Per la prima volta dopo molti anni, l'8 marzo torna ad essere soprattutto una giornata di lotta: manifestazioni, cortei, sit in e proteste in tutte le città italiane. E in 50 Paesi del mondo aderisioni e manifestazioni a sostegno dello sciopero globale delle donne.
A Pinerolo, noi oggi vogliamo ricordare e lottare, per "i fantasmi" di Pinerolo: le donne e gli uomini della PMT, ancora senza certezze su quello che sarà il futuro della fabbrica e quello delle loro famiglie, a cui ancora oggi non vengono assicurati i cosiddetti "ammortizzatori sociali. E poi vogliamo ricordare altri "fantasmi": ancora una volta parliamo delle ragazza profughe ospitate da qualche settimana a Pinerolo, presso la Casa madre delle Suore Giuseppine
Auguri alle donne e agli uomini che non fanno festa perchè c'è ancora tanto per cui dover lottare.
Auguri alle donne che, "nel nostro mondo",
scelgono di vivere il loro essere donna
con responsabilità e consapevolezza.
Auguri più grandi alle donne "di altri mondi"
dove non sanno che questa è la "Giornata della Donna"
ed hanno per traguardo la fine del giorno
per avere un altro giorno da vivere.
Perchè non è un fim...e devi scegliere da che parte stare!
Alle Donne , a noi tutti.
"(...) Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse, se ognuno di noi prova a cambiare , forse ce la faremo. "
Rita Atria - Erice 5 giugno 1992
Non è un fim...e devi scegliere da che parte stare!
Non è un film quello che scorre in torno che vediamo ogni ogni giorno che giriamo distogliendo lo sguardo. Non è un film e non sono comparse le persone disperse sospese e diverse tra noi e lo sfondo, e il resto del mondo che attraversa il confine ma il confine è rotondo si sposta man mano che muoviamo lo sguardo ci sembra lontano perché siamo in ritardo, perenne, costante, ne basta un istante, a un passo dal centro è gia troppo distante, a un passo dal mare è gia troppo montagna, ad un passo da qui era tutta campagna. Oggi tutto è diverso una vita mai vista questo qui non è un film e non sei protagonista, puoi chiamare lo stop ma non sei il regista ti puoi credere al top ma sei in fondo alla lista.
Questo non è un film e le nostre belle case non corrono il pericolo di essere invase, non è un armata aliena sbarcata sulla terra, non sono extraterrestri che ci dichiaran guerra, son solamente uomini che varcano i confini, uomini con donne vecchi con bambini, poveri con poveri che scappan dalla fame gli uni sopra gli altri per intere settimane come in carri bestiame attraverso il deserto rincorrono una via in balia dell'incerto per rimanere liberi costretti a farsi schiavi stipati nelle stive di disastronavi come i nostri avi contro i mostri e i draghi in un viaggio nell'inferno che prenoti e paghi sopravvivi o anneghi questo il confine perché non è un film non c'è lieto fine.
Questo sembra un film di quelli terrificanti dalla trasilvania non arrivano vampiri ma badanti, da santo domingo non profughi o zombie, ma ragazze condannate a qualcuno che le trombi dalle filippine colf e pure dal bangladesh dalla bielorussia solo carne da lap dance scappano per soddisfare vizi e sfizi nostri loro son le prede, noi siamo i mostri loro la pietanza, noi i commensali e se loro son gli avanzi noi siam peggio dei maiali pronti a divorare a sazietà pronti a lamentarci per la puzza della varia umanità che ci occorre, ci soccorre, ci sostenta questo non è un film ma vedrai che lo diventa tu stai attento e tienti pronto che al momento di girare i buoni vincon sempre, scegli da che parte stare.
Scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
Replichiamo all'articolo comparso su l'Eco del Chisone in edicola lo scorso 15 febbraio! In quell'articolo il vice-direttore Alberto Maranetto tirava in ballo il presidio LIBERA "Rita Atria" a proposito della questione che ha visto opposti ( sia pure a debita distanza) il rapprer ghanese Bello Figo ed il consigliere comunale della Lega Nord Gualtiero Caffaratto.
