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mercoledì 22 luglio 2015

Saverio Lodato, giornalista, non pennivendolo, scrive: "Crocetta vattene, e vattene subito"

Alla vigilia dell'anniversario della Strage di Via D'Amelio, Saverio Lodato scrive l'articolo che riportiamo. Nell'articolo si  parte dalla denuncia di Manfredi Borsellino (leggi qui) contro "la croce" che sua sorella Lucia ha dovuto portare, acccettando l'incarico di assessore alla Sanita della regione Sicilia: Lucia Borsellino, aveva compreso ben presto di essere "la foglia di fico" usata dal potere siciliano. Ma l'articolo di Saverio Lodato, non "pennivendolo", ci pare importante perchè, partendo dalla vicenda di Lucia Borsellino, mira a scoprire qualche velo di quello che è il convitato di pietra dell'intera vicenda: il Potere! Il Potere che per ottente i suoi scopi, sa usare  tutti i colori (partitici) e tutte le maschere necessarie, a partire dalle "maschere dell'antimafia e della "legalità". 
Le dimissioni di Lucia Borsellino vengono pertanto accolte da quel Potere con una semplice scrollata di spalle: si è fatta fuori da sola, la piccola Lucia, senza nemmeno che ci fosse bisogno di spargere quel sangue, "a fiumi", necessario per fermare anche suo padre Paolo e gli agenti della sua scorta."Chinati juncu ca passa la china"...Lasciamola sfogare, passerà presto!
Scrive Lodato che la replica del Potere (siciliano) al gesto di Lucia Borsellino è "(...) il "silenzio sordo" delle istituzioni di cui Manfredi ha riferito al capo dello Stato."siamo al timone" (come in altre epoche avrebbero detto: "abbiamo una banca")". 
"Crocetta vattene" è quindi, in realtà,  l'urlo sdegnato rivolto a quel Potere che, in Sicilia, come in tanti altri luoghi di questo Paese, schiaccia persone come Lucia Borsellino: persone oneste che, entrando nei luoghi isituzionali nei quali si dovrebbe compiere l'atto di servire al bene delle comunità ( come aveva imparato da suo padre Paolo), si accorgono subito di come quei luoghi siano divenuti invece "regnio" di coloro che si servono delle istituzioni per creare, acccrescere, difendere potere e privilegi. 
Non c'e spazio per Lucia Borsellino in quei luoghi. Come non c'era spazio in questo Paese per Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, citando loro due per fare memoria di tutti coloro che, "servitori dello Stato", erano  per il Potere ostacolo da rimuovere, da schiacciare.

