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martedì 17 aprile 2018

Le mafie: dietro l'angolo di casa nostra

Anche il presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo invita a partecipare all'incontro, organizzato dall'assessorato alla Cultura e Pari Opportunità del comune di Cumiana, che si terrà il giorno 20 aprile alle ore 21, presso la sala Carena: MAFIE: DIETRO L'ANGOLO DI CASA NOSTRA". 
L'incontro vedrà la partecipazione di Arturo Francesco Incurato, referente del presidio Libera "Rita Atria" Pinerolo, e dell'associazione "Ok Parliamone" di Pinerolo.
Secondo le intenzioni dell'amministrazione cumianese, questo primo incontro vuole essere l'inizio di un percorso di riflessione e sensibilizzazione condotta insieme con i cittadini . Così si legge nel comunicato diramato dall'amministrazione : "Riteniamo che sia sempre più fondamentale parlarne, condividere conoscenze ed esperienze, per far comprendere quanto mafie e "pensiero mafioso" siano intorno a noi...o dentro di noi attraverso comportamenti scorretti".

La frase di Gian Carlo Caselli riportata nel sottotitolo costituisce "la denuncia inquietante "contenuta nella requisitoria che l'allora  Procuratore capo di Torino pronuncia la mattina del 27 giugno 2013 ( leggi qui uno degli articoli) nell'ambito del cosiddetto "Processo Minotauro", il processo che disvela quello che, con qualche ipocrisia, si faceva finta di non vedere:  le mafie in Piemonte, la 'ndrangheta in Piemonte!
Significativamente, Gian Carlo Caselli si riserva proprio l'esposizione delle "relazioni esterne" della 'ndrangheta calabrese in Piemonte: imprenditori, uomini politici, amministratori, “pezzi” della società civile che per mera convenienza, per "opportunismo", diventano strumenti, se non addirittura complici, delle organizzazioni mafiose. Organizzazioni le quali, occorre ricordarlo, fondano da sempre la loro forza e il loro potere proprio sulle “relazioni sociali” che sono capaci di intessere in una comunità, in uno scambio di “reciproche convenienze”.
Anche di questo parleremo, ringraziando anticipatamente l'amministrazione di Cumiana per aver voluto proporre una serata di riflessione su di un tema "scomodo" e inquietante.

domenica 11 febbraio 2018

A Sanremo , Favino recita un monologo tratto da "La notte poco prima delle foreste": una voce dai tanti che non hanno (più) voce

"La notte poco prima delle foreste", La nuit juste avant les forêts, è un atto unico del drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès. L'opera teatrale è stata scritta nel 1977 ma, come dimostra l'effetto emotivo che ha suscitato il testo, il monologo letto da Pierfrancesco Favino sul palco di Sanremo, parla alle donne e agli uomini di oggi, di ogni  tempo, dimostrando il significato della vera Arte: costruire immagini nuove, scoprire mondi nuovi, per fissare un'emozione, un valore, che parla alle donne e agli uomini di tutti i tempi. Nelle parole recitate dal Pierfranco Favino, ognuno di noi ha potuto riconoscere i drammi delle moltitudini scacciate dalla propria terra da guerre, politiche predatrici, miseria e fame,- Moltitudini costrette a varcare deserti, steppe, foreste e mari, per giungere semmai si può raggiungere, in un luogo in cui sia possibile la speranza di una vita migliore. 
Parole, quelle recitate da Pierfrancesco Savino, che sono una voce  dai tanti che non hanno più voce ma che avrebbero forse tante cose da raccontare alle vite di ciascuno, in un misto di rabbia, disperazione, solitudine che si vorrebbe rompere, speranza che si vorrebbe ricostruire. magari  sentendosi più vicini  e responsabili delle sorte di chi ci sta accanto e che inceve troppe volte sentiamo "estraneo, diverso, nemico".


Il testo nel monologo
Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio
quando mi viene di dirti quello che ti devo dire,
stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così
che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.
Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’.
Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano.
Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là
vai laggiù, leva il culo da là
e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte,
sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare,
non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è
il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’.
A calci in culo ti manderebbero via, il lavoro sta là, sempre più lontano, fino in Nicaragua.
Se vuoi lavorare, ti devi spostare, mai che puoi dire ‘questa è casa mia e ti saluto’
tanto che io quando lascio un posto ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia,
sempre di più di quello in cui vado a stare.
Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo
là dove te ne vai sei sempre più straniero, sempre meno a casa tua.
E quando ti prendono a calci in culo, tu te ne vai di nuovo
quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto.
Fermiamoci una buona volta e diciamo ‘Andate a fanculo’
io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire
se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo tutto il tempo
che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaragua
che ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri
ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli, tutto quello che ci dobbiamo dire
allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.
Io mi sono fermato, ho ascoltato, mi sono detto: ‘Io non lavoro più’
finché non ve ne frega un cazzo di me.
A che serve che quello del Nicaragua viene fino qua e che io vado a finire laggiù
se da tutte le parti la stessa storia.
Quando ho lavorato ancora, ho parlato a tutti quelli presi a calci in culo che sbarcano qua
per trovare lavoro e loro mi sono stati a sentire.
Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che mi hanno spiegato com’è da loro
Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notta al bordo di una foresta
gli portano da mangiare perché non si deve spostare
che spara su tutto quello che si muove
gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.
Mi parlavano di un generale coi suoi soldati che circondano la foresta
tutto quello che si muove diventa un bersaglio
tutto quello che compare al bordo della foresta
tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi
e che non si muove allo stesso modo
Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa
più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero
loro finiscono qua e io finirò laggiù
laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne
Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro
se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più
Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba
l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.
Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,
ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così
almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.


