martedì 15 luglio 2014

Michela Murgia: "La sfida dei vecchi di oggi è trovare modi liberi per mettersi a servizio degli adulti di domani".

Riportiamo l'intervento che MICHELA MURGIA ha fatto a "Next - La Repubblica degli innovatori" il 10 luglio 2014 nella  sesta tappa del tour curato da Riccardo Luna: "sognatori, scienziati e inventori si sono alternati sul palco di Cagliari per raccontare la loro storia e la loro idea di futuro". 
Michela Murgia, donna-sarda-scrittrice, ha provato a tracciare il ritratto dell'Italia dei nostri giorni: "un paese di vecchi", nel quale la speranza di innovazione vera è quella di un cambiamento radicale a partire dalla vita nella società-comunità, dalla scuola. Altrimenti, soprattutto per i giovani, l'unica speranza (oscena) sembra essere il familismo amorale dei "potenti di turno" che -quando dicono di pensare per "i nostri figli"- in realtà pensano   proprio e solo ai "loro figli"!. 
"Ci occorrono incubatori di cuori, di anime, di speranze, di coraggio, luoghi in cui possano essere trasmessi quei saperi non produttivi che fanno di noi persone libere, cittadini responsabili e consapevoli. La sfida dei vecchi di oggi è trovare modi liberi per mettersi a servizio degli adulti di domani".
 
il pubblico di Piazza Palazzo a Cagliari
"Prima dello start up, c'è il live-up" MICHELA MURGIA 

Quando parliamo di innovazione dobbiamo pensare che lo stiamo facendo in un paese di vecchi, dove la parola vecchio non ha alcun significato denigratorio, ma è un puro dato socio-anagrafico. Da quel punto di vista siamo tutti vecchi qui, lo sono anche io che ho 42 anni, perché la Sardegna ha il tasso di natalità più basso d'Italia dopo il Molise e l'Italia stessa, con nove nati all'anno ogni mille abitanti, è vecchia ora ed è destinata a invecchiare ulteriormente.
Chi si preoccupa di questi tassi di natalità fa spesso un discorso di sostenibilità dei servizi di base: avere meno giovani vuol dire avere meno persone in età lavorativa che possono pagare le tasse per garantire lo stato sociale. Se non facciamo figli la mutua e la scuola gratuita ce la scorderemo, ci dicono. È vero, ma non è questo quello che dovrebbe farci più paura.
Dietro questi dati c'è l'evidenza che vivere in un paese di vecchi significa vivere in un paese di persone anziane che votano e che con il voto trasferiscono i loro bisogni nelle scelte degli investimenti di uno stato intero, orientandole alla conservazione.
Un popolo che ha più passato alle spalle che futuro davanti non può essere altro che conservatore: è una questione di bisogni. Chi è anziano si ammala di più e vuole ospedali e case di cura, non asili nido; possiamo stupirci se voterà chi gliele promette? Chi è anziano è più fragile e ha più paura della criminalità, del dissenso, del cambiamento; vuole investimenti in sicurezza sociale, non in scuole, e voterà chi glieli promette.
Non possiamo confidare nella generosità intergenerazionale, perché chi sente di avere poche risorse sviluppa un fortissimo egoismo sociale e progetterà il mondo a misura di sé e al massimo dei propri figli: dei figli di tutti gli importerà sempre meno.
In questo contesto non importa quanto è giovane il capo di un governo: se il suo consenso è mantenuto sul voto di una maggioranza che ha queste esigenze, le scelte politiche non potranno che andare in questa direzione. È quindi in questo contesto - vecchio, conservatore e destinato a radicalizzare questa posizione - che oggi parliamo di innovazione, anche relativamente al concetto di formazione.
La scuola come la conosciamo svanirà, sta già svanendo. Le ragioni le conosciamo: gli accorpamenti a tavolino su base puramente numerica, le cosiddette riforme che da destra e da sinistra hanno svilito socialmente ed economicamente il ruolo degli insegnanti, la programmazione obsoleta, il calo progressivo degli investimenti e la scarsa cultura di rete sono solo alcune delle cause che l'hanno minata alla base della sua funzione. Oggi la scuola pubblica è eroicamente tenuta in piedi da chi la vive, ma la solitudine in cui è stata lasciata l'ha resa inadeguata a rispondere alle sfide di un presente sempre più rapido nei suoi cambiamenti. Il risultato è che chi esce oggi dalla scuola dell'obbligo italiana sa forse dieci cose in più di quelle che gli serve sapere, ma è quasi sempre privo degli strumenti per acquisire quelle che gli serviranno.
Fuori dalle pericolanti mura scolastiche i ragazzi e le ragazze sono soli, abbandonati a sé stessi in un paese che ha già fatto strame delle ultime quattro generazioni di laureati e diplomati. I loro bisogni saranno diversi da quelli dei vecchi, cioè dai nostri, ma loro davanti a noi saranno sempre una minoranza, anzi essi sono già la minoranza del presente, progressivamente privata del diritto a sperare.
Se tra i vecchi a cui appartengo ci sono anche uomini e donne che non vogliono rassegnarsi al destino di morire conservatori, che risposta saranno capaci di dare al futuro di questi ragazzi?
Uno dei modi è organizzare liberamente, fuori dal recinto istituzionale, un nuovo concetto di rete sociale tra generazioni. Non facciamo figli? Ok. Perchè questo dovrebbe impedirci di fare un investimento di tempo e di relazione sui figli altrui? Se la formazione è relazione, il primo nodo da risolvere è quello della solitudine sociale che i ragazzi sperimentano una volta messo piede fuori dalla scuola, una solitudine che i loro genitori sono spesso altrettanto disarmati a risolvere.
Chi tra noi oggi vuole aiutare il percorso di un giovane, offrirgli saperi e risorse, aiutarlo a orientarsi e sostenerlo nel suo percorso che strade istituzionali ha? Nessuna.
Chi tra i ragazzi oggi cercasse un riferimento adulto per capire, conoscere, intraprendere e crescere nel suo percorso, che strade istituzionali ha? Nessuna.
Ma un paese che non prevede reti di supporto tra le generazioni come fa a sviluppare responsabilità sociale al di fuori dal sistema-famiglia?
Un paese incapace di mettere in relazione la scuola propria delle istituzioni con la scuola impropria dei saperi e dei valori sociali può sviluppare al massimo le reti del “familismo amorale”, quello dove le risorse e le regole sono messe a servizio dei miei figli, privilegiati senza merito di cui -non a caso!- sono pieni i luoghi di comando d'Italia, a qualunque livello.
Gli incubatori d'impresa sono importanti e se ne parla tanto e giustamente, ma non ci bastano: non esistono solo le imprese. Prima delle imprese ci sono le persone, che vanno messe in grado di progettarsi. 
Prima dello start up, c'è il live-up.
Ci occorrono incubatori di cuori, di anime, di speranze, di coraggio, luoghi in cui possano essere trasmessi quei saperi non produttivi che fanno di noi persone libere, cittadini responsabili e consapevoli. La sfida dei vecchi di oggi è trovare modi liberi per mettersi a servizio degli adulti di domani.





