mercoledì 11 novembre 2020

"L'Economia del Bene Comune"

L'associazione Direfarecosolidale, in collaborazione con la fondazione Nuto Revelli e con il patrocinio ed il contributo del Comune di Pinerolo,propone un incontro su piattaforma on line sul tema "L'Economia del Bene Comune". L'incontro è previsto per mercoledì 18 novembre alle ore 21 e vedrà la partecipazione di Lidia Di Vece presidente della Federazione del Bene Comune in Italia, un movimento internazionale che propone un modello socio-economico etico, in cui l'economia mette al centro il benessere delle persone e del pianeta ed è basato su cinque valori: Dignità umana, Solidarietà-giustizia sociale, Eco-sostenibilità, Trasparenza, Condivisione democratica.

L’incontro si svolgerà nella “Resi-stanza” della Fondazione Nuto Revelli su Google Meet, luogo “virtuale” ma non neutro dal punto di vista dei valori. Link per la partecipazione:  https://meet.google.com/phs-xdpf-gjb

Lidia Di Vece, presidente della Federazione italiana: ”Il movimento internazionale per l’Economia del Bene Comune, prende le mosse da alcune imprese pioniere in Austria che, grazie alla visione di Christian Felber, intrapresero il processo complesso dell’economia del bene Comune fin dal 2008, dando poi origine ad una contaminazione che dall’Austria si estese alla Germania al Nord Italia e alla Svizzera. L’Italia già in quegli anni, con alcune imprese del Sud Tirolo, aderì al movimento, ma è nel 2014 che si costituisce formalmente la Federazione Italiana. Al momento attuale l’adesione alla Federazione tra soci persone fisiche e aziende è di 80 unità, mentre sono circa una cinquantina le realtà imprenditoriali e organizzazioni che hanno redatto il loro Bilancio del Bene Comune”.


Riportiamo il testo dell'articolo pubblicato da Vita Diocesana, autori Lucy e Francesco Pagani del Centro Missionario Dicesano:

Luigino Bruni, economista e direttore scientifico del progetto Economy of Francesco promosso da Papa Francesco (progetto che si chiuderà con un convegno ad Assisi dal 19 al 21 novembre 2020) descrive con parole molto interessanti il bene comune, cuore della dottrina sociale della Chiesa: la dimensione più importante della nostra felicità è un qualcosa di pubblico, di condiviso, da cui dipendono anche i suoi aspetti individuali. (...) Se ciascuno degli utilizzatori di un bene comune (un pascolo in montagna, un parco, l'ozono nell'atmosfera, un'impresa...) è animato soltanto dalla ricerca del proprio interesse privato, il bene comune viene distrutto, sebbene nessuno dei soggetti lo voglia. Per conservare e custodire un bene comune, invece, tra le persone deve scattare una logica diversa, che qualcuno chiama "logica del noi", e così far diventare quel "bene di nessuno" un bene di tutti.”                                                                                                                                       

A Pinerolo l'Associazione Direfarecosolidale, da diversi anni, pone all'attenzione della cittadinanza la necessità di cambiare passo per conservare e difendere l'ambiente, evitare sprechi, limitare l'inquinamento del pianeta e promuovere il queste finalità è bene comune. Con queste finalità è stato progettato un programma che prevede la proiezione sull'ambiente (rimandati alla prossima primavera per le restrizioni dovute Covid-19) e incontri on-line sul tema "Diverse Economie”. Si inizia mercoledi 18 novembre alle ore 21 con il seminario "L'economia del bene comune" di Lidia Di Vece, Presidente della il Bene Italiana per il Federazione Comune. L'Economia del bene comune (EBC) è un movimento internazionale che propone un modello socio-economico etico, in cui l'economia mette al centro il benessere delle persone e del pianeta ed è basato su cinque valori: Dignità umana, Solidarietà-giustizia sociale, Eco-sostenibilità, Trasparenza, Condivisione democratica.



mercoledì 4 novembre 2020

Pier Paolo Pasolini: "Perché siamo tutti in pericolo"

"Perché siamo tutti in pericolo. (...) Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. (...)"