giovedì 25 gennaio 2018

FACCIAMO MEMORIA AFFINCHE' IL PASSATO NON RITORNI

Anche al presidio LIBERA "Rita Atria" è giunto l'invito a partecipare al presidio antifascista  che si vorrebbe tenere il  prossimo sabato 27 gennaio, in  risposta di quanto accaduto la scorsa settimana quando, sotto i "portici nuovi" di Pinerolo, in Corso torino, c'è stato un banchetto di esponenti di Casa Pound.
Sabato 27 gennaio ricorre l'anniversario dell'ingresso delle truppe russe nel campo di sterminio di Auschwitz, data scelta universalmente per celebrare  la GIORNATA DELLA MEMORIA in ricordo delle VITTIME DELLA SHOAH. 

            Questa è la proposta del presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo:
Invitiamo a ritrovarsi in un presidio antifascista facendo Memoria di quel che è stato affinché non abbia più a ripetersi. 
Portiamo con noi il testo di “Bella Ciao” e cantiamo con serenità quella canzone che è simbolo stesso della Resistenza da cui nasce la Repubblica Italiana. 
Ritroviamoci portando con noi libri: quello di Primo Levi “Se questo è un uomo”, il “Diario" di Anna Frank,  e leggiamone brani significativi. 
Ritroviamoci facendo Memoria del fatto che la Resistenza e la Bellezza di donne e uomini giusti hanno contribuito a sconfiggere l’ideologia nazi-fascista.

Ritroviamoci per non dimenticare l’ammonimento di Primo Levi“Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

domenica 7 gennaio 2018

Piersanti Mattarella: “Aveva studiato per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle.Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente?"

In concomitanza col l'anniversario dell'uccisione, gli organi di stampa hanno battuto notizie relative alla riapertura delle indagini sul "delitto Mattarella", allora Presidente della Regione Sicilia. Oggi si parla, come fosse una novità, della pista neofascista. In realtà, il delitto Mattarella è uno di quei delitti eccellenti che, come altri, ha mostrato il nodo essenziale delle organizzazioni mafiose: il legame fra queste e "pezzi" delle istituzioni, quello Stato-mafia "che continua a nascondere" e di cui oggi torna a parlare Saverio Lodato (leggi qui)

Piersanti Mattarella, Presidente della Regione, è stato ucciso voleva cambiare la sua Sicilia, anzitutto smantellando i legami indicibili che legavano il suo stesso partito -la Democrazia Cristiana- a "cosa nostra". Un uomo scomodo quindi, e non solo per le organizzazioni criminali. 

L'assassinio di Piersanti Mattarella ha infatti rivelato una delle pagine più vergognose della storia italiana. Il processo che si sarebbe celebrato negli anni successivi contro Giulio Andreotti ha dimostrato come "il caso Mattarella" preoccupasse sia le mafia che la politica del tempo: fu proprio l’ex presidente del consiglio Giulio Andreotti a prendere parte a due incontri -al cospetto di un boss quale Stefano Bontade- nei quali si parlò della necessità di fermare-eliminare Piersanti Mattarella. La sentenza del processo acclara che sebbene Andreotti fosse “nettamente contrario” all’esecuzione del delitto, Giulio Andreotti “non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade (il boss Stefano Boutadendrdella scelta di sopprimere il presidente della Regione

Il ritratto morale di Piersanti Mattarella venne tracciato da Giuseppe Fava che, nell'articolo "I cento padroni di Palermo", così scriveva dell'uomo che sognava “una Sicilia con le carte in regola”: 

"(...) Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne PericleIndossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.(qui il testo dell'articolo)


sera del 5 gennaio 1980
La sera di sabato 5 gennaio 1980 il Telegiornale regionale siciliano aveva mandato in onda  l'ultima intervista rilasciata da Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia. Il tema dell'intervista era "Sicilia: nel buio degli anni ’80". L'intervista viene pubblicata in una sintesi dal «Giornale di Sicilia» proprio nell'edizione del 6 gennaio, il giorno in cui Mattarella sarà ucciso. Il titolo scelto era: “I nodi sono molto grossi, le armi appaiono spuntate: spero di farcela, e presto”: sono le parole che Piersanti Mattarella pronuncia in un passaggio della stessa intervista. Riportiamo la parte finale dell'intervista, quando il giornalista incalza Piersanti Mattarella sule azioni messe in atto per contrastare la mafia
Stralcio dell'intervista di Piersanti Mattarella: 
“I nodi sono molto grossi, le armi appaiono spuntate: spero di farcela, e presto”
(...) Domanda. Il ’79 è stato l’anno in cui della mafia, dopo un crescendo di violenza, si è parlato dentro il palazzo. È riconosciuto che il fenomeno si alimenta di un malessere sociale per rispondere al quale sono necessari fatti politici, non solo misure di polizia. Ma quali fatti politici in tal senso la Regione ha prodotto, quali potrà produrre?

Risposta di P. Mattarella. «Fatti politici ci sono stati. Cito soltanto i due dibattiti in Assemblea regionale conclusi con voto unanime. Molte indicazioni concrete per far fronte al fenomeno sono state accolte dai recenti provvedimenti del Consiglio dei ministri in materia di ordine pubblico». 