sabato 12 luglio 2014

David Grossman: " Israele non ha parole di Pace"

Sempre di più le guerre oggi uccidono e massacrano i corpi dei "civili".
Sui cosiddetti social-network immagini agghiaccianti di corpi straziati tentano di colpire e smuovere coscienze e sentimenti. Molti di quei corpi straziati appartengono a bambine e bambini che hanno tutti i colori del mondo. Solo il colore del loro sangue è lo stesso, sempre! 
Così come adulti -sempre!- sono coloro che in nome di un dio svilito a "degradato umano" infieriscono su quei corpi. Adulti che non vogliono incontrarsi, parlare, guardarsi negli occhi, adulti che non sanno costruire parole di Pace.
Ne parla David Grossman , uno dei maggiori scrittori viventi, israeliano che che ha visto uccidere uno dei suoi figlii  nell'estate del 2006, durante il conflitto col Libano.



Fonte : La Tuscia"
David Grossman: " Israele non ha parole di Pace" 
Viterbo. Festival "Caffeina"

”Non sappiamo più parlare una lingua di pace. Non ci apriamo al punto di vista del nemico. Ci mancano le parole e la generosità di capire l’altro”.
In un solo concetto, David Grossman riassume cent’anni di conflitto arabo-israeliano 
L’autore di “Che tu sia per me il coltello” è nato a Gerusalemme. Per lui, che la conosce da sempre, la guerra coi palestinesi è un inferno silenzioso. Senza parole e senza volontà.
Si parla il linguaggio del piombo, dei sassi, della violenza. Un giovane palestinese bruciato vivo al prezzo di tre israeliani sequestrati e uccisi. Il dialogo è un campo di battaglia dove si contano le vittime. La prima è Israele. Vittima di se stessa, secondo Grossman.
“Non ci permettiamo di prendere in mano il nostro destino come dovremmo. La forza militare non può essere l’unico mezzo di confronto con i nostri nemici. Ci serve l’esercito. E ci serve la pace. Altrimenti ogni momento diventa un pretesto per creare odio”.
Le parole di Grossman vibrano dal palco di Caffeina. Non a caso, è stato scelto lui per uno degli incontri più densi di significato dell’intero festival. Quello dedicato alla forza delle parole.Le sue sono dolcezza e bellezza. Affilate come spade che sanno dove colpire, ma pronunciate lentamente. Non hanno fretta di arrivare al bersaglio, ma puntualmente, lo raggiungono. E mirano al cuore.
Semplicità di gesti. Sguardo azzurro e rassicurante, dietro gli occhiali. Grossman ha l’aria di un professore buono. Di quelli che hanno sempre un consiglio e un sorriso sulla punta delle labbra. Un bagaglio prezioso di esperienze da raccontare. E le parole giuste per farlo. Ma trovarle è una fatica.  
“Noi scrittori cerchiamo sempre le parole più esatte per colmare lo scarto con la realtà. Ho sempre scritto per capire la mia vita, o quella degli altri. Voglio essere invaso dagli altri. Voglio capire cosa significa essere un altro. E’ un tale mistero… Scrivere un personaggio è il modo più vicino possibile per arrivare al filo di luce nascosto nell’altro. Una dolce resa”.
Il pubblico è rapito. Grossman conclude leggendo in ebraico un passo del suo ultimo libro, “Caduti fuori dal tempo”. E accanto a palazzo papale risuonano parole lontane. Di un’altra lingua e un’altra religione. Piazza San Lorenzo ascolta senza fiatare questo scrittore che trova nella letteratura la chiave per risolvere persino un conflitto tanto difficile come quello israelo-palestinese. Che i libri salvano, non è l’unico a pensarlo. Lo ha detto anche Mauro Corona, venerdì, sempre dal palco di Caffeina. “La letteratura aiuta”, dice Grossman più volte durante l’intervista. Anche Shimon Peres gli ha raccontato che legge i libri di altri paesi prima di qualunque viaggio.
Ma se scrivere è guardarsi dentro o negli occhi, il segreto è tutto qui. Si può fare la pace come si scrive un libro. Fissando il proprio personaggio, con lo sforzo continuo di capirlo. “Di colpo il nemico si fonde e tu ti squagli. E non ci sono più muri. Due esseri umani intrappolati in una situazione impossibile soltanto se saranno abbastanza generosi gli uni con gli altri potranno riscattarsi a vicenda”. Proprio come gli israeliani e i palestinesi.
Stefania Moretti