Fonte Antimafiaduemila.
Saverio Lodato - 18 luglio 2015
Rita e Salvatore Borsellino hanno invitato pubblicamente il "governatore" di Sicilia, Rosario Crocetta, a non imporre la sua presenza in occasione delle tante manifestazioni che, da oggi a domenica, si terranno a Palermo in ricordo del ventitreesimo anniversario della strage di Via D’Amelio. "Presenza non gradita" hanno stigmatizzato. Crocetta, dal canto suo, fa sapere che sino a lunedì non metterà piede a Palermo, quindi accetta di togliere il disturbo. Entro questo lasso di tempo, aggiunge, deciderà se, come e, eventualmente, quando dimettersi.
Guardate un po’ in quale pozzo senza fondo sono caduti la Sicilia e il suo massimo rappresentante istituzionale. Guardate un po’, agli occhi dell’Italia e del mondo intero, che effetto deve fare sapere che un presidente della regione, che per anni si è fregiato del titolo di "presidente antimafia", è ristretto ai domiciliari, in altra provincia, per esplicita richiesta della famiglia di quel giudice, Paolo, che insieme a cinque uomini e donne della sua scorta venne fatto a pezzi dal tritolo dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato. E che non solo è ristretto ai domiciliari ma che, spontaneamente, decide di bere l’amaro calice, nella speranza, e questo é sin troppo facile intuirlo, che quando le commemorazioni saranno finite tutto potrà tornare al suo posto, compreso lui.
Guardate un po’ il capo dello Stato, Sergio Mattarella - che invece a Palermo viene, può venire ed è presenza graditissima per i familiari -, che si vede fare gli onori di casa da un presidente a interim, tal Baldo Gucciardi, dirigente PD, di nuovissimo conio essendosi trovato qualche giorno fa a sostituire Lucia Borsellino alla guida della sanità dopo le sue irrevocabili dimissioni per "ragioni etiche", ancor prima che politiche, e poi lo stesso Crocetta che si era "autosospeso", di fronte al dilagare dello scandalo.
Guardate un po’ come si sarà sentito il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, mentre Manfredi Borsellino lo informava dell’inferno attraverso il quale era passata sua sorella Lucia. Mentre gli parlava di "silenzio sordo" delle istituzioni, all’indomani della sua lettera di dimissioni dall’assessorato alla sanità "che andrebbe riletta perché invece dice tutto". Mentre Manfredi, spesso interrompendosi per le lacrime, gli diceva: "mia sorella Lucia è rimasta in carica per amore della giustizia, per suo padre, per potere spalancare agli inquirenti le porte della sanità dove si annidano mafia e malaffare. Da oltre un anno era consapevole del clima di ostilità e delle offese che le venivano rivolte. Lucia ha portato una croce e tutti lo possono testimoniare". 

Serve ancora dell’altro? Non può bastare per dare un taglio netto? Non è sin troppo evidente il vuoto di potere che nessuna "toppa Gucciardi" può più nascondere, al punto in cui sono arrivate le cose? E Crocetta non prova orrore di fronte a un simile scenario? Non riesce ad avere un soprassalto di dignità? Non sente su di sé tutta l’umiliazione, la vergogna, la responsabilità per quanto sta accadendo? Di un presidente della regione di tal fatta, i siciliani non sanno che farsene. Se ne vada Crocetta, e se ne vada subito. No, non dica altro. Si chiuda in un rigoroso e assai prolungato silenzio. Ma per davvero. Parole ne ha dette, in queste settimane. E tante. Decisamente troppe, e molte, ma questa è opinione nostra, tutt’altro che pertinenti o condivisibili. Al punto che un commentatore, il quale non appartiene alla sua area politica e al quale va riconosciuto il merito di non essersi lasciato incantare dal suo eloquio, iniziando un suo articolo che La riguardava, lo aveva fatto con queste parole: "Dice, dice e dice. E non capisce quello che dice". Alla luce del verminaio che sta venendo fuori, ora che il macigno è stato in parte sollevato, sarebbe difficile dire che avesse tutti i torti.  

