lunedì 29 agosto 2016

Libero Grassi: "Io sono libero"

Il dovere della memoria. Libero Grassi, imprenditore palermitano, viene assassinato la sera del 29 agosto 1991 per essersi ribellato alla "legge" mafiosa del racket, rifiutandosi di pagare "il pizzo". Come ogni anno da quella sera del 29 agosto 1991, a Palermo, nei pressi dell'abitazione dell'imprenditore assassinato, in via Alfieri sarà affisso un cartello come quello nella fotografia sottostante dal momento che la famiglia di Libero Grassi non ha mai acconsentito all'apposizionie di una lapide. 
Dopo l'uccisione di Libero Grassi, sua moglie Pina Maisano ha continuato la battaglia culturale contro le mafie iniziata dal marito, sino alla scomparsa avvenuta lo scorso giugno. Nella sua ultima intervista rilasciada in occasione del Premio Libero Grassi, Pina Maisano affermò ancora una volta: “Non mi rassegno a una Sicilia succube della mafia”.  (qui la sua intervista)
Questa sera, su RAI UNO, un film documentario ricorderà al figura e l'esempio morale di Libero Grassi. nell'artico de La Repubblica a presentazione del film-documentario che ripercorrerà la vicenda di Libero Grassi così si legge: "(...) Catanese, di famiglia antifascista, l'ingresso nei meccanismi dell'imprenditoria grazie a un periodo a Gallarate, l'apertura dello stabilimento tessile a Palermo alla fine degli anni Cinquanta, Libero Grassi era attivo nella politica, con il Partito Repubblicano. E quando arrivano le prime richieste di racket, esce allo scoperto denunciando gli estorsori. E firmando, di fatto, la propria condanna a morte. Pagherà con la vita la sua opposizione pubblica alla cultura mafiosa convinto, com'era, che la lotta alla mafia dovesse coincidere con la sua professione. Libero Grassi ha vissuto in anni in cui esisteva una logica di potere e di controllo della città di Palermo totalmente mafiosa. Si è ribellato con il coraggio di esporsi pubblicamente, usando i giornali e la televisione. E con la forza di una vita sempre vissuta, con la moglie Pina Maisano e i figli Alice e Davide, all'insegna dei principi della giustizia, della libertà individuale e della crescita collettiva (...)".
L'esempio di Libero Grassi è ancora oggi "pietra di paragone", ancor più per il fatto che, come sappiamo bene, la "linea della palma", il potere delle cosche mafiose così definito da Leornardo Sciascia, ha raggiunto e conquistato "pezzi" dell'Italia intera.
A sinistra Libero Grassi e la moglie, Pina Maisano, in una immagine di famiglia.
A destra, Pina Maisano dinanzi al cartello in cui si ricorda l'uccisione di Libero

La lettera al "caro estorsore"
Alla richiesta del pizzo da pagare alle cosche mafiose, Libero Grassi aveva risposto in maniera coraggiosa e del tutto originale, inaspettata, facendo pubblicare una lettera dal Giornale di Sicilia in data 10 gennaio 1991. La lettera aveva un titolo chiaro, forte: «Caro estortore...non ti pago» 
Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.“                                                                                                                          Libero Grassi  

Libero Grassi ospite di Michele Santoro
In un articolo pubblicato dall'Unita in data 28 agosto 2011 si raccontava l'intervista di Miche Santoro a Libero Grassi, nella trasmissione Samarcanda: «Caro estortore...non ti pago»:  la lettera che diede inizio alla battaglia Il 10 gennaio 1991 Libero Grassi scrisse una lettera al “Giornale di Sicilia”:«Caro estorsore...non ti pago». Dopo 8 mesi, il 29 agosto 1991, Cosa nostra lo ucciderà con cinque colpi di pistola calibro 38. La lettera è una pubblica rottura dell'omertà: l’imprenditore, il cittadino, sottoposto alle minacce degli estorsori, non solo rifiuta di pagare, ma accusa commercianti ed imprenditori siciliani di soggiacere passivamente alla coercizione mafiosa. Il pizzo accettato come una tassa dovuta ad un sistema di potere parallelo, in cui sguazzano politici, imprenditori e mafiosi. La cui efficacia impositiva si misura in termini di silenziosa rassegnazione. 
intervista di Libero Grassi ."Samarcanda". 11 aprile 1991