Il dovere della Memoria. Pier Paolo Pasolini, ucciso la notte del 2 novembre 1975 sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia. "Una storia sbagliata", come canterà Fabrizio De André nella canzone a Lui dedicata: l'ennesimo delitto italiano di cui ,ancora oggi,  è negata-nascosta la Verità. 
Pier Paolo Pasolini è "intellettuale scomodo", "Io so ma non ho le prove" uomo dalle mille contraddizioni, ma pure colui che in maniera "eretica" analizza e predice la condizione di degrado -civile e morale- a cui la società italiana si andava incamminando. Ancora oggi  appaiono drammaticamente profetiche le sue analisi sui falsi miti della modernità; sul nascente fenomeno del "consumismo"; sul decadimento dei valori e dei legami affettivi e culturali delle comunità; sulla "trasformazione antropologica” che gli italiani parevano subire, aderendo a modelli di cui oggi avvertiamo -con colpevole ritardo- la vacuità e la insostenibilità; sulla "speculazione edilizia" che avrebbe deturpato per sempre luoghi e paesaggi italiani.  
Riproponiamo il ricordo per immagini che Nanni Moretti dedicò a Pier Paolo Pasolini, la riflessione di pasolini su "La forma della città",l'ultima intervista rilasciata a Furio Colombo. 
Fra le tante cose su cui Pasolini riflette in quella intervista colpisce un passaggio: "(...) Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. (...)". Ancora una volta, per l'ultima volta,  Pasolini appare "profetico" quando vediamo coloro che hanno costruito, e continuano a costruire, carriere e privilegi personali (o di casta) fingendosi difensori dei deboli, paladini di legalità o di buona politica. 
Ancora una volta, per l'ultima volta,  Pasolini appare "profetico" anche con se stesso: "(...) Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo".
il ricordo di Nanni Moretti


"La forma della città"

La riflessione di Pasolini sul Fascismo e sul paesaggio contenuta nel documentario "La forma della città".  Riflettendo sulla forma della città di Orte, Pasolini offre una analisi impietosa e profonda del nascente fenomeno della "speculazione edilizia" alimentata dal "boom economico che l'Italia conobbe negli anni del secondo dopoguerra. Secondo Pasolini, mentre il fascismo non era riuscito a modificare la realtà e la cultura dell’Italia se non per alcuni caratteri esteriori, più pericoloso per il patrimonio culturale italiano appare il processo di omologazione condotto dalla cosiddetta "civiltà dei consumi" (di cui strumento principe è "la televisione" (!) con la sua pervasività e capacità di  suggestione e indottrinamento), capace di distruggere e disgregare le realtà locali, il "genius loci", le peculiarità dei territori italiani, appiattendoli e snaturandoli per mezzo di una infinita lottizzazione speculativa. Pasolini si erge così a primo difensore di  quello che lui chiama "il passato senza nome", ovvero la forma della città, il paesaggio italiano, ponendo  l'attenzione sulla necessità di avere cura del territorio e rispetto verso quel patrimonio "anonimo" frutto della storia di una comunità, fondamento di uno sviluppo meditato e sostenibile



Furio Colombo: "Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre (1975), fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo». 

 "Perché siamo tutti in pericolo"
- Furio Colombo: "Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…"
- Pier Paolo Pasolini: "Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

- Furio ColomboEcco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.
- Pier Paolo Pasolini: Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). 
Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora»(mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?

- Furio Colombo: Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?
- Pier Paolo Pasolini: Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri.Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

- Furio Colombo: Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.
- Pier Paolo Pasolini: Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

- Furio Colombo: E qual è la verità?
- Pier Paolo PasoliniMi dispiace avere usato questa parolaVolevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere.L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

- Furio ColomboAllora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
- Pier Paolo PasoliniA me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

- Furio ColomboCome dire che hai nostalgia di quel mondo.
- Pier Paolo PasoliniNo! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega? Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

- Furio ColomboE tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.
- Pier Paolo PasoliniDetta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

- Furio ColomboMa abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…
- Pier Paolo PasoliniChe mi fa rabbrividire.

- Furio ColomboSe non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?
- Pier Paolo PasoliniCredo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

- Furio ColomboPerché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
- Pier Paolo PasoliniNon vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

- Furio ColomboPasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?
- Pier Paolo PasoliniÈ diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. «Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Il giorno dopo, domenica 2 novembre 1975, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia.

martedì 27 ottobre 2020

"Che a pagare il costo sociale della pandemia non siano sempre i soliti stronzi"

Paolo Borsellino (giudice)“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.(P.Borsellino)

Carlo Alberto Dalla Chiesa (carabiniere): "(...)Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati(...)"

