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giovedì 20 febbraio 2014

Anche noi siamo con Nino Di Matteo

Proseguono gli incontri nelle scuole pinerolesi.
Lo scorso 14 novembre, con una lettera aperta don Luigi Ciotti ha espresso la vicinanza di Libera  al giudice Nino Di Matteo e agli altri giudici che conducono il processo sulla “trattativa”, minacciati di morte da Totò Riina. Accogliendo le parole di don Luigi Ciotti, anche noi del presidio Libera “Rita Atria” Pinerolo vogliamo manifestare la nostra attenzione  e la nostra vicinanza a Nino Di  Matteo e agli altri giudici. Pertanto,  dopo aver letto la lettera di don Ciotti,  chiediamo agli studenti che condividono le parole di don Ciotti di scattare una fotografia. martedì scorso , a l Liceo "M. Curie", la prima fotografia


“Caro Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d’Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale. È un problema più profondo, anche culturale e sociale. Una questione che non sarebbe ancora così grave se a contrastare le mafie ci fossero stati, oltre alla magistratura e alle forze di polizia, la coscienza pulita e l’impegno della maggior parte degli italiani. Questa coscienza e questo impegno, lentamente e faticosamente si sono negli anni moltiplicati.
Devi dunque sapere caro Nino, anche se qualcuno — mafiosi o complici dei mafiosi — continua a minacciare e lanciare messaggi inquietanti, che oggi tu e tutti gli altri magistrati siete meno soli. Che minacciare voi vuol dire minacciare tanti di noi, tanti italiani, che nei più vari ambiti si sono messi in gioco. Cittadini che non si limitano a scendere in piazza, a indignarsi o commuoversi, ma che hanno scelto di muoversi, di trasformare il loro “no” alle mafie in un impegno quotidiano per la democrazia, per la libertà e la dignità di tutti. 
Le luci non nascondono però le molte ombre. In tanti ambiti prevale ancora l’indifferenza o una semplice e facile risposta emotiva. Anche la politica non sempre ha saputo affrontare la questione con la pulizia morale e il respiro necessario: pensiamo solo ai troppi compromessi che hanno impedito un’adeguata riforma della legge sulla corruzione e ai patti sottobanco.
Lo Stato, tutto lo Stato, deve proteggere se stesso e i suoi cittadini. Ma negli ultimi tempi, come molti segnali lasciano intendere, le mafie — indisturbate nei suoi livelli più alti: economia, finanza, appalti, affari — hanno approfittato per organizzarsi in silenzio. 
Quelle minacce dall’interno di un carcere dicono perciò una verità imbarazzante: se nell’ambito repressivo e giudiziario importanti risultati sono stati ottenuti, sul versante del contrasto politico e sociale c’è ancora molta strada da fare. Perché di una cosa dobbiamo essere certi: sconfiggeremo le mafie solo quando sapremo colmare le disuguaglianze sociali che permettono il loro proliferare. Le mafie non vanno solo inseguite: vanno prevenute. Prevenzione vuol dire anche realizzare la condizione di dignità e di libertà responsabile prevista dalla Costituzione, il primo e più formidabile dei testi antimafia. Altrimenti, nello scarto fra le parole e i fatti, continuerà a insinuarsi la più pericolosa e subdola delle mafie: quella della corruzione, del privilegio e dell’abuso di potere. A te un forte abbraccio da parte mia e dalle oltre 1600 realtà associate a Libera.”

Luigi Ciotti

giovedì 14 novembre 2013

Di Matteo deve morire.L’ULTIMO RICATTO DEL BOSS STANCO?

"Di Matteo deve morire. E con lui tutti i pm della trattativa, mi stanno facendo impazzire", avrebbe detto Totò Riina  dopo l’ultima udienza del processo che sta cercando di indagare i segreti della trattativa (oscena)  fra Stato e mafia ai tempi delle stragi del 1992-93. 
"Quelli lì devono morire, fosse l’ultima cosa che faccio", ha urlato a un compagno di carcere. 


Nino Di Matteo nel giorno della commemorazione della strage di Via D'Amelio


don Luigi Ciotti
Di oggi la dichiarazione di don Ciotti: "Caro Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d`Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale."
Ma le parole di Riina, come sempre accade nelle parole di mafioso, nascondono e celano un messaggio criptato, un messaggio celato e indirizzato a qualcuno. E' quanto prova s spiegare Attilio Bolzoni nel suo articolo riportato sotto





L’ULTIMO RICATTO DEL BOSS STANCO (Attilio Bolzoni) 

La furia di Totò Riina non è soltanto furia. Sono parole che trasportano un messaggio disperato, molto obliquo. Apparentemente il suo bersaglio è il magistrato Nino Di Matteo, in realtà sta “parlando” con altri e per conto di altri. I suoi complici nelle stragi del 1992. Ha scaricato la sua rabbia contro il pubblico ministero del processo sulla trattativa fra Stato e mafia ma il vecchio boss di Corleone, che farà ottantatré anni sabato, tenta di giocare la sua ultima carta per non restare incastrato come unico responsabile delle bombe che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Avvisa, esplode in modo inusuale per un capo della sua levatura, si scompone, si sfoga per avvertire che «ucciderà ancora», nella sostanza però si rivolge a chi l’ha trascinato nella tragica stagione stragista per poi seppellirlo per sempre in una tomba carceraria.