La coraggiosa presa di posizione di Libero Grassi che denuncia apertamente e pubblicamente la richiesta di pizzo, ha un effetto paradossale: uno sconcertante, inquietante, isolamento. Il presidente palermitano di Assindustria, Salvatore Cozzo, legato a Salvo Lima, addirittura minimizza la denuncia defininendola "una tammurriata per farsi un po’ di pubblicità".
Il clamore suscitato dalla denuncia di Libero grassi ha tuttavia varcato i confini del capoluogo siciliano e il giormalista Michele Santoro invita Libero Grassi alla trasmissione Samarcanda per  raccontare la sua storia. È l’11 aprile 1991. Libero Grassi è di fronte alle telecamere; lo sguardo è attento dietro gli occhiali da lettura. 
La domanda del conduttore: "Lei si è trovato faccia a faccia con queste richieste di tangenti?
La risposta di Libero Grassi: «Mi sono trovato più volte… ho subito due estorsioni, una rapina e altre intimidazioni». Poi Libero Grassi sposta il discorso su un tema scottante rivolgendosi al giudice Di Maggio presente in studio: «Il giudice di Maggio ha detto il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale. Ma c’è un primato superiore quello della qualità del consenso… la formazione del consenso che poi è l’arma della mafia. La prima cosa che controlla la mafia… è il voto… ad una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia… la legge la fanno i politici… se i politici hanno un cattivo consenso faranno delle cattive leggi e allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso. La mafia in Sicilia è il maggior interlocutore del problema politico in quanto dispone del voto, dei soldi e degli inserimenti nell’amministrazione, perché oramai è diventata ceto dominante». 


Santoro lo interrompe e lo stuzzica: "Perché non vuol pagare, lei è pazzo?"
Libero Grassi non ha sussulti, non si scompone, è quasi immobile: «Non sono pazzo, non mi piace pagare perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore (significherebbe che) io divido le mie scelte con il mafioso». Si ferma per un istante prende un foglio dalla cartellina e legge una dichiarazione del giudice Luigi Russo in merito alle estorsioni: «Si può anche non pagare, ma chi non paga deve sapere bene cosa gli succede prima o poi… se tutti facessero così (non pagando) dalla Sicilia sparirebbero le imprese e migliaia di piccole aziende andrebbero in fiamme». 


Ora Libero si agita sulla poltrona e sgrana gli occhi guardando fisso il giornalista: «Dico al dott. Luigi Russo che lui dice se tutti si comportassero come me si distruggono le industrie, se tutti si comportano come me si distruggono gli estorsori non le industrie». Con un gesto d’impeto toglie gli occhiali e tira un sospiro ad occhi chiusi. 
Dopo oltre vent’anni la testimonianza di Libero Grassi ci ricorda quanta strada è stata fatta nel campo della prevenzione e dell’assistenza alle vittime del racket. Rimane, tuttavia, di cocente attualità ed insoluto il tema della qualità del consenso elettorale, proprio ora che la «linea della palma», come scriveva Sciascia, ha raggiunto i lembi estremi del profondo nord.
Marcello Ravvedut

