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lunedì 21 novembre 2016

Lettera aperta All'amministrazione di Pinerolo: Noi siamo con Nino Di Matteo e i giudici della "Trattativa"

Così scriveva don Luigi Ciotti tre anni orsono, quando venne resa pubblica l'intercettazione ambientale nella quale Toto Riina minacciava di morte il giudice Nino Di Matteo: "Caro Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d`Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale. È un problema più profondo, anche culturale e sociale. Una questione che non sarebbe ancora cosi grave se a contrastare le mafie ci fossero stati, oltre alla magistratura e alle forze di polizia, la coscienza pulita e l`impegno della maggior parte degli italiani. Questa coscienza e questo impegno, lentamente e faticosamente si sono negli anni moltiplicati.(...)"  qui il testo integrale della lettera.
Pur tuttavia, la coscienza e l'impegno di molti non sono serviti a rompere l'isolamento nel quale paiono costretti il giudice Di Matteo ed i colleghi che portano avanti il processo sulla "trattativa".
Lo ripetiamo ancora una volta: mafie, corruzione, mala-politica, ingiustizia sociale, sono facce della stessa medaglia! Alla luce degli scandali gravissimi che emergono quasi quotidianamente, l’impegno di conoscenza e di riflessione su temi come quelli dovrebbe essere fra gli elementi costituenti il corpo centrale dell’agenda culturale di una amministrazione pubblica,  il fondamento etico di ogni comunità.
Persistendo quindi il pericolo sull'incolumità del giudice che conduce un processo  nel quale imbarazzanti silenzi, “non ricordo”, negazione di possibili elementi conoscitivi, sono elementi che hanno costellato la storia di quel dibattimento, chiediamo alla presente Amministrazione, al Consiglio Comunale, di considerare l'opportunità che, anche dalla comunità di Pinerolo, arrivi un atto di solidarietà al giudice Di Matteo e agli altri giudici che conducono il processo sulla “Trattativa”.
Riportiamo l'intervista al giudice Di Matteo, trasmessa su RAI UNO lo scorso 19 novembre


                                       Lettera aperta All'amministrazone di Pinerolo


                        "Noi siamo  con Nino Di Matteo e i giudici della "Trattativa"

- Alla c.a. Del Sindaco di Pinerolo
- Al Presidente del Consiglio Comunale
- Agli Assessori del Comune di Pinerolo: Politiche Culturali e di Cittadinanza Attiva, Istruzione, Politiche Sociali
- p.c. Al Consiglio Comunale di Pinerolo
Oggetto: atto di solidarietà nei confronti del giudice Nino Di Matteo e dei giudici del processo sulla “Trattativa
Il giudice Nino Di Di Matteo ha espresso pochi giorni orsono la volontà di restare a Palermo nonostante l'ennesima intercettazione abbia dimostrato come il progetto mafioso di eliminare fisicamente il giudice sia ancora in atto, concreto e persistente. Il Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.) aveva proposto al giudice Di Matteo il trasferimento a Roma, a ricoprire un incarico presso la Direzione Nazionale Antimafia (D.I.A.).Le parole di Nino Di Matteo, rifiutando la proposta del C.S.M.: “Accettare un trasferimento d'ufficio connesso esclusivamente a ragioni di sicurezza sarebbe stato un segnale di resa personale e istituzionale che non intendo dare". Nino Di Matteo, lo ricordiamo, è pubblico ministero del processo cosiddetto “la Trattativa”, facendo in questo riferimento all'ipotesi che, nell'estate delle stragi siciliane del 1992, “pezzi” dello Stato abbiano “trattato” con cosa nostra per “salvare” dalla vendetta mafiosa esponenti della classe politica di allora.
Le preoccupazioni sull'incolumità del giudice Nino di Matteo nascono quando nel novembre 2013, nel carcere di Opera, Totò Riina viene intercettato durante una “chiacchierata” con un altro detenuto, Antonio Lorusso ( personaggio ambiguo, affiliato salla Sacra Corona Unita ma sospetato di appartenere ad apparati della polizia). In quella conversazione, Riina auspica l'uccisione del pubblico ministero Nino Di Matteo: "(…) deve fare la fine dei tonni". E continua: "E allora organizziamola questa cosa... Facciamola grossa e non ne parliamo più. (…) Perché questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo, un'esecuzione come a quel tempo a Palermo, con i militari". La notizia delle minacce al giudice Di Matteo aveva suscitato lo sconcerto di quanti agognano la verità su quei mesi del 1992, fra i più oscuri della storia della Repubblica, nella quale vennero uccisi tanti fedeli servitori dello Stato, primi fra tutti i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Anche don Luigi Ciotti, a nome di Libera, aveva espresso solidarietà a Nino di Matteo in una accorata lettera aperta. Anche noi del presidio LIBERA “Rita Atria” eravamo stati colpiti dalla vicenda. Tanto che agli studenti che avevamo incontrati in quell'anno avevamo fatto conoscere la lettera di Luigi Ciotti chiedendo, nel caso avessero condiviso i contenuti della Lettera, di scattare una fotografia: “Anche Noi siamo con Nino Di Matteo e i giudici della trattativa”. Di seguito il collage di alcune fotografie fatte pervenire al giudice Di Matteo. Questo piccolo segno per continuare a ribadire -a Nino Di Matteo e agli altri giudici che svolgono il loro lavoro a servizio della Verità e della Giustizia- quanto scrive nella sua lettera Luigi Ciotti:”Non sarete mai più soli”.

