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sabato 4 ottobre 2014

Pino Maniaci e Telejato: il TG contro la mafia


Un esempio di coraggio e di coerenza, di impegno civile a servizio della comunità. Questa la storia pubblica che  Pino Maniaci ha saputo costruire: un irriducibile “scassaminchia “ che, in terra di mafie, si è messo in testa di far prendere coscienza alla sua comunità attraverso la conoscenza e l’informazione. 

Una storia straordinaria realizzata da un uomo per bene. Una storia di Coraggio.



IL TG CONTRO LA MAFIA

A Partinico, in Sicilia, una piccola emittente televisiva combatte Cosa Nostra facendo informazione
Il Tg contro la mafia
(Reuters/Tony Gentile)
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Mentre tiene tra le labbra una sigaretta, si guarda velocemente allo specchio sistemandosi la cravatta, poi afferra i fogli con le notizie del giorno, li appoggia sul tavolo e lancia la sigla.
Si chiama Pino Maniaci ed è il direttore del tg diTelejato, un'emittente con sede a Partinico, un comune della provincia di Palermo, noto per le sue campagne contro Cosa Nostra.
Secondo una classifica stilata dall'Ong Reporters Sans Frontières nel maggio di quest'anno, in difesa della libertà di stampa, è uno dei due giornalisti italiani tra i "cento eroi dell'informazione". Il secondo giornalista è Lirio Abbate, inchiestista dell'Espresso.
Pino Maniaci non ha paura di fare nomi e cognomi dei boss mafiosi. “Così facendo, li feriamo nell’onore, perché rompiamo il muro di omertà che li protegge da ormai troppo tempo”, mi ha raccontato.
Da quando nel 1999 ha rilevato l’emittente tv, Pino Maniaci conduce tutti i giorni dalle 14.00 alle 16.00 il tg di Telejato, attraverso il quale denuncia tutti i fatti di cronaca di infiltrazione mafiosa locale che avvengono a Partinico e dintorni.
Scassa minchia, così sono stato soprannominato", sbotta. "Questo appellativo me lo sono guadagnato perché quando conduco un’inchiesta amo andare a fondo alle cose e non mi risparmio nessuna domanda, nemmeno quelle più scomode”, continua.
Ma il suo racconto senza filtri sulla realtà siciliana e la sua volontà di denunciare attraverso l’informazione il giro d’affari mafioso gli hanno causato diversi problemi. Negli anni ha accumulato più di trecento querele, diverse aggressioni fisiche e minacce di morte.
Sono ormai sette anni che io e la mia famiglia viviamo sotto tutela”, mi confessa. “Non è facile, ma nonostante tutto voglio andare avanti. Per me fare il giornalista in questa terra è diventata una missione”.
Il suo fiuto da giornalista e la sua coscienza lo portano a “dare notizie che altri non danno, perché il giornalismo non può e non deve cedere e adagiarsi alla mentalità omertosa", mi spiega. "Non si possono tralasciare alcune notizie solo perché considerate scomode”, aggiunge.
Il modo di fare informazione di Telejato è stato talmente rivoluzionario che l’ex boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, prima di essere arrestato nel 2006, durante il suo periodo di latitanza si è fatto installare un’apposita antenna per seguire il tg e “ogni 31 gennaio, giorno del suo compleanno”, mi dice Pino Maniaci, “chiudevo la trasmissione facendogli ironicamente gli auguri.
Rompere il muro di silenzio attraverso l’informazione di Telejato ha portato a una presa di coscienza da parte di molti cittadini che hanno deciso di non soccombere più al potere mafioso. Grazie anche ad altre associazioni come Addio Pizzo Libero Futuro, molti imprenditori di Partinico si sono mobilitati e hanno creato associazioni di categoria anti racket come LiberJato, sostenuta e supportata dal tg Telejato.
Inoltre, l’emittente non è passata inosservata ai media internazionali come Bbc e Cnn, che hanno contattato Maniaci per chiedergli di utilizzare il repertorio del tg. “Uno dei punti di forza di Telejato” - dice Pino Maniaci - “è la stretta collaborazione con le forze di polizia. Questo mi permette di segnalare molto velocemente notizie in odore di mafia”.
Ormai la mia scorta è diventata la gente, molti iniziano a capire e a riconoscere il lavoro che facciamo. Ci è voluto tempo, ma ci siamo riusciti”, ammette.
Tuttavia, nonostante la sua determinazione, Pino nutre un grande senso di colpa: “Il mio più grande cruccio è quello di aver coinvolto i miei figli nella gestione del tg, rischiando quindi di esporli a minacce”.
Ma i figli, che secondo il direttore del tg hanno preso la stessa tempra del padre, non vogliono mollare e sono determinati a portare avanti Telejato.


