giovedì 2 agosto 2018

2 AGOSTO 1980 - BOLOGNA - LA STRAGE

2 AGOSTO 1980 - BOLOGNA - LA STRAGE
Ripetiamo quello che abbiamo già detto più volte: "Morti innocenti, delitti oscuri perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti. E’ successo e forse potrebbe succedere ancora: delitti commessi pensando che, in Italia, potesse servire “a qualcosa e a qualcuno” spargere sangue innocente, seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee, valori".
Nell'anniversario di quattro anni fa, il giornalista del fatto Quotidiano Emiliano Liuzzi ( scomparso nell' aprile 2016) aveva scritto parole dure  (leggi qui), gettando una luce su coloro che, anch'esse vittime della Strage, sono stati dimenticati: I feriti, i feriti a morte: "(...) che sono rimasti nell’illusione che il sacrificio sotto a quelle macerie servisse come sacrificio, appunto. Come vergogna".
Se possibile, l'anniversario di quest'anno è reso ancora più doloroso da quanto emerso dal processo "Borsellino Quater": il processo nella quale si acclara la verità denunciata sin dall'inizio dalla famiglia Borsellino: Via d'Amelio fu una "strage di stato", commessa con la complicità e la collusione di "pezzi" dello stato impegnati ad eliminare qualunque ostacolo si frapponesse alla "trattativa". Tanto da agire, quei pezzi dello stato, affinchè si mettesse in atto il più grande depistaggio della storia italiana. A nulla  sono valsi sinora gli appelli "inusuali" a parlare, a rivelare quel che si sa, appelli rivolti non già a pentiti criminali, mafiosi, ma a uomini e donne delle istituzione che, pure a conoscenza di brandelli di verità, continuano a tacere, a non ricordare.
Non c'è il sentimento della vergogna in quei "pezzi" dello Stato Italiano che, a distanza di trentanni, consente che anche la strage di Bologna rimanga ancora senza i colpevoli maggiori, i mandanti. 
Anche per la Strage di Bologna valgono le parole di Roberto Scarpinato"(...)La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo, sebbene condiviso da decine e decine di persone,  è il segno che su quel segreto è imposto il sigillo del Potere”.

                          La strage alla Stazione e le sue vittime innocenti


fonte del testo
ASSOCIAZIONE TRA I FAMIGLIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA 2 AGOSTO 1980

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. 
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.
Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti.(testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.
Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.
Angela Fresu, la vittima
più giovane  della strage
Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.
La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
I vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.
Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nascose lo sgomento: "Signori, non ho parole", siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".
Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
Il 17 agosto "l'Espresso" uscì con un numero speciale sulla strage. In copertina un quadro a cui Renato Guttuso diede lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: "Il sonno della ragione genera mostri". Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.
Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.


domenica 29 luglio 2018

Solidarietà e vicinanza a Luca Salvai e alla sua famiglia

Anche il presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo esprime sdegno e rammarico per le minacce rivolte al sindaco di Pinerolo Luca Salvai e alla sua famiglia.  A Loro tutti, la nostra vicinanza e solidarietà.
La mattina del 25 luglio scorso, un biglietto con la seguente scritta è stato appiccicato in Piazza San Donato: "Se Salvai chiude il centro e toglie i parcheggi noi gli togliamo la famiglia".
il biglietto riportante la minaccia al sindaco Luca Salvai

La minaccia fa riferimento ad una
 ordinanza della giunta comunale
, ordinanza non ancora in vigore, che ha ampliato la Ztl vietando, nel centro storico cittadino, l’accesso alle auto non autorizzate in alcune strade e riducendo le aree di sosta per gli autoveicoli. Una decisione che ha creato, nei mesi scorsi e anche recentemente, malumore tra commercianti del centro storico. 
Aldilà del fatto specifico, grave e inaccettabile, rattrista constatare come anche a Pinerolo si manifestino segni di quel degrado culturale che sembra caratterizzare il tempo in cui viviamo: quando non ci si educa al confronto, all'accettazione e all'accoglienza " dell'altro da me", del differente, sia esso pensiero-cultura-individuo,  allora si aprono crepe pericolose nella comunità, si ergono mura laddove invece occorrerebbe instaurare confronto e dialogo. Si perde anzitutto il senso della vergogna che, per primo, dovrebbe impedire gesti vigliacchi come quello di cui è  stato oggetto Luca Salvai  e la sua famiglia. 
Il richiamo  del presidente  Mattarella al pericolo della  "barbarie" è  fondato e anche quello di cui parliamo ne è segnale inquietante.
A Luca Salvai e alla sua famiglia vicinanza e solidarietà.  
A noi tutti  l'obbligo di riflettere e ad agire per contrastare ed impedire il degrado a cui si fa cenno.
Presidio  LIBERA  "Rita Atria" Pinerolo.