La vicenda ha addirittura avuto un colpo di coda nella seduta del Consiglio Comunale dello scorso 22 febbraio: il consigliere Caffaratto è arrivato a chiedere le dimissioni del sindaco Salvai, reo di aver minacciato "verbalmente" lo stesso consigliere ritenendolo "responsabile " di eventuali disordini che si fossero verificati durante il concerto di Bello Figo. Concerto che, come oramai sappiamo tutti, è stato annullato. Coloro che avranno la pazienza di leggere la nostra replica scopriranno come e perchè continui a poco importarci di quella questione giacchè,grazie aF. M.Dostoevskij abbiamo scoperto cheera solo "pubblicità"! I pazienti lettori avranno chiaro che "Abbiamo scansato il trash perchè ci preoccupa il trend". Ovviamente abbiamo inviato la nostra replica al vice-direttore Maranetto. Pubblichiamo il testo della replica nella sua versione integrale!
"Abbiamo scansato il trash
perchè ci preoccupa il trend"
Egregio direttore
Maranetto, nel suo articolo “Troppo trash per avere diritti”,
Lei imputa anche al presidio LIBERA “Rita Atria” “l'assordante
silenzio” seguito all'intervista riportata dal suo giornale del
consigliere della Lega Nord Gualtiero Caffaratto, intervista
cheavrebbe contribuito a fomentare un clima ostile,
tale da far annullare il concerto del “rapper” Bello Figo.
Premettendo che non siamo
onniscenti né onni-presenti a tutto quanto accade in Pinerolo, a
differenza di quanto scrive nel suo articolo abbiamo ritenuto che la
questione “Bello Figo-Caffaratto” non fosse da porre in cima alle
priorità del presidio “Rita Atria”. Tuttavia, il Suo ingeneroso
rimprovero ci ha portati alle considerazioni seguenti.
Bello
Figo è un “rapper” ghanese assurto ad una certa notorietà
grazie ad una canzone “provocatoria” già nel titolo: “Io non
pago affitto”. Il testo della canzone ci è parso “un minestrone”
nel quale trovano disordinatamente posto immagini riferite al tema
dell'immigrazione e alla politica italiana, “affogate” in
considerazioni e situazioni d'altro tipo e volgarità. Il
“minestrone” dovrebbe potersi ricondurre a quello che viene
definito il “filone trash” (spazzatura).
Alla provocazione di
Bello Figo ha replicato “idealmente” il consigliere Caffaratto. In un passaggio della succitata intervista, G.
Caffarato ricorda a noi tutti uno dei fondamenti etico-antropologici
che connotano il partito politico a cui egli fa riferimento:
-intervistatore:
“Lei ha definito il rapper ghanese un animale. E' pentito di
averlo fatto?”
-G. Caffaratto:
“Per nulla , del resto tutti noi discendiamo
dagli animali”.
Da "BelloFigo-Caffaratto"...a Dostoevskij (!) per scoprire che è solo "pubblicità"
Tutto questo ci ha fatto
tornare alla mente un dialogo
fra personaggi minori di “Delitto e castigo” (F. M.
Dostoevskij). Ad un
certo punto, uno dei personaggi esclama:“(...)Posso
contribuire indirettamente all'evoluzione del mio prossimo e alla
propaganda. Ogni uomo ha il dovere di sviluppare le menti altrui e di
far propaganda e, probabilmente, quanto più essa è violenta, meglio
è. Potrei gettare un'idea, un seme...da questo seme nascerà un
fatto(…)”.
In questo dialogoci è parso di ritrovare “l'essenza”
della questione: propaganda!...per meglio dire: “pubblicità”!
Entrambi, Bello
Figo e G. Caffaratto, paiono infatti accomunati dall'intento
di far avvenire un fatto, di gettare un seme, usando
“la propaganda-pubblicità” ben sapendo che quanto più il
messaggio è violento tanto maggiore sarà la
sua visibilità! ...Avranno letto
Dostoevskij!