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martedì 23 settembre 2014

Quel 23 settembre 1985 era un lunedì. Giancarlo Siani Aveva compiuto 26 anni da quattro giorni. Ed era felice!

Quel 23 settembre 1985 era un lunedì. Giancarlo Siani aveva finito di lavorare prima del solito. Doveva andare a un concerto. La fidanzata lo aspettava...La sera in cui fu ammazzato, Giancarlo Siani tornava a casa prendendo il vento di faccia nella sua Citroen Méhari verde bottiglia. Aveva compiuto 26 anni da quattro giorni. Ed era felice.

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Ricordiamo la storia di Giancarlo Siani, come lo ha ricordato Antonio Castaldo, nell'artico scritto lo scorso anno in occasione dell'anniversario della sua uccisione

Fonte : Corriere Della Sera

di Antonio Castaldo

Era Lunedì. Giancarlo aveva finito di lavorare prima del solito. Doveva andare a un concerto. La fidanzata lo aspettava. E mentre dal Chiatamone, nel cuore barocco di Napoli, volava verso casa, su al Vomero, molto probabilmente sorrideva. Aveva ottenuto un contratto di due mesi, una sostituzione estiva alMattino. Da cinque anni era un «abusivo», lo schiavetto della redazione di Castellammare di Stabia. Senza contratto e senza diritti. Ma il purgatorio stava per finire. «Appena parte il nuovo piano editoriale sarai assunto», gli aveva detto il direttore Pasquale Nonno. Il suo sogno, lo stesso di ogni ragazzo che vuole fare il giornalista, stava per realizzarsi. Avrebbe avuto un contratto da praticante. La sera in cui fu ammazzato, Giancarlo Siani tornava a casa prendendo il vento di faccia nella sua Citroen Méhari verde bottiglia. Aveva compiuto 26 anni da quattro giorni. Ed era felice.
Una sentenza passata in giudicato nel 2000 ha stabilito che ad uccidere il giornalista napoletano alle 20.50 del 23 settembre 1985 sono stati due killer del clan Nuvoletta. Da quello stesso giorno il suo nome è diventato un simbolo di legalità. Giancarlo è diventato un eroe, un martire. Nessuno può negarlo e una sentenza lo conferma, i killer lo hanno ammazzato per quello che aveva scritto. E per ciò che stava per scrivere. Eppure, come ci ricorda un libro di Bruno De Stefano appena pubblicato, Passione e morte di un giornalista scomodo (Giulio Perrone editore), Siani era «un cronista che faceva semplicemente il suo lavoro con tanta passione e altrettanto rigore». E «il santino da eroe e da martire cucito addosso a questo giovanotto solare e sorridente più che rendergli onore lo mortifica, svilisce la sua intelligenza e il suo equilibrio trasformandolo in uno sprovveduto aspirante cronista inconsapevole dei rischi a cui andava incontro». Il libro di De Stefano restituisce alla corretta ricostruzione dei fatti un ragazzo morto ammazzato inseguendo la verità. E ce n’era bisogno perché altri avevano affrontato il caso dal punto di vista soltanto emozionale, come in un romanzo. Mancava un’analisi organica e definitiva della lunga vicenda processuale. Un testo che completasse certezze maturate in 15 anni di passi falsi.
Siani era un cronista di provincia. L’ultimo arrivato nel più grande quotidiano del Sud. Fin dal giorno del delitto, per qualcuno è stato difficile accettare l’idea che fosse stato giustiziato a causa del suo lavoro di cronista di frontiera. All’inizio anche la stessa magistratura ha inseguito ipotesi suggestive quanto irreali, collusioni con cooperative di ex detenuti piuttosto che piste passionali. La verità era altrove, ed è venuta fuori solo a partire dalla metà degli anni 90, grazie ad alcuni pentiti e al lavoro di un magistrato determinato come Armando D’Alterio.