martedì 9 agosto 2016

Antonio Scopelliti: il giudice solo, ucciso dalla 'ndrangheta il 9 agosto 1991

Il dovere della Memoria. Il giudice solo: così  era stato ribattezzato il magistrato Antonio Scopelliti, ucciso in un agguato di mafia il 9 agosto 1991 a pochi chilometri da Villa San Giovanni, in Calabria, mentre era solo e senza scorta alla guida della sua auto. Nativo di Reggio Calabria, dove nasce nel 1953, era tornato nella sua regione per trascorrere le vacanze. Come Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, avrebbe dovuto rappresentare l’accusa contro gli imputati del maxiprocesso di mafia a Palermo. Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che, in cambio del ''favore'' ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la ''guerra di mafia'' che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1995, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano.
Poco prima di essere ucciso, nel marzo del 1991, Scopelliti aveva chiesto le condanne definitive per Pippo Calò e Guido Cercola, i responsabili della Strage del Rapido 904 che il 23 dicembre 1984 aveva fatto saltare in aria la Grande Galleria dell'Appenino a San Benedetto Val di Sambro, provocando la morte di 17 persone e più di 200 feriti. Ma Corrado Carnevale, presidente della Prima Sezione penale della Cassazione, rigettò le richieste della pubblica accusa, e rinviò ad un nuovo giudizio di appello.
Nel settembre dello stesso anno 1991 si stava preparando a rigettare i ricorsi presentati dalle difese dei grandi mafiosi condannati al maxi-processo per Cosa Nostra. Questa probabilmente la motivazione della sua condanna a morte. Nel maggio del '91, infatti, Scopelliti aveva accettato di rivestire la pubblica accusa nel maxi-processo in sede di Cassazione.
In una intervista rilasciata a Maurizio Costanzo nel 1978, il giudice Antonio Scopelliti aveva parlato di come intendesse la sua professione di giudice: "Un giudice non è mai popolare, soprattutto un pubblivco ministero. Ogni giudice va incontro a critiche, a volte astre, vivaci, a volte anche ingiuste. ma non può sacrificare il suo ministero, la sua milizia oramai, per una popolarità che non è un suo privilegio (...) Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso.(...)

L'omicidio

Il 9 agosto 1991, sulla strada della frazione di Piale (provincia di Villa S. Giovanni) il giudice Scoppelliti, a bordo della sua auto, venne raggiunto alla testa da due colpi di fucile calibro 12 sparati da un commando di due uomini a bordo di una moto che lo attendevano all'altezza di una curva; Scopelliti morì sul colpo.Secondo le dichiarazioni del pentito di mafia Mario Pulito, al giudice Scopelliti avevano offerto ingenti somme di denaro (circa cinque miliardi di lire [1]) per cambiare rotta sulle decisioni prese in relazione al maxi-processo.
Anche l'omicidio del giudice Scopelliti rimane ancora oggi impunito. Nel 2001, la Corte d' Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benenetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti..
Il presidente del Senato Pietro Grasso ricordando in queste ore il magistrato calabrese ha scritto: «un altro omicidio di mafia purtroppo ancora irrisolto. Antonino Scopelliti avrebbe dovuto rappresentare l'accusa nel maxiprocesso, ormai giunto in Cassazione. Lo uccisero il 9 agosto di 25 anni fa: pensavano di poter così impedire alla giustizia di fare il suo corso. Non ci riuscirono (…) Nella sua Calabria, l'esempio del giudice Scopelliti non è svanito: sono infatti moltissime le persone che ogni giorno si impegnano nel ricordo di un uomo che ha onorato fino in fondo la sua professione e la sua lealtà allo Stato»,

domenica 7 agosto 2016

Papa Francesco svela "lo scandalo: non guerra non di religione ma per il potere

Nell'edizione di domenica 7 agosto 2016 Vita Diocesana pubblica una riflessione di Arturo Francesco Incurato sui fatti sanguinosi, stragi e uccisioni, accaduti in Europa negli ultimi mesi visti però alla luce delle affermazioni di papa Francesco il quale svela "lo scandalo: lo scandalo di una guerra non di religione ma di potere. Una guerra che, forse per la prima volta nella storia dell'umanità, vede all'opera un sistema di potere che non ha confini e non ha coloriperchè oggi le azioni dei potenti del mondo, gli “altri” citati da papa Francesco, hanno come scacchiere l'intero pianeta.

