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lunedì 12 dicembre 2016

Strage di Piazza Fontana - Milano - 12 dicembre 1969 ore 16.37

Il dovere della Memoria.12 dicembre 1969 alle ore 16:37, piazza Fontana a Milano. Una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura uccidendo diciassette persone (quattordici morirono sul colpo) e ferendone altre ottantotto.
La strage fascista di piazza Fontana viene generalmente considerata come l'inizio della cosiddetta strategia della tensione. Tuttavia, è forse più corretto indicare come primo atto di quella strategia addirittura la Strage di Portella delle Ginestre, avvenuta il 1 maggio del 1947 per mano dei banditi della banda Giuliano, ma che ebbe come "mandanti" la mafia siciliana, in combutta e al soldo dei latifondisti, e quelli che ora chiamiamo "poteri forti".
La verità è che ci sono stati in Italia, e certamente ci sono ancora, uomini che hanno pensato fosse conveniente, a qualcosa e a qualcuno, uccidere uomini e donne innocenti. Morti innocenti, delitti oscuri perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti: delitti commessi pensando che, in Italia, potesse servire spargere sangue innocente, per seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee e valori; per impedire o indirizzare cambiamenti.
Tutti i processi sinora dibattuti lo hanno stabilito senza il minimo dubbio: la strage di Piazza Fontana fu commessa da un gruppo di neofascisti che ideò ed eseguì l'attentato. Accanto a loro, uomini dei servizi segreti "deviati", terroristi, massoneria, forze "indicibili". Ma a distanza di tanti anni nessuno è stato condannato. Anche quella di Piazza Fontana, una "strage (di pezzi) di Stato" senza Giustizia. Vergogna!


Milano, 12 Dicembre 1969  ore 16,36
Le parole del giudice Salvini, il giudice che ha condotto l’ultima istruttoria sulla strage: "(...) La strage di Piazza Fontana non è un mistero senza mandanti, un evento attribuibile a chiunque magari per pura speculazione politica. La strage fu opera della destra eversiva, anello finale di una serie di cerchi concentrici uniti (come disse nel 1995, alla Commissione Parlamentare Stragi, Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro) se non proprio da un progetto, da un clima comune. Nei cerchi più esterni c’erano forze che contavano di divenire i “beneficiari” politici di simili tragici eventi. Completando la metafora, i cerchi più esterni, appartenenti anche alle Istituzioni di allora, diventarono subito una struttura addetta a coprire l’anello finale, cioè gli esecutori della strage quando il “beneficio” risultò impossibile poichè quanto avvenuto aveva provocato nel Paese una risposta ben diversa da quella immaginata: non di sola paura, ma di giustizia e di mobilitazione contro piani antidemocratici.
Per questo non dobbiamo vivere l’anniversario del 12 dicembre solo con amarezza, o addirittura rimuovendolo, ma trarne un insegnamento utile, sopratutto per le giovani generazioni. La memoria serve anche a ridurre il rischio che simili trame a danno delle istituzioni e simili sofferenze in danno dei cittadini possano nel futuro ripetersi."

Fonte: Articolo originale tratto da Focus.it Storia

La verità su Piazza Fontana

Il 12 dicembre 1969, esattamente 44 anni fa, una bomba esplode alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, provocando 17 morti e 88 feriti. 10 anni di processi, depistaggi, condanne e assoluzioni. Ma cosa è successo veramente? La ricostruzione di Guido Salvini, il giudice che ha condotto l’ultima istruttoria in ordine di tempo, in un articolo tratto da Focus Storia.


Tutto ebbe inizio il 12 dicembre 1969, con le bombe all’Altare della Patria e nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, con alcuni feriti. E, in contemporanea, con la terribile bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, che provocò 17 morti e 88 feriti. E che ebbe anche l’effetto di mutare l’ottimismo di molti giovani di allora in sfiducia verso le istituzioni del loro Paese. Su questa strage sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. «Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro
il giudice Guido Salvini
collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia
» afferma il giudice milanese Guido Salvini. Il giudice Salvini ha condotto l’ultima istruttoria in ordine di tempo su Piazza Fontana, durata dal 1989 al 1997, sulla base della quale si sono avute la condanna degli imputati in primo grado (30 giugno 2001) e la loro assoluzione in appello (12 marzo 2004) con conferma dell’assoluzione in Cassazione (3 maggio 2005).