D. Siamo sempre sul piano delle misure di polizia. I fatti politici riguardano il risanamento del costume pubblico. Il cardinale Pappalardo nell’ultima lettera pastorale ha detto che la mafia è pure quella sensazione di sicurezza prodotta dall’esser «protetti da un amico o da un gruppo di amici che contano». Questi gruppi si insediano pure dentro la classe dirigente.


R. «Il richiamo del cardinale è appropriato. Il problema esiste perché nella società a diversi livelli, nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia. Pure è necessario risvegliare doveri individuali e comportamenti dei singoli che finiscono con il consentire il formarsi di un’area dove il fenomeno ha potuto, dico storicamente, allignare e prosperare».

6 gennaio 1980
La mattina del 6 gennaio 1980 mentre la famiglia Mazzarella stava recandosi alla messa, senza la scorta che Piersanti Mazzarella aveva sempre rifiutato nei giorni festivi, i killer di cosa nostra si avvicinano all'auto del presidente nella quale vi erano anche la maglie, le figlie e la suocera. Nella fotografia di Letizia Battaglia, l'immagine del corpo morente di Piersanti Mattarella sorretto dal fratello Sergio, attuale Presidente della Repubblica, accorso appena udito gli spari. 
Lo stesso Giovanni Falcone era convinto che ambienti eversivi di destra fossero implicati del delitto di Piersanti Mattarella. Per questo Falcone chiamò a giudizio Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, accusati – e poi assolti – di essere gli autori materiali di un omicidio per il quale finora furono condannati solo i mandanti: i boss della Cupola di Cosa nostra Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. 






domenica 24 dicembre 2017

L'AUGURIO è SEMPRE LO STESSO

"Natale è riconoscerci nella nostra dignità. Impegnarci tutti per il bene comune. Aprire porte, menti, cuori. Dare Speranza a chi non ce l'ha". 
                                                                                                          Luigi Ciotti
Ancora più grave appare quindi quanto si è verificato ieri nell'aula del senato chiamato a discutere sulla legge dello "IUS SOLI". La mancanza del numero legale, determinata dall'assenza della maggioranza dei senatori ha impedito che i lavori potessero avere luogo.  Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele, esprime sconcerto e tristezza per quanto avvenuto:"Quella che si è verificata in Senato è un'inqualificabile diserzione dalla responsabilità. La politica non può essere un gioco di potere sulle speranze delle persone, un'umiliazione dei loro diritti e delle loro aspirazioni". 
Qui l'articolo di La Repubblica su quanto avvenuto in Senato



CHE CI CREDIATE O NO AL NATALE,  IL NOSTRO AUGURIO 
E' SEMPRE LO STESSO:
"L’augurio è di godere di buona salute,
di coltivare amichevoli rapporti,
di saper resistere con mitezza alle contrarietà,
di ricevere nelle difficoltà qualche 
incoraggiante consolazione ,
di continuare a trovare ragioni promettenti 
per vivere con onestà e decoro".


Auguri a Voi e alle vostre famiglie!

mercoledì 6 dicembre 2017

GIORNATA DEL SUOLO! PROTEGGERE IL SUOLO SIGNIFICA PROTEGGERE L'UMANITA', LA LIBERTA' DEI POPOLI

Ieri è stata la Giornata del Suolo. Non stupisce affatto che in Italia, a differenza di altre Giornate, questa sia passata in sordina, oscurata dai grandi mezzi di informazione e non solo da loro!
Troppe in Italia sono le complicità decennali che, causando la distruzione di parti rilevanti del nostro Paesaggio, invano protetto e tutelato addirittura dalla nostra Carta Costituzionale, hanno spesso favorito e protetto (a volte inconsciamente) ben altri interessi: rendite, speculazioni, corruzione, mafie.
Le mafie, tema che ci riguarda direttamente, anche in Piemonte utilizzano da decenni l'edilizia, l'investimento immobiliare (sia di tipo "residenziale" che di tipo "commerciale"), per riciclare e reinvestire i capitali provenienti dai traffici illeciti che gestiscono. A partire dal "sacco di Bardonecchia", alla realizzazione del centro commerciale "Le Gru", sino alle vicende portate alla luce dall"'Operazione Minotauro" o le ultime inchieste  riguardanti il Villaggio Olimpico edificato a Torino  per le Olimpiadi 2006, costruito del "re del riciclaggio" (leggi qui). Fingiamo di non saperlo?
Quale il motivo per il quale la stragrande maggioranza dei Piani Regolatori delle città italiane risultano essere sovra-dimensionati rispetto alle reali esigenze delle comunità?
Nell'articolo che citiamo di seguito, si sottolinea il fatto fondamentale: "(...) L’obiettivo “consumo zero” fissato al 2050 ha bisogno di un alleato che deve essere “una legge chiara ed efficace che orienti in maniera netta le politiche locali, perché è a quel livello che si assumono le decisioni”
Riportiamo allora l'appello semplice e chiaro di Marco Boschini, l'ispiratore dell'associazione "Comuni Virtuosi" (vedi qui): "La cura del pianeta inizia da noi. Niente scuse o recriminazioni, occorre azione e coerenza. Ogni giorno. Siamo divorati dal cemento, ce lo ripetiamo ogni anno con statistiche, numeri e denunce. Ma le cose faticano a cambiare, troppi interessi, troppa inerzia, troppa inadeguatezza da parte di molti amministratori e funzionari locali. Per non parlare di un Parlamento che in cinque anni non è stato capace di legiferare in materia.".

L'ISPRA, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha diffuso un video-spot per sensibilizzare istituzioni e cittadini sul grave problema di consumo incontrollato di una risorsa ambientale fondamentale: il suolo.