Cittadino Anonimo: "Le mafie ve le ricordate solo quando provano a infiltrarsi nelle proteste. Non quando sfruttano la gente che vi fa comprare le arance a pochi euro! Non quando pilotano gli appalti nelle vostre città e si spartiscono assessorati e poltrone. Non quando rubano il presente e il futuro a gente costretta ad attraversare le frontiere clandestinamente. Non quando i professionisti delle vostre città le assistono, le curano, le difendono ingrassando l'economia malata che le nutre. Non quando taglieggiano, violentano, sfruttano i territori. Delle mafie vi ricordate solo quando secondo voi pilotano quelle piazze dove non scendete più da decenni!"

Alessia Candido (giornalista, calabrese)La semplificazione di situazioni complesse è peccato mortale, in epoche complesse irredimibile. Partiamo da un presupposto a scanso di equivoci: la pandemia c'è, morde, la curva dei contagi è grave e seria e non si sta parlando di influenza, né sono accettabili le politiche socio-sanitarie ispirate a Mengele o alla rupe Tarpea secondo cui "tanto muoiono vecchi e malati"(e neanche è vero). Però la rabbia sociale c'è e ricondurla a giro solo alla camorra, ai fascisti, agli ultras è pericoloso perché queste varie sfumature di fogna interlocutori di un disagio vero. E non è neanche un conflitto generazionale "nipoti contro nonni".

Il problema non è "si chiude o no", il problema è "chi paga il conto di una stagione in cui non si è fatto abbastanza perchè c'erano interessi di pochi da tutelare a discapito del benessere di molti". Un amico ieri diceva "stanno trasformando l'Italia in una grande Ilva". Per molti aspetti, appare un paragone calzante.

E allora magari è ora che a pagare il costo sociale della pandemia non siano sempre i soliti stronzi, ultimo anello della catena, gli invisibili, i precari, quelli che vanno avanti a contrattini di un mese, dove c'è scritto part-time ma significa full time, dove 18 ore diventano 40, a cui basta non rinnovare il contratto per metterli di fronte a un gigantesco "e mo?", quelli affittati dalle grandi agenzie interinali, quelli invisibili, quelli che aspettano stipendi arretrati con il padroncino di turno che è passato dal macchinone uno al macchinone due che ti dice "è un momento difficile, dobbiamo fare sacrifici e ne usciremo insieme". E inevitabilmente ti chiedi se sul piatto della bilancia pesino uguale lui che rinuncia alla settimana bianca e tu che conti gli spicci al supermercato. Non spuntano dal nulla come funghi, ma sono il risultato di decenni di controriforme del lavoro, di miopia istituzionale, di inerzia nel combattere il lavoro nero, di buffonate su quanto è bella la flessibilità. 

Questi sono gli ingredienti della rabbia sociale, sono queste le categorie invisibili che non devono sparire dai sussidi. Si faccia una patrimoniale, si approfitti della crisi per dare diritti e non toglierne ancora, si faccia emergere la grande sacca di lavoro nero e informale che c'è ed è terreno fertile per fasci, mafie e dementi in grado di dare risposte sbagliate a un disagio vero. E si smetta di semplificare tutto in un derby demenziale che è solo un utile alibi per continuare a nascondere la testa sotto la sabbia. I cocci ci sono e prima o poi tocca raccoglierli lo stesso."


lunedì 26 ottobre 2020

Chiudere luoghi della cultura significa spegnere la voce della comunità

L'ultimo Dpcm promulgato ieri ,domenica 25 ottobre 2020, ha nuovamente imposto, fra altre cose,  la chiusura di cinematografi e teatri. 
Ci uniamo al giudizio negativo sul provvedimento, già espresso dalle categorie interessate, dal momento che artisti , maestranze e gestori, hanno già subito pesanti ripercussioni dai provvedimenti precedenti nonostante che l'adesione  ai protocolli sanitari avesse di fatto reso quei luoghi sicuri e di fatto liberi dal pericolo di contagio da "coronavirus". 
Chiudere i luoghi che contribuiscono a formare e diffondere cultura, conoscenza, confronto, è un fatto grave che mina uno dei fondamenti stessi della Democrazia: l'agorà, la piazza, il teatro, i luoghi simbolo della antica civiltà greca, sono all'origine di quella forma politica che chiamiamo Democrazia perché proprio  in quei luoghi, attraverso la conoscenza ed il confronto, si formava il pensiero, la cultura e la politica che guidava la comunità. 
Facendo memoria dell'insegnamento che ci deriva dall'opera di George Orwell sappiamo e ricordiamo a noi stessi che "l'ignoranza ( di una comunità) è forza ( per coloro che detengono il potere). Chiudere i luoghi della cultura significa annichilire la voce della comunità, tanto più necessaria nel momento storico che viviamo.

