mercoledì 21 settembre 2016

ROSARIO LIVATINO: "... NESSUNO CI VERRA' A CHIEDERE SE SIAMO STATI CREDENTI, MA CREDIBILI "

ROSARIO LIVATINO: "ALLA FINE DELLA VITA , QUANDO MORIREMO, NESSUNO CI  VERRA' A CHIEDERE SE SIAMO STATI CREDENTI, MA CREDIBILI "
Rosario Livatino, "Il giudice ragazzino" secondo una definizione coniata da Francesco Cossiga,  fu ucciso, in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre '90 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre si recava in Tribunale, senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto.
Come Sostituto Procuratore della Repubblica al Tribunale di Agrigento, Rosario Livatino si occupò di delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche, nel 1985, di quella che poi negli anni '90 sarebbe scoppiata come la "Tangentopoli siciliana". Fu proprio Rosario Livatino, assieme ad altri colleghi, ad interrogare per primo un ministro dello Stato, Calogero Mannino accusato di legami con vari boss e di aver stipulato un accordo elettorale con un esponente agrigentino di Cosa nostra, nel biennio 1980-1981. Calogero Mannino verrà poi arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa ma assolto in appello nel 2008, per mancanza di prove.
 Dal 21 agosto '89 al 21 settembre '90 Rosario Livatino prestò servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione.

Paolo Borsellino ricorderà in una cerimonia pubblica Rosario Livatino.  L'intervista televisiva che il giudice concederà, sarà l'occasione per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sul problema della mafia ma anche per muovere un duro attacco ai politici che avevano preso di mira i pm anti-mafia senza curarsi di risolvere i problemi ordinari e strutturali della giustizia in Sicilia."I giudici continueranno a lavorare e a sovraesporsi ed in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino, come tanti altri. I politici appariranno ai funerali proclamando unità d'intenti per risolvere questo problema e dopo pochi mesi saremo sempre punto e a capo".Le parole di Paolo Borsellino, se valevano in quei giorni del 1990 , potrebbero avere valore di denuncia anche ai giorni nostri, salvo che -nei giorni che viviamo- le mafie non hanno più bisogno di uccidere "vittime eccellenti".
 


Tuttavia, in questi decenni spesso la politica è stata invece attenta e metodica nel depotenziare strumenti di indagine e risorse a disposizione di magistrati ed inquirenti. Più volte, lo stesso don Lugi Ciotti ha dovuto denunciare in questi anni la inefficacia di leggi, norme e provvedimenti che risultano poco efficaci, se non inutili, in quanto frutto di mediazioni al ribasso,  frutto di "accordi "sottobanco" tra i partiti".

La vita e il lavoro di Rosario Livatino ( fonte LINKIESTA)
Livatino era nato a Canicattì il 3 ottobre 1952 da padre avvocato e madre casalinga. Dopo il liceo classico si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo. A 22 anni era arrivata la laurea cum laude, poi il servizio come vicedirettore in prova all’Ufficio del Registro di Agrigento, per due anni tra il ‘77 e il ‘78. Infine l’ingresso in magistratura nel tribunale di Caltanissetta. Ad Agrigento era approdato nel ‘79, prima come sostituto procuratore e poi, dieci anni dopo, come giudice a latere o sostituto procuratore della Repubblica.
Nella sua carriera si è occupato di criminalità e ha indagato la presenza delle mafie e della corruzione nell’Agrigentino. È famoso il suo interrogatorio all’allora ministro Calogero Mannino, accusato di legami con vari boss e di aver stipulato un accordo elettorale con un esponente agrigentino di Cosa nostra, Antonio Vella, nel biennio 1980-1981. Per la cronaca, Mannino verrà poi arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa ma assolto in appello nel 2008, per mancanza di prove.
Il “giudice ragazzino”, appellativo con cui Livatino è spesso ricordato, si deve al sociologo Nando dalla Chiesa che gli ha dedicato un libro. «A 28 anni, molto giovane, Livatino si era occupato Inchiesta sui Cavalieri del Lavoro di Catania – spiega l’autore –, un gruppo di quattro imprenditori potentissimi nell’edilizia e non solo, che allora sembravano costituire il potere economico più forte nel Sud. Quando ho sentito quello che Cossiga aveva detto di quei giovani giudici siciliani, cioè che "non è possibile che si creda che un ragazzino,  solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre un’indagine complessa", e ho ripensato a quello che Livatino aveva avuto il coraggio di fare, ho deciso di titolare così il libro. Ho pensato che giovani così sono necessari alla magistratura, e che il capo del Csm avrebbe dovuto difenderli anziché attaccarli».
La morte del “giudice ragazzino” fu attribuita a un conflitto di mafia: la Stidda l’avrebbe ucciso per punire un magistrato severo e «per lanciare un segnale di potenza militare verso Cosa nostra». Nel 2001 una sentenza della Cassazione condanna all’ergastolo i quattro sicari –  Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro –, incastrati dalla testimonianza di un uomo che passava sulla strada il giorno dell’esecuzione, Pietro Nava.
Le vere cause della sua morte, per altri, sono invece da attribuirsi alle sue indagini sui legami tra mafia e politica. Di certo la politica non l’ha aiutato: «Non ci sono stati quegli interventi che mettono la giustizia in condizioni di lavorare», dirà Borsellino a proposito della sua morte.