giovedì 26 luglio 2018

RITA ATRIA - testimone di giustizia- il cambiamento e la speranza

RITA  ATRIA
TESTIMONE DI GIUSTIZIA
 "(...) Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. (...)".


Il contributo di Rita Atria alla lotta culturale contro le mafie è essenziale perché Rita Atria aiuta a comprende "la verità" su uno dei drammi che segnano ancora oggi la storia del nostro paese.
Quando ci chiediamo cosa sono le mafie la risposta più semplice, essenziale, la troviamo “facendo memoria” delle parole scritte da Paolo Borsellino la mattina del 19 luglio 1992, rispondendo alla lettera che gli era giunta da parte di una preside, poche ore prima di essere ucciso insieme agli agenti della sua scorta: “(…) La mafia è essenzialmente ingiustizia.(...)”
Ma provando a rispondere a quella domanda (cos'è la mafia?) dobbiamo “fare memoria” di un altro “pezzo di verità” che emerge proprio dalla storia di questa ragazzina siciliana, divenuta testimone di giustizia grazie all'esempio della cognata Piera Aiello e dal loro incontro col giudice Paolo Borsellino. Nelle ore che seguirono la strage di Via D'Amelio, la morte dello “zio Paolo”, Rita Atria scrive nel suo diario il “pezzo di verità” dinanzi alla quale tutti siamo chiamati a confrontarci: “(...) Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, perché la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Ma l'insegnamento di Rita Atria è strettamente legato alla “presa di coscienza” e alla volontà di cambiamento che la sua stessa vita esprimono. Lo avevamo scritto sette anni or sono quando avevamo scelto di dedicare il nostro impegno alla sua figura: pur essendo nata in una famiglia mafiosa,  Rita Atria scelse di denunciare per tentare di “cambiare” il mondo nel quale era nata e che la soffocava (….) Il valore del messaggio contenuto nelle parole di Rita Atria, la sua figura di “giovane donna”, ci paiono anche rispecchiare la speranza di cambiamento che leghiamo all'immagine della componente femminile della nostra società, della donna.
Volendo sostenere la prova di maturità nel luglio del 1992, poche settimane dopo la strage di Capaci, Rita dimostra di essere una ragazza-donna forte, presente e partecipe del momento storico che vive,nonostante i drammi della sua vita personale. Le sue riflessioni sulle conseguenze immediate che l'uccisione di Giovanni Falcone potrà produrre nella lotta alle mafie sono analisi lucide e profonde: le ritrattazioni, le misure necessarie per sostenere coloro che vorrebbero denunciare i mafiosi; la debolezza organizzativa e di mezzi che palesa lo stato italiano nella lotta alle mafie. E poi, sempre nel suo tema di maturità, l'appello, le parole rivolte ai ragazzi e alle ragazze che, come lei, vivevano in “famiglie mafiose”: (...) L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore.
Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo".
Piera Aiello
Rita vive la sua vita con coraggio e forza, rivolgendo sempre lo sguardo fuori da sé; vive sino all'ultima speranza, speranza riposta nella vita stessa dell'uomo in cui Lei stessa e l'Italia onesta si riconoscevano: Paolo Borsellino. Ma Rita Atria continua a vivere accanto alle tante vite di tanti, primi fra tutto lo “zio Paolo”, Paolo Borsellino, e Giovani Falcone.
Piera Aiello è stata eletta deputata nelle ultime elezioni politiche e siede nel Parlamento Italiano: dopo lunghi anni di anonimato, vissuti sotto protezione in una località segreta, sotto,  ha potuto riavere il suo vero nome, mostrare finalmente il suo volto (leggi qui)