L'associazione Direfaecosolidale è pertanto costretta a dover sospendere la programmazione dei film di Cinemambiente  e gli incontri previsti , rinviati a data da destinarsi.








venerdì 25 settembre 2020

Federico Aldrovandi: "Non dimentichiamolo"! Anche Lui quella notte "non poteva respirare"

Lino Aldrovandi, papà di Federico Aldrovandi: "Non dimentichiamolo"




"Federico Aldrovandi nato a Ferrara il 17 luglio 1987, terminò forzatamente la sua breve vita ad appena diciotto anni, alle ore 06:04 di un assurdo 25 settembre 2005, sull’asfalto grigio e freddo di via Ippodromo, di fronte all’entrata dell’ippodromo, in Ferrara, in un luogo forse troppo silenzioso, ucciso senza una ragione all’alba di una domenica mattina da 4 persone con una divisa addosso.

I loro nomi: Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani.

il 25 settembre di ogni anno, giunta l’alba, si ripete quello che per me rimarrà per sempre un incubo, o peggio, il ricordo orribile dell’uccisione di un figlio da parte di chi avrebbe dovuto proteggergli la vita. Quello che non mi darà mai pace sono le urla di Federico con quelle sue parole di basta e aiuto sentite anche a centinaia di metri, ma non da quegli agenti (atti processuali). Anzi, il quarto, quello proteso in piedi a telefonare col cellulare di un collega, mentre Federico è a terra bloccato, a tempestarlo di calci (testimonianza in incidente probatorio del 16 giugno 2006). Un’immagine ai miei occhi di padre non diversa, anzi peggiore, considerandone gli autori di quel massacro (54 lesioni Federico aveva addosso, la distruzione dello scroto, buchi sulla testa e per finire il suo cuore compresso o colpito da un forte colpo gli si spezzò o meglio gli fu spezzato) rispetto ad altri casi orribili in cui la violenza l’ha fatta da padrona. Perchè?

Gli atti processuali dei tre ordini di giudizio portarono si alla condanna definitiva degli agenti (eccesso colposo in omicidio colposo con pena a 3 anni e 6 mesi, ridotta a 6 mesi per via dell’indulto), ma sono le parole “scritte dai giudici nei tre gradi di giudizio” che rimarranno lì come un macigno a rendere un poco di giustizia a “un ragazzo ucciso”, e che faranno sempre la differenza, i cui risvolti avrebbero potuto avere un epilogo di pena ben più grave nei confronti dei responsabili di un omicidio tanto assurdo quanto ingiustificato. Ricordiamocelo sempre quando si abbia a parlare di questa orribile storia, per non correre il rischio di sminuire, annullare o resettare una verità che oltre a produrre inevitabilmente tanto dolore lacerante, sopratutto in chi l’ha subita, ha comunque aperto una strada anche se difficile da percorrere, verso quei luoghi chiamati rispetto, dignità, civiltà, democrazia, legalità, umanità, partecipazione, impunità. Maggior ragione oggi non perdere di vista quelle mete. Non a caso, a volte penso volutamente, si rischia a tutti i livelli, di perdere la bussola del buon senso e della normalità. Non perdiamola."


Il processo a coloro che provocarono la morte di Federico Aldrovandi non sarebbe stato possibile senza la testimonianza decisiva di Anne Marie Tsegue, l’unica testimone oculare che ebbe il coraggio di presentarsi in procura per riferire quanto aveva visto dalla sua finestra la notte del 25 settembre 2005 quando Federico Aldrovandi moriva, ucciso mentre chiedeva aiuto. .  Fu lei l’unica testimone oculare che decise di presentarsi in aula, rivivendo quegli attimi della colluttazione tra i quattro poliziotti e Federico, gli ultimi attimi di vita per il 18enne. 