Siani era dal 1980 corrispondente dalla città di Torre Annunziata, in quegli anni al centro della sanguinosa faida che opponeva il gruppo di Bardellino (il nucleo primigenio del clan dei casalesi) alle famiglie vesuviane di Alfieri e Gionta. Una guerra di mafia culminata nel massacro del 26 agosto del 1984 a Torre Annunziata. Gli uomini di Bardellino piombarono nel quartier generale dei Gionta a bordo di un pullman.  Morirono 8 persone, 7 i feriti. Ma il boss Valentino scampò all’agguato.
Giancarlo non poté scrivere molto sul fatto più grosso che gli fosse mai capitato. Come sempre in questi casi, i pezzi di prima pagina sono appannaggio degli inviati speciali. Ma nei mesi successivi si diede da fare con gli scenari criminali in continuo mutamento.
L’8 giugno 1985 Gionta viene arrestato nei pressi della tenuta di campagna dei Nuvoletta, dove aveva trovato rifugio durante la latitanza. Ancora una volta Siani resta in panchina. Ma il 10 giugno appare un pezzo di analisi che prova a spiegare quell’arresto inaspettato: La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di ‘Nuova famiglia’, i Bardellino”, scrive, evidentemente imbeccato dagli investigatori. E questa frase, a quanto hanno accertato dai giudici, decreta la sua condanna a morte.
Tuttavia, l’ombra di infamia fatta aleggiare sui potentissimi Nuvoletta non è il solo movente. Siani stava indagando da alcuni mesi sugli intrecci tra la classe politica vesuviana e la criminalità organizzata. Le sue fonti racconteranno delle continue richieste di documenti su appalti e piani di ricostruzione, riccamente finanziati dai fondi per il terremoto
Un’amica di vecchia data, Chiara Grattoni, testimonierà che Giancarlo era in quel periodo eccitato per le notizie che aveva scoperto: “La cosa che ricordo di più, che mi impressionò di più, era che lui sosteneva che i politici di Torre Annunziata fossero implicati in fatti di camorra [...]. Era molto preso dalla cosa”. Confermò la donna. E come alla fine concluse il pm D’Alterio, Siani faceva paura per il solo fatto che in un ambiente omertoso, quale quello di Torre Annunziata, faceva domande e smuoveva le acque”.
Siani, insomma, dava fastidio perché poneva interrogativi scomodi. E perché continuava a raccogliere documenti su documenti. Il giorno della sua morte telefonò ad Amato Lamberti, il sociologo da sempre impegnato nella lotta alla camorra, e gli chiese urgentemente un incontro. Doveva parlargli. Ma al telefono non poteva, e non vicino al giornale, dove evidentemente non si sentiva
al sicuro. Nessuno sa cosa avesse scoperto. Quando è stato ucciso, nella scassatissima auto decappottabile, in ufficio e a casa, non è stata trovata traccia del dossier su cui lavorava. Una stranezza per chi come lui era abituato ad archiviare anche gli scontrini. Sta di fatto che, come hanno raccontato Lamberti e vari altri testimoni, Siani aveva imboccato la pista della corruzione e dell’abbraccio velenoso tra camorra e politica. Negli anni successivi altre inchieste e altri processi proveranno la correttezza delle sue intuizioni. Il Comune di Torre Annunziata sarà sciolto per infiltrazioni mafiose e il sindaco condannato. Giancarlo aveva ragione ma non gli è stata concessa la possibilità di scriverlo. Aveva appena compiuto 26 anni. Ed era felice!