Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post

giovedì 30 aprile 2015

Pio La Torre e Rosario Di Salvo. 30 aprile 1982

Pio La Torre e Rosario Di Salvo: vite senze compromessi, contro le mafie ed i "poteri forti". Sono le 9:20 del 30 aprile 1982. Pio La Torre sta raggiungendo la sede del PCI, a Palermo, a bordo di una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo

Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi. L'auto venne investita da una raffica di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Erano i giorni della "seconda guerra di mafia": la "mattanza" condotta dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, mieteva centinaia di vittime in Sicilia . Pio La Torre propone al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini  di inviare a Palermo -come prefetto- il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il carabiniere che ha sconfitto il terrorismo. 
Non fanno in tempo a incontrarsi.Il giorno dopo l'uccisione di Pio La Torre, arriva a Palermo il generale Dalla Chiesa. "Perché hanno ucciso La Torre?", gli chiedono i giornalisti. "Per tutta una vita", risponde lui.

 Fonte: Antimafiaduemila 

Falcone, Chinnici e Cassarà un presagio nella scena del delitto

 di Attilio Bolzoni - 29 aprile 2015

Sono lì anch’io quella mattina, con il taccuino in mano e il cuore in gola. Giro e rigiro intorno alla berlina scura, provo a non guardare quella gamba che penzola dal finestrino. Mi fa troppo paura.


Saluto Giovanni Falcone, saluto Rocco Chinnici, non ho il coraggio di avvicinarmi a Paolo Borsellino, è con le spalle al muro mentre si accende un’altra sigaretta con il mozzicone che ha già fra le dita. C’è anche Cassarà dell’Investigativa. Gli chiedo: «Ninni, cosa sta succedendo?». Mi risponde: «Questa è una città di cadaveri che camminano».
C’è un fotografo sulla strada. Aspetta che loro, Falcone e Cassarà, Chinnici , siano per un attimo tutti vicini. Poi scatta.
Ogni tanto mi capita di rivedere quella foto su qualche vecchio giornale. Dopo più di trent’anni, ho sempre un brivido. Erano tutti vicini in una strada che è un budello in mezzo alla città delle caserme, vie che portano i nomi dei generali della grande guerra, brigate e reggimenti acquartierati dietro il sontuoso parlamento dell’isola. Erano tutti lì, silenziosi e immobili intorno all’ultimo cadavere di una Sicilia tragica.
Me ne sono andato da quella strada pensando al movente della sua uccisione. Pio La Torre (in foto) lo volevano morto perché aveva capito prima degli altri che la Sicilia era diventata un laboratorio criminale, terra di sperimentazione per accordi di governo da esportare a Roma, porto franco, regno di latitanti in combutta con questori e prefetti, onorevoli mafiosi e mafiosi onorevoli. Dopo più di tre decenni la penso ancora come quella mattina di primavera: Pio La Torre è morto perché parlava due lingue, sapeva tradurre il siciliano in italiano. E aveva tutta l’autorevolezza per rappresentare a Roma quello che lui aveva capito di Palermo e della sua Sicilia.

 

Erano le 9:20 del 30 aprile 1982. Pio La Torre stava raggiungendo la sede del PCI, a Palermo, a bordo di una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo.
Pio La Torre e Rosario Di Salvo
Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi. L'auto venne investita da una raffica di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Erano i giorni della "seconda guerra di mafia": la "mattanza" condotta dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, mieteva centinaia di vittime in Sicilia . Pio La Torre propone al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini  di inviare a Palermo -come prefetto- il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il carabiniere che ha sconfitto il terrorismo. 
Non fanno in tempo a incontrarsi.Il giorno dopo l'uccisione di Pio La Torre, arriva a Palermo il generale Dalla Chiesa. "Perché hanno ucciso La Torre?", gli chiedono i giornalisti. "Per tutta una vita", risponde lui.