Testimonials con ISPRA dell'appello per la salvaguardia del territorio: Donatella Bianchi, Luca Mercalli, Paolo Pileri, Andrea Segrè

Segnaliamo a questo proposito l'articolo "Consumo di suolo. L’Italia perde ancora tre metri quadrati al secondo"  nel quale, fra le altre cose, si legge: "Tra il novembre 2015 e il maggio 2016, il nostro Paese ha “alterato” 50 chilometri quadrati di territorio. 30 ettari al giorno. “Rimettendo” oltre 900 milioni di euro l’anno per i servizi ecosistemici dispersi. È quanto emerge dal nuovo Rapporto dell’ISPRA presentato il 22 giugno. (...) L’obiettivo “consumo zero” fissato al 2050 ha bisogno di un alleato che per Munafò deve essere “una legge chiara ed efficace che orienti in maniera netta le politiche locali, perché è a quel livello che si assumono le decisioni”. Il punto, però, è che la legge in discussione in Parlamento –attualmente è ferma al Senato– desta più di una perplessità(...)"(LEGGI QUI )

martedì 24 ottobre 2017

Il sonno della ragione e l'ignoranza generano mostri: "Sconvolgenti, miserevoli, ripugnanti"

Domenica scorsa  i tifosi della Lazio avevano lasciato lasciati adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma sulle gradinate della Curva Sud dello stadio Olimpico erano stati che hanno lasciato in Curva Sud. 
Il sonno della ragione e l'ignoranza generano mostri!
Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme: "SCONVOLGENTI, MISEREVOLI, RIPUGNANTI. Non ci sono parole per condannare un gesto così vergognoso. Si banalizza la Shoah, si trasforma un'immane tragedia in una semplice bega fra tifoserie...far visitare Auschwitz ai giocatori".
CEI: "L'UNICA PAROLA E' VERGOGNA". 
Parole durissime di condanna e di solidarietà alla Comunità ebraica di Roma sono state espresse questa mattina anche da mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione dei vescovi italiani per l'ecumenismo e il dialogo.
"Vergogna. È assurdo. Siamo al paradosso. "Stiamo sottovalutando l'antisemitismo risorgente in diversi modi. E l'Europa che si chiude, che costruisce muri, che diffonde l'odio per l'altro, si sta incamminando su questa pericolosa via. L'antisemitismo è strettamente collegato al razzismo. Il Congresso ebraico mondiale nel 2016 ha censito sulla rete 382mila post antisemiti, cioè uno ogni 83 minuti. Sono molto preoccupato. Esprimo solidarietà alla Comunità ebraica di Roma e all'ebraismo e alla loro storia. Non è possibile dimenticare ciò che è avvenuto soprattutto usando il nome, la storia e il dramma di Anna Frank in questo modo. Penso veramente che bisogna vergognarsi, che l'unica parola è: vergogna. L'antidoto per combattere questa deriva è parlare, non dimenticare."


martedì 19 settembre 2017

In Calabria, "La metamorfosi delle spose mafiose: da sfingi silenti a madri coraggio"

In Calabria sta avvenendo un fenomeno che potrebbe avere esiti importanti nella battaglia culturale contro le mafie: donne-ribelli, citate da Francesco La Licata nell'articolo "La metamorfosi delle spose mafiose", nel tentativo di salvare i figli maschi da un destino che appare quasi sempre "segnato" (carcere o bara!), decidono di scappare dal mondo mafioso. 
Esattamente quanto fece Rita Atria, la ragazzina siciliana testimone di giustizia a cui abbiamo intitolato il nostro presidio: pur essendo nata in una famiglia mafiosa,  Rita Atria scelse di denunciare per tentare di “cambiare”, lei per prima, il mondo nel quale era nata e che la soffocava. 
Dopo la strage di via D’Amelio nella quale, fra gli altri, venne ucciso Paolo Borsellino, divenuto "padre putativo" di Rita, Rita Atria scriverà nel suo diario le parole che costituiscono il suo testamento spirituale: (…) Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci
Francesco La Licata lancia così una sorta di appello: "(...) Queste «eroine» oggi non hanno cittadinanza: stanno in un mondo di mezzo, senza poter contare nell’aiuto dello Stato perché non hanno altro da offrire se non la volontà di cambiare. Bisogna aiutarle, bisogna intervenire perché rappresentano una grande opportunità per la società civile(...)"

Una di queste donne-ribelli si racconta nell'articolo di N. Zancan:  L’inferno vuoto delle donne infuga dalla ’ndrangheta : "Vivo nel limbo: niente auto, gite per i figli, viaggi..."


Fonte: La Stampa 

La metamorfosi delle spose mafiose: da sfingi silenti a madri coraggio

 FRANCESCO LA LICATA
La sottocultura mafiosa, in qualunque parte dei territori si sia estrinsecata, ha sempre trovato solido appoggio dentro l’universo femminile. Per anni, per decenni, i riti tribali delle cosche sono stati monopolizzati dalla gretta grossolanità mascolina, ma sono stati «sigillati» e tramandati dalle «custodi» della tradizione: le mamme e le mogli che, con il loro silenzio, o intendevano tutelare e promuovere l’avanzata «sociale» (sempre nel mondo mafioso) di figli e mariti, oppure sceglievano di «salvare il salvabile» cioè i familiari maschi sopravvissuti alle faide e al regolamento di conti. Un ruolo fondamentale per il mantenimento, per la conservazione della famiglia, quella di sangue e quella mafiosa che non raramente coincidevano.  
Nel corso dei decenni abbiamo, spesso, constatato quanto difficile sia stato penetrare dentro i segreti delle «famiglie», grazie anche alla scelta di campo operata da donne che preferivano la legge criminale a quella dello Stato. Poi, come vedremo, col trascorrere del tempo e con lo scorrere del sangue, abbiamo assistito ad una sorta di mutazione che ha portato il mondo delle donne di mafia a dividersi. Da una parte le femmine ostinatamente legate alla «tradizione», dall’altra quelle che aprivano gli occhi e la mente alla possibilità di poter scegliere un altro modo di vivere e di pensare, ma sempre con l’idea di fare la cosa giusta in direzione del salvataggio dei figli maschi, strappandoli al destino già scritto che li collocava o in carcere o dentro una bara.

