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mercoledì 1 maggio 2024

Primo Maggio: Festa del Lavoro - Primo maggio 1947: Strage di Portella delle Ginestre.

Primo Maggio: Festa del Lavoro,  Primo maggio 1947: Strage di Portella delle Ginestre. 

Un filo rosso-sangue fa sì che in Italia ancora oggi sia forte il "ricatto del lavoro", tanto che c'è davvero poco da festeggiare e ancora tanto per cui dover lottare: per coloro che hanno perso il lavoro; per coloro che un lavoro non l'hanno mai avuto; per coloro che lavorano senza diritti; per coloro che sul lavoro perdono la vita. 


la stele che ricorda la strage di Portella delle Ginestre avvenuta il 1 maggio 1947
 


Il presidente Mattarella: "Mille morti sul lavoro in un anno rappresentano una tragedia inimmaginabile. Ciascuna di esse è inaccettabile.E' ben noto che il lavoro è una delle leve più importanti di progresso, di coesione sociale. Per le famiglie italiane ha c ostituito il vettore principale del miglioramento sociale nei decenni trascorsi". 

Nei primi quattro mesi del 2024 sono stati già più di 350 le vittime del Lavoro in Italia: uno scandalo che non provoca indignazione



La Strage di Portella della Ginestra, Primo maggio 1947, viene considerata la prima "strage di stato", l'inizio di quella che negli anni successivi verrà detta "strategia della tensione": spargere sangue innocente per impedire che le cose cambino, oppure per indirizzare il cambiamento nella direzione voluta da un potere oscuro e "mafioso". La connivenza, la complicità, fra mala-politica e mafie è poi un corollario drammatico, scandaloso, inequivocabile, provato. 
Scandaloso è vedere come alcuni comportamenti del "potere" sembrano ricalcare i principi del potere mafioso: così come i capi-mafia siciliani distribuivano  le terre ai contadini (non per merito bensì per "appartenenza,fedeltà o contiguità", per ricatto!) così il "potere" concede spesso il Lavoro: incarichi, nomine, accreditamenti, distribuiti secondo "familismi amorali" oppure a  premiare "indicibili meriti".  
Da principio fondamentale di una nazione, il Lavoro è diventato merce di scambio, regalia per compensare e premiare amici e servi del potere, costruendo nel contempo regole-norme a privilegiare i cosiddetti "poteri-forti": elemento chiave che ha reso possibile da un lato l'incremento delle diseguaglianze e dall'altro l'accumulazione di ricchezza nelle mani di "soliti noti": uno scambio che fortifica  "il ricatto del Lavoro".
Anche contro questo, contro il ricatto del lavoro, manifestavano i contadini di quel 1° maggio del 1947 a Portella della Ginestra.


Le parole di Serafino Pettasopravvissuto alla strage dei contadini di Portella della Ginestra, che fece 12 morti e 27 feriti.

«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari. Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare». A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», spiega. «Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame. Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

sabato 18 luglio 2015

Manfredi Bosellino: "Per mia sorella Lucia un calvario simile a quello di mio padre"

Alla commemorazione di Paolo Borsellino, le parole di Manfredi, figlio del giudice, rompono il muro di ipocrisia che circonda certi uomini e certe istituzioni di questo paese: non è più ammissimibile far finta di non sapere e di non vedere le "maschere dell'antimafia", "i professionisti della legalità"; coloro che per raggiungere, difendere, conservare, potere e privilegi sono pronti a stringere patti con gli eredi di coloro che, mafiosi e "zona grigia", decisero morti ingiuste.

Fonte: La Repubblica

Manfredi Borsellino interviene alla cerimonia. Presente, contrariamente a quanto annunciato, il figlio Manfredi che qualche giorno fa aveva annunciato che sarebbe stato regolarmente a Cefalù dove dirige il commissariato di Polizia. 