 Fonte : Narcomafie
A oltre tre decenni dalla morte, gli interrogativi rimangono aperti sul delitto e l'eredità civile del dirigente politico italiano. Ripercorriamo la storia di quei giorni. 
La storia
L'uccisione di Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo avveniva in un clima convulso. Dalla fine degli anni settanta nella capitale siciliana era stata una sequela di delitti che avevano scosso l'opinione pubblica dell'intero Paese. Erano stati assassinati il segretario provinciale della DC Michele Reina, il giornalista Mario Francese, il vicequestore Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il giudice Gaetano Costa. Tutto questo evocava già allora un disegno coeso. Lo stesso La Torre ne era in convinto, e interpretava i delitti di quel periodo come «terrorismo mafioso».
Dopo l'uccisione di Mattarella intitolava un editoriale di Rinascita: "Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche". Poi venne il suo turno, e dopo di lui, ancora con ritmi incalzanti, fu la volta del generale Dalla Chiesa, dei magistrati Ciaccio Montalto e Rocco Chinnici, dei poliziotti Calogero ZucchettoBeppe Montana e Ninni Cassarà, del giornalista Giuseppe Fava, dell'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco. Infine, nel pieno dell'offensiva giudiziaria di Falcone e Borsellino, che avrebbe prodotto il maxiprocesso alla mafia, il gioco cambiava. Ma era stato decapitato a quel punto il ceto politico e istituzionale della Sicilia.
Si era arrivati in realtà a uno snodo. I proventi del narcotraffico e del contrabbando incrostavano ormai da anni l'economia regionale, e le famiglie mafiose, a loro modo, avevano giocato la carta della «modernizzazione», attraverso la partecipazione alle grandi opere, sullo sfondo dei patti che correvano da decenni con la politica. Ma da tempo, tanto più dopo l'implosione del sistema Sindona, qualcosa scricchiolava. Nella relazione di minoranza della Commissione Antimafia, del 1976, Pio La Torre, dopo aver documentato gli affari illeciti della capitale siciliana, chiamando in causa tra gli altri Vito Ciancimino, Giovanni Gioia, Salvo Lima e Giovanni Matta, affermava: «Il sistema di potere mafioso è entrato ormai irrimediabilmente in crisi anche a Palermo. Ne sono una testimonianza gli ultimi sviluppi della lotta politica all'interno della DC palermitana». L'analisi, molto lucida, riusciva a interpretare una tensione reale, che sarebbe divenuta esplosiva a fine decennio, quando dentro il partito democristiano andavano polarizzandosi due visioni della politica. Da una parte era la DC di Piersanti Mattarella, presidente della Regione, che, come era nelle ispirazioni del popolarismo cattolico, guardava in avanti, in direzione di una modernizzazione conseguente, che tenesse conto dei principi di trasparenza e di moralità. Dall'altra era quella andreottiana di Salvo Lima e Mario D'Acquisto, che con varie declinazioni si ergeva a difesa del sistema che a lungo aveva retto Palermo e la Sicilia.
Insediatosi a palazzo d'Orleans il 20 marzo 1978 con l'appoggio esterno del Pci, Piersanti Mattarella per le cosche e i loro referenti diventava in poco tempo, per l'incisività della sua azione, un problema di difficile gestione. Venivano fermati appalti sospetti, si cominciava a rivoluzionare la macchina burocratica e arrivavano atti politici conseguenti, come nell'autunno del 1978, quando il presidente della Regione rimuoveva dalla sua giunta l'assessore ai Lavori Pubblici Rosario Cardillo, repubblicano, ritenuto a capo di un sistema illecito di controllo degli appalti. Ma erano percepiti altri pericoli. Cesare Terranova, finita la sesta legislatura, che gli aveva consentito di operare in seno alla Commissione Antimafia e di collaborare con La Torre e altri parlamentari della Sinistra alla stesura della relazione di minoranza, rientrava al palazzo di giustizia di Palermo con l'incarico di consigliere istruttore presso la Corte d'Appello. Da procuratore della Repubblica era riuscito a fermare Luciano Liggio, e con il nuovo incarico, oltre che con il bagaglio di conoscenze acquisite all'Antimafia, avrebbe potuto infliggere danni non meno significativi ai poteri criminali della città. La Guardia di Finanza aveva schedato intanto circa tremila imprese sospettate di collusione mafiosa, mentre da diverse parti si rivendicava una legge che consentisse di portare le indagini oltre i santuari delle banche. La bancarotta di Sindona, che registrava un clamoroso colpo di scena nel giugno 1979, con l'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, nominato commissario liquidatore della BPI, restava infine un nervo scoperto. E su tale sfondo di tensioni e timori cresceva con rapidità, fino a occupare in poco tempo il centro della scena, la presenza politica e legislativa di Pio La Torre.
