuto un ruolo nella trattativa anche nel 1993, "esercitando  -  scrivono i pm  -  indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti del 41 bis". L'autista dell'allora vice direttore del Dap, Francesco Di Maggio, ha parlato di una telefonata di Mannino, a cui Di Maggio avrebbe risposto duramente: "A me non possono chiedersi certe cose". 

Mario Mori - Giuseppe De Donno - Massimo Ciancimino
Dopo l'allerta di Mannino, sarebbero stati i carabinieri del Ros ad avviare il dialogo segreto fra Stato e mafia, tramite l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino: l'allora vice comandante del raggruppamento, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno iniziarono ad incontrare riservatamente Ciancimino. Il figlio dell'ex sindaco, Massimo, che dal 2008 collabora con i magistrati, sostiene che suo padre avrebbe fatto da tramite fra gli ufficiali dell'Arma e il vertice di Cosa nostra. I carabinieri hanno invece sempre negato la trattativa, sostenendo che il loro intento era solo quello di far collaborare con la giustizia Vito Ciancimino. Mori sostiene inoltre di aver incontrato l'ex sindaco solo dopo la strage Borsellino, del luglio 1992. Secondo Ciancimino junior, invece, i primi incontri dell'ufficiale col padre sarebbero stati già a giugno.

Salvatore Riina - Antonino Cinà
Il capo di Cosa nostra avrebbe gestito la trattativa Stato-mafia, tramite Vito Ciancimino, recapitando un "papello", ovvero un foglio con alcune richieste allo Stato: l'abolizione del 41 bis, la revisione dei processi e della sentenze, il via libera alla dissociazione anche per i mafiosi. Secondo la ricostruzione della Procura, il papello sarebbe stato consegnato da Riina a Vito Ciancimino, tramite un intermediario, il medico del capo di Cosa nostra, Antonino Cinà. Attraverso Ciancimino il documento sarebbe poi finito nelle mani dei carabinieri, che però hanno sempre negato di averlo ricevuto. Racconta il pentito Giovanni Brusca che nel giugno 1992, Riina disse che la trattativa doveva essere accelerata, "attraverso un colpetto". E fu ucciso Paolo Borsellino, che probabilmente aveva scoperto il dialogo fra Stato e mafia.

Nicola Mancino
L'ex ministro dell'Interno è accusato di falsa testimonianza e non di attentato a un corpo politico, come tutti gli altri indagati. L'ex ministro della giustizia Claudio Martelli sostiene di avergli detto dell'iniziativa del Ros di avviare un colloquio con Ciancimino. "Gli chiesi di attivarsi per impedire quei contatti", ha ribadito anche di recente Martelli. Mancino nega di aver mai parlato con Martelli del Ros e di Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo restano misteriosi i motivi per cui Mancino sostituì all'improvviso al Viminale Vincenzo Scotti, proprio nei giorni della trattativa Stato-mafia, a fine giugno 1992. La Procura ritiene che Scotti fosse per la linea dura contro i boss. Contro Mancino, anche le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca: "Riina mi disse che Mancino era il terminale ultimo della trattativa".  
 
Bernardo Provenzano 
Dopo l'arresto di Totò Riina, catturato dal Ros nel gennaio 1993, i boss di Cosa nostra avrebbero proseguito la trattativa Stato-mafia con l'altro capo corleonese, Bernardo Provenzano, che con Vito Ciancimino ha sempre avuto un rapporto privilegiato. Ma anche Ciancimino, intanto, era finito in cella, dal dicembre 1992. Secondo il racconto di Massimo Ciancimino, il nuovo intermediario di Cosa nostra sarebbe stato Marcello Dell'Utri. Nel 1993, fra maggio e luglio, i mafiosi tornarono a far sentire le proprie richieste attraverso le bombe, scoppiate a Roma, Milano e Firenze, che fecero 10 morti. Al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria  fu imposto un altro direttore, Adalberto Capriotti, al posto di Nicolò Amato, e iniziarono strane manovre per alleggerire il carcere duro ai mafiosi. Provenzano fu poi arrestato nell'aprile 2006: secondo i pm, il boss sarebbe stato protetto dal generale Mori, che per questa ragione è sotto processo a Palermo per favoreggiamento.  