"Da oltre un anno mia sorella Lucia era consapevole del clima di ostilità e delle offese subite solo per adempiere il suo dovere, in corsi e ricorsi drammatici che ricordano la storia di mio padre", ha esordito. Poi rivolto a Sergio Mattarella ha spiegato: 
"Signor presidente della Repubblica come le ho anticipato nel nostro incontro privato sono qui per lei, non era prevista nè forse la mia presenza in questa aula oggi nè il mio intervento che rischia di far saltare la scaletta. Già l'anno scorso ho tentato, ho provato a ricordare mio padre - ha proseguito - ricordare non commemorare, perché si commemorano i morti visto che io lo ritengo vivo. Non sono qui per ricordare o commemorare, lo faranno altri meglio di me senza commuoversi. Lei è tra questi, perché lei non solo ha il nostro stesso vissuto, e può comprendere cosa io e le mie sorelle stiamo vivendo. Ma lei è sempre stato un punto di riferimento per mio padre e la mia famiglia. Ho avuto l'onore e l'occasione di assistere per due volte a un colloquio telefonico con mio padre e ho sempre notato la reverenza, il grado di stima che provava nei suoi confronti. Siccome non voglio commuovermi, preferisco leggere un testo, parole importanti che è bene leggerle"
Lucia Borsellino
"Per mia sorella un calvario simile a quello di mio padre": "Lucia ha portato una croce. Lucia si è trovata a operare alla guida di uno dei rami più delicati della Regione, mia sorella Lucia ha portato la croce e tante persone possono venire a testimoniarlo, fino al 30 giugno di quest'anno". Ha poi detto tra le lacrime. "Lucia è rimasta assessore fino al 30 giugno perché ama a dismisura il suo lavoro, voleva davvero una sanità libera e felice - dice - E' rimasta per amore di giustizia, poi non ce l'ha fatta più non so con quale forza ha tollerato. Per amore della giustizia, per suo padre, per potere spalancare agli inquirenti le porte della sanità dove si annidano mafia e malaffare. Da oltre un anno era consapevole del clima di ostilità e delle offese che le venivano rivolte". "La lettera di dimissioni con cui mia sorella Lucia ha lasciato l'assessorato  - ha aggiunto Manfredi Borsellino - ha prodotto il silenzio sordo delle istituzioni, soprattutto regionali. Ma quella lettera dice tutto e andrebbe riletta". "Intervengo - ha aggiunto - perché non credevo che la figlia prediletta di mio padre, quella con cui lui viveva in simbiosi, avrebbe dovuto vivere un calvario simile a quello di suo padre nella stessa terra che ha poi elevato lui a eroe". 
Manfredi sulla telefonata di Tutino. "Non posso entrare, per le mansioni che ricopro - ha ricordato il commissario di polizia Borsellino - nel merito delle indiscrezioni giornalistiche di questi giorni, che indipendentemente dalle verifiche che verranno fatte sull'attendibilità di determinate circostanze, avranno turbato tutte le persone presenti in quest'aula, ma vi assicuro che non hanno turbato l'interessata, mia sorella Lucia - dice ancora Manfredi - per una semplice ragione: perché da oltre un anno, l'ho vissuto da fratello, era consapevole del clima di ostilità in cui operava, delle offese che le venivano rivolte per adempiere nient'altro che il suo dovere, purtroppo sono corsi e ricorsi storici drammatici. 
Oggi, io dovrei chiederle di essere destinato altrove, lontano da questa terra. Ma non solo non lo chiedo, ribadisco con forza che ho il dovere di rimanere qui: lo devo a mio padre ma ora più che mai lo devo soprattutto a mia sorella Lucia".




 


lunedì 9 febbraio 2015

“I nodi sono molto grossi, le armi appaiono spuntate: spero di farcela, e presto”