È forse il grido finale di Totò Riina, una sorta di estremo appello per condividere passato e responsabilità o — come sostiene qualcuno — per fermare chi sta facendo affiorare frammenti di verità su quei delitti eccellenti. Non è mai semplice decifrare i “ragionamenti” di un capo mafioso. Ma questa volta Totò Riina è rimasto nudo, si è scoperto fragile come mai prima — nei 21 anni di detenzione è stato un detenuto modello — proprio sul processo sulla cosiddetta trattativa, il suo nervo scoperto, la vicenda dove ha perso la faccia e il suo onore davanti al popolo mafioso.



Cosa voleva dire il boss di Corleone minacciando l’uccisione di Di Matteo e degli altri magistrati siciliani? Quale era il suo obiettivo, ben sapendo che ogni suo sospiro sarebbe stato intercettato dalle microspie che gli hanno inserito probabilmente anche fra i capelli? Voleva trasmettere coscientemente qualcosa fuori, all’esterno. Voleva far sapere che lui non vuole più “accollarsi” tutto il peso dei massacri di Capaci e di via D’Amelio. Questa è la prima ipotesi che si può avanzare sulla sceneggiata che è andata in onda in un braccio del carcere milanese di Opera.



L’altra ipotesi, molto più inquietante, la rilancia — con un linguaggio contorto — il solitamente prudente procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che spiega: «Se così fosse nelle minacce di Totò Riina c’è una specie di copertura ideale per le azioni violente fatte da soggetti diversi da Cosa Nostra». Una «chiamata alle armi », dice poi il procuratore. Indirizzata a chi? Chi sono questi «soggetti diversi» o le «entità esterne» a Cosa Nostra cui allude il procuratore di Palermo?



Il punto centrale dello sfogo di Riina è proprio questo: a chi e perché sta mandando le sue minacce. Ha preso di mira un magistrato che da molti anni è immerso a indagare fra trame di mafia e di Stato. Un magistrato che dalla fine del 2010 è pedinato, spiato, intercettato, minacciato. Un magistrato che la scorsa estate è entrato nei santuari dei servizi segreti per cercare indizi su quel negoziato fra apparati e fazioni di Cosa Nostra al tempo delle stragi. È un caso, solo un caso che il boss abbia scelto lui come personaggio da colpire con le sue invettive? È un caso che abbia citato nel suo sproloquio — ben sapendo che sarebbe stato ascoltato — il pm della trattative? È un caso che abbia speso qualche parola anche per quell’altro magistrato — Roberto Scarpinato, il procuratore generale di Palermo, «che prima era a Caltanissetta e ora è tornato a Palermo e si dà troppo da fare» — che è uno di quei pubblici ministeri che fin dal 1992 insegue i fili delle contiguità tra «sistemi criminali italiani» e la mafia?

La sfuriata di Totò Riina è la lucida conseguenza di una tormentata riflessione su se stesso e sulla sua organizzazione criminale. Si è sentito fottuto per sempre. E ora lancia fuoco e fiamme. Per ricostruire questa vicenda dove Stato e mafia sono legati da indicibili accordi, dimentichiamo lo scontro dei pm di Palermo con il presidente della Repubblica su quelle quattro telefonate intercettate con l’ex presidente del Senato Nicola Mancino (sono state distrutte), dimentichiamo i contrasti istituzionali che ne sono seguiti. È tutto contorno, fuffa per non affrontare seriamente cosa è accaduto 21 anni fa giù in Sicilia. Chi alimenta quelle polemiche non vuole andare sino in fondo alla questione, chi ancora rivanga il duello Napolitano-pm di Palermo perde di vista il cuore del problema: la trattativa che c’è stata, le «convergenze di interessi» che hanno portato alle uccisioni di Falcone e Borsellino. Ma c’è chi fa ancora resistenza, chi ha interesse a confondere, a far finire nomi grossi a tutti i costi nell’arena.
Ma non è così. Non sono i nomi di “grido” quelli che richiama Totò Riina, non sono capi di Stato o fantomatiche potenze straniere quelle che vuole coinvolgere. Sono nomi più nascosti. E lui si è rivolto a loro. Solo a loro. Mettendo in un tritacarne un magistrato di Palermo che non sa più chi sono gli amici e chi sono i nemici, chi è che con lui e chi è contro di lui. 
La furia di Totò Riina è un ricatto, l’ultimo.