Uno dei primi ad accorrere sulla scena del delitto fu Paolo Borsellino, che rimase molto colpito dall'uccisione del "giudice ragazzino". Così ricorderà quella uccisione: «Lo hanno braccato come un coniglio, povero Rosario, (...)».
La vita, la morte e la memoria di Rosario Livatino sono l'occasione per sottolineare la responsabilità civile a cui noi cittadini siamo chiamati: solo grazie alla testimonianza Pietro Ivano Nava, il tranquillo rappresentante di commercio che assistette casualmente all'omicidio, è stato possibile rendere giustizia a Rosario Livatino, individuando l'esecutore e i mandanti dell'assassinio del "giudice ragazzino".  Tutti condannati all'ergastolo, in tre diversi processi e nei vari gradi di giudizio,  con pene ridotte per i "collaboranti".

La storia di Pietro Ivano Nava, il testimone dell'omicidio di Rosario Livatino.  

"COSI' PAGA CHI AIUTA LO STATO".


fonte La Repubblica 08 aprile 1992 

Di Giuseppe D’Avanzo
(…) Era un venerdì caldo e senza afa. Erano le nove del mattino. Pietro Ivano Nava, agente di commercio, era a bordo della sua Lancia Thema a quattro chilometri da Agrigento.
Vide sul lato della strada una Ford Fiesta rosso-amaranto con la portiera aperta sul lato destro. Accanto un ragazzotto con il volto coperto dal casco. Più in là, un altro uomo. Sta scavalcando il guard-rail. Ha il volto scoperto, stringe nella destra una pistola. Insegue Rosario Livatino. Il "giudice ragazzino" di Agrigento è stato già colpito ad una spalla. Sta tentando la fuga in un vallone di erba bruciata e sterpi. Il killer della mafia lo braccherà come una bestia. Lo colpirà da lontano e, una volta abbattuto, sparerà ancora - quattro volte - per finirlo. Pietro Ivano Nava dalla sua Lancia Thema fa in tempo a vedere bene l' assassino in faccia. Raggiunge Agrigento. Chiama la polizia. Dice: "Ho visto l' assassino. Se lo trovate, saprei riconoscerlo". E lo ha riconosciuto davvero Domenico Pace, l' assassino.
"Non mi sento un eroe, non mi sento una mosca bianca. Non sono né l' uno né l' altro. Sono un cittadino che crede nello Stato né più né meno come ci credeva Rosario Livatino. E lo Stato non è un' entità astratta. Lo Stato siamo noi. Siamo noi che facciamo lo Stato. Giorno per giorno. Con i nostri comportamenti, la nostra responsabilità, le nostre scelte. Con la nostra dignità. Che avrei dovuto fare? Chiudere gli occhi? Tirare innanzi per la mia strada? No, non sono stato educato a questo modo. Mi sono comportato come mi hanno educato. E non rinnego nulla. Se potessi tornare indietro, lo rifarei. Alzerei ancora quel telefono...". Pietro Ivano Nava è oggi un fantasmaHa lasciato la casa di Monte Marenzo, un paesino della Bergamasca dove ha vissuto per dieci anni. E' stato cancellato dai registri dell' anagrafe, dall' elenco telefonico, dal ricordo dei suoi familiari. Ha vissuto in un anonimo condominio della periferia romana, si è rifugiato su un' isola del golfo di Napoli e ancora in un paesino dell' Irpinia. E' emigrato in Olanda. 
Per sfuggire alla vendetta della mafia, vive ora in un' altro Paese europeo
Dice: "La mia vita è stata stravolta, sì. Ho 42 anni. Avevo degli amici che mi erano cari come fratelli. Non li vedo più, non ci si telefona nemmeno. Ho una famiglia. Posso vederla soltanto di tanto in tanto. Sempre all' improvviso, sempre in fretta. Ho una compagna e due bambini di nove e quattro anni. Trascorriamo del tempo insieme. Quando è possibile, se le condizioni di sicurezza lo permettono. 
Avevo un lavoro. Ero il rappresentante esclusivo per il Mezzogiorno delle porte blindate della ' Dierre' di Villanova d' Asti. Mi hanno licenziato che non era passato neanche un mese dal quel 21 settembre ancora prima di sapere che inferno sarebbe diventata la mia vita. Semplicemnte non volevano guai". La lentezza dello Stato "Avevo una società in nome collettivo in Campania, la ' Delli Cicchi-Nava' . E' stata sciolta due mesi dopo. Ero socio di un' altra società. Anche questa finita. Guadagnavo molto bene. Avevo davanti un futuro senza nubi. Ora vivo di quel che mi passa lo Stato. Non può essere questo il mio futuro. Allo Stato non chiedo nulla, chiedo che non abbandoni la mia famiglia. La mia famiglia, in questa storia, non deve entrarci. Non deve correre nessun pericolo. Mai. Né oggi né domani. Finora non ho nulla da recriminare. Chi mi sta accanto ha fatto il suo dovere. A volte con efficienza, a volte con un' esasperante lentezza burocratica. Io non sono un ' pentito' della mafia o della camorra. A volte ho la sensazione che, per la macchina dello Stato, non ci sia poi tanta differenza tra un ' pentito' e un testimone con un' immacolata fedina penale". ( N.d.r.: all'epoca dell'articolo era ancora da venire la Legge 41/2001 che introduce  la figura del "testimone di giustizia" nella giurisdizione italiana)
E il futuro? Pietro Ivano Nava tace per un un attimo. Poi, dice: "Io ho perso le piccole cose, gli affetti, le consuetudini, i luoghi cari che fanno, di un uomo, un uomo. Ora voglio essere soltanto dimenticato. Chiedo di poter ricostruire la mia normalità, la mia anonima vita normale lontano da scorte e bunker. E non voglio passare da un tribunale ad un altro per ripetere la stessa dichiarazione già letta, sottoscritta, registrata, filmata. Un cruccio? Sì, non potrò più tornare in Sicilia. Mi piacevano i siciliani. Gente geniale, operosa, allegra, viva. Vivono in un contesto terribile. Hanno solo bisogno di un po' di fiducia...".

giovedì 15 settembre 2016

Don Pino Puglisi: "...E se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto".