             Non guerra non di religione ma per il potere
Dopo i fatti di Rouen, l'uccisione in chiesa di padre Jacques Hamel, i media sono stati invasi da immagini e dichiarazioni riguardanti la partecipazione degli iman di molte città italiane alle celebrazioni che si svolgevano nelle chiese, accogliendo così l'invito e l'auspicio all'incontro e al dialogo fra le religioni, al fine di allontanare lo spettro della “guerra di religione” evocato da molti .
Al contrario, non altrettanto rilievo mediatico ha avuto il concetto espresso da papa Francesco mercoledì 27 luglio nel quale Egli non solo negava che vi fosse in atto una guera di religione ma addirittura spiegava quale fosse lo scandalo della guerra vera che è incorso.

Fare memoria
Una premessa necessaria, utile a riflettere: forse per la prima volta dopo decenni in Europa si è riusciti ad inculcare nuovamente il germe della paura. La paura di essere sull'orlo di una guerra, o addirittura che l'Europa sia già sotto l'attacco di una guerra (di religione) condotta dai terroristi (islamici) che, agli ordini del califfato o di qualche altra fantomatica organizzazione, seminano morti innocenti fra le genti europee.
Tuttavia, per comprendere quanto il demone della paura possa offuscare la realtà basterebbe pensare al fatto che le prime vittime dell'ultima sanguinosa strage compiuta a Nizza, la sera dello scorso 14 luglio, sono stati i membri di una famiglia mussulmana recatisi, anche loro, ad assistere allo spettacolo dei fuochi artificiali sul lungomare della cittadina francese.
La Storia dovrebbe insegnarci due cose fondamentali: che occorre diffidare di coloro che incutono paure ma che bisogna anche essere vigili e pronti contro chi provoca morti e distruzioni. Ma la Storia non è quasi mai “maestra di vita” e sono molti coloro che conosco bene l'arte di manipolare masse e pensieri per mascherare la realtà stessa, quella vera!
Che si sia per davvero nel mezzo di una guerra lo aveva detto addirittura lo stesso papa Francesco alcuni mesi orsono, inascoltato, silenziosamente irriso: egli aveva parlato esplicitamente, e testualmente, di “una terza guerra mondiale combattuta a pezziMercoledi scorso 27 luglio papa Francesco si è recato a Cracovia dove avrebbe incontrato i giovani provenienti da tutto il mondo, riuniti per la celebrazione della Giornata
Mondiale della Gioventù. Durante il volo, rivolgendosi ai giornalisti Egli è ritornato su quella affermazione per precisare ancora meglio, inequivocabilmente, il significato delle sue parole ed esplicitando i “pezzi” di questa guerra mondiale. Le parole di papa Francesco: Una sola parola vorrei dire per chiarire. Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione. C'è una guerra di interessi, c'è una guerra per i soldi, c'è guerra per le risorse della natura, c'è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito?Leggi qui il testo integrale


Chi vuole la guerra?
Papa Francesco offre considerazioni chiare ponendo a noi tutti la domanda fondamentale: abbiamo capito chi vuole la guerra? Per rispondere a questa domanda, per comprendere chi siano coloro che reggono le fila di questo disegno osceno, forse occorre riflettere proprio sulle questioni essenziali richiamate da papa Francesco: “Chi mette in atto una guerra di interessi? Chi mette in atto una guerra per i soldi? Chi mette in atto una guerra per accaparrarsi le risorse della natura? Chi mette in atto una guerra per il dominio dei popoli?”. Vien da pensare che coloro che operano per quegli scopi, per il potere, siano fra gli stessi che stanno conducendo la guerra vera di cui parla papa Francesco, “la terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.
Quante volte, nel corso della storia, abbiamo visto ripetersi fatti analoghi a quelli a cui assistiamo ora. Cambiano i protagonisti, questo sì, e troppe volte anche le religioni sono state usate a “pretesto e giustificazione” di stragi e conquiste. Ma le questioni di dominio che si celavano dietro quelle azioni, le questioni fondamentali esplicitate da papa Francesco, sono sempre le medesime ed il riferimento alla religione è stato sempre il manto col quale coprire e celare pensieri e azioni di dominio che nulla avevano di “religioso” perseguendo invece disegni di potere meramente e brutamente “mondano”.

