lunedì 12 novembre 2012

AUGURI DI BUON COMPLEANNO!... CI REGALIAMO "L'ANTIMAFIA DELLA FELICITA''"

Il presidio "Rita Atria" Libera Pinerolo compie un anno! 

i rappresentanti del  del presidio Rita Atria nel momento del "battesimo del presidio .
(Torino , Fabbrica delle E, 12- 11-2011) 

Vogliamo festeggiare il nostro primo anno di vita regalandoci la riflessione che ha voluto offrirci il dott. Ciro Santoriello, Procuratore della Repubblica di Pinerolo: 
"L'ANTIMAFIA DELLA FELICITA'

L’Antimafia della felicità

"Quando una persona è invitata a parlare, per di più di un tema così delicato come il contrasto alla criminalità organizzata, dovrebbe essere lieta e ringraziare gli organizzatori. Eppure, io, come magistrato, mi sento a disagio in occasioni come queste perché credo che la lotta alla mafia debba prescindere - o comunque non debba iniziare con l'esame della stessa- dalla risposta che dà la legge penale.
Immaginate, uno che fuma 100 sigarette al giorno e va dal medico perché - siccome sa che potrebbe svilupparsi un cancro ai polmoni - vuole sapere quale sarà la cura per il tumore. Secondo voi la prima cosa che gli direbbe il medico non sarebbe quella di cambiare le abitudini di vita?
La stessa cosa si fa quando si discute di mafia, camorra, 'ndrangheta e ci si rivolge al magistrato penale: si prende atto che il fenomeno esiste, il problema è grave ed allora si cerca una risposta nella repressione, nella sanzione di chi delinque, senza però riflettere su perché quel fenomeno si è sviluppato ed ha preso possesso di tanta parte dell'Italia - non solo quella a Sud e questo lo sappiamo.
Immagino già l'obiezione: ma la mafia è un fenomeno criminale, il mafioso spara, ammazza, minaccia; chi o cosa può rispondere a queste cose se non lo Stato con il suo apparato repressivo. Certo, la mafia spara, rapina, estorce con violenza e quando ciò accade l'intervento del legislatore e della giustizia deve essere immediato, diretto.
Ma, da tempo ormai, la criminalità organizzata non conta più solo sulla paura, ma anche sul consenso di tanti. In realtà, è stato sempre così: storicamente, il mafioso nasce (anche) per reagire all'ingiustizie che il singolo subiva da altri ed a volte dallo stesso Stato centrale; il mafioso, il camorrista si sostituiva allo Stato, suppliva alle sue carenze. Il funzionario tardava nell'espletamento della pratica edilizia: il mafioso sapeva come sollecitarlo; il primario negava al povero cristo malato il ricovero immediato: il camorrista lo convinceva ad affrettare i tempi; un vicino prepotente molestava uno più debole: ed allora quest'ultimo si rivolgeva a qualcuno più forte che facesse giustizia.
E così la mafia, la camorra acquisiva consenso. Un consenso pagato a caro prezzo ovvio - l'intervento minaccioso del mafioso non migliorava certo la funzionalità della pubblica amministrazione o la situazione ospedaliera -, venivano risolte situazioni di singoli ma a scapito di altri - io avevo il mio posto in ospedale ma veniva buttato fuori un altro malato che, diversamente da me, aveva scelto la via "regolare". Però il consenso c'era: la cosiddetta povera gente vedeva nel mafioso uno che comunque aggiustava le cose, uno che portava una qualche forma di giustizia.
Così è stato per tanto tempo, presso la "povera gente". Ma adesso di quale consenso gode la mafia presso la gente che povera non è, che ha gli strumenti per chiedere il rispetto dei propri diritti, che conosce le forme istituzionali per tutelarsi e protestare?
E' qui che la criminalità organizzata ha realizzato il suo capolavoro. Ha capito che presso tanti di noi cittadini non era necessario - per essere rispettata - ricorrere alla violenza, ma era più opportuno blandire, accarezzare, avvicinare... Con la sua strategia criminale la mafia, la camorra hanno acquistato denaro, potere, prestigio ed il denaro ed il potere sono stati un fattore di legittimazione forte.
A tutti  repelle il mafioso in coppola e lupara con le mani sporche di sangue, ma quanti di noi saprebbero vedere il mafioso in un imprenditore ricco, elegante, che sta sui giornali, protagonista di una storia di successo ma che ha costruito questa storia grazie a chi ha sparato, ha minacciato, estorto al posto su posto suo?
Davvero siamo certi che la mafia ci fa ribrezzo? Davvero pensiamo di poterla sempre riconoscere? Ripeto, chi ammazza è un assassino, chi ruba un ladro; ma chi gode i benefici di quell'omicidio cos'è? 