Don Pino Puglisi per i suoi parrocchiani era "3P" e ai suoi parrocchiani soleva dire: "...E se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto".
Le parole di Gaspare Spatuzza e di Giovanni Drago, mafiosi divenuti collaboratori di giustizia, basterebbero a spiegare, nella loro rozza schiettezza, perché don Pino Puglisi è stato ucciso.«Era uno che non si era incanalato, che faceva di testa sua». «Predicava, predicava, prendeva ragazzini e li toglieva dalla strada... Martellava e rompeva le scatole...Un capomafia non poteva tollerare che un prete si muovesse per conto suo e doveva dimostrare chi comandava a Brancaccio».  Era l'estate del 1993 e l'attacco di cosa nostra allo Stato prende di mira chi, da sacerdote, contendeva la comuinità di Brancaccio al dominio di "cosa nostra" ( avvallata dalla palese assenza delle istituzioni locali) con lo strumento dei valori quali giustizia e dignità, valori richiesti per la sua comunità e praticati quotidianamente da don Puglisi.
Anche per don Puglisi vale quindi la differenza fondamentale tra Lui ed altri, altri sacerdoti, altri uomini e donne: lui vedeva ma non taceva! Don Puglisi  era differente: "(...) si sapeva che faceva delle messe non proprio a favore della mafia". Fu ucciso dalla mafia la sera del suo compleanno, il 15 settembre 1993: erano passate da poco le otto della sera. A Salvatore Grigoli, il killer che lo aspettava, don Pino sorrise dicendo "Me l' aspettavo".
Vengono invece alla mente i tanti nostri silenzi di cui quotidianamente ci rendiamo colpevoli nel tempo che viviamo: il silenzio di una intera comunità -quella di Melito Porto Salvo, in Calabria- dinanzi alla violenza perpetrata - per tre anni- ai danni di una ragazzina che aveva solo tredici anni quando fu violentata per la prima volta; il silenzio dei "buoni" dinanzi al degrado fisico e morale nal quale sono costretti i migranti in alcune strutture di prima accoglienza; il silenzio dei cuori, anzi "le risate divertite", di giovani ragazze dinanzi alla violenza subita da una loro "amica" nel bagno di una discoteca di Rimini; il silenzio di chi potrebbe denunciare ingiustizia e corruzione..
Lo scorso anno, il quotidiano La Repubblica, pubblica un articolo di salvo Palazzolo nel quale si dava notizia del  ritrovamento di un nastro registrato nel quale Don Puglisi, mostra la consapevolezza di essere in grave pericolo: "Il testimone deve rischiare...io sto rischiando  grosso forse, non lo so, però credo nell'amicizia". Don Puglisi credeva nell'amicizia della sua comunità.  Rimase al suo posto, non andò via da Brancaccio. ( leggi qui l'articolo
Il sogno di don Puglisi: "Pochi giorni fa, prima di tornare qui come parroco, io ho sognato il futuro di questo quartiere ed è stato proprio bello. Bello perché ho sognato un posto dove erano spariti i furti, era sparita la droga, dove non c'erano più violenze, prepotenze, dove la gente non aveva paura, dove non c'era più la fame perché c'era lavoro per tutti, dove c'erano delle scuole bellissime, dove i bambini giocavano... Io ho sognato il futuro di questo quartiere ed è stato proprio bello!"