Rosario Crocetta e Matteo Tutino
Gentile Crocetta, se ne sarà accorto. Oggi noi non le stiamo contestando nessuna telefonata intercettata, vera o presunta che sia. Non sono stati i brogliacci delle sue conversazioni, vere o presunte che siano, a spingerci a scrivere queste righe. Bensì tutto ciò che appare alla luce del sole. Quello che nessuna inchiesta della magistratura, nessun decreto di "secretazione", potrà ormai tenere lontano dalla consapevolezza dell’opinione pubblica. Gli elementi che abbiamo - purtroppo - bastano e avanzano. Lei ha fatto il suo tempo, e il suo tempo è abbondantemente scaduto. Se ne vada per non compromettere agli occhi di quei pochi, pochissimi siciliani, che ancora ci credono, quel diritto al voto che Le aveva consentito di diventare "governatore di Sicilia" seppure eletto con una minoranza di consensi. Deve dimettersi, e subito. Non si lasci tentare dal giochino delle "auto dimissioni", e dalla speranza contenuta nel detto, tipicamente mafioso, del "calati junco ca passa la china". Questa volta, la nottata non passerà facilmente. Poi, se su quella telefonata che in questi giorni ha tenuto banco Lei ha ragione, sarà il tempo che Le darà ragione.
Ma se ne vada subito, per non dare altri alibi a quanti pretenderebbero che la sua triste parabola, interminabile sommatoria di errori politici, di immagine, etici, sia la prova del nove dell’inconsistenza e dell’impossibilità, in Sicilia, di qualsiasi forma di lotta alla mafia.
Si rende conto che per causa sua e del suo "cerchio magico", come usa dire oggi, i figli di Paolo Borsellino si sono visti costretti a prendere le distanze persino dalle celebrazioni in onore del sacrificio del loro padre? Se ne vada subito Crocetta, per non sfregiare ancora - nel qual caso i chirurghi estetici suoi amici non potrebbero più fare miracoli -, quel poco che resta nel mondo dell’immagine della Sicilia. Se ne vada subito perché non si possa anche dire che nella terra in cui Paolo Borsellino venne fatto a pezzi un presidente di regione - ed è di Lei, caro Crocetta, che stiamo parlando - giunse al perverso paradosso di utilizzarne la figlia, Lucia Borsellino, per assicurarsi una indiscutibile patente di "antimafiosità". Sino a quando il limone fu spremuto e Lucia fu costretta a dimettersi.
Se ne vada , perché la sua reazione di fronte alla pubblicazione di quella telefonata fra Lei e "Il Gran Primario" Tutino, che Lei dice non ci fu, ci è apparsa fuori dalla grazia di Dio: "certo, Tutino parlava male della Borsellino". Ma davvero? Allora Lei sapeva chi si era messo dentro? 

E Lei, il "simbolo dell’Antimafia" per definizione, che faceva? Cercava di convincerlo del contrario? Voleva redimerlo durante "pomeriggi letterari" in cui vi confrontavate dialetticamente sui valori della mafia e quelli dell’antimafia? E qui dovrà convenirne che la telefonata non c’entra proprio nulla. La verità è che Lei, gentile Crocetta, per dare a Tutino il benservito, ha aspettato che si facesse avanti la "Benemerita" - sì, insomma: l’Arma dei carabinieri -, mettendo il "GranPrimario" agli arresti domiciliari. Lei teneva al Tutino, non teneva a Lucia Borsellino.
E’ di questo che dovrebbe vergognarsi.Questo è stato il suo errore umano e politico più grossolano. Ecco i primi motivi che ci vengono in mente a sostegno di sue dimissioni immediate e irrevocabili.
Ma adesso, gentile Crocetta, cerchi di fare uno sforzo supplementare di ascolto.
Appena qualche giorno fa, il Pd siciliano, dopo aver detto di Lei peste e corna, aveva rimpiazzato la Borsellino alla sanità con un dirigente di sua fiducia: Baldo Gucciardi. Le dimissioni di Lucia Borsellino, per il PD siciliano, erano dunque scivolate via come l’acqua da un colapasta. Non una parola di disappunto. Non una parola dei big nazionali e siciliani di quel partito rispetto a un fatto traumatico che avrebbe meritato ben altra sottolineatura, ben altra riflessione. Non un moto di sdegno, di stizza, di vergogna. Neanche una parola. Ecco il "silenzio sordo" delle istituzioni di cui Manfredi ha riferito al capo dello Stato. Al punto che il PD, al quale stava e sta a cuore il "bersaglio grosso" della guida del governo siciliano, aveva commentato: "siamo al timone" (come in altre epoche avrebbero detto: "abbiamo una banca"). E il senatore Giuseppe Lumia, suo carissimo amico e angelo custode, e che di timoni se ne intende, aveva profetizzato, dopo la catastrofe del suo governo, alla quale però Lumia prevedeva - come del resto le tante tribù del PD siciliano, fatta eccezione per il Ferrandelli - che Lei sopravvivesse; profetizzava, dicevamo, "l’avvio della stagione delle riforme". Qualche volta ci vien da chiederci se anche il Lumia capisca bene quello che dice.
Ora questi sono gli stessi che, a scandalo esploso, hanno inondato le agenzie di stampa con quest’invito a Lei rivolto: "chiarisca".
E’ una lista lunga, quella di lorsignori che in queste ore sfogliano la margherita per capire se è più conveniente per loro che Lei vada via o che Lei rimanga. I Renzi, i Guerini, le Serracchiani, i Rosato, i Faraone, i Raciti, i Lumia, i Cracolici, eccetera, eccetera, eccetera. Tanto silenziosi alla notizia della lettera di dimissioni di Lucia, tanto pimpanti e vocianti appena era stato servito in tavola il piatto ghiotto di "mafia" e "antimafia". A non voler far l’elenco di quelli di tutti gli altri schieramenti politici. Non faccia il gioco di tutti questi signori, Crocetta. Siciliani o romani che siano. Loro, sotto sotto, ancora ci sperano che Lei resti inchiavardato alla sua poltrona. Dica soltanto: "non c’è proprio niente da chiarire. E si torni all’urne. Non sono l’unico che i siciliani hanno ormai il diritto-dovere di cacciare". E lo faccia entro domani. Come gesto in occasione dell’ anniversario della strage di Via D’Amelio, non sarebbe un gesto da buttar via.
Non è mai troppo tardi.