Dopo la conclusione dei lavori della Commissione Antimafia, nel 1976, il politico siciliano, allora responsabile nazionale dell'Ufficio agricoltura del PCI, aveva continuato a seguire con scrupolo il fenomeno mafioso nel Sud, denunciandone l'evoluzione nelle sedi di partito, sulla stampa e in diverse sedute parlamentari. Egli sostenne quindi con convinzione la ricerca delle sinergie che resero possibile l'esperimento del Governo Mattarella, facendo arrivare, quando necessario, la propria voce sui percorsi della Regione, con suggerimenti anche forti. Alla Conferenza dell'agricoltura che si tenne a Villa Igea il 9 febbraio 1979, Pio La Torre non esitò a denunciare l'assessorato regionale al ramo di illeciti gravi, additandone il capo, l'andreottiano Giuseppe Aleppo, come colluso alla criminalità organizzata. E in quella occasione, Piersanti Mattarella, che chiuse i lavori con un'ampia relazione, si guardò bene dal difendere il proprio assessore, sconcertando i presenti. Il segnale che giungeva alle consorterie era chiaro.
Quando si mise in moto a Palermo la macchina degli omicidi, Pio La Torre fu tra i primi, appunto, a comprendere la complessità strategica del progettoIntervenendo alla Camera il 26 settembre 1979, appena un giorno dopo l'uccisione di Cesare Terranova e del maresciallo Lenin Mancuso, egli affermava che si era di fronte a un salto qualitativo, «ad una sfida frontale allo Stato democratico da parte dell'organizzazione mafiosa».
E due giorni dopo l'assassinio di Piersanti Mattarella sottolineava, ancora alla Camera, che in Sicilia era in corso una battaglia cruciale «fra le forze impegnate per il cambiamento contro il sistema di potere mafioso per il rinnovamento economico, sociale e democratico delle strutture dell'isola, e quanti invece difendono tenacemente il sistema di potere mafioso». Il dirigente politico non limitava però il proprio intervento all'analisi e alla denuncia. Egli riteneva che per sostenere lo scontro occorressero strumenti nuovi, soprattutto di livello normativo. Il 6 marzo alla Camera dei Deputati annunciava quindi una legge che avrebbe proposto «misure di prevenzione e di accertamento e misure patrimoniali nei confronti degli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose, la modifica del codice penale, con la definizione di associazione mafiosa, con l'obiettivo di perseguire come reato la semplice appartenenza all'associazione stessa»La legge nota come 416 bis, di cui Pio La Torre era il redattore e il primo firmatario, veniva presentata alla Camera dei Deputati il 31 marzo 1980.
Gli eventi incalzavano. Ancora nel Palermitano venivano assassinati Emanuele Basile a Gaetano Costa, e il dirigente del PCI, mentre faceva il possibile per allontanare dalle secche il suo disegno di legge, continuava ad esporsi pericolosamente. In una Tribuna politica televisiva del 30 maggio 1981 egli si domandava: «Perché sottovalutare la spaventosa coincidenza tra la presenza di Sindona a Palermo e l'esecuzione mafiosa del giudice Terranova?».
Rompendo ogni indugio, tornava poi in Sicilia, a dirigere il comitato regionale del partito. Finiva quindi sotto una pressante minaccia, mentre si accendeva nel Paese la vicenda dei missili Cruise e Pershing che la NATO, con l'avallo del governo italiano, intendeva installare nei pressi di Comiso. L'uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo avveniva appena otto mesi dopo l'arrivo del primo a Palermo. Quale ne era il significato? Ugo Pecchioli, responsabile del partito per il problemi dello Stato, in un'intervista su «L'Ora» del 2 maggio 1982, parlava di una decisione presa in alto, «dai burattinai della mafia, perché piena di implicazioni politiche». In una relazione interna dell'11 maggio rilevava inoltre che non poteva essere esclusa nessuna ipotesi, «neppure quella da qualche parte affacciatasi di connessioni straniere». E da allora l'argomento delle possibili convergenze, politiche e atlantiche, ha attraversato i decenni. Mancati però i riscontri, la morte di La Torre e del suo compagno di partito, addebitata in via definitiva a Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca e altri capimafia, resiste tra i segreti di Palermo e della Repubblica.
La considerazione del lavoro politico e civile di Pio La Torre è cresciuta di molto lungo gli anni, maggiormente per l'evoluzione, abnorme, registrata dalle narco-economie e dagli imperi criminali. In numerosi Paesi il dirigente del PCI è riconosciuto come un legislatore che ha anticipato i tempi, per avere inaugurato la storia delle leggi di contrasto alla criminalità finanziariaLa Torre ebbe tuttavia una vicenda complessa, che solo in parte è riferibile al suo impegno contro la mafia. Egli fu, prima di tutto, un meridionalista, che dagli anni del latifondo operò per il riscatto del Sud.