L'imprenditore che accetta, senza domande, che alcuni investano somme enormi nella sua azienda senza chiedersi la provenienza di quel denaro, cos'è? Chi si rivolge alla mafia perché lo liberi da un concorrente scomodo cos'è?
Ecco perché rivolgersi ad un magistrato per capire cosa è la mafia e come la si combatte può essere pericoloso. Perché così si svela solo un aspetto del fenomeno, quello della violenza, e non si coglie l'altro, quello del consenso di cui la mafia gode dopo essersi ripulita dal marcio in cui è cresciuta.
La mafia non è un fenomeno criminale, è una scelta di vita. Il mafioso è colui che vuole il denaro, il potere, che vuole più di quello che gli spetta per quanto ha lavorato, ha studiato, ha sofferto. Ci sono alcuni che questo denaro, questo potere lo prendono con la forza, con la violenza, altri che non avendo questa possibilità ma volendo lo stesso godere di beni che non merita si rivolge ad altri che minaccino, che uccidano per lui. Sono diversi, ma anche uguali, perché per entrambi l'importante è possedere, comandare, imporre, essere potente, apprezzato, invidiato.
Ma se questi sono i caratteri del mafioso, come si può essere sicuri che non è vicini a costoro, che il nostro stile di vita è quanto di più antitetico ci possa essere?
Ecco, appunto, il problema è lo stile di vita che vogliamo. Combattere la mafia significa rinunciare ai suoi valori, ai suoi schemi che però non sono solo la violenza, la minaccia, ma
anche il denaro, il potere, l'arrivismo, la voglia di comandare.
Vogliamo combattere la mafia, la criminalità organizzata?
Impariamo a vivere delle nostre forze, del nostro lavoro, di quanto effettivamente produciamo. Impariamo che ogni beneficio di cui godiamo e che non ci siamo meritati con il nostro lavoro è qualcosa che ci può legare ad un criminale. Impariamo che ciò che ci viene concesso bonariamente perché non sappiamo chiederlo come nostro diritto ci pone in una condizione di sudditanza verso qualcuno.
E  questo non vale solo come singoli, ma anche come appartenenti ad un territorio. Se vogliamo capire se dove abitiamo sta avanzando qualche forma di colonizzazione  criminale chiediamoci se il benessere che vediamo è giustificato con la produttività dei nostri concittadini, se le banche che ci sono hanno ragion d'essere rispetto al denaro che circola, se sono maturate improvvise fortune di difficile spiegazione.
La battaglia per la legalità è difficile perché non richiede solo coraggio davanti ad una minaccia, davanti ad una estorsione: forse tutti nella vita sapremmo fare almeno una volta gli eroi e dire no anche davanti ad una pistola; ma il bel gesto non basta, lo scatto di orgoglio isolato è insufficiente.
Quello che ci occorre è la costanza e l'orgoglio. L'orgoglio per la vita che facciamo, una vita libera, priva di compromessi, senza ricchezze e privilegi immeritati e la costanza di mantenere questa scelta sempre, di fronte alle suadenti proposte di chi vuol convincerci che si può vivere senza fatica, umiliando gli altri, ergendosi al di sopra di tutti con la forza e l'ingiustizia.
Se sarà così, non avremo solo sconfitto la mafia, ma avremo vinto un'altra battaglia, quella per la costruzione della nostra felicità. Ho conosciuto diversi camorristi di un certo peso, per esempio Iovine, un grosso camorrista poi pentitosi. Ho conosciuto, visto di sfuggita, “Sandokan” che è stato arrestato proprio mentre io ero a Napoli. Io non ho mai visto, anche nell’apice della loro potenza, una di queste persone felici! Felici, sorridenti! Li ho visti sempre un po’…avete presente i serpenti che vanno sempre con la testa di qua e di là?
L’antimafia si fa con la felicità! Perché non essere mafiosi, essere liberi, significa essere felici!
Noi questo dobbiamo far capire alla gente:dobbiamo far capire che non abbiamo paura e che siamo felici di non aver paura! Questo è fondamentale. E’ questo che dobbiamo comunicare, soprattutto ai nostri figli: la felicità della libertà! …non delle cose che abbiamo. La felicità di dire: non ho mai dovuto chiedere un favore a nessuno. Sono debitore solo delle cose di cui ho voluto essere debitore.
Ecco, questo dobbiamo dire: noi non abbiamo paura perché siamo uomini sereni, siamo uomini liberi. Quando è così non ci sarà nessuna criminalità organizzata.

Ciro Santoriello




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