domenica 19 luglio 2015

19 luglio 1992: Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina

Il dovere di fare memoria: lo scandalo di una strage Stato, l'infamia di "pezzi" di Stato collusi con mafie e "zona grigia". Anche questa strage, come le altre, è ancora senza Verità e senza Giustizia
                         Paolo Borsellino (52 anni) giudice 
 Agostino Catalano (43 anni) assistente-capo Polizia di Stato 
Emanuela Loi ( 24 anni) agente della Polizia di Stato 
Walter Eddie Cosina (31 anni) agente scelto Polizia di Stato 
Traina Claudio (27 anni) agente scelto  Polizia di Stato  
Vincenzo Li Muli   (22 anni) agente  Polizia di Stato

«Paolo mi disse: “Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno”».  Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino

PER AMORE




Se ci chiediamo perchè hanno accetto di morire, la risposta la troviamo nelle parole che  lo stesso Paolo Borsellino pronunciò la sera del 23 giugno 1992, a un mese dalla Strage di Capaci, durante la commemorazione dell'eccidio fatta nel cortile di Casa Professa, a Palermo. 
Quella sera Paolo Borsellino ricorda Giovanni Falcone, l'amico fraterno, il compagno di giochi nei cortili della Khalsa di Palermo, l'amico  dinanzi al cui feretro aveva rinnovato il patto di amicizia "per sempre". Paolo Borsellino parla di Giovanni Falcone ma, lo sappiamo, parla anche di se stesso e di coloro che hanno scelto di rimanere accanto a lui per proteggerlo. 
Le parole di Paolo Borsellino:
"(...) Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. 
Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? 
Per amore! 
La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. 
Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.(...)
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo."

Anche Paolo Borsellino, Catalano Agostino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Traina Claudio, Vincenzo Li Muli , sono vivi! 
Sono vivi nelle coscienze di coloro che accettano di assumersi responsabilità: di lottare per la Giustizia, di condurre una vita onesta e dignitosa.

sabato 18 luglio 2015

Manfredi Bosellino: "Per mia sorella Lucia un calvario simile a quello di mio padre"

Alla commemorazione di Paolo Borsellino, le parole di Manfredi, figlio del giudice, rompono il muro di ipocrisia che circonda certi uomini e certe istituzioni di questo paese: non è più ammissimibile far finta di non sapere e di non vedere le "maschere dell'antimafia", "i professionisti della legalità"; coloro che per raggiungere, difendere, conservare, potere e privilegi sono pronti a stringere patti con gli eredi di coloro che, mafiosi e "zona grigia", decisero morti ingiuste.