mercoledì 9 luglio 2014

Vito Teti: "Tutta la Calabria è come Oppido Mamertina"

Vito Teti
Il "j'accuse" di Vito Teti? 
Vito Teti, ancora una volta, si rivolge anzitutto ai calabresi; a quei calabresi che "(..) non possono tacere, non possono assistere silenziosi non solo a questo degrado, ma anche alle spiegazioni che ne vengono date, ma che spesso sono stati considerati traditori e calunniatori della loro terra."
Il "j'accuse" di Vito Teti all’indomani di quanto avvenuto in occasione della funzione religiosa che si svolgeva ad Oppido Mamertino, fatti aggravati dal comportamento censurabile del parroco del paese don Benedetto Rustico
Ma le parole di Vito Teti sono rivolte anche a "tutti noi": agli italiani  che non possono più considerare colpevoli solamente "gli altri". Anche noi, in altri luoghi, in altre situazioni, assistiamo -consapevoli o inconsapevoli- "ad inchini" di  natura simile di quello fatto durante la processione religiosa di Oppido ( l'inchino "al potere") ma di forma differente.  

Tutta la Calabria è come Oppido Mamertina
la processione della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina
“Per dare speranza alla regione bisogna partire da questa scomoda verità.C’è una cappa mediatica e un’opa identitaria angusta sulla Calabria. Te ne accorgi quando vai fuori, in Italia e all’estero, e provi un senso di sollievo, misto ad amarezza, nel non leggere (su carta o su tanti siti web) commenti, riflessioni, retoriche identitarie che affossano la nostra regione, ne annullano il senso critico, un vero e problematico, sofferto, sentimento dell’appartenenza, incoraggiano alla lamentela, al rivendicazionismo immotivato, al rifiuto di ogni assunzione di responsabilità.
C’è un cerchio che non è nemmeno magico – non esistono leader autorevoli o progetti consapevoli cui legarsi – ma è soltanto una prigione, una trappola, un sotterraneo senza uscita. È fatto da commentatori, studiosi, giornalisti che, più o meno in buona fede, più o meno consapevolmente, più o meno legati tra di loro, si fanno portavoce di una “calabresità” pelosa. Siamo in presenza delle piccole vedette dell’identità proclamata, risentita, rancorosa, reattiva, mai propositiva, per qualcosa.

La calabresità pelosa
Provo a riassumere, in maniera riduttiva e schematica, le “tesi” che mi capita leggere su giornali, riviste, siti, facebook – che ormai stancano e sono anche illeggibili, nella loro ripetitività, nella loro inconsistenza analitica, nella loro incapacità di sguardo prospettico e di alimentare speranza a partire dal sé e non da quello che dicono gli altri. Cosa sostengono i portavoce dell’identità assediata?
1) La Calabria è oggetto di attacchi, incomprensioni, calunnie esterne e questo spiega la sua “arretratezza”, la sua marginalità.
2) Il problema della Calabria non è la ‘ndrangheta, non è la malapolitica, non sono i calabresi, ma sono gli altri, la stampa del Nord, chi non comprende una regione bella e ricca, accogliente ed ospitale.
3) La ‘ndrangheta del passato aveva dei valori popolari ed era anche risposta all’aggressione dei colonizzatori esterni.
4) La ‘ndrangheta è una continuazione del brigantaggio ed esprimeva anche i sentimenti di giustizia delle popolazioni.
5) Tutti i guai della Calabria e del Sud cominciano con l’unificazione nazionale: prima c’era l’Eden, lo “sviluppo”, la primitività genuina, adesso tutto è stato corrotto dagli altri, dai forestieri, dai nemici esterni.