Anne Marie Tzegue volle testimoniare nonostante la paura che le sue parole potessero avere in qualche maniera ripercussioni sul suo permesso di soggiorno all'epoca in scadenza: L’ho fatto perché sono mamma anch’io. Federico per me è diventato come un figlio, aveva pochi anni in più del mio bambino. Ancora oggi quando ripenso a quella notte non riesco a dormire; è difficile svegliarsi e pensare che al suo posto ci poteva essere mio figlio. Solo dopo aver parlato mi si è liberata l’anima. Da questa via non ci passo più; non posso immaginare di essere stata l’unica a vedere. Perché via Ippodromo non è una strada deserta, è viva. Solo molto tempo dopo ho saputo di essere stata l’unica ad avere il coraggio di testimoniare. Io credo che nessuna madre può tacere a vita. Se quella mattina non avessi avuto paura, se solo avessi pensato che poteva essere la fine per lui.. ma lui era lì con degli adulti che stavano facendo il loro lavoro, la polizia era già lì… . Spero almeno di aver dato una mano alla giustizia italiana e ai bambini, italiani e stranieri, i bambini non hanno colore”.

Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi: “Sono molto felice che venga riconosciuto il coraggio di Anne Marie. Devo a lei l’esito del processo. È un esempio di coscienza civile per tutti”. 

Filippo Vendemmiati, giornalista di Rai 3 è autore del documentario “È stato morto un ragazzo”.

Nel 2010 l'associazione Articolo 21 assegna un premio speciale ad Anne Marie Tzegue: “una straordinaria signora”: Questi ospiti, le loro storie, le loro battaglie – afferma una nota di Articolo 21 -, sono il nostro orizzonte ideale, rappresentano i nostri punti di riferimento etici e politici, il comune sentire della nostra associazione che ha la sola ambizione di sostenere e valorizzare chi davvero si batte per la libertà, la dignità, la legalità e molto spesso lo fa rischiando di persona, circondato dalla diffidenza di chi ha ormai alzato bandiera bianca di fronte agli squadristi della volgarità, della intolleranza, del razzismo, della esclusione sociale”.



mercoledì 2 settembre 2020

Piera Aiello . Comunicato di dimissioni e di "delusione"

Riportiamo il testo integrale del comunicato col quale Piera Aiello, la cognata di Rita Atria, manifesta la decisione di lasciare il partito per il quale aveva accettato la candidatura al Senato della Repubblica. 

Ci permettiamo due brevissime considerazione. La prima: le parole di Piera Aiello confermano ancora una volta il giudizio espresso più volte da alcuni dei magistrati più esposti e impegnati nella lotta contro le mafie,  fra questi Nino Di Matteo, Nicolò Gratteri, Giuseppe Lombardo: la lotta contro le mafie, da decenni, non è priorità dei governi e delle forze politiche italiane, aldilà di vuoti e sterili proclami

La seconda considerazione. Piera Aiello sottolinea l'altro problema che affligge la classe politica italiana: la carenza, culturale-etica-morale, di una classe politica che accetta e consente la presenza e la inadeguatezza di molti soggetti, "eletti-nominati" in qualsivoglia partito, che vedono "la politica come mero strumento per il raggiungimento di fini che sono ben lontani dallo spirito di servizio e di impegno per il "bene comune",  come dimostrano anche gli scandali che quotidianamente si susseguono, non per ultimo il cosiddetto "bonus-covid". 

Pertanto , ancora una volta si dimostra che "la politica (partitica) non è mai all'altezza", come ebbe a dichiarare anni orsono il nostro illustre concittadino, il senatore Elvio Fassone (puoi leggere qui)



"Sono stata eletta il 4 marzo 2018 nel collegio uninominale in provincia di Trapani-Marsala con quasi 80 mila voti, di cui 25mila nominali. Ho deciso così di rimettere in discussione la mia vita, tenuta segreta dal lontano 30 luglio 1991, in quanto testimone di giustizia. Quando mi è stata chiesta la disponibilità alla mia candidatura, ho intravisto la possibilità di portare la mia esperienza di testimone in un’aula parlamentare dove poter esporre le problematiche dei testimoni, dei collaboratori di giustizia e degli imprenditori vittima di racket e di usura.