Abbiamo compreso “lo scandalo” rivelato dalle parole di papa Francesco?
Le parole di Francesco invitano quindi ad uno sguardo più profondo sulle cose che vediamo accadere, perchè oggi assistiamo a qualcosa che forse è ancora più grave di quanto avvenuto in passato. Forse perchè a noi, vittime o pedine di questo disegno osceno, continueranno a sfuggirci i contorni, i protagonisti e gli scopi di questa terza guerra mondiale combattuta a pezzi se non saremo capaci -anche noi- di allargare lo sguardo per saper cogliere l'insieme, il disegno complessivo che si cela dietro alle azioni di sigle e organizzazioni le quali hanno trovato utile indossare la maschera della religione per giustificare massacri e azioni criminali. Continueremo a non comprendere che il disegno osceno di cui parliamo forse si concretizza anche attraverso azioni meno eclatanti, ma sostanziali per il disegno stesso, che assumono le vesti di provvedimenti politici di nazioni, operazioni di finanza speculativa, progetti di investimenti -o disinvestimenti- i quali, muovendosi a piacimento sullo scacchiere mondiale, incidono sulla vita di milioni di persone, direttamente o indirettamente. Azioni spesso dettate unicamente dal perseguimento del profitto, del conseguimento del potere, i princìpi divenuti la vera idolatria in nome della quale si combatte la terza guerra mondiale dell'epoca che chiamiamo “moderna”.
Evocando lo spettro di guerra di religione o di civiltà si possono ottenere notevoli risultati: ad esempio, si possono far scomparire dalla sensibilità mediatica e dalla coscienza di molti connazionali gli undici milioni di italiane ed italiani esclusi dalla vita civile perchè poveri e impossibilitati sinanco alle cure mediche necessarie a salvaguardare il bene della salute. Altro esempio:. Evocando guerre, provocando crisi e sconquassi economico-finanziari che si tramutano in drammi sociali si sono resi accettabili ed accettati la cancellazione di diritti che parevano conquiste storiche, di civiltà, cosicchè diviene facile ora retrocedere quei diritti al rango di “bisogni” (a cui eventualmente rispondere solo in base a considerazioni di opportunità economica).
Tutto questo è cancellato dal vero nemico da combattere: il terrorista islamico, l'uomo nero, lo straniero, la guerra di religione, lo scontro di civiltà.
Le parole di papa Francesco paiono allora voler svelare lo scandalo di una guerra, la vera guerra che è in atto, che ha un unico grande comune denominatore-obiettivo-principio: l'esclusione: l'esclusione di fasce sempre più estese della popolazione mondiale dalle ricchezze del pianeta che vanno a concentrarsi in un numero sempre più esiguo di soggetti. Una guerra che, forse per la prima volta nella storia dell'umanità, vede all'opera un sistema di potere che non ha confini e non ha colori, perchè oggi le azioni dei potenti del mondo, gli “altri” citati da papa Francesco, hanno come scacchiere l'intero pianeta.
Ecco lo scandalo rivelato dalle parole di papa Francesco, sottaciuto dai media, nascosto alla coscienza dei molti: gli artefici della guerra vera sono là, sul palcoscenico delle vicende mondiali o, meglio ancora, sono quelli che dietro le quinte tirano le fila di disperate marionette a cui diamo nomi differenti: terroristi, criminali, integralisti...