La colpa…
Come se la Calabria e il Sud non avesse partecipato, con i suoi ceti politici e dirigenti, al degrado, all’avvelenamento, alla corruzione del Sud e dell’intero paese.
Come se scempi urbanistici, mancanza di tutela del territorio, incuria e incompiutezze, macerie e degradi non avessero visto come protagonisti interessati quanti poi piangono per la sfortunata e incompresa regione.
Potrei continuare a segnalare revisionismi localistici, letture infondate, asserzioni indimostrabili, affermazioni superficiali. Potrei ricordare come queste versioni tendono, di fatto, a legittimare la ’ndrangheta, a dare sempre alibi a “noi” contro gli altri, a occultare scempi e devastazioni compiute dai calabresi.
La colpa è degli altri; la salvezza è all’indietro, nel buon tempo antico; noi calabresi siamo quasi “geneticamente” (razzismo alla rovescia) buoni, accoglienti e ospitali e siamo stati rovinati dagli altri: i piemontesi, lo Stato, il Nord, i partiti nazionali. La colpa non è della ‘ndrangheta, della politica clientelare, dei professionisti collusi, organici, capi clan, di gente asservita e che non si indigna. No, la colpa è assegnata a chi non ci comprende, a chi segnala le malefatte dei locali, a chi denuncia quotidianamente le ombre e le responsabilità delle popolazioni.

…e I traditori!
Giudici, studiosi, giornalisti seri che amano questa terra, ma non possono tacere, non possono assistere silenziosi non solo a questo degrado, ma anche alle spiegazioni che ne vengono date, spesso sono stati considerati traditori e calunniatori della loro terra, alla quale hanno dedicato, magari, una vita e, spesso, la vita.
Il bersaglio dichiarato di molti commentatori è a volte la retorica dell’antimafia. Ora che l’antimafia abbia partorito anche interessi, spazi di potere, collocazione e visibilità poco edificanti, è sotto gli occhi di tutti. Ma ridurre l’opposizione vera alla criminalità sempre e comunque come un gioco di potere complementare alla delinquenza, diventa ingeneroso, calunnioso, pericoloso per quei giovani che non vogliono tacere, per magistrati e forze dell’ordine che sono in prima linea nel contrasto alla criminalità, per intellettuali, professionisti, gente comune che vivono nel rispetto delle regole, onestamente, e sono in prima linea nella difesa della legalità.

“Il garantismo”
La parolina magica che accomuna tanti “maestri del pensiero”, notisti, fondisti è “garantismo” come se il garantismo possa diventare uno slogan, un invito ad assolvere i criminali e i loro sodali e sostenitori, e non una pratica democratica, una conquista civile e illuminata, valida sempre e per tutti. E invece i predicatori del garantismo sono garantisti con i giudici indagati e condannati, mai con i magistrati che contrastano il crimine, rischiando la vita, quotidianamente. Il garantismo è per quella Chiesa perdonista e predicatoria e non per quei parroci coraggiosi e veri che contrastano, nei fatti, non solo a parole, la criminalità e invitano alla legalità. Il garantismo è per gli imprenditori che rubano il danaro pubblico, sciupano i fondi europei, si arricchiscono nel giro di pochi mesi e mai per i giovani senza lavoro e che perdono il lavoro.
Il garantismo è sempre per i carnefici, mai per le vittime. Le garanzie vengono invocate, anche giustamente, per ogni cittadino, ma ci sono cittadini più degli altri. Se qualcuno ha commesso un reato, può stare più tranquillo di chi lo ha subito.

Quale Chiesa?
Adesso – dopo silenzi e omissioni della Chiesa – la presa di posizione e le parole profonde e vere del Papa mostrano che il Re è nudo, che non basta coprirlo con piccoli pannicelli sporchi, con commenti che ubbidiscono a interessi più o meno palesi, o semplicemente a bisogno di visibilità, al gioco di spararla grossa, ad analisi in cui si sostiene tutto e il contrario di tutto, a commenti nei quali, in maniera schizofrenica, si passa dall’indignazione parolaia estrema all’autoassoluzione più vergognosa.
Adesso quanto accade ad Oppido – ma c’era bisogno di Oppido? Non bastavano i fatti di Sant’Onofrio e Polsi, le analisi e le descrizioni, pure di Sales, Saviano, Gratteri, Nicaso, Ciconte, Albanese, Baldassarro, Comito e tanti altri? – ci dice quanto radicate siano l’assuefazione, l’apatia, la confusione. C’era bisogno della voce di papa Bergoglio per fare capire come non sia possibile più nascondersi, ammiccare, giocare con revisionismi, informare in maniera tendenziosa, cedere alla lamentela. Credo che in molti dovrebbero almeno tacersi ed evitare, adesso, di dirci quanto ha ragione Papa Francesco e anche fare finta di stupirsi per Oppido.

Tutta la Calabria è una grande Oppido
Tutta la Calabria, senza per questo dimenticarne bellezze e grandezza, generosità e slanci, è, purtroppo, in maniera diversa, una grande Oppido. Da qui bisogna partire, da questa dolente constatazione, da questa scomoda verità, se si vuole dare, davvero, speranza a questa terra.



Nicola Gratteri: ”E’ ora di finirla con la retorica delle parole e incominciare a prendere provvedimenti con chi ha violato le regole della Chiesa e le parole di Papa Francesco”.