Dopo la mia elezione sono entrata a far parte della Commissione Giustizia e della Commissione Parlamentare Antimafia, dove ho messo in chiaro di non volermi candidare per nessun posto apicale, ma di voler portare un sano contributo in difesa delle suddette categorie, spesso, per non dire sempre, abbandonate negli anni dai Governi di turno. Affermo ciò perché nella mia trentennale lotta alla mafia tante promesse sono state fatte, e non mantenute, il che ha peggiorato sempre più la condizione di testimoni, collaboratori e imprenditori, quindi dell'intero popolo italiano, cui è stata soffocata la voce per aver avuto voglia affermare la verità e la giustizia. 
Negli anni mi ero appassionata a Gianroberto Casaleggio, uno dei padri del Movimento 5 Stelle, per le sue idee innovative, in cui era palese la voglia di un cambiamento concreto nell’ambito politico. Uno dei pensieri che ho fatto mio è il seguente: “Per raggiungere un obiettivo bisogna crederci, talvolta in modo irrazionale. In questo modo la possibilità di successo aumenta’’ poiché lo ritengo rappresentativo del mio percorso di lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Egli stesso si definiva un semplice cittadino che, con i pochi mezzi a sua disposizione, provava ad affermare quelle idee che a suo dire non sono né di destra né di sinistra poiché si tratta unicamente di idee buone o cattive. Tante sono le cose dette da Gianroberto Casaleggio, che condivido appieno e che hanno contribuito alla mia decisione di entrare in questa grande famiglia. 
Ho ritenuto opportuno fare questa premessa perché chiunque avesse deciso di candidarsi in nome di questi ideali avrebbe dovuto essere un cittadino modello, giusto e osservante delle regole e delle leggi e con una fedina penale limpida. Solo in questo caso il Movimento mi avrebbe rappresentata, anche perché negli anni si era battuto in nome della verità, della giustizia e della legalità affiancando i testimoni di giustizia e addirittura accompagnandoli e ascoltandoli in commissione parlamentare antimafia. Ma se ad oggi mi trovo a scrivere tutto ciò è perché, in due anni, di questi ideali non ho visto attuare neanche l’ombra. 
Per cominciare, in commissione giustizia i deputati sono incaricati di proporre emendamenti o modifiche su qualsiasi proposta di legge avallata o scritta dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal suo ufficio legislativo. Ma dopo mesi di sedicenti confronti, di tutto il lavoro parlamentare non rimane nulla. È sempre il ministro a decidere tutto e sicuramente non in autonomia, poiché il 90% degli emendamenti portati in commissione e poi in aula vengono bocciati e spesso senza alcuna motivazione valida. 
Sicuramente sono state fatte leggi importanti come lo “Spazza corrotti’’, il “416-ter”, la “riforma della prescrizione’’, l’inserimento del “Troyan’’ come strumento per le intercettazioni, ma di fatto rese vane nel momento in cui vengono mandati agli arresti domiciliari ergastolani del 41bis tramite una semplice circolare concordata con gli organi del Dap e il ministro Bonafede. La suddetta circolare manda infatti agli arresti domiciliari pericolosi criminali ,che hanno ucciso anche bambini, solo perché ammalati e ultra settantenni. Non nego il diritto sacrosanto alla salute, ma così come è stata applicata la legge riguardo l’ormai defunto Boss Corleonese Totò Riina, curato fino all’ultimo giorno in carcere, così doveva e deve avvenire per tutti gli altri boss mafiosi, altrimenti dov’è il diritto dell’essere uguali di fronte alla legge che tanto viene evidenziato nelle aule dei tribunali? Come può un cittadino fidarsi dello Stato se viene messa in pericolo in primis la propria sicurezza? I testimoni e i collaboratori che hanno contribuito al loro arresto come possono avere certezze di sicurezza? E chi vuole iniziare questo percorso di legalità come può davvero affidarsi allo Stato, se quest’ultimo non dimostra stabilità rendendo effettiva la pena di persone che hanno ancora le mani sporche di sangue?
Possiamo fare le leggi migliori di questo mondo, possiamo anche modificare la Costituzione, ma se poi non rendiamo reali questi cambiamenti come possiamo professare ideali giusti se siamo noi stessi a tradirli?
Nella stessa commissione Giustizia alcuni dei componenti sono stati “inseriti” e con incarichi importanti e di responsabilità, non per meriti o per competenze, tanto meno perché addetti ai lavori, ma solo perché uomini del ministro o affini.
Sono anch'io un membro della commissione antimafia dove coordino il comitato sui testimoni e collaboratori di giustizia e imprenditori vittime di racket e usura. Ho coordinato diverse audizioni, circa 45, dalle quali è emerso tutto il loro disagio. Per quanto riguarda "testimoni" e "collaboratori", anche se sono due figure ben distinte, ascoltandoli è apparso evidente che queste persone vivono da anni in un sistema di protezione che tutto fa fuorché proteggerli (si veda il caso Bruzzese, familiare di collaboratore di giustizia ucciso il 25 dicembre 2018 in regime di protezione in località protetta). Tutti lamentano l’impossibilità di cominciare una nuova vita, dopo anni di spostamenti da una località protetta all’altra, chiedendo cambio di generalità e reinserimento socio-lavorativo per loro e per i loro familiari. Alcuni, dopo più di 10 anni in un programma di protezione oppressivo e limitante, si ritrovano senza la possibilità di un futuro. Puntualmente, ad ogni cambio di governo, entrambe le figure sopracitate chiedono di essere ascoltate per risolvere queste problematiche, e puntualmente i testimoni vengono auditi senza alcuna risposta certa e concreta. Per i collaboratori invece non è prevista audizione, potendo loro illustrare, solo per iscritto e tramite i Nop, le proprie esigenze, per la maggior parte disattese e senza alcuna risposta. Dico questo perché dal 1991 a oggi ho visto avvicendarsi numerosi Sottosegretari e Vice ministri dell'Interno, che hanno avuto questa delega speciale ma che di fatto, non dando risposte certe, hanno procurato tantissimi ricorsi al TAR da parte di queste categorie per difendere i loro diritti, vanificati da un sistema incancrenito di falsa burocrazia e gestito con circolari interne che disattendono le leggi vigenti.