Una domanda ci è parsa
quindi doverosa: “Pensiamo davvero che il messaggio del “rapper”
e del “politico locale” possano contribuire “all'evoluzione del
prossimo”? Ovvero: il
messaggio “artistico” di Bello Figo serve alla causa dei
migranti, a combattere gli stereotipi del razzismo e la schiavitù
sessuale a cui sono costrette tante ragazze, anche africane? Il
messaggio “politico” di G. Caffaratto contribuisce alla crescita
etica e politica della nostra comunità?
Per quanto ci
riguarda, noi facciamo fatica a crederlo. Diritto di ciascuno è
quello di esprimersi liberamente entro i termini consentiti dalla
legge-regola; nostro diritto-dovere formarci un giudizio -etico e
culturale- sul messaggio espresso e quindi agire di conseguenza: ad
esempio, parlando ai giovani, come
noi facciamo da anni incontrando le ragazze ed i ragazzi delle scuole
pinerolesi. Cosicché,invitati a riflettere sulla Giornata della Memoria in
ricordo delle vittime della Shoah, sul fenomeno della violenza,
su mafie e “pensiero mafioso” (cercare di ottenere
quello che non ci meritiamo), siamo partiti dall'essenza di quei
fenomeni: l'INGIUSTIZIA. E abbiamo riflettuto insieme ai
giovani prendendo spunto dai due fatti
importati, a nostro parere, accaduti a Pinerolo nelle ultime
settimane: il fallimento della PMT; l'arrivo a Pinerolo di
17 ragazze profughe.
Egregio Diretore, ci
preoccupa “l'anima delle nostre comunità”,schiacciate
da ingiustizia, conoscenza superficiale delle cose, indifferenza,
assenza di progetti politici e culturali lungimiranti; comunità in
cui all’impegno encomiabile di “singoli” si contrappongono
complicità al “sistema” e cedimenti al “pensiero mafioso”.Questi i
temi, “i trends”, che hanno catturato la nostra attenzione.
Su quei temi il presidio LIBERA “Rita Atria” cerca di agire ed
essere presente, sia pure con modeste capacità e risultati.
Egregio direttore
Maranetto, abbiamo scansato il trash perchè ci proccupa il trend!
La lettera di Michele viene pubblicata per volontà dei
genitori, perché quanto accaduto a Michele possa servire a qualcosa. Quanto accaduto a Michele deve servire a ripensare la vita nelle nostre comunità, nella nostra società. La lettera di Michele deve servire a rompere "i muri" che ci separano dagli altri, muri che sembrano più alti e invalicabili quando la richiesta è quella di un aiuto per spezzare difficoltà che portano alla solitudine.
La lettera di Michele viene pubblicata per volontà dei genitori, perché la denuncia non cada nel vuoto. La mamma di Michele: «Di
Michele ricorderemo il suo gesto di ribellione
estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani
probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che
distrugge i sogni».
Interroghiamoci tutti!...e accogliamo la responsabilità di sentire la vita degli altri vicina e parte della nostra vita.
Per questo Michele scrive la sua ultima Lettera
di MICHELE
Ho vissuto (male) per trent’anni,
qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di
stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono
soggettivi, non oggettivi
Ho cercato
di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti
tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie
risorse, di fare del malessere un’arte .
Ma le domande non finiscono mai, e io
di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di
fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di
colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti
e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di
me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere,
di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata,
stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai
visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di
fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere
messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande
qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse
davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è
mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è
una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le
alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque
cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la
posso riconoscere come mia.
Da questa
realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un
lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono
pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la
sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per
voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete
pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente
non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non
voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la
sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo
che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a
continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di
identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo
ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e
io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da
niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non
c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a
combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe
dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio
dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non
me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non
è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si
muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi
in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento
tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di
accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è
inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto
che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste
l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un
piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho
dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme
dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo,
finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona
libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva
nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie. Non mi faccio ricattare dal
fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona.
Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un
anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso,
di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non
si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio
obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una
follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non
qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza
si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi
essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete,
ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos.
Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un
furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici.
Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori
di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di
alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti.
Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
tratto da "Principi fondamentali della Repubblica Italiana"
Art. 1 L'Italia
è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità
appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo,
sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua
personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di
solidarietà politica, economica e sociale.
Art.
3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali
davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e
sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e
l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4 La
Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e
promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni
cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e
la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al
progresso materiale o spirituale della società.
365 GIORNI SENZA GIULIO. DOVEROSO UNIRSI ALLA RICHIESTA DEI GENITORI DI GIULIO REGENI: "VOLGIAMO LA VERITA' E LA VOGLIAMO TUTTA".
Questa la richiesta ferma e dignitosa di mamma e del papà di Giulio, Paola e Claudio, espressa oggi a 365 giorni dalla sequestro di Giulio Regeni. Paola Regeni: Lo ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso".
Ricordiamo che i genitori di Giulio, nei giorni in cui evidenti sono stati depistaggi, ambiguità e tentennamenti, avevano pensato ad un gesto estremo per smuovere le acque: diffondere la foto di Giulio all'obitorio della Sapienza. Come fece già Patrizia Aldrovandi, come ha fatto Ilaria Cucchi.
Paola Regeni così aveva dichiarato nel corso della conferenza stampa seguita al ritrovamento del corpo martoriato di Giulio:
"La morte di Giulio non è un caso isolato. Non
è morbillo, non è varicella. La parte amica dell'Egitto ci
ha detto che l'hanno torturato e ucciso come un egiziano. Forse
non saranno piaciute le sue idee. E forse era dai tempi del nazifascismo che un italiano non moriva dopo
esser stato sottoposto alle torture. Ma Giulio non era in
guerra, non era in montagna come i partigiani, che hanno tutto
il mio rispetto. Era lì per fare ricerca. Eppure lo hanno
torturato. (...) L'ultima foto che abbiamo
di Giulio è del 15 gennaio, il giorno del suo compleanno -
dice Paola - , quella in cui lui ha il maglione verde e la
camicia rossa. Non si vede, ma davanti a lui c'è un piatto di
pesce e intorno gli amici, perché Giulio amava divertirsi. Il
suo era un viso sorridente, con uno sguardo aperto. E'
un'immagine felice. L'Egitto ci
ha restituito un volto completamente diverso. Al posto di quel
viso solare e aperto c'è un viso piccolo piccolo piccolo, non
vi dico cosa gli hanno fatto. Su quel viso ho visto tutto il
male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo
si è riversato su di lui".All'obitorio, l'unica cosa che ho ritrovato
di quel suo viso felice è il naso. Lo ho riconosciuto soltanto
dalla punta del naso".
Nella giornata di ieri, è stato reso pubblico il filmato che riprende Giulio in quello che , presumibilmente, è stato l'ultimo colloquio avuto con Mohammed Abdallah, capo del sindacato autonomi degli ambulanti del Cairo. A fine dicembre 2016, Mohammed Abdallah aveva dichiarato: «Sì, l’ho denunciato e l’ho consegnato agli Interni e ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso».
Il filmato riportato oggi dagli organi di stampa è stato fatto dallo stesso Abdallah, grazie ad una micro-telecamera fornita dai servizi segreti egiziani: Abdallah e Giulio parlano del progetto della fondazione Antipode, l’associazione britannica che aveva messo a disposizione sino a diecimila sterline per partecipare a un progetto per l’inclusione sociale, destinato ai paesi in via di sviluppo.
''Mia moglie ha il cancro - spiega l'ambulante a Giulio - per me è importante qualsiasi somma di denaro''. Regeni risponde: ''Non si tratta di soldi miei, non posso darteli. Sono un accademico, non posso usarli per ragioni private''.