sabato 4 ottobre 2014

Pino Maniaci e Telejato: il TG contro la mafia


Un esempio di coraggio e di coerenza, di impegno civile a servizio della comunità. Questa la storia pubblica che  Pino Maniaci ha saputo costruire: un irriducibile “scassaminchia “ che, in terra di mafie, si è messo in testa di far prendere coscienza alla sua comunità attraverso la conoscenza e l’informazione. 

Una storia straordinaria realizzata da un uomo per bene. Una storia di Coraggio.



IL TG CONTRO LA MAFIA

A Partinico, in Sicilia, una piccola emittente televisiva combatte Cosa Nostra facendo informazione
Il Tg contro la mafia
(Reuters/Tony Gentile)
Articoli CorrelatiRicordando la tragedia di LampedusaLe promesse ai mafiosiDimenticati in carcereRilanciare la Sicilia con la modaPrimo via libera alla pistola taser
Mentre tiene tra le labbra una sigaretta, si guarda velocemente allo specchio sistemandosi la cravatta, poi afferra i fogli con le notizie del giorno, li appoggia sul tavolo e lancia la sigla.
Si chiama Pino Maniaci ed è il direttore del tg diTelejato, un'emittente con sede a Partinico, un comune della provincia di Palermo, noto per le sue campagne contro Cosa Nostra.
Secondo una classifica stilata dall'Ong Reporters Sans Frontières nel maggio di quest'anno, in difesa della libertà di stampa, è uno dei due giornalisti italiani tra i "cento eroi dell'informazione". Il secondo giornalista è Lirio Abbate, inchiestista dell'Espresso.
Pino Maniaci non ha paura di fare nomi e cognomi dei boss mafiosi. “Così facendo, li feriamo nell’onore, perché rompiamo il muro di omertà che li protegge da ormai troppo tempo”, mi ha raccontato.
Da quando nel 1999 ha rilevato l’emittente tv, Pino Maniaci conduce tutti i giorni dalle 14.00 alle 16.00 il tg di Telejato, attraverso il quale denuncia tutti i fatti di cronaca di infiltrazione mafiosa locale che avvengono a Partinico e dintorni.
Scassa minchia, così sono stato soprannominato", sbotta. "Questo appellativo me lo sono guadagnato perché quando conduco un’inchiesta amo andare a fondo alle cose e non mi risparmio nessuna domanda, nemmeno quelle più scomode”, continua.
Ma il suo racconto senza filtri sulla realtà siciliana e la sua volontà di denunciare attraverso l’informazione il giro d’affari mafioso gli hanno causato diversi problemi. Negli anni ha accumulato più di trecento querele, diverse aggressioni fisiche e minacce di morte.
Sono ormai sette anni che io e la mia famiglia viviamo sotto tutela”, mi confessa. “Non è facile, ma nonostante tutto voglio andare avanti. Per me fare il giornalista in questa terra è diventata una missione”.
Il suo fiuto da giornalista e la sua coscienza lo portano a “dare notizie che altri non danno, perché il giornalismo non può e non deve cedere e adagiarsi alla mentalità omertosa", mi spiega. "Non si possono tralasciare alcune notizie solo perché considerate scomode”, aggiunge.
Il modo di fare informazione di Telejato è stato talmente rivoluzionario che l’ex boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, prima di essere arrestato nel 2006, durante il suo periodo di latitanza si è fatto installare un’apposita antenna per seguire il tg e “ogni 31 gennaio, giorno del suo compleanno”, mi dice Pino Maniaci, “chiudevo la trasmissione facendogli ironicamente gli auguri.
Rompere il muro di silenzio attraverso l’informazione di Telejato ha portato a una presa di coscienza da parte di molti cittadini che hanno deciso di non soccombere più al potere mafioso. Grazie anche ad altre associazioni come Addio Pizzo Libero Futuro, molti imprenditori di Partinico si sono mobilitati e hanno creato associazioni di categoria anti racket come LiberJato, sostenuta e supportata dal tg Telejato.
Inoltre, l’emittente non è passata inosservata ai media internazionali come Bbc e Cnn, che hanno contattato Maniaci per chiedergli di utilizzare il repertorio del tg. “Uno dei punti di forza di Telejato” - dice Pino Maniaci - “è la stretta collaborazione con le forze di polizia. Questo mi permette di segnalare molto velocemente notizie in odore di mafia”.
Ormai la mia scorta è diventata la gente, molti iniziano a capire e a riconoscere il lavoro che facciamo. Ci è voluto tempo, ma ci siamo riusciti”, ammette.
Tuttavia, nonostante la sua determinazione, Pino nutre un grande senso di colpa: “Il mio più grande cruccio è quello di aver coinvolto i miei figli nella gestione del tg, rischiando quindi di esporli a minacce”.
Ma i figli, che secondo il direttore del tg hanno preso la stessa tempra del padre, non vogliono mollare e sono determinati a portare avanti Telejato.