                   (...) la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Il nostro modo sbagliato di comportarci, l'ottenere quello che non ci meritiamo, costituisce quello che noi del presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo abbiamo definito come “pensiero mafioso”: l'ingiustizia piccola o grande commessa ai danni di qualcun altro per per trarne qualche beneficio immeritato. Si tratta di un meccanismo semplice, primitivo ma efficacissimo in un “sistema malato” quale quello italiano, soggiogato da mafie e corruzione. Talmente efficace, quel “pensiero”, che da tempo viene utilizzato anche da coloro che “mafiosi” in senso stretto non sono e non possono essere definiti.
Fare memoria di Rita Atria per noi del presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo non significa commemorare la morte della ragazzina siciliana quanto rispondere  e rendere concreto l'insegnamento della sua vita, agendo per liberarci, noi per primi, dal "pensiero mafioso", cercando poi di riconoscerlo e contrastarlo negli atti della vita quotidiana. Perche, come diciamo spesso, se è vero che pochi di noi avranno la ventura di trovarsi dinanzi ad un mafioso propriamente detto, tutti noi -quotidianamente- ci scontriamo col “pensiero mafioso”.
La domanda essenziale, la traccia che lega i momenti e gli atti del nostro impegno diviene pertanto la seguente: "Come provare ad essere “sentinelle”, contro mafie e pensiero mafioso, nella nostra comunità? Cosa cambia per una comunità se ad usare il “pensiero mafioso” è un mafioso propriamente detto oppure uno (o un gruppo!) che persegue gli stessi obiettivi, per ottenere ciò che non si merita?
Questo, a nostro parere, il significato della vita di Rita Atria, questo l'impegno del presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo
Rita Atria
Il giorno dopo la strage di via D'Amelio, Rita scrive nel suo diario nel diario le parole che costituiscono il suo testamento spirituale, parole che da allora -come abbiamo spesso detto- si impongono alla riflessione di ognuno: "(…)Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita …Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta. " 
Nonostante l'affetto e la vicinanza di Piera Aiello, con Paolo Borsellino muore anche “la speranza" del cambiamento possibile che Rita Atria aveva riposto nel giudice. "Un'altra delle mie stelle è volata via., me l'hanno strappata dal cuore". Queste sono le parole che Rita confiderà singhiozzando a Piera, dopo aver appreso della morte del giudice e degli agenti della sua scorta, le parole riportate dal Piera Aiello nel suo libro "Maledetta mafia"
Sabato 25 luglio 1992. Rita aveva deciso di restare a Roma e non seguire Piera Aiello che ha bisogno di andare in Sicilia: tornare per rivedere la madre e cercare di attenuare in qualche modo l'angoscia della morte dello "zio paolo". All'aeroporto, improvvisamente, Rita dice a Piera:  "Io non parto".  E ritorna nella casa di Via Amelia, nel quartiere Tuscolano.

Domenica 26 luglio 1992, la domenica successiva alla strage di via D'Amelio. In quel pomeriggio Rita si lascia cadere, lascia cadere l'ultima speranza, dal balcone dell'appartamento di Via Amelia regalando per sempre la sua vita a noi.


Tema di maturità di Rita Atria
Titolo
"La morte del giudice Falcone ripropone in termini drammatici il problema della mafia. Il candidato esprima le sue idee sul fenomeno e sui possibili rimedi per eliminare tale piaga".
Svolgimento
"La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte del giudice Falcone, per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire. Con lui è morta l'immagine dell'uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. 
Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare. Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perché sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia.
 Ma in verità dovranno proteggersi unicamente dai loro amici: onorevoli, avvocati, magistrati, uomini e donne che agli occhi altrui hanno un'immagine di alto prestigio sociale e che mai nessuno riuscirà a smascherare. Ascoltiamo, vediamo, facciamo ciò che ci comandano, alcuni per soldi, altri per paura, magari perché tuo padre volgarmente parlando è un boss e tu come lui sarai il capo di una grande organizzazione, il capo di uomini che basterà che tu schiocchi un dito e faranno ciò che vorrai.
Ti serviranno, ti aiuteranno a fare soldi senza tener conto di nulla e di niente, non esiste in loro cuore, e tanto meno anima. La loro vera madre è la mafia, un modo di essere comprensibile a pochi. Ecco, con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque. Un segnale che è arrivato frastornante e pauroso. 
I primi effetti si stanno facendo vedere immediatamente, i primi pentiti ritireranno le loro dichiarazioni, c'e chi ha paura come Contorno, che accusa la giustizia di dargli poca protezione. Ma cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri? Se domandi protezione, te la danno, ma ti accorgi che non hanno mezzi per rassicurare la tua incolumità, manca personale, mancano macchine blindate, mancano le leggi che ti assicurino che nessuno scoprirà dove sei. Non possono darti un'altra identità, scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare.
L'unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore.
Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.
Rita Atria
Erice 5 giugno 1992