Riteniamo importante che anche oggi si voglia manifestare -con segni e azioni concrete- la volontà di Verità, fondamento della Giustizia. Lo ripetiamo ancora una volta: mafie, corruzione, mala-politica, ingiustizia sociale, sono facce della stessa medaglia! Alla luce degli scandali gravissimi che emergono quasi quotidianamente, l’impegno di conoscenza e di riflessione su temi come quelli dovrebbe essere fra gli elementi costituenti il corpo centrale dell’agenda culturale di una amministrazione pubblica. Il cammino intrapreso da codesta Amministrazione con l'adesione alla Carta di Avviso Pubblico, a nostro parere, percorre quel sentiero.
19-07-2012  insediamento Commissione Consiliare antimafia"
Riteniamo inoltre che alla formazione di una cultura della comunità contro “il pensiero mafioso” possa servire anche riprendere quanto avviato nel passato, sia pure con scarsa convinzione: l’azione conoscitiva, culturale, che doveva essere svolta dalla cosiddetta "Commissione Consiliare antimafia", formata dalla passata Amministrazione pinerolese. Insediata il 19 luglio 2012 proprio su proposta del presidio “Rita Atria”, nel ventennale della strage di Via D’Amelio, quella commissione si era poi  riunita in realtà una sola volta per poi “sparire”.
Per quanto esposto, persistendo il pericolo sull'incolumità del giudice che conduce un processo nel quale imbarazzanti silenzi, “non ricordo”, negazione di possibili elementi conoscitivi, sono elementi che hanno costellato la storia di quel dibattimento, chiediamo alla presente Amministrazione, al Consiglio Comunale, di considerare l'opportunità che, anche dalla comunità di Pinerolo, arrivi un atto di solidarietà al giudice Di Matteo e agli altri giudici che conducono il processo sulla “Trattativa”.
Auspicando l'attenzione sua, Signor Sindaco, della presente Amministrazione e del Consiglio Comunale, a quanto da noi presentato, cogliamo l'occasione per porgere cordiali saluti.  
Arturo Francesco Incurato
referente presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo 

giovedì 14 novembre 2013

Di Matteo deve morire.L’ULTIMO RICATTO DEL BOSS STANCO?

"Di Matteo deve morire. E con lui tutti i pm della trattativa, mi stanno facendo impazzire", avrebbe detto Totò Riina  dopo l’ultima udienza del processo che sta cercando di indagare i segreti della trattativa (oscena)  fra Stato e mafia ai tempi delle stragi del 1992-93. 
"Quelli lì devono morire, fosse l’ultima cosa che faccio", ha urlato a un compagno di carcere. 


Nino Di Matteo nel giorno della commemorazione della strage di Via D'Amelio


don Luigi Ciotti
Di oggi la dichiarazione di don Ciotti: "Caro Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d`Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale."
Ma le parole di Riina, come sempre accade nelle parole di mafioso, nascondono e celano un messaggio criptato, un messaggio celato e indirizzato a qualcuno. E' quanto prova s spiegare Attilio Bolzoni nel suo articolo riportato sotto





L’ULTIMO RICATTO DEL BOSS STANCO (Attilio Bolzoni) 

La furia di Totò Riina non è soltanto furia. Sono parole che trasportano un messaggio disperato, molto obliquo. Apparentemente il suo bersaglio è il magistrato Nino Di Matteo, in realtà sta “parlando” con altri e per conto di altri. I suoi complici nelle stragi del 1992. Ha scaricato la sua rabbia contro il pubblico ministero del processo sulla trattativa fra Stato e mafia ma il vecchio boss di Corleone, che farà ottantatré anni sabato, tenta di giocare la sua ultima carta per non restare incastrato come unico responsabile delle bombe che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Avvisa, esplode in modo inusuale per un capo della sua levatura, si scompone, si sfoga per avvertire che «ucciderà ancora», nella sostanza però si rivolge a chi l’ha trascinato nella tragica stagione stragista per poi seppellirlo per sempre in una tomba carceraria.