Le ultime immagini di Giulio Regeni
Riportiamo la trascrizione del colloquio, la cui diffusione è stata autorizzata dal Ros
Regeni: Tu sei convinto che io possiedo molta autorità. In verità io non ho alcuna autorità! il programma parte dalla Gran Bretagna. Io non conosco le persone operanti all’interno dell’istituto competente per i soldi! Che posso fare? Vuoi che gli scrivo una mail dicendogli che ci servono i soldi subito perché fra due settimane c’è la ricorrenza del 25 gennaio?! (ultima frase detta ironicamente N.d.T.).
Abdallah: Si può fare?
Regeni: Ma certo che no. Per me non è professionale.
Regeni: Eh lo so. Capisco. Io … col mio tempo (frase senza senso, detta in un arabo scorretto e quindi incomprensibile N.d.T.). Non ho nessuna autorità. Io sono solamente uno straniero in Egitto. Sono un ricercatore e mi interessa procedere nella mia ricerca - progetto. Io, Giulio, il mio interesse è questo. E mi interessa che voi come venditori ambulanti fruiate del denaro in modo ufficiale, come previsto dal progetto e dai britannici. Questo è l’importante per me.
Abdallah: Ok.
Regeni: Non ho altri interessi. E mi auguro che sia lo stesso obiettivo di quelli del Centro.
Regeni: Ah ok. No, allora, io questo voglio saperlo da te! Voglio che proponi idee/ proposte e dopodiché discutiamo i particolari. Ho però prima bisogno di idee \ proposte come, ad esempio: disponiamo dei soldi, per quanto siano pochi, e vogliamo usarli che ne so … in … (e mima con le mani la forma di una struttura N.d.T.).
Abdallah: No … allora … Giulio … non riesci a capirmi! Questi soldi li useremo in progetti di affitto di spazi per bancarelle eccetera, oppure li useremo per progetti politici per promuovere la libertà …
Regeni: Fare politica la vedo difficile in questo frangente!
Regeni: Allora, se sul piatto si mette una buona idea e intendiamo ottenere sovvenzionamento, sempreché ce li concedano, mi auguro di sì, allora ci saranno eventualmente molti progetti provenienti da diverse parti del mondo per i quali poter ottenere del denaro. Quindi, quello che voglio spiegare è che la cosa non è sicura al cento per cento, ma dobbiamo tentare e sperare. Se noi sul piatto abbiamo delle idee, magari proveniente, ad esempio, da te, allora, una volta ottenute le informazioni (relative alle eventuali idee e progetti N.d.T.) …
Abdallah: Informazioni relative a cosa, tipo cosa? Così incomincio a reperirle. Mi metto subito all’opera.
Abdallah: No, non ero teso/preoccupato/ansioso. Giulio, ascolta. Noi ormai siamo amici, giusto? Io ho una situazione familiare disagiata. Mia figlia è stata operata il cinque. Mia moglie deve essere operata per cancro. Per cui io sono disposto a buttarmi su qualsiasi cosa, l’importante che ne escano fuori dei soldi!
Regeni: Senti, Mohammed, questi soldi non sono i miei. Io non posso utilizzarli a mio piacimento perché sono un accademico e non posso comunicare all’istituto britannico che intendo usare i soldi per fini personali. Si creerebbe un grande problema per i britannici!
Abdallah: Ma non c’è una scappatoia per poter utilizzarli a fini personali?
Regeni: Non so che dirti! Questi soldi provengono tramite me, ma dalla Gran Bretagna e dal Centro Egiziano. E da quest’ultimo ai venditori ambulanti. Non c’è altra via!
(pausa caffè N.d.T.) altri 30 secondi
Abdallah: Dico bene?
Regeni: Giusto.
Abdallah: Seconda cosa, mia figlia ha subito un intervento e necessita di essere sottoposta ad un ulteriore intervento e quindi mi trovo in condizioni di bisogno economico.
Regeni:
Mi dispiace, ma questa è un’altra questione. Io non so cosa dirti in relazione ai soldi! Soldi che, tra l’altro, potrebbero arrivare dopo marzo e non adesso. Non possiamo fruire di altri soldi prima dell’arrivo dei soldi dell’istituto britannico!