giovedì 19 luglio 2018

19 luglio 1992 - Via D'amelio - il dovere di chiedere verità e giustizia sullo scandalo di una strage di Stato

19 luglio 1992 - Strage di Via D'Amelio:  il dovere di fare memoria sullo scandalo di una strage di Stato, sull'infamia di "pezzi" di Stato collusi con mafie e "zona grigia". Anche la Strage di Via D'amelio, come le altre che hanno insanguinato la storia del nostro Paese, attende piena Verità e piena Giustizia. 
Questo il debito che abbiamo nei confronti di coloro che persero la vita per essere, sino in fondo, fedeli servitori dello Stato e della comunità.

“È uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Così I giudici della corte d’assise di Caltanissetta si sono espressi nelle motivazioni della sentenza del processo "Borsellino quaterdepositate poco più di due settimane orsono (la sentenza era stata emessa nell'aprile 2017). In quelle motivazioni si evidenzia  l'esistenza di misteri e depistaggi condotti da personalità appartenenti allo Stato. I giudici imputano il depistaggio agli investigatori dell’epoca e parlano espressamente di “disegno criminoso”, dove il movente sarebbe proprio da cercare nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato: "un proposito criminoso degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri". L'ex questore La Barbera, deceduto nel dicembre 2002, è stato accusato anche della sparizione del diario di Borsellino e la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti. (leggi qui)
Vengono confermate le parole di Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino: «Paolo mi disse: “Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno”»
Dure le dichiarazioni rilasciate in queste ore anche da Fiammetta Borsellino, una delle figlie del giudice Paolo: "Ci sono tante persone che devono dare spiegazioni e nessuna delle persone interessate ce ne ha date. Il depistaggio iniziò subito, dalle indagini affidate a un appartenente al Sisde a una procura impreparata"
Dichiarazioni dure quelle di Fiammetta Borsellino tanto che Attilio Bolzoni, uno dei giornalisti più impegnati a comprendere le vicende delle mafie italiane, si chiede nell'articolo comparso oggi su La Repubblica: "Lo Stato cosa può restituire a uno di quegli italiani "fuori posto" in Italia come Paolo Borsellino? Cosa può dare o dire alla sua famiglia più di un quarto di secolo dopo e dopo tutti quei depistaggi, la clamorosa revisione di un processo, i "pupi" vestiti da pentiti, gli spioni travestiti da poliziotti, le indagini che rovistano nelle indagini? Lo Stato, come sempre, ha mostrato i suoi due volti anche davanti a uno dei suoi figli migliori(...)"

Paolo Borsellino (52 anni) giudice 
 Agostino Catalano (43 anni) assistente-capo Polizia di Stato 
Emanuela Loi ( 24 anni) agente della Polizia di Stato 
Walter Eddie Cosina (31 anni) agente scelto Polizia di Stato 
Traina Claudio (27 anni) agente scelto  Polizia di Stato  
Vincenzo Li Muli   (22 anni) agente  Polizia di Stato

PER AMORE

L'edizione straordinaria in cui si dava la notizia della strage di via D'Amelio.