È forse il grido finale di Totò Riina, una sorta di estremo appello per condividere passato e responsabilità o — come sostiene qualcuno — per fermare chi sta facendo affiorare frammenti di verità su quei delitti eccellenti. Non è mai semplice decifrare i “ragionamenti” di un capo mafioso. Ma questa volta Totò Riina è rimasto nudo, si è scoperto fragile come mai prima — nei 21 anni di detenzione è stato un detenuto modello — proprio sul processo sulla cosiddetta trattativa, il suo nervo scoperto, la vicenda dove ha perso la faccia e il suo onore davanti al popolo mafioso.



Cosa voleva dire il boss di Corleone minacciando l’uccisione di Di Matteo e degli altri magistrati siciliani? Quale era il suo obiettivo, ben sapendo che ogni suo sospiro sarebbe stato intercettato dalle microspie che gli hanno inserito probabilmente anche fra i capelli? Voleva trasmettere coscientemente qualcosa fuori, all’esterno. Voleva far sapere che lui non vuole più “accollarsi” tutto il peso dei massacri di Capaci e di via D’Amelio. Questa è la prima ipotesi che si può avanzare sulla sceneggiata che è andata in onda in un braccio del carcere milanese di Opera.



L’altra ipotesi, molto più inquietante, la rilancia — con un linguaggio contorto — il solitamente prudente procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che spiega: «Se così fosse nelle minacce di Totò Riina c’è una specie di copertura ideale per le azioni violente fatte da soggetti diversi da Cosa Nostra». Una «chiamata alle armi », dice poi il procuratore. Indirizzata a chi? Chi sono questi «soggetti diversi» o le «entità esterne» a Cosa Nostra cui allude il procuratore di Palermo?



Il punto centrale dello sfogo di Riina è proprio questo: a chi e perché sta mandando le sue minacce. Ha preso di mira un magistrato che da molti anni è immerso a indagare fra trame di mafia e di Stato. Un magistrato che dalla fine del 2010 è pedinato, spiato, intercettato, minacciato. Un magistrato che la scorsa estate è entrato nei santuari dei servizi segreti per cercare indizi su quel negoziato fra apparati e fazioni di Cosa Nostra al tempo delle stragi. È un caso, solo un caso che il boss abbia scelto lui come personaggio da colpire con le sue invettive? È un caso che abbia citato nel suo sproloquio — ben sapendo che sarebbe stato ascoltato — il pm della trattative? È un caso che abbia speso qualche parola anche per quell’altro magistrato — Roberto Scarpinato, il procuratore generale di Palermo, «che prima era a Caltanissetta e ora è tornato a Palermo e si dà troppo da fare» — che è uno di quei pubblici ministeri che fin dal 1992 insegue i fili delle contiguità tra «sistemi criminali italiani» e la mafia?

La sfuriata di Totò Riina è la lucida conseguenza di una tormentata riflessione su se stesso e sulla sua organizzazione criminale. Si è sentito fottuto per sempre. E ora lancia fuoco e fiamme. Per ricostruire questa vicenda dove Stato e mafia sono legati da indicibili accordi, dimentichiamo lo scontro dei pm di Palermo con il presidente della Repubblica su quelle quattro telefonate intercettate con l’ex presidente del Senato Nicola Mancino (sono state distrutte), dimentichiamo i contrasti istituzionali che ne sono seguiti. È tutto contorno, fuffa per non affrontare seriamente cosa è accaduto 21 anni fa giù in Sicilia. Chi alimenta quelle polemiche non vuole andare sino in fondo alla questione, chi ancora rivanga il duello Napolitano-pm di Palermo perde di vista il cuore del problema: la trattativa che c’è stata, le «convergenze di interessi» che hanno portato alle uccisioni di Falcone e Borsellino. Ma c’è chi fa ancora resistenza, chi ha interesse a confondere, a far finire nomi grossi a tutti i costi nell’arena.
Ma non è così. Non sono i nomi di “grido” quelli che richiama Totò Riina, non sono capi di Stato o fantomatiche potenze straniere quelle che vuole coinvolgere. Sono nomi più nascosti. E lui si è rivolto a loro. Solo a loro. Mettendo in un tritacarne un magistrato di Palermo che non sa più chi sono gli amici e chi sono i nemici, chi è che con lui e chi è contro di lui. 
La furia di Totò Riina è un ricatto, l’ultimo.

venerdì 19 luglio 2013

Palermo 19 luglio 1992 Via D'Amelio. "PER AMORE"

Fare memoria. Palermo 19 luglio 1992 Via D'Amelio ore 16.58. Lo scandalo di una Strage di Stato
Giudice Paolo Borsellino (52 anni); Catalano Agostino (43 anni) assistente capo della Polizia di Stato; Emanuela Loi ( 24 anni) agente della Polizia di StatoWalter Eddie Cosina (31 anni) agente scelto polizia di Stato; Traina Claudio (27 anni) agente scelto della Polizia di Stato Vincenzo Li Muli   (22 anni) Agente della Polizia di Stato.
Sappiamo chi li ha uccisi e perchè sono stati uccisi! 
Non abbiamo ancora le prove!