...A me pare che quella da combattere sia la solita (sempiterna) battaglia contro l'Ingiustizia
Arturo Francesco Incurato

referente presidio LIBERA “Rita Atria” - Pinerolo

mercoledì 3 agosto 2016

Il dovere della Memoria contro "il sigillo del Potere": 2 AGOSTO 1980 BOLOGNA - LA STRAGE

2 AGOSTO 1980 - BOLOGNA - LA STRAGE
Ancora una volta a fare memoria. ieri si sono commemorate le vittime della Strage di Bologna, nel trentaseesimo anniversario. Ripetiamo quello che abbiamo già detto più volte: "Morti innocenti, delitti oscuri perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti. E’ successo e forse potrebbe succedere ancora: delitti commessi pensando che, in Italia, potesse servire “a qualcosa e a qualcuno” spargere sangue innocente, seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee, valori".
Nell'anniversario della strage di Bologna di due anni fa, il giornalista del fatto Quotidiano Emiliano Liuzzi ( scomparso lo scorso 6 aprile) aveva scritto parole dure  (leggi qui), gettando una luce su coloro che, anch'ese vittime della Strage, sono stati dimenticati: I feriti, i feriti a morte: "(...) che sono rimasti nell’illusione che il sacrificio sotto a quelle macerie servisse come sacrificio, appunto. Come vergogna".
Non c'è il sentimento della vergogna in quei "pezzi" dello Stato Italiano che, a distanza di trentasei anni, consente che anche questa la strage rimanga senza i colpevoli maggiori. 
Anche per la Strage di Bologna valgono le parole di Roberto Scarpinato:  "(...)La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo, sebbene condiviso da decine e decine di persone,  è il segno che su quel segreto è imposto il sigillo del Potere”.

                          La strage alla Stazione e le sue vittime innocenti



Cortometraggio disponibile per gentile concessione dell'Associazione tra i familiari delle vittime strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980.



fonte del testo
ASSOCIAZIONE TRA I FAMIGLIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA 2 AGOSTO 1980

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. 
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.
Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti.(testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.
Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.
Angela Fresu, la vittima
più giovane  della strage
Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.
La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
I vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.
Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: "Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".
Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
Il 17 agosto "l'Espresso" uscì con un numero speciale sulla strage. In copertina un quadro a cui Guttuso ha dato lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: "Il sonno della ragione genera mostri". Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.
Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.



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martedì 26 luglio 2016

RITA ATRIA. 26 Luglio 1992. " La verità vive!"

RITA  ATRIA
TESTIMONE DI GIUSTIZIA
 "(...) Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. (...)".


Il contributo di Rita Atria alla lotta culturale contro le mafie è essenziale. Rita Atria comprende  tutto sulla mafia perchè Rita Atria comprende "la verità" su uno degli elementi essenziali della mafie: il pensiero mafioso. E Rita Atria, grazia all'esempio di sua cognata Piera Aiello, trova il coraggio di affermarlo: "la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci"
Se abbiamo compreso questa verità occorre avere i comportamenti conseguenti a cui Rita Atria chiama. Usare "la maschera", il nome di Rita Atria, senza assumersi la responsabilità di comportamenti conseguenti alla sua semplice, radicale e definitiva comprensione del "pensiero mafioso", significa vanificare la morte, cancellando quello che Lei ci ha fatto scoprire con la sua vita, semplicemente ma radicalmente, una volta per tutte! 
Perchè Rita Atria non voleva morire per diventare l'eroina da esporre sugli altari delle nostre ipocrisie. 
Rita Atria -"a picciridda", così la chiamava con affetto Paolo Borsellino- voleva vivere! Rita Atria voleva vivere in un mondo differente: "(...) un altro mondo fatto di cose semplici ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo".