Fonte: ANTIMAFIADUEMILA

di Saverio Lodato: "(...) molti mandanti carnefici di allora, restano nell’ombra, incappucciati. Sono ancora fra noi."Guarderemo con molto interesse a questo ventiseiesimo anniversario della strage di via d’Amelio. Non possiamo, infatti, ricordare Paolo BorsellinoEmanuela LoiWalter CosinaVincenzo Li MuliClaudio Traina e Agostino Catalano, sempre allo stesso modo. Con le stesse stucchevoli parole adoperate in quest’ultimo quarto di secolo. Con la medesima alluvione di retorica alla quale in troppi hanno fatto ricorso, pur di non cercare mai la verità a un palmo del loro naso.
Diciamolo una volta per tutte: ci siamo nutriti di favolette buone per tutte le stagioni antimafia. Che spiegavano tutto e niente. Che ci aiutavano a tirare a campare.
Ci siamo nutriti della favoletta che uno come Paolo Borsellino, ucciso ad appena 57 giorni dall’uccisione di uno come Falcone, avesse pagato con la vita per esclusiva decisione di un gruppo di sanguinari pecorai, guidati da Totò Riina. Questa favoletta, non si offenda nessuno, ci è servita da ninna nanna che conciliava il sonno, quando qualche soprassalto di coscienza ci faceva dire che le cose invece erano andate assai diversamente.
Ora lo sappiamo ufficialmente. Ora lo dicono le carte delle corti d’assise: non per mano di soli pecorai, non per mano di solo Riina, morì il giudice Paolo BorsellinoÈ vero, verissimo, che tanto ancora resta da scoprire.
E vero, verissimo, che pochi tasselli, per quanto dirompenti, non disegnano ancora il puzzle complessivo; che un quarto di secolo rappresenta un’eternità, e si poteva arrivare alle conclusioni di oggi molto prima.
È altrettanto vero, altrettanto verissimo, che molti mandanti carnefici di allora, restano nell’ombra, incappucciati. Sono ancora fra noi.
Quei pochi tasselli, ormai acquisiti, ci fanno dire che Paolo Borsellino pagò per essersi messo di traverso mentre altri, rappresentanti del Potere statuale e dei Poteri Occulti, stavano trattando alla grande, in gran segreto, predisponendosi al tradimento, con i capi di Cosa Nostra. 
Quei pochi tasselli oggi ci fanno dire che fu proprio questa “causale” ad imprimere l’accelerazione temporale della strage.
Paolo Borsellino doveva morire subito. Al più presto possibile. Perché troppo aveva capito. E dunque, troppo presto avrebbe tirato le fila di quell’indagine appuntata sinteticamente nella sua agenda rossa.
Quell’agenda rossa che non è mai stata trovata.
Che non fu fatta scomparire dai pecorai o da Totò Riina. Ma da azzimati uomini in divisa, molto probabilmente gli stessi, anche se non tutti, che si diedero da fare - per dirla con le parole dei giudici della corte d’assise di Caltanissetta, presieduta da Antonio Balsamo, giudice a latere, Janos Barlotti, - per il “più grande depistaggio giudiziario della storia d’Italia”.
Ci sarà spazio, in questo anniversario, per una lettura, di quanto accadde in via d’Amelio, che metta per sempre alla porta la retorica e le favolette?
Campeggerà, almeno ventisei anni dopo, quella parola “Stato”, tanto presente nella sentenza della corte d’assise di Palermo, presidente Alfredo Montalto, giudice a latere, Stefania Brambille, che si è recentemente conclusa con pesantissime condanne per gli imputati proprio del processo sulla trattativa Stato-Mafia?
Ce l’auguriamo.
E su tutti i familiari di Paolo Borsellino, mai come in questo anniversario, incombe il peso di dare sino in fondo il loro contributo affinché la favoletta finisca per sempre.
Tutti dovremmo almeno cominciare a dire, con nettezza, in pochissime e chiare parole, perché Paolo Borsellino andò a morire.

Anche Paolo Borsellino, Catalano Agostino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Traina Claudio, Vincenzo Li Muli , sono vivi! 

Sono vivi nelle coscienze di coloro che accettano di assumersi la responsabilità di lottare per la Verità e la Giustizia in un paese corroso dal cancro delle mafie e del "pensiero mafioso". Sono vivi nelle coscienze di coloro che, ancora oggi, si sforzano di condurre una vita onesta e dignitosa, senza paura.

domenica 8 luglio 2018

"Una maglietta rossa" deve essere l'inizio di un cammino di cambiamento e di azione


Raccogliendo l'appello lanciato nei giorni scorsi anche a Pinerolo si è svolta la manifestazione “ Una maglietta rossa per  per fermare l’emorragia di umanità”. Numerosi sono accorsi in Piazza Facta indossando, portando, una "maglietta rossa". Una maglietta dello stesso colore, lo ricordiamo, di quella che le mamme della tragedia della migrazione fanno indossare ai loro figli, bambine e bambine, per attraversare un mare sconosciuto e "il buio della coscienza dell'Occidente", per raggiungere la speranza di vita negata nella loro terra-madre.