Nicola Gratteri: ”E’ ora di finirla con la retorica delle parole e incominciare a prendere provvedimenti con chi ha violato le regole della Chiesa e le parole di Papa Francesco”.
L'indignazione del giudice da sempre impegnato nella lotta contro la 'ndrangheta, all'indomani di quanto avvenuto durante la processione della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertino, paese tristemente noto a causa di una faida sanguinaria che ha provocato un centinaio di morti.


Fonte: La Repubblica
A Oppido Mamertina durante la processione l'omaggio davanti la casa dI Giuseppe Mazzagatti, vecchio capo clan di 82 anni, già condannato all'ergastolo per omicidio e associazione a delinquere di stampo mafioso. I carabinieri abbandonano il corteo per protesta. Il Comune si difende: "La 'ndrangheta non c'entra"
di GIUSEPPE BALDESSARRO

OPPIDO MAMERTINA (Reggio Calabria) – Ci sono i preti che lottano contro la 'ndrangheta e ci sono quelli che davanti ai boss ancora s'inchinano e fanno inchinare pure i santi in processione. E successo ancora, è successo in Calabria, dove Papa Francesco solo due settimane addietro aveva tuonato contro i mafiosi scomunicandoli pubblicamente, davanti a 200 mila persone che erano andati ad ascoltarlo a Cassano. 
E' successo mercoledì scorso, a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio, dove il vescovo Giuseppe Fiorini Morosini per combattere i boss, la scorsa settimana ha chiesto di sospendere per 10 anni la figura dei padrini ai battesimi e alle cresime. E' successo, e succede ancora spesso. Solo che questa volta i carabinieri non hanno solo fatto una relazione di servizio ai loro superiori, ma hanno lasciato  platealmente la processione del paese, sottolineando come lo Stato, o almeno lo Stato da loro rappresentano, davanti ai boss non s'inginocchiano.
La notizia è stata diffusa dal Quotidiano della Calabria, a firma Michele Albanese, che fa la cronaca di quanto avvenuto a Oppido, città nota per una delle più cruente guerre di mafia. Una faida che contò quasi cento morti ammazzati, non risparmiando neppure donne e bambini.

L'inchino della statua. Come da tradizione, mercoledì era in corso la processione della Madonna delle Grazie. Un rito secolare particolarmente sentito dai fedeli della parrocchia che si trova nella frazione Tresilico. La processione ad un certo punto è stata clamorosamente abbandonata dal comandante della stazione dei carabinieri di Oppido e da due militari. Il maresciallo Andrea Marino e i suoi uomini ha fatto marcia indietro dopo aver assistito a una scena ritenuta intollerabile per chi porta la divisa. La statua della Madonna delle Grazie, preceduta dai sacerdoti, ma anche da mezzo consiglio comunale, arrivata all'incrocio tra Corso Aspromonte e via Ugo Foscolo, era stata fatta fermare da alcune decine di portatori davanti alla casa del boss del paese. 

Il boss: Giuseppe Mazzagatti. Uno stop di meno di un minuto, seguito da un inchino dell'effigie alla dimora di Giuseppe Mazzagatti, capo clan di 82 anni, già condannato all'ergastolo per omicidio e associazione a delinquere di stampo mafioso. Un padrino temuto e ancora potente, che da tempo si trova ai domiciliari per motivi di salute. Assistendo all'episodio, il maresciallo ha immediatamente ordinato a suoi carabinieri che si trovano ai lati della statua di abbandonare la cerimonia. Un gesto clamoroso è fatto in maniera plateale, proprio a marcare le distanze con quanto accaduto.

La raccomandazione. Vicenda grave anche perché sembra che prima della processione, Marino - forse avendo avuto sentore di qualcosa – avesse incontrato i componenti della commissione della festa avvertendoli di non effettuare gesti particolari o inchini durante il tragitto. Una raccomandazione rimasta evidentemente inascoltata. Una brutta scena insomma, che ha scosso i militari, ma non gli altri presenti. Tant'è che quando i carabinieri hanno lasciato la processione nessuno tra le autorità civili e religiose presenti sembra li abbiano seguiti. E questo nonostante fossero chiare le ragioni del gesto. Tutti presenti e tutti consapevoli dunque. Tutti ossequiosi. Qualcuno per paura, qualcuno per complicità. Con il Rosario in mano e la Madonna sulle spalle, a riverire i boss che Papa Francesco vorrebbe scomunicare