Fonte: La Repubblica

Manfredi Borsellino interviene alla cerimonia. Presente, contrariamente a quanto annunciato, il figlio Manfredi che qualche giorno fa aveva annunciato che sarebbe stato regolarmente a Cefalù dove dirige il commissariato di Polizia. 

"Da oltre un anno mia sorella Lucia era consapevole del clima di ostilità e delle offese subite solo per adempiere il suo dovere, in corsi e ricorsi drammatici che ricordano la storia di mio padre", ha esordito. Poi rivolto a Sergio Mattarella ha spiegato: 
"Signor presidente della Repubblica come le ho anticipato nel nostro incontro privato sono qui per lei, non era prevista nè forse la mia presenza in questa aula oggi nè il mio intervento che rischia di far saltare la scaletta. Già l'anno scorso ho tentato, ho provato a ricordare mio padre - ha proseguito - ricordare non commemorare, perché si commemorano i morti visto che io lo ritengo vivo. Non sono qui per ricordare o commemorare, lo faranno altri meglio di me senza commuoversi. Lei è tra questi, perché lei non solo ha il nostro stesso vissuto, e può comprendere cosa io e le mie sorelle stiamo vivendo. Ma lei è sempre stato un punto di riferimento per mio padre e la mia famiglia. Ho avuto l'onore e l'occasione di assistere per due volte a un colloquio telefonico con mio padre e ho sempre notato la reverenza, il grado di stima che provava nei suoi confronti. Siccome non voglio commuovermi, preferisco leggere un testo, parole importanti che è bene leggerle"
Lucia Borsellino
"Per mia sorella un calvario simile a quello di mio padre": "Lucia ha portato una croce. Lucia si è trovata a operare alla guida di uno dei rami più delicati della Regione, mia sorella Lucia ha portato la croce e tante persone possono venire a testimoniarlo, fino al 30 giugno di quest'anno". Ha poi detto tra le lacrime. "Lucia è rimasta assessore fino al 30 giugno perché ama a dismisura il suo lavoro, voleva davvero una sanità libera e felice - dice - E' rimasta per amore di giustizia, poi non ce l'ha fatta più non so con quale forza ha tollerato. Per amore della giustizia, per suo padre, per potere spalancare agli inquirenti le porte della sanità dove si annidano mafia e malaffare. Da oltre un anno era consapevole del clima di ostilità e delle offese che le venivano rivolte". "La lettera di dimissioni con cui mia sorella Lucia ha lasciato l'assessorato  - ha aggiunto Manfredi Borsellino - ha prodotto il silenzio sordo delle istituzioni, soprattutto regionali. Ma quella lettera dice tutto e andrebbe riletta". "Intervengo - ha aggiunto - perché non credevo che la figlia prediletta di mio padre, quella con cui lui viveva in simbiosi, avrebbe dovuto vivere un calvario simile a quello di suo padre nella stessa terra che ha poi elevato lui a eroe". 
Manfredi sulla telefonata di Tutino. "Non posso entrare, per le mansioni che ricopro - ha ricordato il commissario di polizia Borsellino - nel merito delle indiscrezioni giornalistiche di questi giorni, che indipendentemente dalle verifiche che verranno fatte sull'attendibilità di determinate circostanze, avranno turbato tutte le persone presenti in quest'aula, ma vi assicuro che non hanno turbato l'interessata, mia sorella Lucia - dice ancora Manfredi - per una semplice ragione: perché da oltre un anno, l'ho vissuto da fratello, era consapevole del clima di ostilità in cui operava, delle offese che le venivano rivolte per adempiere nient'altro che il suo dovere, purtroppo sono corsi e ricorsi storici drammatici. 
Oggi, io dovrei chiederle di essere destinato altrove, lontano da questa terra. Ma non solo non lo chiedo, ribadisco con forza che ho il dovere di rimanere qui: lo devo a mio padre ma ora più che mai lo devo soprattutto a mia sorella Lucia".