Il nostro sistema di protezione, sulla carta, è uno dei migliori esistenti al mondo, ribadisco sulla carta, perché molto spesso viene disatteso modificando e subordinando la vita dei protetti e dei familiari agli interessi economici dello Stato.
I testimoni e i collaboratori sono delle semplici pedine lasciate allo sbando senza alcun supporto psicologico. 
Riguardo gli imprenditori, si possono dividere in due categorie: la prima comprende i soggetti inseriti in un programma di protezione i quali, allontanati dalle proprie aziende che necessariamente falliscono in quanto abbandonate a loro stesse, dopo anni si trovano alle prese con assurde richieste da parte del fisco.
La seconda categoria include gli imprenditori che denunciano, non sono inseriti in un programma di protezione, non vengono ricevuti dalle prefetture locali, sono abbandonati senza alcuna tutela e nel migliore dei casi usufruiscono della legge 44/99 che concede loro un riconoscimento di danni estorsivi, che puntualmente arriva dopo anni, quando l’azienda è ormai chiusa o addirittura fallita.
Tutte le problematiche che ho elencato sono state puntualmente da me portate a conoscenza degli organi competenti, che ad oggi hanno audito alcuni di questi soggetti, senza risolvere nulla. 
Non nascondo l’amarezza per tutto il lavoro che ho fatto, non solo in questi due anni da deputato ma anche negli anni quale semplice "testimone di giustizia", lavoro vanificato da persone che non solo non si sono mai occupate di antimafia con la formazione adeguata, ma che non hanno ascoltato il mio urlo di dolore che non è altro che la voce di migliaia di persone che non hanno modo di farsi ascoltare e che io mi pregio di rappresentare. Sono stata additata come, e scusate il termine, ‘’rompicoglioni’’, solo perché difendo a spada tratta i diritti di chi come me è stato ‘’spremuto come un limone’’ da organi dello Stato e abbandonato. Sono fiera di essere così come vengo definita, specialmente da colui che per primo mi ha chiamata così, perché ho avuto la certezza che in questa specifica commissione, dove si decide della vita e della morte delle persone, vengono nominati personaggi che non avrebbero mai avuto il coraggio denunciare neanche un semplice furto di galline e nonostante ciò hanno l’arroganza di non ascoltare chi per anni ha vissuto in un sistema di protezione a dir poco surreale.
Negli anni, non solo io ma anche altri testimoni di giustizia abbiamo offerto la nostra collaborazione per migliorare il sistema, ma tutto ciò è rimasto inascoltato. Ad oggi pochissime persone hanno ancora la forza di denunciare, molti scappano dal programma di protezione ritornando nella terra di origine, preferendo farsi ammazzare che morire succubi di un sistema inesistente, inadeguato che ormai è imploso, gestito da persone quantomeno incompetenti.
A livello locale si sono commessi errori analoghi, avendo selezionato candidati sindaco privi delle competenze necessarie in una realtà così complessa qual è la Sicilia, certificandoli attraverso la piattaforma Rousseau, ma dopo avere scartato a tavolino candidature senza motivazioni valide.
Alla luce di tutto ciò non voglio essere considerata complice di quanto è accaduto nonché chiudere gli occhi su quanto sta accadendo: ribadisco che non ho mai chiesto poltrone o privilegi ma solo di essere ascoltata e di continuare a fare antimafia vera nelle istituzioni competenti.
Ho un preciso dovere verso i ragazzi delle scuole ai quali parlo di Verità, Giustizia e Legalità, ai quali dico di non scendere mai a compromessi, di non chiedere raccomandazioni, di essere se stessi e di guadagnare e raggiungere gli obiettivi prefissati in base al merito; è anche per loro che non posso restare in un Movimento che per anni ha ripetuto i concetti di: Onestà, Meritocrazia e Giustizia ma che alla prova dei fatti è sceso a compromessi, ha costruito cordate, ha attribuito incarichi delicati a individui privi della formazione necessaria per gestire attività vitali per la nostra Repubblica. 
Se, come mi diceva “Zio Paolo” (Borsellino): ‘’Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo’’, ebbene ho la netta sensazione che non è la guerra quella che il Movimento ha fatto in questi due anni.
Non si dica mai che ho preso questa decisione a cuor leggero e, sono ancora parole di Paolo Borsellino: “è normale che esista la paura in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio, non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti. Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola... La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità’’.
A conclusione, faccio presente di essere in regola con le restituzioni e con la rendicontazione che il Movimento ha richiesto ai portavoce, soprattutto non sento in alcun modo di tradire i miei elettori i quali mi hanno conferito l’onore e l’onere di essere eletta alla Camera dei deputati sotto il simbolo del Movimento.
La mia lotta per la Legalità, la Giustizia e la Verità continua senza sosta, perché iniziò ben due decenni prima della nascita del Movimento e, se il Cielo mi aiuta, continuerà altri decenni a favore della mia gente, della Sicilia, dell'Italia tutta, in memoria di chi ha dato la propria vita per lo Stato senza scendere mai ad alcun compromesso.
Tutto ciò premesso mi dimetto dal Movimento 5 Stelle, che non mi rappresenta più, continuando la mia attività di parlamentare.
Piera Aiello