L'auspicio del presidio LIBERA “Rita Atria” Pinerolo è tuttavia quello che l'evento di sabato  7 luglio, "la maglietta rossa",  possa e debba costituire-costruire un cammino di conoscenza, consapevolezza  e azione concreta: dare voce a chi non ha voce! Lo dobbiamo alle vittime di questa “terza guerra mondiale, combattuta "a pezzi"”, come ha denunciato papa Francesco, una guerra combattuta nel modo più  subdolo e vergognoso: nel silenzio delle coscienze dell'Occidente, avendo come vittime i più deboli della Terra.
In molti ora ci diciamo preoccupati dalle esternazioni e dalle misure messe in atto dal ministro Salvini, dal "clima di paura” e di ricerca del "capro-espiatorio" (il migrante, “il clandestino”) indicato anche dalla destra xenofoba italiana. Purtroppo, per molti versi, quello che ora  sta accadendo, anche il "clima” ed il consenso che quelle politiche sembrano cogliere,  a nostro parere è stato preparato e favorito dagli errori commessi da coloro che hanno preceduto queste compagini: errori mai seriamente analizzati, né tanto meno superati. A partire dalla famigerata legge “Bossi-Fini” che creò la figure del “clandestino”; legge che, nonostante le tante critiche, non è stata seriamente contrastata neppure da coloro che pure si proclamano aderenti a valori “di sinistra”.
Occorre quindi avere l'onestà intellettuale di affermare che anche le politiche messe in atto nei confronti dei migranti dal precedente governo, ministro degli Esteri Franco Minniti, non è che fossero meno tragiche per i migranti di quelle attuate da Matteo Salvini. Erano solo meno visibili a noi "gli effetti" di quelle politiche": come ci si poteva proclamare “soddisfatti” di avere meno sbarchi sapendo in quali condizioni, e a quali condizioni, i migranti erano trattenuti in Libia come in altri luoghi?
Eppure le condizioni disumane dei “centri di accoglienza” libici erano state denunciate da istituzioni e organizzazioni umanitarie! E quel che accadeva non doveva suscitare minore impressione-indignazione di quanto accade in questo momento.
Lo stesso Luigi Ciotti in una intervista ad Antimafiaduemila sul significato della manifestazione del 7 luglio,  così risponde ad una domanda che verte proprio su questo aspetto:
- (Antimafiaduemila) Una delle affermazioni più diffuse è: meno ne partono meno ne moriranno. Cosa ne pensa?
- (Luigi Ciotti): Un esempio di cinismo e di ipocrisia, dal momento che sappiamo dove vanno a finire i migranti bloccati in Libia o in Turchia. Degli accordi con questi Paesi per impedire l’immigrazione, l’Occidente e l’Europa dovranno un giorno rendere conto alla storia.
Se così non fosse, se da parte della società responsabile non ci fosse la consapevolezza di "un cammino da costruire", di “un cambiamento” da attuare, di un impegno onesto che sappia andare oltre l'emozione, l'ipocrisia e la strumentalizzazione dei sentimenti, a nostro parere quanto si è svolto il 7 luglio, "una maglietta rossa", parrebbe addirittura irrispettoso nei confronti delle vittime di questa "guerra", nei confronti di coloro  che, quotidianamente, da anni, affidano a briganti e alle acque di un mare sconosciuto  la speranza di vita negata nelle loro terra-madre. 
Ancora don Luigi Ciotti indica la strada "(...) progettare e organizzare il dissenso, tradurlo in fatti concreti. In un’epoca di abuso di parole anche quelle vere non bastano più." 

venerdì 6 luglio 2018

Una maglietta rossa per fermare "l'emorragia di umanità"- Pinerolo- Piazza facta- ore 11