Riproponiamo un estratto dell'articolo La Stampa pubblicato nel maggio 2014 in occasione della beatificacazione di Don Puglisi.,qui il testo integrale,
Fonte: LA STAMPA
Decine di migliaia a Palermo per don Puglisi proclamato beato. 
Il martire della fede don Puglisi è il patrono della Chiesa anti-mafia. Il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, «D’ora in poi nessuno potrà più usurpare il nome di Dio per giustificare la mentalità criminale di quei clan che per decenni si sono ammantati di falsa e blasfema religiosità (...) L’autentica fede in Cristo è incompatibile con qualunque appartenenza ad organizzazioni che avvelenano la società e la privano del suo futuro».(...) Benedetto XVI aveva riconosciuto il fatto che l’esecuzione ordinata dai boss e avvenuta davanti alla parrocchia di San Gaetano, retta dal sacerdote, nel quartiere Brancaccio, fu «martirio», commesso «in odio alla fede». 
E Papa Francesco, appena lunedì scorso, durante la visita «ad limina» della Conferenza episcopale siciliana, ha esortato la Chiesa locale a dare contro la mafia, una testimonianza più chiara e più evangelica. Nei quasi 20 anni che separano dall’assassinio di padre Pino, «la verità è infine emersa», ha a suo tempo spiegato il postulatore della causa di beatificazione, l’arcivescovo Vincenzo Bertolone, legando la verità del martirio di Puglisi a «quella giudiziaria, vergata con inchiostro indelebile dalla Cassazione» secondo cui «l’omicidio fu deciso dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano per mettere a tacere un sacerdote scomodo, socialmente impegnato, che col suo ministero di pastore di anime, di formatore di coscienze cristiane, soprattutto di quelle dei fanciulli, li ridicolizzava sottraendo loro manovalanza, prestigio e potere, come del resto sprezzantemente li rimproverava uno dei capi indiscussi di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella». (...)
La figura di don Puglisi riveste un ruolo di «grande importanza per la società civile, per la Chiesa universale, in particolare per la Chiesa palermitana e siciliana e per tutte quelle che si confrontano sul proprio territorio con le organizzazioni criminali, perché il suo sacrificio ha svelato il grande inganno della mafia, sedicente portatrice di religiosità. Il suo esempio è stato ed è così forte da aver attraversato il tempo: nei 19 anni trascorsi, Brancaccio, Palermo, la Sicilia, l’Italia, il mondo non lo hanno dimenticato». 
«La mafia è intrinsecamente anticristiana», ha poi ribadito il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, cardinale Angelo Amato. Quello di don Puglisi, spiega, è stato un «martirio, perché è stato ucciso in odium fidei». «Ovviamente - ha sottolineato il cardinale salesiano - qui bisogna chiarire cosa significa in odium fidei, dal momento che la mafia viene descritta spesso come una realtà “religiosa”, una realtà i cui membri sembrano apparentemente molto devoti (... la mafia, più che “religiosa”, è essenzialmente “idolatrica”». Anche il paganesimo antico, ricorda Amato, era “religioso”, ma la sua religiosità era rivolta agli idoli. Nella mafia gli idoli sono il potere, il denaro e la prevaricazione. È quindi una società che, con un involucro pseudo religioso, veicola un’etica antievangelica, che va contro i dieci comandamenti e il Vangelo. La Scrittura dice: non uccidere, non dire falsa testimonianza. Nella ideologia mafiosa, invece, si fa esattamente l’opposto. Gesù ha detto di perdonare ai nemici e qui troviamo il contrario: la vendetta. Per la Chiesa Cattolica, dunque, «la mafia è intrinsecamente anticristiana». Per di più, l’odio verso don Puglisi era determinato «semplicemente dal fatto che si trattava di un sacerdote che educava i giovani alla vita buona del Vangelo». Dunque «sottraeva le nuove generazioni alla nefasta influenza della malavita». (...)
Morì per strada, ha sottolineato don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, «dove viveva, dove incontrava i `piccoli´, gli adulti, gli anziani, quanti avevano bisogno di aiuto e quanti, con la propria condotta, si rendevano responsabili di illegalità, soprusi e violenze. Probabilmente per questo lo hanno ucciso: perché un modo così radicale di abitare la strada e di esercitare il ministero del parroco è scomodo. Lo hanno ucciso nell’illusione di spegnere una presenza fatta di ascolto, di denuncia, di condivisione». Per don Ciotti, il sacerdote palermitano «ha incarnato pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere, come preti, in parrocchia». Con la sua testimonianza, dunque, don Pino «ci sprona a sostenere quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio». 
Don Puglisi, “figura bellissima”, è stato ucciso “in odium fidei”, per odio della fede da parte di chi lo ha assassinato, ottolinea il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei: ”E’ stato ucciso in quanto sacerdote che faceva il suo dovere, specialmente sul piano educativo delle giovani generazioni. E dunque è un martire».  


martedì 13 settembre 2016

Ma abbiamo idea di quanto continuano a guadagnarci sui migranti? Sette giorni in un inferno ce lo farebbero sapere!

Ecco cosa accade in un ghetto di Stato: "(...) il Cara di Borgo Mezzanone vicino a Foggia, il Centro d’accoglienza per richiedenti asilo, il terzo per dimensioni in Italia. Ce ne sono molti altri di stanzoni ricoperti di corpi. I ragazzi africani vengono sfruttati anche quando dormono. Per trattarli così, il consorzio “Sisifo” della Lega delle cooperative rosse, e la sua consorziata bianca “Senis Hospes”, amministrata da manager cresciuti sotto l’ombrello di Comunione e liberazione, incassano dal governo una fortuna: ventidue euro al giorno a persona, quattordicimila euro ogni ventiquattro ore, oltre quindici milioni d’appalto in tre anni".
Lo denuncia di Fabrizio Gatti, giornalista de L'Espresso,nell'articolo "Sette giorni all'inferno: diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato"
Ci è voluta Mafia Capitale, l'inchiesta che ha portato alla luce gli intrecci criminali che a Roma e dintorni si erano stabiliti fra “pezzi” del mondo della politica amministrativa, della cooperazione sociale e la malavita organizzata, per svelare uno dei tasselli che spiegano, a cosa sono servite in Italia ( e a cosa servono ancora oggi) le cosiddette “emergenze”. In Italia, lo ripetiamo ancora una volta, la regola “numero uno” è quella che recita: le emergenze si gestiscono non si risolvono! E dalla gestione delle emergenze derivano arricchimenti illeciti, immorali, dei soliti noti la cui schiera si è oramai allargata a dismisura.
In una delle intercettazioni scaturite dall'inchiesta Mafia Capitale, Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno” e braccio operativo dell’organizzazione gestore di una rete di cooperative che spaziano dalla raccolta dei rifiuti, alla manutenzione del verde pubblico, fino all’accoglienza di profughi e rifugiati.  , mentre parla al telefono telefono con Pierina Chiaravalle, gli rivolge la frase rivelatrice: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. ( leggi qui l'articolo de Il Fatto Quotidiano
Ma chi sono coloro che ci guadagnano sugli immigrati? La filiera è lunga, etereogenea, tanto che molti di noi preferiscono fingere di non conoscerne “le stazioni” di quel calvario laico e umanissimo a cui sono sottoposti molti di coloro che sfuggono a miseria e morte certa. E' una filiera che parte dalle figure più laide, i trafficanti di morte, gli scafististi che portano i migranti anche sulle nostre coste, e finisce ripulita e quasi rirriconoscibile, rivestita com'è dalle vesti della legalità in luoghi che a volta assumono dimensioni tragiche tali da minare e mettere in dubbio , a chi abbia la forza di accostasri a quei luoghi, la stessa considerazione del fondamento morale di questo paese e dei suoi rappresentanti istituzionali.
La denuncia di Fabrizio Gatti, giornalista de L'Espresso, è netta: un luogo istituzionale, uno dei C.a.r.a. ( acronimo che sta per "Centro di accoglienza per richiedenti asilo"...è da notare l'uso perverso delle parole!) presenti sul territorio italiano è in realtà un “lager”, gestito da compiacenti cooperative rosse e bianche (quando si tratta di denaro le ideologie si superano d'un fiato!) che lucrano su qugli esseri umani ( per ognuno dei quali ricevono € 22,00 al giorno) permettendo che criminali e organizzazioni malavitose arrivino addirittura a sfruttare quelle donne e quegli uomini costringendoli alla prostituzione oppure obbligandoli a  diventare manodopera schiavizzata nella mani di “caporali”, usata in tante delle aziende agricole locali. 