Marcello Dell'Utri  - Giovanni Brusca - Leoluca Bagarella
Il ruolo di Dell'Utri, iniziato secondo i pm nel 1993, sarebbe proseguito anche l'anno successivo, quando Silvio Berlusconi divenne presidente del Consiglio. Scrivono i pm: "I capimafia Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca prospettarono al capo del governo in carica Berlusconi, per il tramite di Vittorio Mangano (deceduto) e di Marcello Dell'Utri, una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura per gli aderenti all'associazione Cosa nostra (tra l'altro concernenti la legislazione penale e processuale in materia di contrasto alla criminalità organizzata, l'esito di importanti vicende processuali e il trattamento penitenziario). Ponendo l'ottenimento di detti benefici come condizione ineludibile per porre fine alla strategia di violento attacco frontale alle istituzioni".  

Giovanni Conso - Adalberto Capriotti
Nell'ambito di un'inchiesta bis, l'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso è accusato di false dichiarazioni al pubblico ministero. I pm di Palermo gli contestano di aver detto il falso a proposito della mancata revoca di 400 provvedimenti di 41 bis, nel novembre 1993. L'ex Guardasigilli ha sempre detto di aver preso questa scelta in solitudine. La Procura di Palermo sostiene invece che così non fu dopo aver ritrovato una nota dell'allora direttore del Dap, Adalberto Capriotti, che nel giugno 1993 consigliava a Conso di allegerire il carcere duro per i mafiosi, al fine di creare un clima "più distensivo nelle carceri". Anche Capriotti è indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero, ma la posizione sua e quella di Conso andranno a giudizio solo dopo la conclusione del processo che riguarda i dodici imputati.
 

giovedì 13 settembre 2012

Gian Carlo Caselli: " C’ero anch’io, alla festa del “Fatto” di Marina di Pietrasanta,

Anche il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli esprime il suo pensiero sulla presa di posizione del Consiglio Superiore della Magistratura nei confronti di Antonio Ingroia e Nino di Matteo.
Gian Carlo Caselli - 12 settembre 2012
"C’ero anch’io, alla festa del “Fatto” di Marina di Pietrasanta, domenica scorsa. E non fra le seimila persone assiepate sotto e intorno al palco. Proprio sul palco. Insieme con Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Marco Travaglio e Marco Lillo
sul palco della festa del Fatto Quotidiano, da sinistra: Nino di Matteo, Antonio Ingroia, Marco Travaglio,  Marco Lillo
e  Gian Carlo Caselli
  
Per assistere e partecipare – dall’inizio alla fine – all’iniziativa organizzata in occasione della consegna di oltre 150mila firme di cittadini raccolte dal “Fatto” per solidarietà verso i magistrati della Procura di Palermo.