I

venerdì 26 settembre 2014

Mauro Rostagno. Non serve cercare un posto in questa società, ma creare una società dove valga la pena di trovare un posto

” Non serve cercare un posto in questa società, ma creare una società dove valga la pena di trovare un posto. Questa la citazione più cara a Mauro Rostagno. Rostagno era nato a Torino, 6 marzo 1942. Fondatore di Lotta Continua, profondamente contrario alla lotta armata che segnarà drammaticamente il destino di quegli anni, morì in terra di Sicilia , a Lenzi di Valderice, 26 settembre 1988. Un delitto sarebbe rimasto senza processo se non fosse stato per l’ex capo della Mobile Linares e un poliziotto vecchio stampo, Nanai Ferlito, i quali fecero scoprire che, nonostante anni di indagine (“malfatte” è stato sentito dire più volte in aula), non erano mai stati fatti confronti balistici mentre “i soliti depistaggi” avevano fatto seguire le solite “altre strade”.
Dalla metà degli anni ottanta, Rostagno lavora come giornalista e conduttore anche per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine (RTC). Attraverso la televisione,denuncia le collusioni tra mafia e politica locale: con il suo lavoro di denuncia e di ricerca della verità, Mauro Rostagno firmò la sua condanna a morte. 
Una intervista di Mauro Rostagno a Paolo Borsellino

Lo scorso maggio, finalmente, la verità processuale sul suo omicidio viene finalmente scritta e rivelata.
Riportiamo l'articolo de La Repubblica dello scorso 16 maggio, all'indomani della condanna degli assassini di Mauro Rostagno