E noi? Ai “buoni” ( ovviamente è così che ci pensiamo!) basterà sapere che continua “la gestione dell'emergenza” o sapremo, vorremo?, chiedere giustizia e dignità per coloro che sono fra i più deboli?  

Fonte : L'Espresso
 "Sette giorni all'inferno: diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato
gli spazi esterni del C.A.R.A. di Foggia
"La quinta notte apro la porta sull’inferno. Dal buio dello stanzone esce un alito di aria intensa e arroventata che impasta la gola. Si accende un lumino e rischiara una distesa di decine di persone, ammassate come stracci su tranci di gommapiuma. Niente lenzuola, a volte solo un asciugamano fradicio di sudore sotto le coperte di lana. Nemmeno un armadietto hanno messo a disposizione: ciabatte e scarpe sono sparse sul pavimento, i vestiti di ricambio dentro sacchetti di carta. Rischio di calpestare una serpentina incandescente, collegata alla presa elettrica da due fili volanti. Qualcuno sta preparando la colazione per poi andare a lavorare nei campi. Cucinano per terra. Se scoppia un incendio, è una strage...". Continua a leggre qui l'articolo-denuncia di Fabrizio Gatti

lunedì 29 agosto 2016

Libero Grassi: "Io sono libero"

Il dovere della memoria. Libero Grassi, imprenditore palermitano, viene assassinato la sera del 29 agosto 1991 per essersi ribellato alla "legge" mafiosa del racket, rifiutandosi di pagare "il pizzo". Come ogni anno da quella sera del 29 agosto 1991, a Palermo, nei pressi dell'abitazione dell'imprenditore assassinato, in via Alfieri sarà affisso un cartello come quello nella fotografia sottostante dal momento che la famiglia di Libero Grassi non ha mai acconsentito all'apposizionie di una lapide. 
Dopo l'uccisione di Libero Grassi, sua moglie Pina Maisano ha continuato la battaglia culturale contro le mafie iniziata dal marito, sino alla scomparsa avvenuta lo scorso giugno. Nella sua ultima intervista rilasciada in occasione del Premio Libero Grassi, Pina Maisano affermò ancora una volta: “Non mi rassegno a una Sicilia succube della mafia”.  (qui la sua intervista)
Questa sera, su RAI UNO, un film documentario ricorderà al figura e l'esempio morale di Libero Grassi. nell'artico de La Repubblica a presentazione del film-documentario che ripercorrerà la vicenda di Libero Grassi così si legge: "(...) Catanese, di famiglia antifascista, l'ingresso nei meccanismi dell'imprenditoria grazie a un periodo a Gallarate, l'apertura dello stabilimento tessile a Palermo alla fine degli anni Cinquanta, Libero Grassi era attivo nella politica, con il Partito Repubblicano. E quando arrivano le prime richieste di racket, esce allo scoperto denunciando gli estorsori. E firmando, di fatto, la propria condanna a morte. Pagherà con la vita la sua opposizione pubblica alla cultura mafiosa convinto, com'era, che la lotta alla mafia dovesse coincidere con la sua professione. Libero Grassi ha vissuto in anni in cui esisteva una logica di potere e di controllo della città di Palermo totalmente mafiosa. Si è ribellato con il coraggio di esporsi pubblicamente, usando i giornali e la televisione. E con la forza di una vita sempre vissuta, con la moglie Pina Maisano e i figli Alice e Davide, all'insegna dei principi della giustizia, della libertà individuale e della crescita collettiva (...)".
L'esempio di Libero Grassi è ancora oggi "pietra di paragone", ancor più per il fatto che, come sappiamo bene, la "linea della palma", il potere delle cosche mafiose così definito da Leornardo Sciascia, ha raggiunto e conquistato "pezzi" dell'Italia intera.
A sinistra Libero Grassi e la moglie, Pina Maisano, in una immagine di famiglia.
A destra, Pina Maisano dinanzi al cartello in cui si ricorda l'uccisione di Libero