Giudice Salvini, nonostante non si sia arrivati alla definitiva condanna processuale di singole persone, Lei continua a essere un testimone della memoria storica su quei fatti. In che cosa consiste oggi questa memoria? 
Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.
L’on. Rumor fra l’altro non se la sentì di annunciare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno, ma i referenti politico-militari favorevoli alla svolta autoritaria, preoccupati per le reazioni della società civile, scaricarono all’ultimo momento i nazifascisti. I quali continuarono per conto loro a compiere attentati. Cercarono anche di uccidere Mariano Rumor, con la bomba davanti alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti), del 17 maggio 1973, reclutando il terrorista Gianfranco Bertoli.

Perché non si è arrivati ad avere sufficienti prove sulle responsabilità personali nell’attentato di piazza Fontana? 
L’assoluzione definitiva è stata pronunciata con una formula che giudica incompleto ma non privo di valore l'insieme delle prove raccolte. Sono esistiti in questa vicenda pesanti depistaggi da parte del mondo politico e dei servizi segreti del tempo. Però non è del tutto esatto che responsabilità personali non siano state comunque accertate nelle sentenze. Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
Digilio ha parlato a lungo delle attività eversive e della disponibilità di esplosivo del gruppo ordinovista di Venezia,di cui faceva parte Delfo Zorzi, assolto poi per la strage in pratica per incompletezza delle prove nei suoi confronti, in quanto la Corte non ha ritenuto sufficienti i riscontri di colpevolezza raggiunti. Né sono bastate le rivelazioni di Martino Siciliano che aveva partecipato agli attentati preparatori del 12 dicembre insieme a quel gruppo, con lo scopo di creare disordine e far ricadere le accuse su elementi di sinistra.
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Ci può spiegare meglio? Intende dire che Freda… 
Sì, se Freda e Ventura fossero stati giudicati con gli elementi d’indagine arrivati purtroppo troppo tardi, quando loro non erano più processabili, sarebbero stati, come scrive la Cassazione, condannati.
l'arresto di Franco Freda e Giovanni Ventura
L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
E c’è di più: il senatore democristiano Paolo Emilio Taviani, in una sofferta testimonianza resa poco prima di morire e purtroppo non acquisita dalle Corti milanesi, ha raccontato di aver appreso che un agente del Sid, l'avvocato romano Matteo Fusco, il pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era in procinto di partire da Fiumicino alla volta di Milano in quanto incaricato, seppure tardivamente, di impedire gli attentati che stavano per avere conseguenze più gravi di quelle previste. Tale "missione" non riuscita, confermata dalla testimonianza della figlia ancora vivente dell'avvocato Fusco, che aveva ben presente il rammarico del padre negli anni per non avere potuto evitare la strage, indica ancora una volta che la campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici, ma che a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati e cercò solo all'ultimo momento di ridurne gli effetti. Dopo l’esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello più alto.

La frammentazione delle prove nei tanti processi ha favorito questa cortina fumogena? 
Indubbiamente. Ma la ricostruzione dell'accusa, senza effetti, ripeto, su persone non più processabili, è che il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all'Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l'Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

Tre giorni dopo la strage però un anarchico, Giuseppe Pinelli, volò dal quarto piano della

Questura di Milano. Un altro anarchico, Pietro Valpreda, fu incarcerato e indicato come il “mostro” nelle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali. Quando non si pensava nemmeno lontanamente a Internet e sistemi tipo Wikipedia, un gruppo di giovani, in soli sei mesi, scambiandosi informazioni, mise in piedi una controinchiesta collettiva, raccolta in un famoso libro “ La strage di Stato”. Che valore ebbe questo loro impegno per le indagini giudiziarie successive

Fu davvero profetico e quasi propedeutico rispetto agli accertamenti giudiziari avvenuti dopo. Soprattutto, ebbe il merito di smontare rapidamente la pista anarchica fabbricata apposta da infiltrati di Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e dei servizi segreti, per depistare le indagini e mettere sotto accusa di fronte all’opinione pubblica gli anarchici e, per estensione, gli studenti contestatori e le forze di sinistra impegnate nelle lotte sindacali di quel periodo, preparando così il clima per la svolta autoritaria. Che non ci fu, anche perchè la grande stampa, dopo un po’, fece suoi molti temi di quel libro inchiesta.