 Fonte : La Repubblica


TRAPANI - Ergastolo per entrambi gli imputati.  E' arrivata alle 23.30 la sentenza della Corte d'Assise di Trapani nel processo a carico del capomafia trapanese Vincenzo Virga e del sicario della famiglia mafiosa Vito Mazzara, accusati di essere rispettivamente il mandante e l'esecutore dell'omicidio di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ucciso in contrada Lenzi, a Valderice (Trapani) il 26 settembre 1988. Inflitta anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. 
La Corte, presieduta da Angelo Pellino, era riunita in Camera di Consiglio dalle 12 di martedì scorso, nell'aula bunker del carcere di Trapani. Per i due imputati, entrambi detenuti per altre condanne, i pm della Dda di Palermo Gaetano Paci e Francesco Del Bene avevano chiesto l'ergastolo. Per la pubblica accusa, "il modus operandi seguito nel delitto Rostagno è quello tipicamente mafioso" e il movente sarebbe da rincondurre "all'attività giornalistica, destabilizzante della quiete criminale" che Rostagno conduceva dagli schermi dell'emittente televisiva locale Rtc. I difensori Stefano Vezzadini e Giancarlo Ingrassia, per Virga, e Vito e Salvatore Galluffo, per Mazzara, avevano invece chiesto l'assoluzione dei loro assistiti "per non aver commesso il fatto".
In aula c'erano la figlia di Rostagno, Maddalena (oggi è il suo compleanno), l'ex compagna Chicca Roveri e la sorella del sociologo-giornalista Carla, parti civili nel processo. Presenti anche l'ex pm e commissario della Provincia di Trapani Antonio Ingroia, che riaprì il caso, e il portavoce del M5S al Senato, il trapanese Vincenzo Santangelo. La lettura della sentenza è stata accolta con evidente soddisfazione, accompagnata in alcuni casi da un pianto liberatorio.
La condanna di Virga e Mazzara fa piazza pulita della tesi che aveva escluso la matrice mafiosa del delitto e aveva puntato all'interno della comunità Saman per tossicodipenti, fondata da Rostagno, adombrando un movente che mescolava storie private con una confusa gestione della struttura. Per lungo tempo, ha tuonato l'accusa, la ricerca della verità è stata frenata da "sottovalutazioni inspiegabili, omissioni, miopie".
"Se la Corte d'Assise è arrivata a questa decisione - dice ora il pm Paci - è per lo scrupolo e il rigore impiegati in questi anni di indagine nel non tralasciare alcune ipotesi tra quelle emerse nel tempo".
Il collegio ha condannato i due imputati al risarcimento delle parti civili tra le quali l'Ordine dei giornalisti, la comunità Saman, di cui Rostagno era il fondatore, i familiari del sociologo e l'Associazione della stampa. La Corte ha anche disposto la trasmissione in Procura delle deposizioni di una serie di testimoni tra i quali l'ex sottufficiale dei carabinieri Beniamino Cannas e l'editrice dell'emittente televisiva Rtc, Caterina Ingrasciotta, televisione privata dalla quale Rostagno denunciava Cosa nostra e i suoi legami con la massoneria deviata.

venerdì 4 ottobre 2013

La Sicilia è stata definita dal Ministro Mauro "la più grande portaerei sul mediterraneo"

Associazione Antimafie "Rita Atria"

La Sicilia è stata definita dal Ministro Mauro "la più grande portaerei sul mediterraneo". Sigonella nel 2015 diventerà la capitale mondiale dei droni. A Niscemi stanno costruendo il MUOS (il quarto sistema satellitare al mondo per telecomandare i droni e quindi le guerre del nuovo millennio). 

Non si può proclamare il lutto nazionale ed essere artefici di scelte politiche che non fanno altro che distruggere i popoli per accaparrarsi le loro risorse e le posizioni geografiche di prestigio sul mediterraneo. 



Non si può proclamare una giornata di lutto nazionale se i pescherecci che aiutano i migranti a salvarsi vengono poi processati per una legge dello stato italiano. Non si può proclamare il lutto nazionale quando si è autori di una politica che nega i corridoi umanitari.

La Sicilia dovrebbe essere un ponte di cultura sul Mediterraneo e invece è diventata Terra di morte.... dove arrivano i morti e da dove partono strumenti che uccidono. Il Movimento NO MUOS da mesi resiste all'installazione di questi strumenti. Lo facciamo con i nostri corpi, prendiamo denunce... nell'indifferenza del Paese Italia... nella complice indifferenza dei media. Un Paese il nostro che ormai si commuove a comando.... che piange per un giorno e poi continua ad essere complice di una politica carnefice.