Posso quindi dire – serenamente – che le reazioni del collega Rodolfo Sabelli, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), mi sono sembrate decisamente sopra le righe. Sostiene Sabelli che la legittimazione della magistratura si fonda sulla fiducia e non sulla ricerca del consenso della piazza. Vero. Ma a Marina di Pietrasanta i magistrati di Palermo si sono limitati a prendere atto che un numero enorme di cittadini voleva esprimere loro proprio e solo fiducia. Fiducia per il lavoro di complessità assolutamente eccezionale che essi stanno svolgendo. Con un coraggio intellettuale non comune, essendosi inoltrati consapevolmente – guidati soltanto dall’interesse generale all’osservanza della legge – nel labirinto vischioso rubricato alla voce delle “trattative” fra Stato e mafia che si sarebbero variamente intrecciate, persino dandovi causa, con le stragi del 1992/93. Un labirinto nel quale si intravvedono o si intuiscono – oltre ad interessi propriamente criminali – altri interessi, non meno oscuri e torbidi. 
L’idea di raccogliere le firme è stata di Margherita Siciliano, una signora di Collegno, lettrice del “Fatto”, apparsa poi (anche lei era sul palco) piuttosto timida. Nulla che evochi piazze esagitate. Semplicemente un’iniziativa autenticamente popolare e spontanea, non richiesta né sollecitata in alcun modo dai magistrati. Un’iniziativa che il capo del Sindacato della magistratura dovrebbe apprezzare, anche perché ha determinato una valanga di adesioni (ben oltre ogni più ottimistica previsione) che rappresentano una formidabile manifestazione di fiducia verso la categoria. Esattamente quello che Sabelli chiede e che si inserisce nella situazione di difficoltà e di isolamento dei colleghi palermitani come una preziosa boccata d’ossigeno. 
Questa situazione di isolamento è stata denunziata soprattutto da Nino Di Matteo, che ha anche lamentato il silenzio assordante dell’Anm. Bè, dal capo dell’Anm mi sarei aspettato un contraddittorio basato sull’analitico e scrupoloso elenco degli interventi svolti a sostegno della Procura di Palermo, da tempo nell’occhio del ciclone di polemiche spesso pretestuose. Invece nulla di simile. Anzi, una stizzita presa di posizione che si è risolta in una serie di bacchettate su vari versanti: dall’accusa di sovraesposizione a quella di comportamenti oggettivamente politici che rischiano di offuscare l’imparzialità, soprattutto se si è titolari di inchieste che si prestano a strumentalizzazioni . Accuse che la magistratura palermitana (e non solo) sente ripetere da tempo e che possono facilmente essere contrastate dalla constatazione che non è la magistratura a essersi inventata i rapporti fra mafia e politica. Essi sono realtà della storia di ieri e di oggi del nostro Paese, e Ingroia – parlandone – non fa politica ma storia, peraltro senza mai entrare nel merito delle inchieste, ma proprio al fine di contrastare le strumentalizzazioni che giustamente preoccupano Sabelli. Il quale ha anche sostenuto che i magistrati presenti sul palco avrebbero dovuto dissociarsi, magari alzandosi e andandosene, da alcune considerazioni espresse nei confronti del presidente Napolitano. Senonché, dopo la consegna delle firme, l’iniziativa è proseguita non con un confronto-dibattito ma con l’esposizione di vari contributi autonomi. Difficile condividere la tesi che vi sarebbero responsabilità in caso di mancata esplicita dissociazione quando uno dei partecipanti all’iniziativa esponga sue opinioni su argomenti obiettivamente controversi. Fino a pretendere una qualche forma di dissenso plateale, quasi si trattasse di un talk-show qualunque. Credo che in questo modo si finisca per fare, involontariamente, un torto allo stesso presidente Napolitano. Perché non siamo più ai tempi (1852) del consigliere di cassazione Ignazio Costa della Torre, condannato ad una pesante sanzione (poi condonata in parte) perché in un opuscolo in difesa del privilegio della giurisdizione ecclesiastica aveva sostenuto, offendendo la persona sacra ed inviolabile del Re, che un ministro gli aveva posto in bocca il discorso della corona. Dallo Statuto Albertino siamo passati alla Costituzione repubblicana. Che impone ai magistrati, come a tutti i cittadini italiani, di rispettare l’istituzione Capo dello Stato, ma non impedisce di discutere – ad esempio – sull’opportunità o meno di sollevare il noto conflitto avanti alla Consulta.

mercoledì 12 settembre 2012

Perche le parole di Antonio Ingroia suscitano scandalo nel Consiglio Superiore della magistratura?


Ancora oggi, il vice presidente del Csm Michele Vietti si è espresso in relazione al "Il caso Ingroia". 
Antorio Ingroia
La polemica in atto è quella nata sulle intercettazioni ordinate dalla procura di Palermo a carico dell'on. Mancino e che hanno coinvolto il Capo dello Stato, interpellato telefonicamente da Mancino; da qui la  conseguente decisione di Napolitano di porre il conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale.

Il vicepresidente Vietti  ha dichiarato questa mattina: "Uscire dalla psicosi degli attacchi ed entrare nell'ottica del servizio al cittadino: è quello che devono fare i magistrati, oltre che "assicurare imparzialità" anche fuori dall'esercizio delle loro funzioni. (...) 
La risposta di Antonio Ingroia, non si è fatta attendere: "Ho il diritto di partecipare al dibattito pubblico, e rivendico il diritto di farlo ovunque. Se vado ad una festa del Pd non succede nulla, perchè se vado a quella de Il Fatto Quotidiano scoppia la polemica? Il problema per cui ci trasciniamo la mafia in questo paese è da ricercarsi nei rapporti fra Cosa nostra e Stato italiano. Io dico semplicemente, che nessun governo di maggioranza di centro destra o centro sinistra è immune da peccati".

Riportiamo le parole pronunciate alla festa del Fatto quotidiano e per le quali Antonio  Ingroia, insieme al collega Di Matteo, nei giorni scorsi è stato ripreso ufficialmente dal Rodolfo Sabelli, presidente del Consiglio Superiore della Magistratura