Quali conclusioni si devono trarre oggi da questa storia? 
La strage di Piazza Fontana non è un mistero senza mandanti, un evento attribuibile a chiunque magari per pura speculazione politica. La strage fu opera della destra eversiva, anello finale di una serie di cerchi concentrici uniti (come disse nel 1995, alla Commissione Parlamentare Stragi, Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro) se non proprio da un progetto, da un clima comune. Nei cerchi più esterni c’erano forze che contavano di divenire i “beneficiari” politici di simili tragici eventi. Completando la metafora, i cerchi più esterni, appartenenti anche alle Istituzioni di allora, diventarono subito una struttura addetta a coprire l’anello finale, cioè gli esecutori della strage quando il “beneficio” risultò impossibile poichè quanto avvenuto aveva provocato nel Paese una risposta ben diversa da quella immaginata: non di sola paura, ma di giustizia e di mobilitazione contro piani antidemocratici.
Per questo non dobbiamo vivere l’anniversario del 12 dicembre solo con amarezza, o addirittura rimuovendolo, ma trarne un insegnamento utile, sopratutto per le giovani generazioni. La memoria serve anche a ridurre il rischio che simili trame a danno delle istituzioni e simili sofferenze in danno dei cittadini possano nel futuro ripetersi.
 "È scoppiata una caldaia", questo il primo allarme alla centrale radio della questura. Invece era l'eplosione dell'esplosivo chiuso in una valigetta. Diciassette morti, una novantina i feriti. In 300mila andarono ai funerali, chiunque c'è stato ricorda il silenzio e il vento. Il golpe, che molti temevano, non ci fu. E basta riascoltare i cinegiornali Luce per rendersi conto come la violenza stragista ''non passò'' tra la gente comune



Inspiegabili ci appaiono le accuse a Pietro Valpreda, anarchico, bollato come "il mostro" sin dalle prime fai delle indagini.Innegabili alcuni "depistaggi", eseguiti da uomini di Stato durante le varie indagini sulle stragi, e le responsabilità neo-fasciste. 
Lostesso Valpreda, rimasto in carcere innocente per più di tre anni, diceva: "Un tassista ha riconosciuto me, stanco e spettinato, tra alcuni agenti ben rasati e puliti, avvalorando le balle della polizia. Quasi subito è emersa la verità, e cioè che quella a Milano era una bomba dei gruppi fascisti d'accordo con i servizi segreti, nel quadro di un disegno europeo, ma bisognava trovare un colpevole di sinistra, e chi c'era di meglio di noi?".
Spaventosa è la morte di un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, avvenuta in questura a Milano, durante un interrogatorio illegale: precipitò dalle finestre dell'ufficio politico diretto dal commissario Luigi Calabresi. 
E la gigantesca tragedia non finisce qui. Lo stesso Calabresi - occorre ricordare altre due essenziali date - venne ucciso sotto casa, sempre a Milano, in via Cherubini il 17 maggio del '72. E, un anno dopo, davanti alla questura in via Fatebenefratelli, mentre si teneva la celebrazione dell'omicidio, arrivò un soggetto che mai ha aperto seriamente bocca, Gianfranco Bertoli, il quale lanciò una bomba, che uccide quattro persone e ne ferisce 45.
Piazza Fontana 12 dicembre '69: la madre di tutte le stragi
La lapide in memoria di Giuseppe Pinelli