Oggi in Sicilia scenderemo in piazza per i nostri fratelli africani... e per non diventare "la più grande portaerei sul mediterraneo". Pio La Torre è stato ucciso per questo. Noi abbiamo il dovere almeno di non perdere la Memoria. Scusate lo sfogo.

sabato 3 novembre 2012

Le radici della lotta alla mafia: BERNARDINO VERRO sindaco socialista ucciso dalla mafia il 3 novembre 1915

CORLEONE NON DIMENTICA BERNARDINO VERRO, sindaco socialista ucciso  il 3 novembre 1915.  
LE RADICI DELLA LOTTA ALLA MAFIA 


FONTE: CORLEONE DIALOGOS
Bernardino VerroPDFStampaEmail
Corleone - I Corleonesi
Scritto da Giuseppe Crapisi   
Venerdì 18 Giugno 2010 16:38

Bernardino_Verro


Il 3 novembre 1915 nell'allora Via Tribuna fu assassinato il Sindaco di Corleone Bernardino Verro. Era tardo pomeriggio, piovigginava ed era accompagnato dai vigili urbani che lo scortavano. Quella sera perché stava per arrivare a casa, gli disse potete andare, ma lo aspettavano i suoi assassini che lo freddarono. Lui aveva una pistola ma che fatalmente si inceppò. Nessuno ha mai pagato per quest'omicidio. Chi era Bernardino Verro. Verro fu uno dei dirigenti regionali di quel movimento contadino dei Fasci Siciliani che nacque in Sicilia nel 1892 e fu represso dallo Stato Italiano nel 1894. Questo movimento non era un movimento rivoluzionario ma chiedeva una miglioria delle condizioni dei contratti agrari. Era la Sicilia dove se il feudo era stato abolito nel 1812 il latifondo era il sistema produttivo in mano agli agrari siciliani. Ma tra agrari e contadini vi era una figura che aveva un enorme potere, questi erano i gabelloti. Questi erano una borghesia imprenditoriale che prendevano in affitto enormi distese di terreni dagli agrari e li subaffittavano ai contadini. Vi era un vero e proprio sfruttamento dei contadini che a fine raccolto non avevano nulla per sfamare le proprie famiglie. Ma il gabellato oltre ad essere un intermediario era anche colui il quale aveva una forza militare, controllava le campagne, era la mafia di allora. Era quella che Sonnino e Franchetti nella loro inchiesta di fine 800 sulla questione meridionale chiamarono, con lungimiranza, borghesia mafiosa. Bernardino Verro a Corleone e i Fasci siciliani in tutta la Sicilia lottarono contro questo potere. I Fasci Siciliani nascono nel periodo più liberale di Giolitti, quando per la prima volta in Italia il diritto di sciopero non è un reato ed infatti i contadini scioperarono per mesi e mesi per ottenere le loro rivendicazioni. Infine questo movimento fu represso dal nostro siciliano allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi. Verro come tanti dirigenti finì in carcere. Dopo essere uscito e dopo essere andato fuori dalla Sicilia ritornò nei primi del 900. Crea una cooperativa agricola l'Unione Agricola in quanto ha un'idea geniale. Costituire cooperative di contadini con le quali ottenere direttamente i terreni dagli agrari senza avere come intermediario il gabelloto. Lotta alla mafia attraverso la cooperazione, Verro ci aveva pensato cento anni fa, cosa sono oggi le cooperative che lavorano i terreni confiscati se non l'esempio pratico di quella genialità. La cooperazione serviva anche da mutuo soccorso. Ottengono ottimi risultati e Verro riesce a divenire primo sindaco di Corleone socialista. Nel momento in cui ha potere sindacale e potere politico allora la mafia lo elimina. Importante è Verro perché lui all'inizio fece parte della mafia, non si sa bene il perché. Forse all'inizio cercò protezione contro gli agrari, poi capi che non era una strada possibile e ne uscì. Questo ci fa acpire come in un paese come Corleone tutti ci si conosce, non puoi fare a meno di avere contatti con persone apparteneti alla mafia. Certo tu sai chi sono loro e loro sanno chi sei tu. E' strano ma è così. Importante per noi è la figura di Verro perchè anche lui utilizzava l'informazione con un giornale il Viddanu che veniva scritto a mano, pensate cosa significava. Con questo strumento parlava ai cittadini di Corleone ed è una cosa che ci unisce. Verro fu un grande uomo per i suoi tempi e che aveva delle proposte ancora oggi valide, contestualizzate. Per questo bisogna rircordarlo e rivalutarlo.Torna ai Corleonesi