Oggi, 19 gennaio 2017, Paolo Borsellino avrebbe compiuto 77 anni. Aderiamo anche noi all'invito di "Le Agende Rosse" a fare memoria di questo giorno per "fare memoria" dell'insegnamento di Paolo Borsellino. E facendo memoria di Paolo Borsellino non possiamo non mettergli "al fianco" Giovanni Falcone: due vite "cresciute insieme", nelle strade del quartiere "Kalsa" di Palermo. Due vite indissolubilmente legate, quelle di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che continuano a parlare alle nostre vite, che continuano ad "insegnare" affinchè questo paese, l'Italia, possa diventare un paese ove regni GIUSTIZIA.
Per tanti l'insegnamento di quelle due vite si traduce in piccoli atti di impegno, libero e volontario, per dimostrare a se stessi e agli altri che Giovanni e Paolo sono vivi! Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono vivi dentro coloro che, quotidianamente, con piccoli atti di "resistenza", rifiutano di trarre favori e privilegi dal sistema mafioso e dal "pensiero mafioso" ( ottenere quello che non ci meritiamo!).
Anche per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ancora oggi chiediamo Verità e Giustizia. A venticinque anni dalla loro morte siamo ancora a celebrare l'ennesimo processo ( "Borsellino quater") nel quale emergono le conferme della drammatica consapevolezza che paolo Borsellino confidò alla moglie poche ore prima di essere ucciso: "Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri."
Per AMORE
Fare Memoria. A Palermo, il 23 giugno 1992 è calata la notte quando Paolo Borsellino arriva, in ritardo, alla commemorazione organizzata dalle ragazze dai ragazzi dell'AGESCI a ricordare la Strage di Capaci.
Nel cortile di Casa Professa, il centro dei gesuiti palermitani, fra le fiaccole accese degli scout, un lunghissimo applauso sembra voler abbracciare Paolo Borsellino. Paolo Borsellino è turbato emozionato, e abbracciando, Lui, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, comincia a pronunciare le parole di un discorso fra i più belli e significativi della storia del nostro Paese.
In quel discorso, Paolo Borsellino parla di Giovanni Falcone ma in realtà spiega a tutti noi la sola motivazione che ha guidato la "bellissima esperienza" che hanno condotto insieme, Giovanni Falcone , Paolo Borsellino e tutti coloro che si sono sacrificati per la difesa dei valori della Giustizia: per questo motivo le parole pronunciate da Paolo Borsellino quella sera vengono ricordate sempre come "Il Discorso dell'Amore" . Nella fotografia, Falcone, Borsellino e Antonino Caponnetto, allora procuratore capo di Palermo.
Riportiamo un estratto di quel discorso che termina con le parole : "Dimostando a noi e al mondo che Falcone è vivo".
“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene. […] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”. Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco, perché ben presto sopravvenne il fastidio e l’insofferenza al prezzo che per la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare, che ha finito a sua volta per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia, il loro codice di procedura penale. E adesso hanno fornito un alibi a chi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsi. In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì ma cercò di ricreare altrove le ottimali condizioni per il suo lavoro. Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il lavoro di dieci anni. E Falcone lavorò incessantemente per rientrare in magistratura, in condizioni ottimali. Per fare il magistrato, indipendente come lo era sempre stato. Morì, è morto, insieme a sua moglie e alle sue scorte e ora tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita, anche coloro che, per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto di parlare. Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta…La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre , anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro; collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.
A partire dallo scorso lunedì 9 gennaio 2017, sul
quotidiano La Repubblica ha preso avvio il blog “MAFIE”, da una
idea di Attilio Bolzoni. Il primo articolo pubblicato ha un titolo
significativo: “Dov'è? Dove si è nascosta?”(qui la pagina del blog "MAFIE"). E Attilio Bolzoni chiede infine, provocatoriamente: “Si è tramutata (la mafia) in un'élite che punta ad accorciare sempre di più le distanze fra mondo illegale e legale?(...)fra qualche anno ( le mafie) non le troveremo più. Non sapremo più riconoscerle“. Le domande contenute del titolo, muovono anche da un breve scritto di Letizia Battaglia. Aventicinque anni dall'estate del '92,Letizia Battaglia non sa più dove andare a fotografare i mafiosi” perchè “(...)I mafiosi (e gli amici dei mafiosi) non sembrano più mafiosi. Rassomigliano fisicamente troppo alle persone perbene (….).