PER AMORE




Se ci chiediamo perchè hanno accetto di morire, la risposta la troviamo nelle parole che  lo stesso Paolo Borsellino pronunciò la sera del 23 giugno 1992, a un mese dalla Strage di Capaci, durante la commemorazione dell'eccidio fatta nel cortile di Casa Professa, a Palermo. 
Quella sera Paolo Borsellino ricorda Giovanni Falcone, l'amico fraterno, il compagno di giochi nei cortili della Khalsa di Palermo, l'amico  dinanzi al cui feretro aveva rinnovato il patto di amicizia "per sempre". Paolo Borsellino parla di Giovanni Falcone ma, lo sappiamo, parla anche di se stesso. 
Le parole di Paolo Borsellino:
"(...) Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? 
Per amore! 
La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. 
Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.(...)
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo."

Anche Paolo Borsellino, Catalano Agostino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Traina Claudio, Vincenzo Li Muli , sono vivi!

mercoledì 12 settembre 2012

Perche le parole di Antonio Ingroia suscitano scandalo nel Consiglio Superiore della magistratura?


Ancora oggi, il vice presidente del Csm Michele Vietti si è espresso in relazione al "Il caso Ingroia". 
Antorio Ingroia
La polemica in atto è quella nata sulle intercettazioni ordinate dalla procura di Palermo a carico dell'on. Mancino e che hanno coinvolto il Capo dello Stato, interpellato telefonicamente da Mancino; da qui la  conseguente decisione di Napolitano di porre il conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale.

Il vicepresidente Vietti  ha dichiarato questa mattina: "Uscire dalla psicosi degli attacchi ed entrare nell'ottica del servizio al cittadino: è quello che devono fare i magistrati, oltre che "assicurare imparzialità" anche fuori dall'esercizio delle loro funzioni. (...) 
La risposta di Antonio Ingroia, non si è fatta attendere: "Ho il diritto di partecipare al dibattito pubblico, e rivendico il diritto di farlo ovunque. Se vado ad una festa del Pd non succede nulla, perchè se vado a quella de Il Fatto Quotidiano scoppia la polemica? Il problema per cui ci trasciniamo la mafia in questo paese è da ricercarsi nei rapporti fra Cosa nostra e Stato italiano. Io dico semplicemente, che nessun governo di maggioranza di centro destra o centro sinistra è immune da peccati".

Riportiamo le parole pronunciate alla festa del Fatto quotidiano e per le quali Antonio  Ingroia, insieme al collega Di Matteo, nei giorni scorsi è stato ripreso ufficialmente dal Rodolfo Sabelli, presidente del Consiglio Superiore della Magistratura

La mafia è un sistema di potere criminale, ha la sua forza dentro i piani alti delle società e pezzi delle istituzioni politiche. Per questa ragione abbiamo bisogno di voi. Non è questione di ricerca di consenso, è necessario che la gente sappia la verità non solo giudiziaria, ma quella storica e politica. Non è questione di addetti ai lavori – sostiene il magistrato – sappiamo bene che nel buio e nel silenzio si commettono le più grandi nefandezze. Io credo la posta in gioco sia alta, la campagna di stampa, di denigrazione contro la procura di Palermo nasce da interessi e obbiettivi inconfessabili. Si vuole fare piazza pulita di Palermo e delle chance di verità su quella stagione e di fare piazza pulita delle intercettazioni. Abbiamo fatto la nostra partita, abbiamo fatto il nostro lavoro. Abbiamo concluso la nostra indagine. Sarà un processo lungo, dei giudici valuteranno se le prove saranno sufficienti. Sappiamo, siamo consapevoli che è non emersa ancora tutta la verità su quella stagione. Abbiamo bisogno del vostro sostegno, dell’attenzione. Che i riflettori siano sempre accessi. Ad oggi in queste condizioni, questo è il massimo risultato”. 
Ingroia poi parla del Parlmento delle “leggi ad personam” e del “disastro legislativo” che ha provocato e quindi invoca una legge che punisca lo scambio di favori tra politica e mafia, una legge sull’autoriciclaggio
Infine l’appello: “Tocca a voi – dice al pubblico – non essere tifosi e spettatori. Dovete cambiare questo ceto politico, questa classe dirigente perché io credo che per voltare pagina si deve smettere con questa politica di convivenza con la mafia che ha caratterizzato tutta la storia del nostro paese”. E infine: “Capisco che il libro dei sogni ha troppe pagine, sappiate che il vostro futuro è nelle vostre mani”. 
Antonio Ingroia