"Una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità": è l'appello firmato da Don Ciotti (Libera e Gruppo Abele) e dai presidenti di Arci, Anpi e Legambiente. 
Raccogliendo l'appello,invitiamo a ritrovarsi anche a Pinerolo, in Piazza Facta, alle ore 11, indossando, portando, una maglietta rossa. Una maglietta dello stesso colore di quella che le mamme della tragedia della migrazione fanno indossare alle bambine e alle bambine per attraversare un mare sconosciuto e "il buio della coscienza dell'Occidente", per raggiungere la speranza di vita negata nella loro madre-patria.
"Una maglietta rossa per fermare "l'emorragia di umanità". Rosso come le magliette di molti bambini annegati o arrivati in condizioni disperate sulle nostre coste, o come quelle delle mamme che si vogliono rendere riconoscibili.  Il rosso è il colore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche.

Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini".

 firmano:
Luigi Ciotti presidente LIBERA  
Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci 
Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente 
Carla Nespolo, presidente nazionale ANP
Francesco Viviano, giornalista; 

mercoledì 4 luglio 2018

Carissimo Paolo... I "tuoi" sostituti

L'addio a Marsala: sabato 4 luglio 1992! 15 giorni prima di Via D'Amelio.
Carissimo Paolo, 
al di là dei saluti ufficiali, anche se sentiti, un momento privato, un colloquio tra noi. Noi tutti siamo qui a Marsala con te fin dal tuo arrivo, ma ognuno di noi porta nel suo cuore un pezzetto di storia da raccontare sul lavoro a Marsala, nella procura che tu hai diretto. Ci piacerebbe ricordare tante situazioni impegnative o tristi o buffe che ci sono capitate in questa esperienza comune, ma l'elenco sarebbe lungo e, allo stesso tempo, insufficiente. Possiamo comunque dirti di aver appreso appieno il significato di questo periodo di lavoro accanto a te e le possibilità che ci sono state offerte: l'esperienza con i pentiti, i rapporti di un certo livello con la polizia giudiziaria, sono situazioni rare in una procura di provincia, e la tua presenza ci ha consentito di giovarci di queste opportunità. 
Abbiamo goduto, in questi anni, di un'autorevole protezione, i problemi che si presentavano non apparivano insormontabili perché ci sentivamo tutelati. Qualcuno ci ha riferito in questi giorni che tu avresti detto, ironizzando, che ogni tuo sostituto, grazie al tuo insegnamento, superiorem non recognoscet. Sai bene che non è vero, ma è vero invece che la tua persona, inevitabilmente, ci ha portati a riconoscere superiore solo chi lo è veramente. Ci sono state anche delle incomprensioni, e non abbiamo dimenticato nemmeno quelle: molte sono dipese da noi, dalle diversità dei caratteri e dalla natura di ognuno; altre volte, però, è stata proprio la tua natura onnipotente a vedere ogni cosa dalla tua personale angolazione, non suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia, anche in questo sei stato per noi un "personaggio", ti sei arrabbiato, magari troppo, ma con l'autorità che ti legittimava e che mai abbiamo disconosciuto. 
Anche nel rapporto con il personale abbiamo apprezzato l'autorevolezza e la bontà, mai assurdamente capo, ma sempre "il nostro capo". E poi te ne sei andato, troppo in fretta, troppo sbrigativamente, come se questo forte rapporto che ci legava potesse essere reciso soltanto con un brusco taglio, per non soffrirne troppo. Il dopo Borsellino non te lo vogliamo raccontare: pur se uniti tra noi, in tantissime occasioni abbiamo sentito che non c'eri più, e in molti abbiamo avvertito il peso, talvolta eccessivo per le nostre sole spalle, di alcune scelte, di importanti decisioni. E adesso il futuro, il tuo, ma anche il nostro. Noi ti assicuriamo, già lo facciamo, siamo all'erta, sappiamo che cosa vuol dire "giustizia" in Sicilia ed abbiamo tutti valori forti e sani, non siamo stati contaminati, e se è vero che "chi ben comincia...", con ciò che segue, siamo stati molto fortunati. 
Per te un monito: è un periodo troppo triste ed è difficile intravederne l'uscita. La morte di Giovanni e Francesca è stata per tutti noi un po' la morte dello stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c'erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo stato in Sicilia è contro lo stato, e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello stato. 
I "tuoi" sostituti