Oggi, infine, sembra insorgere l’ultima generazione di «femmine ribelli» (per usare una definizione di Lirio Abbate) che, pur non avendo notizie, conoscenze, segreti da offrire allo Stato in cambio dell’assistenza necessaria a «passare dall’altra parte», sembra determinata ad abbandonare il mondo della violenza per strappare alle mafie il bacino di manovalanza criminale rappresentato dai figli maschi. Queste «eroine» oggi non hanno cittadinanza: stanno in un mondo di mezzo, senza poter contare nell’aiuto dello Stato perché non hanno altro da offrire se non la volontà di cambiare. Bisogna aiutarle, bisogna intervenire perché rappresentano una grande opportunità per la società civile. La storia ci insegna che le mafie, in quanto società chiuse, possono essere scardinate solo dall’interno. E quale migliore grimaldello, se non la «fuga» verso il meglio di tante madri accompagnate dai loro figli? Diventerebbe superfluo persino l’intervento della magistratura che, nei casi più cruenti, arriva a negare ai genitori responsabilità genitoriale sui figli minori. 
È cambiato l’universo delle mafie. In Sicilia e anche in Calabria dove il legame familiare e familistico si è rivelato sempre l’ostacolo maggiore nella battaglia contro le cosche. È trascorso più di mezzo secolo da quando le madri indossavano il lutto in età giovane e lo tenevano fino alla morte. Agata Barresi era la moglie di un mezzo mafioso, madre di cinque figli maschi. Glieli uccisero uno dopo l’altro e assassinarono, per una overdose di odio, anche il figlio illegittimo che il marito aveva avuto da un’altra relazione. Lei non aprì mai bocca, eppure conosceva perfettamente il nome del mandante della strage. Omertà? Paura? Oppure semplicemente lo sbaglio di ritenere di poter fermare, col silenzio, la mano assassina. Altre donne furono protagoniste in negativo: le donne di Enzo Buffa, in procinto di pentirsi, fecero irruzione nell’aula del maxiprocesso di Palermo per impedire che il proprio congiunto divenisse collaboratore di giustizia. E riuscirono nell’impresa, perché Buffa cambiò idea.  

Serafina Battaglia intervistata da Mauro De Mauro
Certo, c’era qualche eccezione, anche allora. Serafina Battaglia denunciò gli assassini del marito e del figlio, ma perse la sua battaglia. Fu protagonista di una drammatica testimonianza in corte d’Assise ma non bastò, i giudici considerarono «insufficiente» il gesto della donna per arrivare a una condanna. Erano altri tempi e la donna non aveva un grande peso: nè dentro la mafia nè nella società civile. Era il tempo in cui il reato di associazione mafiosa veniva ritenuto inapplicabile per una donna, perché - in quanto donna - non sarebbe stata in grado di essere mafiosa. Tutto questo mentre Antonietta Bagarella, futura moglie di Totò Riina, si presentava spavaldamente in Tribunale per rivendicare la «bontà» del fidanzato, definendolo «il migliore degli uomini». 

Lea Garofalo
La svolta arriverà col pentitismo. La storia di questo fenomeno testimonia quale importanza abbiano avuto le donne nel cambiamento. Basterebbe la tragica storia di Lea Garofalo, vittima del marito ndranghetista ma salvatrice della figlia, per esaltare l’eroismo di tante altre donne. Fu Cristina, terza moglie di Tommaso Buscetta, a dare forza al marito nella scelta di collaborare con lo Stato per strappare i figli più piccoli al fascino di Cosa nostra. E Carmela Iuculano fa la stessa cosa quando ascolta lo sfogo delle sue figliolette, Daniela e Serena, che le chiedono conto e ragione del perché a scuola debbano subire l’ostracismo dei compagni. Carmela abbandona il marito, prende i figli e scompare. Come farà, dopo, anche Giusy Vitale, la prima donna accettata dalla mafia come «sostituta» del fratello capomandamento. Qualcuno, come Rita Atria, la sua scelta di fuggire dalla mafia l’ha pagata con la vita: suicida nel suo nascondiglio romano, per il dolore di aver perso il suo padre putativo Paolo Borsellino. 
Queste storie dicono solo che bisogna prendere come opportunità la spinta che arriva oggi dalla Calabria. 


lunedì 11 settembre 2017

La scuola "buona" secondo Piero Calamandrei.