Una lunga nota del Comune: facciamo così da anni, la 'ndrangheta non c'entra. In serata, il sindaco di Oppido Mamertina Domenico Giannetta ha rilasciato un lungo comunicato per spiegare l'accaduto: "Ci sentiamo  come Amministrazione Comunale indignati e colpiti nel nostro profilo personale  e istituzionale. Era presente al corteo religioso tutta la Giunta Comunale, il Presidente del Consiglio Comunale, il Comandante della Polizia Municipale e il Comandante della Stazione dei Carabinieri  di Oppido. Giunti all'incrocio tra via Ugo Foscolo e Corso Aspromonte, nel seguire il Corteo religioso tutti i predetti camminando a piedi svoltavamo  a sinistra, circa 30 metri dietro di noi vi erano i presbiteri e ancora dietro la vara di Maria SS. Delle Grazie. Mentre tutti procedevamo a passo d'uomo  la vara si fermava all'intersezione predetta  e veniva girata in direzione opposta al senso di marcia del Corteo, come da tradizione.
Peraltro, nell'attimo in cui i portatori della vara hanno espletato tale rotazione, improvvisamente il Comandante della Stazione locale dei Carabinieri che si trovava alla destra del Sindaco si e' distaccato dal Corteo, motivando che quella gestualità era riferibile ad un segno di riverenza verso la casa di Mazzagatti. Sentiamo dunque con sobrietà di condannare il gesto se l'obiettivo era rendere omaggio al boss, perché ogni cittadino deve essere riverente alla Madonna e non si debba verificare al contrario che per volontà di poche persone che trasportano in processione l'effigie, venga dissacrata l'onnipotenza divina, verso cui nessun uomo può osare gesto di sfida.  Dal canto nostro nell'immediatezza del fatto, nel dubbio abbiamo agito secondo un principio di buon senso e  non abbiamo abbandonato il Corteo per non creare disagi a tutta la popolazione oppidese ed ai migliaia di fedeli che giungono numerosi da diversi paesi ed evitare il disordine pubblico.

Scossi dall'accaduto,  dopo 10 minuti circa  a conclusione della Processione il sindaco, nella consapevolezza che il percorso della Processione e' stabilito dalle autorità religiose si e' recato da uno dei sacerdoti presenti alla processione a chiedere delucidazioni circa l'atteggiamento posto in essere dai portatori riguardo al fatto specifico. La risposta ricevuta dal Sindaco e' stata che tale ritualità di ruotare la vara verso il Corso Aspromonte e' prassi consolidata da oltre trent'anni. Pertanto non e' dato capire come mai l'episodio di qualche giorno fa ha assunto un significato diverso rispetto ai precedenti, a tal punto di  arrivare ad additare le Istituzioni presenti e la popolazione Oppidese accondiscendente  alla 'Ndrangheta".



Al carcere di Larino. E sempre oggi, a distanza di centinaia di chilometri, un altro segnale nei confronti dell'anatema di Papa Francesco contro i mafiosi: lo sciopero della messa di duecento detenuti nel carcere di Larino. 

Don benedetto Rustico: “Vi invito a prendere a schiaffi il giornalista che è in fondo alla chiesa”.

" (...)Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi. (...)" Rita Atria


Fonte : Il Fatto Quotidiano
“Vi invito a prendere a schiaffi il giornalista che è in fondo alla chiesa”. Don Benedetto Rustico pronuncia queste parole dal pulpito della chiesa della Madonna delle Grazie diOppido Mamertina (Reggio Calabria). Non gradisce le telecamere deilfattoquotidiano.it dopo le polemiche sulla processione di lunedì scorso in cui la vara si è fermata davanti a casa del boss ergastolano Giuseppe Mazzagatti per omaggiarlo. Il prete ordina e i fedeli eseguono. Il giornalista è stato aggredito e allontanato dalla chiesadi Lucio Musolino

mercoledì 2 luglio 2014

Cosa lega TAV, 'ndrangheta, Cetto Laqualunque? Risposta: il Piemonte

Le parole di Giulio Cavalli: "Provate per un secondo a pensare a tutti gli "antimafiosi" che vi vengono in mente che non siano magistrati o appartenenti alle forze dell'ordine: vi accorgerete che tutti, ma proprio tutti, sono stati bollati come visionari, strani, interessati alle donne, con qualche amante, in cerca di gloria, anarchici, complottisti, con molti punti oscuri. Tutti, da Impastato a Beppe Alfano a Rostagno a Pippo Fava e tutti gli altri. Ora pensate chiudendo gli occhi all'isolamento che si è voluto creare intorno a quelli che hanno provato a lanciare l'allarme delle infiltrazioni mafiose e TAV, e leggete queste righe di un qui l'articolo de L'Espresso". 

scavo tunnel esplorativo a Chiomonte

La conclusione dell'articolo: "(...)la filosofia di Toro che in una delle telefonate dice: «Ricordati queste parole... che ce la mangiamo io e te la torta dell'alta velocità».

Delle imprese Toro e Lazzaro però c'era anche traccia nei documenti sequestrati ai militanti No Tav. Bollati come terroristi che accumulavano materiale chissà per quale scopo criminale. Oggi invece la storia sembra un po' diversa: facevano lavoro di controinformazione".




Tutto questo all'indomani della visita a Torino della Commissione Antimafia, all'indomani dell'insediamento del nuovo Consiglio Regionale piemontese, all'indomani dell'ennesima dichiarazione di Sergio Chiamparino (per la verità, è lo stesso Chiamparino  che anni addietro si era detto indignato degli allarmi  "pretestuosi" sulla presenza delle mafie a Torino e in Piemonte..sic!) 
Intanto, Cetto Laqualunque, il personaggio di Antonio Albanese, è divenuto il simbolo di tanta mala-politica locale (e nazionale): personaggi improbabili vengono eletti e subito nominati assessori;...e naturalmente gli "opportunisti" continuano a commettere atti non penalmente rilevanti!
Intanto la società responsabile continua a tacere e a far finta di non vedere "gli opportunisti". 
Intanto, "pezzi" della politica continuano a premiare "gli opportunisti"

Fonte : La Stampa

Facciamo eleggere un Cetto Laqualunque...”