Letizia Battaglia, lo ricordiamo, è la fotografa che testimoniò col sul lavoro gli anni di sangue che cosa nostra sparse nella Sicilia sconquassata dalla "seconda guerra di mafia" che avrebbe portato alle stragi dell'estate del 1992. Fra le tante fotografie, fu proprio Letizia Battaglia a scattare quella che ritrae l'attuale presidente della Repubblica mentre soccorre il fratello morente,Pier Santi Mattarella, pochi minuti dopo essere stato colpito dai killer di cosa nostra, la mattina del 6 gennaio 1980.
Le lezioni "sulla mafia" che tanti fingono di non ricordare."Dov'è (la mafia)? Dove si è nascosta (la mafia)?" Cominciamo dal Piemonte, ad esempio...
Proprio noi che viviamo in Piemonte qualche
suggerimento su dove andare a cercare le mafie di oggi ci permettiamo
però di darlo.Per (re)imparare a (ri)conoscere quello che sono
diventate le mafie, per comprendere come agiscono oggi, basterebbe
rileggere -studiandola magari a fondo- la requisitoria che Gian Carlo
Caselli pronuncia al processo Minotauro la mattina del 27 giugno
2013( leggi qui uno degli articoli dell'epoca).
L'allora procuratore capo di Torino riserva a sé proprio
l'esposizione dei fatti rilevati nei confronti della cosiddetta “zona
griga” piemontese: imprenditori, uomini politici , amministratori,
“pezzi” della società civile che per mera convenienza, per
opportunismo(!), diventano complici o strumenti delle organizzazioni
mafiose; le quali organizzazioni -occorre ricordarlo- fondano da
sempre la loro forza e il loro potere proprio sulle “relazioni
sociali” che sono capaci di intessere in una comunità, in uno
scambio di “reciproche convenienze”.
Giancarlo Caselli: “(...) La
mafia, soprattutto nella sua espansione fuori dalle aree
tradizionali, non rinunzia certo alla violenza, ma la usa come
ultima risorsa, (…) alle spalle abbiamo oltre trent’anni di
mimetizzazione delle mafie al Nord. Questa mimetizzazione rappresenta
un elemento di prova decisivo quanto alla pericolosità
dell’associazione. Perché presupponeil filtro di una ZONA GRIGIA che costituisce un
punto di forza dell’organizzazione (…) Per realizzare i loro
affari i mafiosi hanno sempre più bisogno di “esperti”:
ragionieri, commercialisti, immobiliaristi, operatori finanziari e
bancari, notai, avvocati, politici, amministratori, uomini delle
istituzioni [purtroppo, magistrati compresi]: la cosiddetta borghesia
mafiosa. (…) Ecco perché non è accettabile la richiesta che
spesso viene rivolta ai magistrati di indicare soltanto con molti
omissis la rete di relazioni intrecciate dalla criminalità nel
tessuto politico e sociale della comunità. Sarebbe un grande errore,
il silenzio si trasformerebbe in omertà diffusa e non contribuirebbe
sicuramente a bonificare il tessuto sociale. (…) Per fare questo
non bastano i magistrati che perseguono i delitti, non bastano gli
investigatori: c’è bisogno che tutti [anche, se non soprattutto,
la politica e l’intera classe dirigente del Paese] si schierino e
operino nella stessa direzione, per togliere spazi alla criminalità.
(...) Vedremo che ci sono tante persone che
traggono vantaggi dall'esistenza della mafia. Persone che non hanno
interesse a denunziare nulla. Persone (politici, amministratori) che
la legge penale non può punire perchè la loro colpa è
l'OPPORTUNISMO. Una colpa grave sul piano politico/morale ma non
penalmente sanzionata. Una colpa che espone alla ricattabilità.(...)”