venerdì 28 agosto 2020

Martin Luther King - 28 agosto 1963: "I Have a dream - Io Ho un Sogno"

 Martin Luther King: "Sì, siamo estremisti, siamo estremisti nella volontà di giustizia, di eguaglianza, di pace." 

Sulla tomba di Martin Luther King è scritto: «Free at last. Free al Last». Finalmente libero!
Oggi, nel tempo della pandemia dolorosa che continua a colpire drammaticamente la comunità afro-americana degli Stati Uniti e non solo, il razzismo, a poco più di tre mesi dall'uccisione di George Floyd per mano di un poliziotto, il sogno di un uomo che agognava la Libertà per tutti gli esseri umani, a prescindere dal colore della pelle e dalle condizioni sociali, il sogno di una umanità unita e solidale, appare ancora un traguardo da raggiungere ma nello stesso tempo, l’unica meta verso cui orientare il cammino
Il pensiero perfetto, nel discorso perfetto tenuto da martin Luther King il 28 agosto del 1968



Martin Luther King saluta la folla il giorno del discorso "I Have a Dream"


George Floyd
                         "I have a dream". Il discorso perfetto 
E' il  28 agosto 1963. A Washington, di fronte ad una America profondamente intrisa e divisa dall'odio razziale,  Martin Luther King pronuncia il discorso che passa alla storia come "I Have a dream": Io Ho un Sogno". Per quel discorso Martin L. King aveva preparato attentamente un testo, con paragrafi suoi e altri scritti dai suoi collaboratori. Ma ad un certo punto, Mahalia Jackson, la grande cantante gospel che aveva aperto la manifestazione, inizia ad urlare: "Parla del sogno, Martin! Parla del tuo sogno!". A quel punto King mette da parte i fogli e comincia a parlare "a braccio", improvvisando la parte del discorso che passerà alla storia come il discorso perfetto, immortale.

I Have a dream - Io Ho un Sogno

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra. Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia. Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima. Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente. Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

 Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

 Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual:"Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".