L'11 febbraio 1950 Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra repubblica, al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), pronuncia un discorso memorabile sull'importanza della scuola pubblica. Da quel discorso vogliamo riportare il brano che sottolinea il valore che deve avere l’istituzione Scuola all’interno di un paese democratico.  Qui il testo integrale di quel discorso

Piero Calamandrei: "(...) La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. 
Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […].La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No! Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società […].
A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.(...)La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […]." Piero Calamandrei

venerdì 23 giugno 2017

La Direzione Investigativa Antimafia accusa la politica: una certa classe dirigente è prona e collusa


Durissima relazione della DIA contro mafie e "pensiero mafioso". Quanto è stato presentato nella giornata di ieri dal procuratore nazionale F. Roberti e dalla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi è un vero e propio atto di accusa ad "una certa classe dirigente è prona e collusa (alle mafie e al pensiero mafioso, aggiungiamo noi.) Pensiero mafioso che spesso vediamo governare azioni di personagi che non possiamo definire mafiosi.
Un passaggio della relazione richiama alla mente quanto scriveva Enrico Berlinguer nella sua celebre denuncia conto il degrado etico e morale della politica partitica italiana: "(...) I partiti di oggi sono soprattutto macchine
di potere e di clientela; scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss
"
Ieri, 22 giugno 2017, la Direzione Investigativa Antimafia sembra replicare quasi testualmente quei concetti: "Ampie sacche dell'amministrazione hanno abdicato al loro ruolo permettendo la realizzazione di opere pubbliche per interesse personale e non perché utili alla collettività. Una classe dirigente che ha abdicato al proprio ruolo. Non solo non hanno una propria idealità politica, una propria visione della società (che, peraltro, ove sentita in modo coerente, qualunque essa sia, sarebbe già di per sé il migliore antidoto alle collusioni e alle corruzioni) ma non hanno, neppure, una propria idea o strategia sul come investire il denaro pubblico sul territorio al fine di modificare in meglio vita stessa dei cittadini.
Il politico locale, non di rado, è un mero gestore di un potere autoreferenziale. E, conseguentemente, si determina ad investire le risorse pubbliche, non sulla base dell’interesse generale, ma sulla base del suo unico parametro, del suo unico interesse: la valutazione di quanto, quell’opera o servizio consente l’autoconservazione di quel potere...E così l’individuazione esatta dell’opera o del servizio che dovrà essere finanziato e poi messo a gara, avviene sulla base delle circostanze più diverse. Ma non in base al criterio del pubblico interesse(...)
Un'analisi durissima, a cui segue la descrizione di una figura fondamentale alla conservazione del potere mafioso: il facilitatore, colui, cioè, che mette in contatto il mafioso con l'entità politica. Noi aggiungiamo che "facilitatore" è anche colui che mette in contato "il pensiero mafioso" ( pensiero che può appartenere anche a coloro che non possono essere definiti propriamente mafiosi)  con la politica.
Invitiamo quindi a leggere attentamente l'articolo di Giovanni Tizian ( qui il testo) certi che ciascuno di noi vi troverà facilmente esempi e situazioni che dimostrano quanto mafie e "pensiero mafioso" siano mali che riguardano l'intera società italiana, anche le nostre comunità.
Di seguito riportiamo lo specchietto sintetico proposta nell'articolo La Repubblica, Ndrangheta, presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica, e dell'economia, 'Ndrangheta. Articolo nel cui incipit è contenuta 'incipit il quale esordisce con una avvilente constatazione: "Mafie come autorià in grado di indirizzare gli investimenti pubblici"


fonte: La Repubblica
Ndrangheta, presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica, e dell'economia
Nonostante arresti e condanne, le mafie (purtroppo) stanno benissimo. La 'ndrangheta soprattutto. È questo il quadro - amaro - tracciato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) presentata oggi al Senato dal Procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi nella relazione con cui annualmente fa il punto sulle attività svolte dalle diverse Dda durante l'anno. Il 2016 - emerge dal documento - è stato un anno di successi, investigativi e processuali, ma le mafie storiche non sono in crisi. Al massimo, stanno cambiando pelle e strategia per meglio adattarsi ai vuoti provocati da arresti e condanne e alle modificazioni del mercato. Fatta eccezione per Napoli città, dove il periodo di fibrillazione dovuto ad arresti e condanne di capi storici ha dato la stura a un aumento della violenza sanguinaria dei clan, oggi guidati da giovanissimi e incontrollabili leader, le mafie sembrano aver optato per una strategia di controllo del territorio diversa ma altrettanto efficace. 


MAFIE COME AUTORITA' PUBBLICHE

Le mafie stesse rischiano di diventare 'autorità pubblica' in grado di governare processi e sorti dell'economia. "L'uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato", si legge nella relazione.
"Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico - si legge nel testo - che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)".



MAFIE IN GRADO DI INDIRIZZARE INVESTIMENTI PUBBLICI

"Assai spesso, è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua essa stessa il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, conseguenzialmente, indirizza ed impegna la spesa pubblica. Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale". E' questa la novità introdotta dalla criminalità che vuole aggiudicarsi gare e appalti pubblici, utilizzando la corruzione. Non più soltanto tangenti per entrare nella partita, ma intervento diretto nella elaborazione della stessa attività di ideazione, gestione e realizzazione dei bandi di gara.
"Individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all'ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l'opera può essere messa a gara", scrive Roberti, sottolineando come "l'impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo".
"Bandita la gara, si innesta l'attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l'opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela)", conclude la Direzione nazionale antimafia.