Che le mafie, non siano “coppola e lupara” ma "ingiustizia e corruzione, gestione distorta della cosa pubblica, lo sappiamo da decenni, da secoli!
Per fotografare la mafia "di oggi" bisognerebbe semplicemente “fare memoria”! Ad esempio, partire dall'intuizione del “prefetto
di ferro” Cesare Mori il quale, spedito in Sicilia da Mussolini nel 1924, ma poi richiamato a Roma ( da
chi?...domanda retorica) proprio per fermare l'offensiva militare
messa da lui in atto contro brigantaggio e “cosa nostra” nella Sicilia dei primi anni del '900, così ebbe a dichiarare: “Quando i
giornali parlano di colpo mortale alla mafia, non hanno capito che
brigantaggio e mafia sono due cose diverse. Il colpo mortale alla
mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non solo
tra i fichi d'india ama nelle prefettture, nelle questure, nei gradni
palazzi padronali e, perchè no, in qualche ministero”.
Facciamo
memoria allora e traiamone comportamenti e analisi conseguenti! Uno dei passaggi più significati dell'intervista
che Carlo
Alberto Dalla Chiesa rilasciò
a Giogio Bocca il 10 agosto 1982, pochi giorni prima di essere
ucciso: “La mafia ormai sta nelle maggiori
città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o
commerciali e magari industriali. A me interessa conoscere questa
‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questa fase di
riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che
architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne
o alberghi o ristoranti à la page . Ma ancor più mi interessa la
rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, imprese e
commerci magari passati a mani insospettabili e corrette, sta nei
punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio,
controlla il potere”.
E allora per fotografare la mafia di oggi, ma
soprattutto per impedire che mafie e “zona grigia” continuino a
dominare questo paese, è necessario davvero “fare memoria”
e mettere in pratica "la lezione" sulla mafia tenuta dal giudice Paolo Borsellino il 26 gennaio 1989 all' Istituto Tecnico Professionale di Bassano Del Grappa:
“(...)L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice 'quel
politico era vicino ad un mafioso', 'quel politico è stato accusato
di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però
la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo
onesto'. E no! questo ragionamento non va, perché la magistratura
può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale , può
dire: 'beh... Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io
non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire
quest'uomo è mafioso'. Però, siccome dalle indagini sono emersi
tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici,
le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i
consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute
conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non
costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile
nella gestione della cosa pubblica.Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. (...)”. Ancora Paolo Borsellino: "Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono daccordo".
La lezione che fingiamo di dimenticare
A
Letizia Battaglia, verrebbe allora certo impedito di entrare nei luoghi
“deputati” a ritrovare-fotografare mafie, mafiosi e “zona
grigia” dei nostri giorni, perchè quei luoghi non sono ovviamente
le strade dove scorreva il sangue delle guerre di mafie dello scorso
secolo. E anche quella, in realtà, era solo la carneficina dei
“pesci piccoli”, dei “picciotti-carne-da-macello”, mentre i
“pezzi da novanta”, subito rimpiazzati i capi del
“maxi-processo”, avrebbero continuato a manovrare vite e
strategie nei luoghi del “potere oscuro”: i luoghi delle
relazioni imprescrutabili, degli affari “indicibili”, degli
“insospettabili", della "zona grigia"; di quel "mondo di mezzo" così cristallinamente illustrato da Massimo Carminti, uno dei maggiori imputati di "Mafia Capitale" (vedi qui). Nei luoghi ove agiscono oggi mafie e pensiero mafioso, ha ragione
Letizia Battaglia, “(...) anche i mafiosi non
sembrano più mafiosi e rassomigliano fisicamente troppo alle persone
perbene.”
A 25 anni dalle stragi
siciliane del 1992 tocca alle donne e agli uomini che continuano a
credere nella Speranza incarnata da uomini che hanno sacrificato la
loro vita per sconfiggere “mafie e pensiero mafioso” nel nostro
Paese far sì che “le lezioni” impartite da quegli uomini non
siano dimenticate o scansate: per tutti ricordiamo Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Giovanni,
Falcone, Paolo Borsellino.