La lettera al "caro estorsore"
Alla richiesta del pizzo da pagare alle cosche mafiose, Libero Grassi aveva risposto in maniera coraggiosa e del tutto originale, inaspettata, facendo pubblicare una lettera dal Giornale di Sicilia in data 10 gennaio 1991. La lettera aveva un titolo chiaro, forte: «Caro estortore...non ti pago» 
Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.“                                                                                                                          Libero Grassi  

Libero Grassi ospite di Michele Santoro
In un articolo pubblicato dall'Unita in data 28 agosto 2011 si raccontava l'intervista di Miche Santoro a Libero Grassi, nella trasmissione Samarcanda: «Caro estortore...non ti pago»:  la lettera che diede inizio alla battaglia Il 10 gennaio 1991 Libero Grassi scrisse una lettera al “Giornale di Sicilia”:«Caro estorsore...non ti pago». Dopo 8 mesi, il 29 agosto 1991, Cosa nostra lo ucciderà con cinque colpi di pistola calibro 38. La lettera è una pubblica rottura dell'omertà: l’imprenditore, il cittadino, sottoposto alle minacce degli estorsori, non solo rifiuta di pagare, ma accusa commercianti ed imprenditori siciliani di soggiacere passivamente alla coercizione mafiosa. Il pizzo accettato come una tassa dovuta ad un sistema di potere parallelo, in cui sguazzano politici, imprenditori e mafiosi. La cui efficacia impositiva si misura in termini di silenziosa rassegnazione. 
intervista di Libero Grassi ."Samarcanda". 11 aprile 1991

La coraggiosa presa di posizione di Libero Grassi che denuncia apertamente e pubblicamente la richiesta di pizzo, ha un effetto paradossale: uno sconcertante, inquietante, isolamento. Il presidente palermitano di Assindustria, Salvatore Cozzo, legato a Salvo Lima, addirittura minimizza la denuncia defininendola "una tammurriata per farsi un po’ di pubblicità".
Il clamore suscitato dalla denuncia di Libero grassi ha tuttavia varcato i confini del capoluogo siciliano e il giormalista Michele Santoro invita Libero Grassi alla trasmissione Samarcanda per  raccontare la sua storia. È l’11 aprile 1991. Libero Grassi è di fronte alle telecamere; lo sguardo è attento dietro gli occhiali da lettura. 
La domanda del conduttore: "Lei si è trovato faccia a faccia con queste richieste di tangenti?
La risposta di Libero Grassi: «Mi sono trovato più volte… ho subito due estorsioni, una rapina e altre intimidazioni». Poi Libero Grassi sposta il discorso su un tema scottante rivolgendosi al giudice Di Maggio presente in studio: «Il giudice di Maggio ha detto il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale. Ma c’è un primato superiore quello della qualità del consenso… la formazione del consenso che poi è l’arma della mafia. La prima cosa che controlla la mafia… è il voto… ad una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia… la legge la fanno i politici… se i politici hanno un cattivo consenso faranno delle cattive leggi e allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso. La mafia in Sicilia è il maggior interlocutore del problema politico in quanto dispone del voto, dei soldi e degli inserimenti nell’amministrazione, perché oramai è diventata ceto dominante». 


Santoro lo interrompe e lo stuzzica: "Perché non vuol pagare, lei è pazzo?"
Libero Grassi non ha sussulti, non si scompone, è quasi immobile: «Non sono pazzo, non mi piace pagare perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore (significherebbe che) io divido le mie scelte con il mafioso». Si ferma per un istante prende un foglio dalla cartellina e legge una dichiarazione del giudice Luigi Russo in merito alle estorsioni: «Si può anche non pagare, ma chi non paga deve sapere bene cosa gli succede prima o poi… se tutti facessero così (non pagando) dalla Sicilia sparirebbero le imprese e migliaia di piccole aziende andrebbero in fiamme». 


Ora Libero si agita sulla poltrona e sgrana gli occhi guardando fisso il giornalista: «Dico al dott. Luigi Russo che lui dice se tutti si comportassero come me si distruggono le industrie, se tutti si comportano come me si distruggono gli estorsori non le industrie». Con un gesto d’impeto toglie gli occhiali e tira un sospiro ad occhi chiusi. 
Dopo oltre vent’anni la testimonianza di Libero Grassi ci ricorda quanta strada è stata fatta nel campo della prevenzione e dell’assistenza alle vittime del racket. Rimane, tuttavia, di cocente attualità ed insoluto il tema della qualità del consenso elettorale, proprio ora che la «linea della palma», come scriveva Sciascia, ha raggiunto i lembi estremi del profondo nord.
Marcello Ravvedut