La mafia è un sistema di potere criminale, ha la sua forza dentro i piani alti delle società e pezzi delle istituzioni politiche. Per questa ragione abbiamo bisogno di voi. Non è questione di ricerca di consenso, è necessario che la gente sappia la verità non solo giudiziaria, ma quella storica e politica. Non è questione di addetti ai lavori – sostiene il magistrato – sappiamo bene che nel buio e nel silenzio si commettono le più grandi nefandezze. Io credo la posta in gioco sia alta, la campagna di stampa, di denigrazione contro la procura di Palermo nasce da interessi e obbiettivi inconfessabili. Si vuole fare piazza pulita di Palermo e delle chance di verità su quella stagione e di fare piazza pulita delle intercettazioni. Abbiamo fatto la nostra partita, abbiamo fatto il nostro lavoro. Abbiamo concluso la nostra indagine. Sarà un processo lungo, dei giudici valuteranno se le prove saranno sufficienti. Sappiamo, siamo consapevoli che è non emersa ancora tutta la verità su quella stagione. Abbiamo bisogno del vostro sostegno, dell’attenzione. Che i riflettori siano sempre accessi. Ad oggi in queste condizioni, questo è il massimo risultato”. 
Ingroia poi parla del Parlmento delle “leggi ad personam” e del “disastro legislativo” che ha provocato e quindi invoca una legge che punisca lo scambio di favori tra politica e mafia, una legge sull’autoriciclaggio
Infine l’appello: “Tocca a voi – dice al pubblico – non essere tifosi e spettatori. Dovete cambiare questo ceto politico, questa classe dirigente perché io credo che per voltare pagina si deve smettere con questa politica di convivenza con la mafia che ha caratterizzato tutta la storia del nostro paese”. E infine: “Capisco che il libro dei sogni ha troppe pagine, sappiate che il vostro futuro è nelle vostre mani”. 
Antonio Ingroia





mercoledì 25 luglio 2012

La lettera di Scarpinato a Paolo Borsellino

L'intervento del pg della corte d'Appello di Caltanissetta alla commemorazione per i 20 anni dell'attentato al magistrato antimafia: "Stringe il cuore a vedere talora tra le prima file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra la negazione dei valori di giustizia e legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere




L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.


"Caro Paolo,


oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.


Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.


E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.


Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.


Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.


Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.


Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti diBassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.


E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.


Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.


Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.


Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.


Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca,Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.


Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.


Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.


Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.


Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.


E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.


Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.


Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.


Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.


E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.


Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.


Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.


Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.


Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.


E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.


Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.


Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.


Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.


Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.


E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione

martedì 3 luglio 2012

LA DENUNCIA DEL GIUDICE ANTONIO INGROIA


Ingroia sull'inchiesta trattativa:
"Dalle istituzioni nessun sostegno"

Secondo il magistrato: non tocca alla magistratura appurare la verità storica. La politica dovrebbe anche individuare responsabilità storiche e responsabilità politiche, non certo le responsabilità penali, e invece questo in Italia non è avvenuto
Fonte: La Repubblica

Le istituzioni non hanno sostenuto, "almeno finora", l'azione della magistratura volta ad accertare la verità giudiziaria sulla trattativa tra Stato e mafia. Lo afferma, in un videointervento sul blog di Beppe Grillo, il procuratore aggiunto alla procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia.

"In un Paese normale - afferma Ingroia - di fronte a questa azione della magistratura, il paese delle istituzioni e la società si stringerebbero attorno ai magistrati, li si sosterrebbe in questo compito difficile, anzi ciascuno cercherebbe di fare la propria parte. La politica dovrebbe occuparsene, accertando quello che alla politica tocca accertare rispetto al passato, la verità politica, la verità storica. Non tocca alla magistratura appurare la verità storica. La politica dovrebbe anche individuare responsabilità storiche e responsabilità politiche, non certo le responsabilità penali, e invece questo in Italia non è avvenuto".

"Almeno fino a oggi non è avvenuto - prosegue Ingroia - perché per esempio tante e tante commissioni parlamentari antimafia si sono avvicendate in questi vent'anni, ma nessuna di queste ha messo al centro della propria attenzione, al centro della propria indagine, l'accertamento della verità su quel terribile biennio 92/93, che è poi il biennio sul quale è nata questa Repubblica. Perché questa Seconda Repubblica affonda letteralmente i suoi pilastri nel sangue di quelle stragi, in quella trattativa"

E, prosegue il pm, "non solo la politica non ha fatto questo, ma nè dalla politica, nè dal mondo dei mass media, è venuto un sostegno nei confronti della magistratura, anzi queste iniziative di verità, di realtà giudiziaria, sono state accolte con freddezza, fastidio, a volte con ostilità come se questo Paese la verità non la volesse, come se ci fosse una grande parte del Paese che preferisce vivere in quell'eterno presente immobile senza conoscere le proprie origini, forse per la paura di scoprire qualcosa di cui vergognarsi nella propria vita".