Il dovere della MEMORIA. Dall'elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica, una fotografia in bianco e nero (scattata da Letizia Battaglia, la più importante fotografa italiana) lega la storia del neo- Presidente alla fine tragica di suo fratello Piersanti, ucciso da "cosa nostra" il giorno dell'Epifania del 1980. 
Ma sono le parole pronunciate dai due fratelli nei due momenti cruciali della loro storia che dovrebbero farci riflettere: le parole pronunciate dal primo - da Piersanti-  a poche ore dalla sua uccisione; le parole  di Segio Mattarella nel suo discorso di insediamento alla carica di Presidente della Repubblica, nel passaggio che riguarda il cancro della corruzione e delle mafie. 
Se accostiamo quelle parole, trentacinque anni di storia drammatica di questo paese sembrano essere trascorsi invano, tanto simili sono i riferimenti, i concetti espressi. Accostando quelle parole comprendiamo che troppo poco è stato fatto per vincere la battaglia contro la corruzione, le mafie, la mala-politica. 
O si combattono quelle battaglie o non si combatte niente.
Piersanti Mattarella lo aveva capito e per questo è stato ucciso.
Auguriamo al presidente Sergio Mattarella di combattere le battaglie per sconfiggere corruzione, mafie e mala-politica.
Giuseppe Fava così scriveva di Piersanti Mattarella ne "I cento padroni di Palermo":   
"(...) Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? (...)"


La sera di sabato 5 gennaio 1980 il Telegiornale regionale siciliano aveva mandato in onda  l'ultima intervista rilasciata da Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia. Il tema dell'intervista era "Sicilia: nel buio degli anni ’80". L'intervista viene pubblicata in una sintesi dal «Giornale di Sicilia» proprio nell'edizione del 6 gennaio, il giorno in cui Mattarella sarà ucciso. Il titolo scelto era: “I nodi sono molto grossi, le armi appaiono spuntate: spero di farcela, e presto”: sono le parole che Piersanti Mattarella pronuncia in un passaggio della stessa intervista. Riportiamo la parte finale dell'intervista, quando il giornalista incalza Piersanti Mattarella sule azioni messe in atto per contrastare la mafia

Stralcio dell'intervista di Piersanti Mattarella: 
“I nodi sono molto grossi, le armi appaiono spuntate: spero di farcela, e presto”
(...) Domanda. Il ’79 è stato l’anno in cui della mafia, dopo un crescendo di violenza, si è parlato dentro il palazzo. È riconosciuto che il fenomeno si alimenta di un malessere sociale per rispondere al quale sono necessari fatti politici, non solo misure di polizia. Ma quali fatti politici in tal senso la Regione ha prodotto, quali potrà produrre?


Risposta di P. Mattarella. «Fatti politici ci sono stati. Cito soltanto i due dibattiti in Assemblea regionale conclusi con voto unanime. Molte indicazioni concrete per far fronte al fenomeno sono state accolte dai recenti provvedimenti del Consiglio dei ministri in materia di ordine pubblico». 


D. Siamo sempre sul piano delle misure di polizia. I fatti politici riguardano il risanamento del costume pubblico. Il cardinale Pappalardo nell’ultima lettera pastorale ha detto che la mafia è pure quella sensazione di sicurezza prodotta dall’esser «protetti da un amico o da un gruppo di amici che contano». Questi gruppi si insediano pure dentro la classe dirigente.


R. «Il richiamo del cardinale è appropriato. Il problema esiste perché nella società a diversi livelli, nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia. Pure è necessario risvegliare doveri individuali e comportamenti dei singoli che finiscono con il consentire il formarsi di un’area dove il fenomeno ha potuto, dico storicamente, allignare e prosperare».

Stralcio del discorso di Sergio Mattarella nel giorno del suo giuramento

"(...) Garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità.
La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute. La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile. Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini. Impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato.Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci. 
L'attuale Pontefice, Francesco, che ringrazio per il messaggio di auguri che ha voluto inviarmi, ha usato parole severe contro i corrotti: «Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini».
E' allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove, anche in aree geografiche storicamente immuni. Un cancro pervasivo, che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti. Dobbiamo incoraggiare l'azione determinata della magistratura e delle forze dell'ordine che, spesso a rischio della vita, si battono per contrastare la criminalità organizzata. 
Nella lotta alle mafie abbiamo avuto molti eroi. Penso tra gli altri a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Per sconfiggere la mafia occorre una moltitudine di persone oneste, competenti, tenaci. E una dirigenza politica e amministrativa capace di compiere il proprio dovere.(...)"