domenica 2 agosto 2015

BOLOGNA - 2 AGOSTO 1980

BOLOGNA 2 AGOSTO 1980 
Il Dovere della memoria. Oggi, dopo 35 anni Silvana Ancillotti su La Repubblica ricorda l'esplosione nella sala d'aspetto della stazione. Quel giorno  era con due amiche  e la piccola Angela Fresu, tutte morte. Era la più vicina al tritolo ma nessun giudice ha mai ascoltato il suo racconto ( leggi qui
 Morti innocenti, delitti oscuri perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti. E’successo e forse potrebbe succedere ancora: delitti commessi pensando che, in Italia, potesse servire “a qualcosa e a qualcuno” spargere sangue innocente, seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee, valori.
Sul Fatto Quotidiano, lo scorso anno,  Emiliano Liuzzi aveva scritto parole dure gettando luce su coloro che, anch'ese vittime della Strage, sono stati dimenticati: I feriti, i feriti a morte: "(...) che sono rimasti nell’illusione che il sacrificio sotto a quelle macerie servisse come sacrificio, appunto. Come vergogna".
Non c'è il sentimento della vergogna in quei "pezzi" dello Stato Italiano che, a distanza di vent'anni, consente che anche questa la strage rimanga senza i colpevoli maggiori. 
Anche per la Strage di Bologna valgono le parole di Roberto Scarpinato:  (...)“La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo, sebbene condiviso da decine e decine di persone,  è il segno che su quel segreto è imposto il sigillo del Potere”.

     

 La strage alla Stazione e le sue vittime innocenti



Cortometraggio disponibile per gentile concessione dell'Associazione tra i familiari delle vittime strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980.



fonte del testo
ASSOCIAZIONE TRA I FAMIGLIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA 2 AGOSTO 1980

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. 
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.
Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti.(testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.
Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.

Angela Fresu, la vittima
più giovane  della strage
Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.
La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
I vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.
Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: "Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".
Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
Il 17 agosto "l'Espresso" uscì con un numero speciale sulla strage. In copertina un quadro a cui Guttuso ha dato lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: "Il sonno della ragione genera mostri". Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.
Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.

domenica 19 luglio 2015

19 luglio 1992: Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina

Il dovere di fare memoria: lo scandalo di una strage Stato, l'infamia di "pezzi" di Stato collusi con mafie e "zona grigia". Anche questa strage, come le altre, è ancora senza Verità e senza Giustizia
                         Paolo Borsellino (52 anni) giudice 
 Agostino Catalano (43 anni) assistente-capo Polizia di Stato 
Emanuela Loi ( 24 anni) agente della Polizia di Stato 
Walter Eddie Cosina (31 anni) agente scelto Polizia di Stato 
Traina Claudio (27 anni) agente scelto  Polizia di Stato  
Vincenzo Li Muli   (22 anni) agente  Polizia di Stato

«Paolo mi disse: “Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno”».  Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino

PER AMORE




Se ci chiediamo perchè hanno accetto di morire, la risposta la troviamo nelle parole che  lo stesso Paolo Borsellino pronunciò la sera del 23 giugno 1992, a un mese dalla Strage di Capaci, durante la commemorazione dell'eccidio fatta nel cortile di Casa Professa, a Palermo. 
Quella sera Paolo Borsellino ricorda Giovanni Falcone, l'amico fraterno, il compagno di giochi nei cortili della Khalsa di Palermo, l'amico  dinanzi al cui feretro aveva rinnovato il patto di amicizia "per sempre". Paolo Borsellino parla di Giovanni Falcone ma, lo sappiamo, parla anche di se stesso e di coloro che hanno scelto di rimanere accanto a lui per proteggerlo. 
Le parole di Paolo Borsellino:
"(...) Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. 
Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? 
Per amore! 
La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. 
Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.(...)
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo."

Anche Paolo Borsellino, Catalano Agostino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Traina Claudio, Vincenzo Li Muli , sono vivi! 
Sono vivi nelle coscienze di coloro che accettano di assumersi responsabilità: di lottare per la Giustizia, di condurre una vita onesta e dignitosa.

venerdì 12 dicembre 2014

Milano 12 dicembre 1969. La Strage di Piazza Fontana

12 dicembre 1969 alle ore 16:37, piazza Fontana a Milano. Una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura uccidendo diciassette persone (quattordici morirono sul colpo) e ferendone altre ottantotto.
La strage fascista di piazza Fontana viene diffusamente considerata come l'inizio della cosiddetta strategia della tensione. Tuttavia, quella strategia iniziò con la Strage di Portella delle Ginestre, avvenuta il 1 maggio del 1947 per mano dei banditi della banda Giuliano, mandanti la mafia, i latifondisti e quelli che ora chiamiamo "poteri forti".
La verità è che ci sono stati in Italia, e certamente ci sono ancora, uomini che hanno pensato fosse conveniente, a qualcosa e a qualcuno, uccidere uomini e donne innocenti. Morti innocenti, delitti oscuri perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti.
E’successo e potrebbe succedere ancora: delitti commessi pensando che, in Italia, potesse servire spargere sangue innocente, per seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee e valori; per impedire o indirizzare cambiamenti.


