mercoledì 1 aprile 2015

COSA POSSO FARE PER COMBATTERE IL SISTEMA MAFIOSO ?

Augusto Cavadi
Abbiamo conosciuto Augusto Cavadi a Pinerolo in occasione di un suo incontro con gli studenti di una scuola media "F. Brignone". Palermitano, "filosofo-in-pratica", docente del Liceo "G. Garibaldi" di Palermo, quel giorno Augusto Cavadi riuscì a spiegare in maniera  semplice, lineare, quale fosse la natura, l'essenza, delle mafie e del "pensiero mafioso": ingiustizia, violenza, sopraffazione, convenienza.

Lo ripetiamo ancora una volta: le mafie sono divenute una sorta di società di servizi e in tanti accorrono a chiedere i servizi che quelle offrono. Anche in Piemonte, anche al Nord, le numerose inchieste giudiziarie e d i processi in corso hanno oramai fatto "scoprire" la quantità e la qualità della presenza mafiosa in "pezzi" del tessuto civile, politico e imprenditoriale di quelle regioni.

Proponiamo allora la risposta offerta da Augurso Cavadi ad uno studente che gli chiede "cosa si può fare contro la mafia?".

  Fonte:  rivista “Monitor” 27.3.2015

COSA POSSO FARE PER COMBATTERE IL SISTEMA MAFIOSO

Uno studente marchigiano, Enrico Tidei, mi ha scritto tempo  fa dopo un incontro che ho tenuto per la sua scuola, l’Istituto Tecnico Commerciale di Amandola (in provincia di Fermo). Avevo un po’ illustrato alcuni tratti essenziali del sistema di dominio mafioso nel Meridione italiano e il giovane interlocutore mi ha voluto indirizzare, via internet, una domanda: Il governo vanta grandi successi nella lotta alle mafie e, a conferma, televisioni e giornali informano i cittadini sugli arresti quotidiani. Gli arresti sono necessari. Ma Lei pensa davvero che siano sufficienti per sconfiggere le mafie?”.

La risposta di Augusto Cavadi
Se le criminalità di stampo mafioso fossero bande di delinquenti – come ce ne sono state in ogni epoca e come ce ne sono su tutto il pianeta – la repressione giudiziaria e poliziesca sarebbe sufficiente. Purtroppo, però, in diverse regioni del Sud (e, ormai, anche del Centro e del Nord) ci troviamo a fronteggiare delle organizzazioni complesse, poliedriche: che hanno una struttura militare, certo, ma anche una identità culturale, una strategia politica e una vasta ramificazione in campo finanziario ed economico.

Se è così, la convinzione che trapela dal modo in cui Enrico pone l’interrogativo è ben fondata: lo smantellamento della struttura militare, per quanto necessario, è insufficiente. Catturati cinque boss, le organizzazioni mafiose ne eleggono altri cinque; sequestrate dieci imprese commerciali, le organizzazioni mafiose si impadroniscono di altre dieci. . .

Da questa complessità alcuni si lasciano scoraggiare: la mafia è troppo radicata, e troppo diffusa sul territorio, perché la si possa davvero estirpare ! E’ una reazione comprensibile, ma non giustificabile. In ogni caso, non è l’unica possibile. In Sicilia migliaia di cittadini  - una minoranza rispetto a cinque milioni di abitanti, ma una minoranza riflessiva e combattiva – provano a contrastare le associazioni mafiose precedendo, affiancando e continuando l’opera della magistratura e delle forze dell’ordine. Come ?

Ognuno di noi può fare qualcosa

- favorendo gli imprenditori puliti che si impegnano, pubblicamente, a non pagare il pizzo; 
- scegliendo partiti politici e candidati che non abbiano frequentazioni sospette; 
- testimoniando nei luoghi di lavoro  - soprattutto nelle scuole, negli ospedali e nelle carceri – i princìpi dell’uguaglianza democratica, della solidarietà civile, della giustizia sociale, della legalità costituzionale. 
La mafia è un cancro e la tattica più urgente è isolare gli “uomini d’onore” e i loro complici per evitare che moltiplichi le sue metastasi inquinando in maniera definitiva il tessuto circostante.

E’ bene che queste cose si sappiano non solo dalle nostre parti, ma anche nel resto del Paese dal momento che – per riprendere la metafora di Leonardo Sciascia – “la linea della palma” va salendo: e contrastare i mafiosi nei primi tentativi di infiltrazione è molto meno arduo che provarci quando ormai si sono insediati stabilmente in un territorio.


Augusto Cavadi

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