martedì 9 agosto 2016

Antonio Scopelliti: il giudice solo, ucciso dalla 'ndrangheta il 9 agosto 1991

Il dovere della Memoria. Il giudice solo: così  era stato ribattezzato il magistrato Antonio Scopelliti, ucciso in un agguato di mafia il 9 agosto 1991 a pochi chilometri da Villa San Giovanni, in Calabria, mentre era solo e senza scorta alla guida della sua auto. Nativo di Reggio Calabria, dove nasce nel 1953, era tornato nella sua regione per trascorrere le vacanze. Come Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, avrebbe dovuto rappresentare l’accusa contro gli imputati del maxiprocesso di mafia a Palermo. Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che, in cambio del ''favore'' ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la ''guerra di mafia'' che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1995, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano.
Poco prima di essere ucciso, nel marzo del 1991, Scopelliti aveva chiesto le condanne definitive per Pippo Calò e Guido Cercola, i responsabili della Strage del Rapido 904 che il 23 dicembre 1984 aveva fatto saltare in aria la Grande Galleria dell'Appenino a San Benedetto Val di Sambro, provocando la morte di 17 persone e più di 200 feriti. Ma Corrado Carnevale, presidente della Prima Sezione penale della Cassazione, rigettò le richieste della pubblica accusa, e rinviò ad un nuovo giudizio di appello.
Nel settembre dello stesso anno 1991 si stava preparando a rigettare i ricorsi presentati dalle difese dei grandi mafiosi condannati al maxi-processo per Cosa Nostra. Questa probabilmente la motivazione della sua condanna a morte. Nel maggio del '91, infatti, Scopelliti aveva accettato di rivestire la pubblica accusa nel maxi-processo in sede di Cassazione.
In una intervista rilasciata a Maurizio Costanzo nel 1978, il giudice Antonio Scopelliti aveva parlato di come intendesse la sua professione di giudice: "Un giudice non è mai popolare, soprattutto un pubblivco ministero. Ogni giudice va incontro a critiche, a volte astre, vivaci, a volte anche ingiuste. ma non può sacrificare il suo ministero, la sua milizia oramai, per una popolarità che non è un suo privilegio (...) Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso.(...)

L'omicidio

Il 9 agosto 1991, sulla strada della frazione di Piale (provincia di Villa S. Giovanni) il giudice Scoppelliti, a bordo della sua auto, venne raggiunto alla testa da due colpi di fucile calibro 12 sparati da un commando di due uomini a bordo di una moto che lo attendevano all'altezza di una curva; Scopelliti morì sul colpo.Secondo le dichiarazioni del pentito di mafia Mario Pulito, al giudice Scopelliti avevano offerto ingenti somme di denaro (circa cinque miliardi di lire [1]) per cambiare rotta sulle decisioni prese in relazione al maxi-processo.
Anche l'omicidio del giudice Scopelliti rimane ancora oggi impunito. Nel 2001, la Corte d' Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benenetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti..
Il presidente del Senato Pietro Grasso ricordando in queste ore il magistrato calabrese ha scritto: «un altro omicidio di mafia purtroppo ancora irrisolto. Antonino Scopelliti avrebbe dovuto rappresentare l'accusa nel maxiprocesso, ormai giunto in Cassazione. Lo uccisero il 9 agosto di 25 anni fa: pensavano di poter così impedire alla giustizia di fare il suo corso. Non ci riuscirono (…) Nella sua Calabria, l'esempio del giudice Scopelliti non è svanito: sono infatti moltissime le persone che ogni giorno si impegnano nel ricordo di un uomo che ha onorato fino in fondo la sua professione e la sua lealtà allo Stato»,

domenica 7 agosto 2016

Papa Francesco svela "lo scandalo: non guerra non di religione ma per il potere

Nell'edizione di domenica 7 agosto 2016 Vita Diocesana pubblica una riflessione di Arturo Francesco Incurato sui fatti sanguinosi, stragi e uccisioni, accaduti in Europa negli ultimi mesi visti però alla luce delle affermazioni di papa Francesco il quale svela "lo scandalo: lo scandalo di una guerra non di religione ma di potere. Una guerra che, forse per la prima volta nella storia dell'umanità, vede all'opera un sistema di potere che non ha confini e non ha coloriperchè oggi le azioni dei potenti del mondo, gli “altri” citati da papa Francesco, hanno come scacchiere l'intero pianeta.

             Non guerra non di religione ma per il potere
Dopo i fatti di Rouen, l'uccisione in chiesa di padre Jacques Hamel, i media sono stati invasi da immagini e dichiarazioni riguardanti la partecipazione degli iman di molte città italiane alle celebrazioni che si svolgevano nelle chiese, accogliendo così l'invito e l'auspicio all'incontro e al dialogo fra le religioni, al fine di allontanare lo spettro della “guerra di religione” evocato da molti .
Al contrario, non altrettanto rilievo mediatico ha avuto il concetto espresso da papa Francesco mercoledì 27 luglio nel quale Egli non solo negava che vi fosse in atto una guera di religione ma addirittura spiegava quale fosse lo scandalo della guerra vera che è incorso.

Fare memoria
Una premessa necessaria, utile a riflettere: forse per la prima volta dopo decenni in Europa si è riusciti ad inculcare nuovamente il germe della paura. La paura di essere sull'orlo di una guerra, o addirittura che l'Europa sia già sotto l'attacco di una guerra (di religione) condotta dai terroristi (islamici) che, agli ordini del califfato o di qualche altra fantomatica organizzazione, seminano morti innocenti fra le genti europee.
Tuttavia, per comprendere quanto il demone della paura possa offuscare la realtà basterebbe pensare al fatto che le prime vittime dell'ultima sanguinosa strage compiuta a Nizza, la sera dello scorso 14 luglio, sono stati i membri di una famiglia mussulmana recatisi, anche loro, ad assistere allo spettacolo dei fuochi artificiali sul lungomare della cittadina francese.
La Storia dovrebbe insegnarci due cose fondamentali: che occorre diffidare di coloro che incutono paure ma che bisogna anche essere vigili e pronti contro chi provoca morti e distruzioni. Ma la Storia non è quasi mai “maestra di vita” e sono molti coloro che conosco bene l'arte di manipolare masse e pensieri per mascherare la realtà stessa, quella vera!
Che si sia per davvero nel mezzo di una guerra lo aveva detto addirittura lo stesso papa Francesco alcuni mesi orsono, inascoltato, silenziosamente irriso: egli aveva parlato esplicitamente, e testualmente, di “una terza guerra mondiale combattuta a pezziMercoledi scorso 27 luglio papa Francesco si è recato a Cracovia dove avrebbe incontrato i giovani provenienti da tutto il mondo, riuniti per la celebrazione della Giornata
Mondiale della Gioventù. Durante il volo, rivolgendosi ai giornalisti Egli è ritornato su quella affermazione per precisare ancora meglio, inequivocabilmente, il significato delle sue parole ed esplicitando i “pezzi” di questa guerra mondiale. Le parole di papa Francesco: Una sola parola vorrei dire per chiarire. Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione. C'è una guerra di interessi, c'è una guerra per i soldi, c'è guerra per le risorse della natura, c'è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito?Leggi qui il testo integrale