Le “storie criminali” raccolte nell’ordinanza del gip e le investigazioni segrete condotte dai malavitosi
A
TORINO
Non solo Tav. Ecco alcune delle altre «storie criminali» raccolte nelle 996 pagine dell'ordinanza del gip Elisabetta Chinaglia. 
Lo «007» della ’ndrangheta è un investigatore privato, Giovanni Ardis. Per i boss «acquisisce - secondo il gip - informazioni riservate circa eventuali investigazioni nei loro confronti, vanta aderenze nell’ambito delle forze di polizia e polizia locale». È in buoni rapporti con un maresciallo dei carabinieri della caserma di Beinasco. Non solo, cerca le microspie piazzate dagli investigatori. «Ai primi di marzo 2011 - annotano i carabinieri del Ros - si assisteva all’inizio dei rapporti tra Nicola Mirante (uno dei sodali in carcere per associazione mafiosa) e Ardis, investigatore abusivo, finalizzati alla bonifica da apparati di intercettazioni nelle autovetture e uffici del Mirante». In questo capitolo di gole profonde, c’è anche un ispettore della polizia municipale, in servizio presso l’ufficio Gip del tribunale di Torino. «Violando i doveri inerenti alla sua funzione e comunque abusando della sia qualità, rivelava a Domenico Greco (in cella anche lui per far parte del gruppo criminale) notizie di ufficio». Informazioni su denunce, fascicoli aperti dalla procura. Violando la sua funzione, si introduceva abusivamente «all’interno del sistema informatico “Re.Ge.”, e raccoglieva dati protetti». 

La riunione 
Il 19 aprile 2012, c’è una riunione al ristorante «Non solo vino» di Almese. Partecipano Gregorio Sisca, amico di Giovanni Toro, l’imprenditore che sogna di mettere le mani sul Tav, Raffaele Bressi, Giuseppe Gisabella e il candidato dei Moderati in corsa al Comune di Grugliasco, Domenico Verduci. «Gli scopi della riunione - osservano gli uomini del Ros - erano ancora una volta rivelati da Toro, che all’uscita del ristorante diceva “anche qua ci vuole un Cetto Laqualunque... anche noi dobbiamo avere un Cetto Laqualunque”. Il pensiero del Toro veniva ribadito nel corso di un dialogo registrato tra un imprenditore e una donna, dove il primo si diceva certo dell’efficacia dell’intervento effettuato dalla compagine criminale a favore del candidato “guarda che diventa assessore questo... eh! grazie a noi!». 

Il candidato  
Il 27 aprile Toro e Bressi partecipano ad un incontro elettorale organizzato da Verduci. Sisca non c’è. Così Toro lo chiama per raccontargli la serata e si rammarica per la sua assenza: «Guarda che ho conosciuto più gente questa sera che in tutta la mia vita... lì, Rivoli, bordelli cose. Perché non sei venuto? Ho stretto la mano a un po’ di persone che valgono qualcosa voglio dire...». E nella telefonata, annotano i carabinieri «prosegue che all’incontro c’erano Antonino Triolo, - candidato al consiglio comunale di Bruzolo - e un assessore di Rivoli e che già il giorno seguente avrebbero potuto raccogliere i frutti del rapporto intrapreso».
Alle elezioni del 6 del 7 maggio, Verducci veniva eletto con 121 preferenze e veniva nominato vice presidente della seconda commissione «Ambiente, pianificazione, territoriale». Quando ha bisogno di un nominativo per un problema a Bussoleno per un appalto, Verduci gli fa il nome di Antonino Triolo, eletto anche lui, ma alla carica di assessore con delega allo Sport, smaltimento rifiuti, arredo urbano a Bruzolo.  

La gara  
Il 13 settembre 2012, Toro lo chiama e lo esorta ad «intercedere presso le sue conoscenze in quel Comune (Bussoleno, ndr) poiché la sua società, la Toro srl, nonostante avesse espresso una percentuale di ribasso che avrebbe permesso l’aggiudicazione di una gara d’appalto, era stata esclusa per errori formali nella documentazione prodotta». «Ascolta - dice Toro al telefono - è tutto a posto. Adesso, però, mi è arrivata una notizia, hanno aperto Bussoleno ma sa che ero pure destinato a vincere ’sta gara perché è andata sul 24 e qualcosa. E io ci sono, ma mi hanno escluso per una dichiarazione sbagliata». Così, spiegano i carabinieri nell’annotazione, più tardi Triolo informava Toro di essersi interessato al problema. Il suo interlocutore lo aveva informato che non c’era la possibilità di una riammissione ufficiosa. Dice Triolo: «Senti lì niente, devi fare per forza ricorso». A volte gli «amici» deludono, infatti Toro, insiste: «Sì sì però abbiamo ragione noi, alla fine, abbiamo parlato con l’avvocato sono tutti gli altri da escludere.. hanno inciuccato tutto». Triolo e Verduci sono solo citati nell’ordinanza, non sono indagati.  