Milano, 12 Dicembre 1969  ore 16,36
Tutti i processi lo hanno stabilito, senza il minimo dubbio: un gruppo di neofascisti ideò ed eseguì l'attentato. Ma nessuno è stato condannato. Vergogna!

 Fonte: Repubblica

Piazza Fontana 12 dicembre '69: la madre di tutte le stragi

Tutti i processi lo hanno stabilito, senza il minimo dubbio: un gruppo di neofascisti ideò ed eseguì l'attentato. Ma nessuno è stato condannato.Nel 2009 Napolitano invitò al Quirinale le vedove Pinelli e Calabresi:  ''Un passettino avanti verso la verità'', disse Licia Pinelli. Purtroppo non è ancora così. I cinegiornali Luce testimoniano tuttavia come la violenza stragista non passò tra la gente comune

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Viene chiamata la "madre di tutte le stragi", ma è anche un abisso senza fondo, e rimasto senza giustizia. Sono passati 45 anni dal 12 dicembre 1969. La bomba esplose a Milano, nella banca dell'Agricoltura, di pomeriggio. "È scoppiata una caldaia", questo il primo allarme alla centrale radio della questura. Diciassette morti, una novantina i feriti. Invece era il plastico, chiuso in una valigetta. In 300mila andarono ai funerali, chiunque c'è stato ricorda il silenzio e il vento. Il golpe, che molti temevano, non ci fu. E basta riascoltare i cinegiornali Luce per rendersi conto come la violenza stragista ''non passò'' tra la gente comune.

I cinegiornali Luce:

Tutti i processi hanno circoscritto, senza il minimo dubbio, un gruppo di neofascisti come ideatori ed esecutori della strage: ma nessuno di loro è stato condannato. Di certo, a rileggere le carte giudiziarie con il senno di poi, restano inspiegabili le accuse a Pietro Valpreda, anarchico, bollato come "il mostro" sin dalle prime fai delle indagini. E spaventosa è la morte di un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, avvenuta in questura a Milano, durante un interrogatorio illegale: precipitò dalle finestre dell'ufficio politico diretto dal commissario Luigi Calabresi. E la gigantesca tragedia non finisce qui. Lo stesso Calabresi - occorre ricordare altre due essenziali date - venne ucciso sotto casa, sempre a Milano, in via Cherubini il 17 maggio del '72. E, un anno dopo, davanti alla questura in via Fatebenefratelli, mentre si teneva la celebrazione dell'omicidio, arrivò un soggetto che mai ha aperto seriamente bocca, Gianfranco Bertoli, il quale lanciò una bomba, che uccide quattro persone e ne ferisce 45.
Piazza Fontana 12 dicembre '69: la madre di tutte le stragi

Nel 2009 il presidente Giorgio Napolitano invitò al Quirinale le vedove Pinelli e Calabresi: "Un passettino avanti verso la verità", disse Licia Pinelli. Purtroppo per lei, e per tutti noi, e per la storia, non ha ancora avuto ragione. Sono innegabili alcuni "depistaggi", eseguiti da uomini di Stato durante le varie indagini sulle stragi, e le responsabilità neo-fasciste, ma lo stesso Valpreda, rimasto in carcere innocente per più di tre anni, diceva: "Un tassista ha riconosciuto me, stanco e spettinato, tra alcuni agenti ben rasati e puliti, avvalorando le balle della polizia. Quasi subito è emersa la verità, e cioè che quella a Milano era una bomba dei gruppi fascisti d'accordo con i servizi segreti, nel quadro di un disegno europeo, ma bisognava trovare un colpevole di sinistra, e chi c'era di meglio di noi?".
 
Piazza Fontana 12 dicembre '69: la madre di tutte le stragi

Piazza Fontana 12 dicembre '69: la madre di tutte le stragi

Piazza Fontana 12 dicembre '69: la madre di tutte le stragi