NIENTE (O POCO) SANGUE, MEGLIO LA CORRUZIONE
Il metodo "collusivo-corruttivo" ha progressivamente sostituito omicidi, azioni di fuoco e violenza, sempre più relegate al rango di estrema ratio, ma tanto presenti nella memoria collettiva da avere tuttora valenza intimidatoria. Traduzione, ai clan non serve sparare, anzi non lo ritengono conveniente perché attira attenzione e sottrae consenso sociale, dunque corrompono, comprano, coinvolgono professionisti, pubblici ufficiali e politici anche grazie alla forza di intimidazione che deriva dalla memoria del sangue versato. "Le mafie - si legge infatti nella relazione della Dna -  anche senza l'uso di quelle che si riteneva fossero le loro armi principali, continuavano e continuano, non solo, a raggiungere i loro scopi di governo del territorio, di acquisizione di pubblici servizi, appalti, interi comparti economici, ma continuano a farlo avvalendosi dell'assoggettamento del prossimo (sia esso un imprenditore concorrente o un qualsiasi altro cittadino) riuscendo a porre costui, senza fare ricorso all'uso della tipica violenza mafiosa, in uno stato di paralizzata rassegnazione, nella quale, in sostanza, è in balia del volere mafioso". Obiettivo? Quello di sempre, il profitto. Che negli anni della crisi sono soprattutto gli appalti pubblici ad assicurare. E le mafie, la 'ndrangheta in particolare, sono capaci di accaparrarsi su tutto il territorio nazionale, anche grazie al coordinamento della "direzione strategica", individuata quest'anno grazie alle indagini della Dda di Reggio Calabria.

PROPOSTA DI MODIFICA DEL 416 BIS
Ecco perché la Dna torna a sollecitare - per il secondo anno consecutivo - una modifica del 416 bis, l'articolo del codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa, che permetta agli inquirenti di colpire i clan in questa loro nuova veste, aggravando di un terzo la pena "se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo (..) sono acquisite, anche non esclusivamente, con il ricorso alla corruzione o alla collusione con pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio, ovvero ancora, con analoghe condotte tese al condizionamento delle loro nomine". Al netto dei differenti stadi evolutivi che mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra stanno attraversando, emerge infatti un tratto comune che la Dna non esita ad identificare in "un inarrestabile processo di trasformazione delle organizzazioni mafiose, da associazioni eminentemente militari e violente, ad entità affaristiche fondate su di un sostrato miliare". Per questo "gli omicidi ascrivibili alle dinamiche delle organizzazioni mafiose sono complessivamente in calo, mentre il panorama delle indagini mostra un forte dinamismo dei sodalizi in tutti gli ambiti imprenditoriali nei quali viene in rilievo un rapporto con la pubblica amministrazione".
L'ECCEZIONE NAPOLI E LA FEROCIA DEI BABY CAMORRISTI
A Napoli si spara ancora, ma è un'eccezione rispetto al generale trend della camorra e delle mafie storiche tutte. A differenza di tutti gli altri territori, nel capoluogo napoletano si registra un aumento degli omicidi di chiara matrice camorristica, che nel corso del 2016 passano da 45 a 65. A firmarli - spiega la Dna - sono "killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola" ed agiscono in esecuzione delle direttive di "quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea". Arresti e condanne dei capi storici hanno aperto vuoti di potere che "nuove leve criminali che scontano inevitabilmente una non ancora compiuta formazione strategica" pretendono di colmare. Il risultato è "un quadro d'insieme caratterizzato dall'esistenza di molteplici focolai di violenza". E in questo contesto - evidenzia con preoccupazione la Dna-  "i quartieri del centro storico che da sempre hanno suscitato i voraci appetiti della criminalità organizzata, in ragione dell'esistenza di fiorenti mercati della droga, delle estorsioni e della contraffazione, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli".

CAMORRA
Radicalmente diversa e assolutamente in linea con il trend nazionale è invece la situazione nelle aree storicamente controllate dai casalesi e dagli altri clan attivi nel casertano, a nord di Napoli e nel beneventano. In queste zone non si spara più. Ma - si legge nella relazione - "il fatto che in Provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose, sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello ed una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio". Piuttosto, è la manifestazione di una nuova strategia di lungo respiro, basata sull'infiltrazione negli appalti e nei pubblici servizi, "sempre più agevolata da collegamenti stretti con la politica e l'imprenditoria", piuttosto che sul ricorso alla violenza.

I NUOVI CAPI SONO IMPRENDITORI-MAFIOSI
Una trasformazione in linea con il profondo cambiamento della composizione dei vertici delle diverse organizzazioni camorriste, oggi guidate da quegli "imprenditori-camorristi" che in passato erano uomini di fiducia dei capi militari ed oggi si ritrovano al vertice delle varie organizzazioni. Sono uomini d'affari, non generali. Per questo, "pur mantenendo sullo sfondo la possibilità del ricorso alla violenza, che rimane il sostrato su cui si fonda una intimidazione immanente e perdurante", la loro strategia è "la via negoziale (quasi sempre illecita), che, altro non è che estrinsecazione del metodo collusivo-corruttivo ad ogni livello".

COSA NOSTRA SICILIANA
Non sfugge al medesimo trend la mafia siciliana, che al pari se non più della camorra, si è dimostrata in grado non solo di rimanere presente su tutto il territorio regionale, ma è stata soprattutto capace di mettere in atto una "permanente e molto attiva opera di infiltrazione, in ogni settore dell'attività economica e finanziaria, che consenta il fruttuoso reinvestimento dei proventi illeciti, oltre che nei meccanismi di funzionamento della Pubblica Amministrazione, in particolare nell'ambito degli Enti Locali". Insomma, i clan siciliani non sparano ma ci sono e sanno infettare la "Cosa pubblica". Dopo gli anni della strategia di "sommersione" seguita alla cattura di Bernardo Provenzano, Cosa nostra sta attraversando una nuova fase - di transizione - tesa all'individuazione di una nuova leadership, ma questo non ha dato la stura ad un conflitto violento fra famiglie. Il tessuto di regole consolidato nei decenni passati - la cosiddetta "costituzione formale" - ha permesso all'organizzazione di "risollevarsi dalle ceneri". "Cosa Nostra - spiega infatti la Dna - si presenta tuttora come un'organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva".