Il senso del nostro impegno, dell'impegno del presidio LIBERA Rita Atria Pinerolo

"(...) Quando ci chiediamo cosa sono le mafie, la risposta più semplice, essenziale, la troviamo “facendo memoria” delle parole scritte da Paolo Borsellino la mattina del 19 luglio 1992, poche ore prima di essere ucciso insieme agli agenti della sua scorta: “(…) La mafia è essenzialmente ingiustizia.(...)”
E poi dobbiamo “fare memoria” di un altro “pezzo di verità”che emerge dalla storia di una ragazzina siciliana, divenuta testimone di giustizia grazie all'esempio della cognata Piera Aiello e all'incontro prorpio col giudice Paolo Borsellino. Rita Atria, lei è la “ragazzina siciliana”, lascia scritta nel suo diario il “pezzo di verità” dinanzi alla quale tutti siamo chiamati a confrontarci: “(...) Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combarrete la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, perchè la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.”
Il “pensiero mafioso”, l'ingiustizia -piccola o grade- commessa ai danni di qualcun altro per ottenere quello che non ci meritiamo o per trarne qualche beneficio, è un meccanismo semplice, primitivo ma efficacissimo in un “sistema malato” quale quello italiano, soggiogato da mafie e corruzione; talmente efficace, quel “pensiero”, che da tempo viene utilizzato anche da coloro che “mafiosi” in senso stretto non sono e non possono essere definiti. 
Fare memoria di Rita Atria per noi significa non tanto commemorarne la morte quanto rispondere  e rendere concreto l'insegnamento della sua vita, agendo -concretamente- per liberarci, noi per primi, dal "pensiero mafioso", perche se è vero che pochi di noi avranno la ventura di trovarsi dinanzi ad un mafioso propriamente detto, tutti noi -quotidianamente- possiamo invece scontrarci col “pensiero mafioso”: attraverso una “ingiustizia” ( più o meno grande) cercare di ottenere quello che non ci meritiamo.(...)"
La domanda essenziale allora diventa la seguente: "Cosa cambia per una comunità se ad usare il “pensiero mafioso” è un mafioso propriamente detto oppure uno (o un gruppo!) che persegue gli stessi obiettivi ( per ottenere ciò che non si merita!) ?
E dopo essersi posta questa domanda, occorre avere i comportamenti conseguenti a cui Rita Atria chiama! Questo il significato della vita di Rita Atria, questo l'impegno del presidio LIBERA "Rita Atria" -  Pinerolo
                                                                                                     Arturo Francesco Incurato
                                                                     referente presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo

"Una Storia disegnata nell'aria"
frammento tratto dal testo drammaturgico di Guido Castiglia: 

26 Luglio 1992 - Roma

Quartiere Tuscolano - 33 gradi - ore 15,00


Il frullio di ali di un passero, scuote velocemente le fronde di un albero di fronte al numero 23 di viale Amelia e si alza in volo, inseguendo una traiettoria ripida, superando il tetto del palazzo.
Lassù, al settimo piano, una finestra si apre, una ragazza si affaccia.
I capelli ondulati, scuri, sciolti, ben pettinati.
La pelle chiara, gli occhi neri.
La ragazza si chiama Rita.

Al secondo piano una signora sparecchia la tavola del pranzo. Piccole cose, dettagli.

Alle spalle della ragazza le stanze sono spoglie, neanche l’ombra di un oggetto familiare sui mobili, di una collana appoggiata momentaneamente su un tavolino, nessuna maglietta dimenticata su una sedia.
Solo scatoloni da trasloco pronti ad essere svuotati, pieni di vestiti e di pochi oggetti.
Quella ragazza è abituata ai traslochi improvvisi, ma questa volta quei vestiti, ha deciso di lasciarli sul fondo delle scatole.
Ha deciso che uscirà così, indossando il pigiama di seta rosa con le righe bianche, leggero, estivo.
Si è preparata, si è pettinata, si è truccata, ora è pronta.
Rita si arrampica sulla finestra.
Vuole provare a riempire quel suo corpo di vento.
Vuole abbandonare la sua vita nelle scatole alle sue spalle per riscriverla nel vento.
Con un gesto abituale si sistema i capelli… e si lascia cadere.