martedì 28 maggio 2013

Fare Memoria. Strage di Piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio 1974

Fare Memoria: Strage di Piazza della Loggia a Brescia . 28 maggio 1974



Lo abbiamo detto in altre occasioni: "(...) Morti innocenti, delitti oscuri perpetrati da mani a cui abbiamo dato il nome di mafie, bande, terroristi, servizi segreti deviati, golpisti. E’successo e potrebbe succedere ancora: delitti commessi pensando che, in Italia, potesse servire “a qualcosa e a qualcuno” spargere sangue innocente, seminare paure e insicurezza per annientare persone, idee, valori.(...)"
Quel giorno , il 28 maggio 1974, in Piazza della Loggia era in corso una manifestazione indetta dai sindacati e dal  Comitato Antifascista come atto di protesta contro gli episodi di terrorismo neofascista che si erano manifestati nei mesi precedenti. Una bomba nascosta in un cestino porta-rifiuti fu fatta esplodere mentre la folla era accalcata sotto il palco ascoltando il comizio.
Il 14 aprile 2012 la Corte d'Appello conferma l'assoluzione per tutti gli imputati appartenenti all'area della estrema destra, condannando le parti civili al rimborso delle spese processuali. 
L'ennesima strage italiana, l'ennesima strage "senza colpevoli". 
Quel giorno, il 28 maggio 1974,  oltre ad un centinaio di feriti, morirono 8 innocenti. .

Giulietta Banzi Bazoli, anni 34, insegnante
Livia Bottardi Milani, anni 32, insegnante
Euplo Natali, anni 69, pensionato
Luigi Pinto, anni 25, insegnante
Bartolomeo Talenti, anni 56, operaio
Alberto Trebeschi, anni 37, insegnante
Clementina Calzari Trebeschi, anni 31, insegnante
Vittorio Zambarda, anni 60, operaio

sabato 18 maggio 2013

"Forse saranno mafiosi quelli che mate quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri". Paolo Borsellino.


"Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri". Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone conoscevano perfettamente il risultato a cui li avrebbe condotti il lottare contro la mafia, nel modo in cui loro l'avevano combattuta. 
L'immagine dell'agenda di Paolo Borsellino -agenda da cui il giudice non si separava mai- scomparsa subito dopo la strage di Via D'Amelio ricompare in un documento filmato girato nell'immediatezza dell'attentato: "(...) Quell'agenda, pensano i magistrati, avrebbe potuto far luce sul reale movente della strage e sulle possibili responsabilità istituzionali a fianco di Cosa nostra. Perché il sospetto dei Pm di Caltanissetta è che Paolo Borsellino nelle ultime settimane della sua vita avesse scoperto la trattativa tra Stato e Mafia".
Perchè quell'immagine viene "svelata" ora? Nella storia del rapporto secolare fra stato e mafia, poche cose sono accadute "per caso"!



Fonte : LA Repubblica. articolo di FRANCESCO VIVIANO

Ecco l'agenda di Borsellino dopo la strage: nelle foto mai viste la traccia del diario sparito
Una macchia di colore nitida, rossa, vicino a un corpo straziato. E un uomo misterioso: Paolo Borsellino non si separava mai dalla sua agenda rossa con lo stemma dell'Arma dei carabinieri: e fra quei fogli, annotava i suoi appunti più riservati dopo la morte dell'amico Giovanni Falcone

Il fotogramma che mostra l'agenda di Borsellino dopo la strage
L'AGENDA rossa di Paolo Borsellino era lì dove avrebbe dovuto essere. A terra, integra, accanto al corpo carbonizzato del magistrato ucciso da un'autobomba in via D'Amelio insieme ai cinque uomini della sua scorta. L'agenda era lì, ben visibile ancora pochi minuti dopo l'esplosione, almeno fino a quando un uomo, non in divisa, si avvicina al corpo di Paolo Borsellino e, con il piede sinistro alza un pezzo di cartone che copre l'agenda rossa.  


Il documento video, di cui qui accanto si può vedere un fotogramma, è una prova schiacciante, un documento finora inedito tratto da due ore di girato nell'immediatezza della strage. Immagini in mano agli inquirenti da 20 anni: ma al tempo la presenza dell'agenda nelle immagini deve essere sfuggita agli investigatori. 
In quel filmato un'agenda rossa si vede nitidamente a fianco del corpo carbonizzato del magistrato. È quella di Paolo Borsellino? Certo, difficile pensare a una singolare coincidenza e che sia l'agenda di qualcun altro. Quell'agenda, pensano i magistrati, avrebbe potuto far luce sul reale movente della strage e sulle possibili responsabilità istituzionali a fianco di Cosa nostra. Perché il sospetto dei Pm di Caltanissetta è che Paolo Borsellino nelle ultime settimane della sua vita avesse scoperto la 
trattativa tra Stato e Mafia.