MODIFICA NORMATIVA PER COLPIRE I RECIDIVI
A guidare i clan - segnala con allarme la Dna - ci sono spesso storici esponenti dell'organizzazione, che finita di scontare la pena tornano alle vecchie attività. Per questo dal gruppo di magistrati che in Dna si occupa di Sicilia arriva un'ulteriore proposta di modifica del 416 bis che preveda "un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione".

RISVEGLIO DELLA SOCIETA' CIVILE
Dalla Sicilia arrivano però anche segnali positivi. Soprattutto a Palermo, sottolineano dalla Dna, l'efficace azione di contrasto, unita "all'obbiettiva minore autorevolezza ed al minore prestigio degli esponenti mafiosi, determina condizioni favorevoli affinché il consenso, l'acquiescenza o quanto meno la sudditanza di cui l'organizzazione ha goduto in passato e che già ha perso in parte degli ambienti sociali, in particolare del capoluogo, vengano definitivamente a mancare". E forse non a caso, a fronte di un numero delle estorsioni sostanzialmente costante, sono aumentate esponenzialmente le denunce.
'NDRANGHETA
Nessun segnale di questo genere si registra invece nelle terre dominate dalla 'ndrangheta, tra le mafie storiche di certo quella più in salute. "Si è di fronte ad un complesso di emergenze significative, ancora di più che in passato, di una ndrangheta presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia, creando - constata la Dna -  in tal modo, le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o, comunque, imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo". E non solo in Calabria.

LA COLONIZZAZIONE DEL NORD
I clan non solo si confermano capillarmente presenti su tutto il territorio calabrese, ma giorno dopo giorno si dimostrano in grado di infettare sempre più territori diversi. Traduzione, il contrasto alla 'ndrangheta non è un problema della Calabria, ma nazionale se non internazionale. Nelle diverse regioni del Nord Italia i clan hanno messo radici solide. Se il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana sono per la Dna territori di reinvestimento grazie a operatori economici compiacenti, Piemonte e Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, sono invece regioni in cui "vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante". Un'infezione che ha contaminato i territori non grazie al sangue versato, ma utilizzando "il "capitale sociale", fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico".

ALLARME GRANDI OPERE
E soprattutto al Nord  c'è un dato che a detta della Dna desta "particolare preoccupazione": l'attivismo dei vari sodalizi di ndrangheta "nel tentativo di inserirsi - attraverso imprese proprie o, comunque, di riferimento - nei procedimenti aventi ad oggetto la realizzazione delle "grandi opere", tra cui, in passato, i lavori legati ad Expo 2015, ed oggi la Tav, nella tratta Torino-Lione, nonché la capacità dagli stessi dimostrata, di fare dei più importanti scali portuali del nord - Genova, Savona, Venezia, Trieste, Livorno - degli stabili punti di sbarco dei grossi quantitativi di sostanza stupefacente importata dal sud-America, in aggiunta a quello di Gioia Tauro". E se un tempo i "camalli" e le loro organizzazioni sindacali erano argine naturale all'infiltrazione della criminalità organizzata, oggi - si legge nella relazione - sono in tanti ad essere al servizio dei clan e questo - constata la Dna - è "espressione e misura del grado di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nei gangli vitali della società".



MINACCIA EVERSIVA

In ragione della sua capacità di contaminazione, la 'ndrangheta - emerge dalla relazione - è dunque una minaccia per la stessa democrazia. Un dato che diventa ancor più preoccupante ed attuale alla luce del nuovo organismo scoperto dai magistrati di Reggio Calabria. Le indagini del 2016 hanno infatti permesso di individuare la direzione strategica della 'ndrangheta e alcuni dei suoi componenti. Non si tratta di capi militari ma di professionisti, pubblici funzionari, deputati e senatori. Per i magistrati di Reggio Calabria nella cabina di comando della 'ndrangheta hanno funzione apicale un ex deputato della Repubblica, Paolo Romeo, massone e vincolato da legami storici e consolidati alla destra eversiva e un avvocato ed ex consigliere comunale, Giorgio De Stefano, legato per sangue e ruolo ad uno dei clan più potenti della 'ndrangheta tutta. Attorno a loro gravitano un importante dirigente della Regione Calabria, Franco Chirico, un ex sottosegretario regionale, Alberto Sarra, e persino un senatore della Repubblica, Antonio Caridi, arrestato quando ancora sedeva in Parlamento.


DEMOCRAZIA SCIPPATA

È questo nucleo ad aver deciso tutte le elezioni che si siano svolte in Calabria dal 2001 a - quanto meno - il 2012. Non si tratta - ed è questo il dato nuovo - dell'ormai canonica raccolta di voti per questo o quel candidato, ma di una pianificazione previa degli uomini e degli schieramenti migliori per garantire all'organizzazione appalti, lavori, commesse, scelte politiche e strategiche. Al momento, secondo quanto emerso dalle indagini, la Santa - questo il nome del nuovo organismo
è in grado di determinare le macropolitiche criminali di tutto il mandamento reggino. Ma più di un elemento, proveniente da vari territori, sembra far emergere una tendenza al coordinamento al vertice di organizzazioni criminali diverse ma unite da un comune obiettivo, il profitto.