Rita Atria

Rita Atria  è nata il  4 settembre 1974 a Partanna, in provincia di Trapani, figlia di Vito Atria, un boss della mafia locale. Rita ha solo 17 anni quando, dopo l’uccisione del padre e del fratello Nicola, nel novembre del 1991 decide di seguire l’esempio della cognata, Piera Aiello, denunciando i segreti che le erano stati confidati dallo stesso Nicola. 
Nasce così il particolare rapporto di fiducia col Procuratore della Repubblica di Marsala, il giudicePaolo Borsellino il quale, per Piera e Rita, diventerà lo “zio Paolo”. Sarà Paolo Borsellino a far trasferire Rita e Piera Aiello a Roma, sotto falsa identità, per meglio proteggerle dalla vendetta dalle cosche.
 Il giorno dopo la strage di via D'Amelio, Rita scrive nel suo diario nel diario le parole che costituiscono il suo testamento spirituale, parole che da allora -come abbiamo spesso detto- si impongono alla riflessione di ognuno: "(…)Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita …Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta. " 
Nonostante l'affetto e la vicinanza di Piera Aiello, con Paolo Borsellino muore anche “la speranza" del cambiamento possibile che Rita Atria aveva riposto nel giudice. "Un'altra delle mie stelle è volata via., me l'hanno strappata dal cuore". Queste sono le parole che Rita confiderà singhiozzando a Piera, dopo aver appreso della morte del giudice e degli agenti della sua scorta, le parole riportate dal Piera Aiello nel suo libro "Maledetta mafia"
Sabato 25 luglio 1992. Rita aveva deciso di restare a Roma e non seguire Piera Aiello che ha bisogno di andare in Sicilia: tornare per rivedere la madre e cercare di attenuare in qualche modo l'angoscia della morte dello "zio paolo". All'aereoporto, improvvisamente, Rita dice a Piera:  "Io non parto".  E ritorna nella casa di Via Amelia, nel quartiere Tuscolano.

Domenica 26 luglio 1992, la domenica successiva alla strage di via D'Amelio. 
In quel pomeriggio Rita lascia cadere la speranza, l'ultima, nel vento.


Tema di maturità di Rita Atria
Titolo
"La morte del giudice Falcone ripropone in termini drammatici il problema della mafia. Il candidato esprima le sue idee sul fenomeno e sui possibili rimedi per eliminare tale piaga".

Svolgimento
"La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte del giudice Falcone, per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire. Con lui è morta l'immagine dell'uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. 
Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare. Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perché sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia.
 Ma in verità dovranno proteggersi unicamente dai loro amici: onorevoli, avvocati, magistrati, uomini e donne che agli occhi altrui hanno un'immagine di alto prestigio sociale e che mai nessuno riuscirà a smascherare. Ascoltiamo, vediamo, facciamo ciò che ci comandano, alcuni per soldi, altri per paura, magari perché tuo padre volgarmente parlando è un boss e tu come lui sarai il capo di una grande organizzazione, il capo di uomini che basterà che tu schiocchi un dito e faranno ciò che vorrai.
Ti serviranno, ti aiuteranno a fare soldi senza tener conto di nulla e di niente, non esiste in loro cuore, e tanto meno anima. La loro vera madre è la mafia, un modo di essere comprensibile a pochi. Ecco, con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque. Un segnale che è arrivato frastornante e pauroso. 
I primi effetti si stanno facendo vedere immediatamente, i primi pentiti ritireranno le loro dichiarazioni, c'e chi ha paura come Contorno, che accusa la giustizia di dargli poca protezione. Ma cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri? Se domandi protezione, te la danno, ma ti accorgi che non hanno mezzi per rassicurare la tua incolumità, manca personale, mancano macchine blindate, mancano le leggi che ti assicurino che nessuno scoprirà dove sei. Non possono darti un'altra identità, scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare.
L'unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore.
Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.
Rita Atria
Erice 5 giugno 1992