Chi vuole la guerra?
Papa Francesco offre considerazioni chiare ponendo a noi tutti la domanda fondamentale: abbiamo capito chi vuole la guerra? Per rispondere a questa domanda, per comprendere chi siano coloro che reggono le fila di questo disegno osceno, forse occorre riflettere proprio sulle questioni essenziali richiamate da papa Francesco: “Chi mette in atto una guerra di interessi? Chi mette in atto una guerra per i soldi? Chi mette in atto una guerra per accaparrarsi le risorse della natura? Chi mette in atto una guerra per il dominio dei popoli?”. Vien da pensare che coloro che operano per quegli scopi, per il potere, siano fra gli stessi che stanno conducendo la guerra vera di cui parla papa Francesco, “la terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.
Quante volte, nel corso della storia, abbiamo visto ripetersi fatti analoghi a quelli a cui assistiamo ora. Cambiano i protagonisti, questo sì, e troppe volte anche le religioni sono state usate a “pretesto e giustificazione” di stragi e conquiste. Ma le questioni di dominio che si celavano dietro quelle azioni, le questioni fondamentali esplicitate da papa Francesco, sono sempre le medesime ed il riferimento alla religione è stato sempre il manto col quale coprire e celare pensieri e azioni di dominio che nulla avevano di “religioso” perseguendo invece disegni di potere meramente e brutamente “mondano”.

Abbiamo compreso “lo scandalo” rivelato dalle parole di papa Francesco?
Le parole di Francesco invitano quindi ad uno sguardo più profondo sulle cose che vediamo accadere, perchè oggi assistiamo a qualcosa che forse è ancora più grave di quanto avvenuto in passato. Forse perchè a noi, vittime o pedine di questo disegno osceno, continueranno a sfuggirci i contorni, i protagonisti e gli scopi di questa terza guerra mondiale combattuta a pezzi se non saremo capaci -anche noi- di allargare lo sguardo per saper cogliere l'insieme, il disegno complessivo che si cela dietro alle azioni di sigle e organizzazioni le quali hanno trovato utile indossare la maschera della religione per giustificare massacri e azioni criminali. Continueremo a non comprendere che il disegno osceno di cui parliamo forse si concretizza anche attraverso azioni meno eclatanti, ma sostanziali per il disegno stesso, che assumono le vesti di provvedimenti politici di nazioni, operazioni di finanza speculativa, progetti di investimenti -o disinvestimenti- i quali, muovendosi a piacimento sullo scacchiere mondiale, incidono sulla vita di milioni di persone, direttamente o indirettamente. Azioni spesso dettate unicamente dal perseguimento del profitto, del conseguimento del potere, i princìpi divenuti la vera idolatria in nome della quale si combatte la terza guerra mondiale dell'epoca che chiamiamo “moderna”.
Evocando lo spettro di guerra di religione o di civiltà si possono ottenere notevoli risultati: ad esempio, si possono far scomparire dalla sensibilità mediatica e dalla coscienza di molti connazionali gli undici milioni di italiane ed italiani esclusi dalla vita civile perchè poveri e impossibilitati sinanco alle cure mediche necessarie a salvaguardare il bene della salute. Altro esempio:. Evocando guerre, provocando crisi e sconquassi economico-finanziari che si tramutano in drammi sociali si sono resi accettabili ed accettati la cancellazione di diritti che parevano conquiste storiche, di civiltà, cosicchè diviene facile ora retrocedere quei diritti al rango di “bisogni” (a cui eventualmente rispondere solo in base a considerazioni di opportunità economica).
Tutto questo è cancellato dal vero nemico da combattere: il terrorista islamico, l'uomo nero, lo straniero, la guerra di religione, lo scontro di civiltà.
Le parole di papa Francesco paiono allora voler svelare lo scandalo di una guerra, la vera guerra che è in atto, che ha un unico grande comune denominatore-obiettivo-principio: l'esclusione: l'esclusione di fasce sempre più estese della popolazione mondiale dalle ricchezze del pianeta che vanno a concentrarsi in un numero sempre più esiguo di soggetti. Una guerra che, forse per la prima volta nella storia dell'umanità, vede all'opera un sistema di potere che non ha confini e non ha colori, perchè oggi le azioni dei potenti del mondo, gli “altri” citati da papa Francesco, hanno come scacchiere l'intero pianeta.
Ecco lo scandalo rivelato dalle parole di papa Francesco, sottaciuto dai media, nascosto alla coscienza dei molti: gli artefici della guerra vera sono là, sul palcoscenico delle vicende mondiali o, meglio ancora, sono quelli che dietro le quinte tirano le fila di disperate marionette a cui diamo nomi differenti: terroristi, criminali, integralisti...

...A me pare che quella da combattere sia la solita (sempiterna) battaglia contro l'Ingiustizia
Arturo Francesco Incurato

referente presidio LIBERA “Rita Atria” - Pinerolo