I biglietti 
Non solo l’edilizia, nelle mire delle cosche. Adolfo Crea e Giacomo Lo Surdo avvicinano Lorenzo La Rosa, socio di minoranza di Set Up, società specializzata nell’organizzazione di eventi. Pretendono biglietti per i «compari». In passato, Lo Surdo c’era andato un po’ pesante. Quando La Rosa si era mostrato indeciso di fronte alle pressioni, aveva minacciato senza mezzi termini di buttargli giù la porta. «Queste parole qua non si dicono agli amici», aveva cercato di difendersi La Rosa. Poi, per placare gli animi, ricordava a chi lo stava minacciando che i biglietti erano stati «sempre dati».  
Più tardi, La Rosa parlerà con il socio di maggioranza, Giulio Muttoni, che valuta l’ipotesi di chiedere l’intervento di Luigino Greco, uno degli arrestati di ieri, se le pressioni per avere biglietti avessero superato un certo limite. «Ci ho già parlato io», risponderà La Rosa. Pressioni e minacce, evidentemente, non erano un’iniziativa personale di Lo Surdo.  

La protezione  
La gente si rivolgeva a Luigino Greco per chiedere protezione. Come fossimo in Calabria. Lui era sotto intercettazione, telefonica e ambientale. Così, i carabinieri del Ros hanno scoperto la richiesta d’aiuto di Giorgio Toma, titolare del ristorante-pub «Befed», nel centro commerciale 45° Parallelo a Moncalieri. Qualche giorno prima, aveva avuto un diverbio con alcuni nomadi sinti, che pretendevano di fargli lasciare aperto il locale oltre l’orario. Lui si era ribellato e temeva ritorsioni. Tanto più che quei personaggi si erano soffermati a guardare la sua auto. Così, Luigino Greco si era rivolto a Gregorio Sisca e a Domenico Greco: «Conosciamo qualche sinto dalle parti di Moncalieri? C’è un amico mio che ha quel ristorante grosso…». Un giro di telefonate, poi la chiamata per rassicurare Toma: «Ascolta, guarda che molto probabilmente la prossima settimana, magari un pomeriggio ti liberi un’ora che andiamo fino da quegli amici, stamattina ho parlato con un mio amico che li conosce bene, sia quelli di Moncalieri che quelli di Nichelino. Ci facciamo un giretto, così ci presentiamo. Avevo detto che mi interessavo e mi sono interessato...». A questo punto, è Toma a temere che la faccenda prenda una brutta piega. «Ma con tutta tranquillità, ci si presenta, gli dici “guarda che siamo amici”», raccomanda. Ma per Greco, la questione è un’altra. E’ un punto d’onore, è in gioco il rispetto: «Ci sono io lì, punto e basta. Non mi vedete mai, però sono io». 

Oggi è il compleanno di Piera Aiello: Auguri

Il coraggio di Piera Aiello, la moglie di Nicola Atria, ha legato per sempre la sua storia a quella di Rita Atria. 
La sua vita, insieme a quella di Rita Atria, Piera l'ha raccontata in un libro scritto insieme a Umberto Lucentini: "Maledetta mafia". 
Ancora oggi, dopo più di venti anni dai fatti che ne hanno segnato per sempre la vita, Piera Aiello vive sotto falso nome, in una località protetta. Piera Aiello, come  Rita Atria, diventano l'emblema del "testimone di giustizia", figura che sarà introdotta nell'ordinamento giuridico italiano con la legge n. 45 del 13 febbraio 2001
 
l'immagine che Piera Aiello affida ai social network
Paolo Borsellino: "Piera, tu cosa vedi allo specchio?"
Piera: "Una ragazza con un passato turbolento, un presente inesistente e un futuro con un punto interrogativo grande quanto il mondo"
Paolo Borsellino: " Io vedo una donnna che si è ribellata ad un passato turbolento che non ha mai accettato. vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. non per altro: ha diritto ad avere felicità per tutto quello che sta facendo"


Piera Aiello aveva solo 18 anni quando sposa Nicolò Atria. Nove giorni dopo il matrimonio, il suocero, Vito Atria, un piccolo mafioso locale, viene assassinato. Nel 1991 la stessa sorte tocca al marito, sotto i suoi occhi.
Il momento di svolta è l'incontro con un uomo che una mattina, scrive Piera, "mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio, eravamo in una caserma dei Carabinieri". Quell'uomo è Paolo Borsellino.
"Da quando lo "zio Paolo" mi ha piazzato davanti a quello specchio e mi ha ricordato chi ero, da dove venivo e dove sarei dovuta andare, sono diventata una testimone di giustizia. Io non ho mai commesso reati, né sono mai stata complice dei crimini di mio marito e dei suoi amici, gli stessi che poi ho accusato nelle aule dei tribunali e nelle corti d'assise. Quel che è certo è che la mia storia, la mia vita, è stata rivoluzionata dalla morte", compresa la morte di Rita, che a 17 anni decide di ribellarsi al sistema mafioso..."